25 ottobre 2013

La retroflessione - I meccanismi nevrotici


La "Retroflessione" in Gestalt



Il quarto meccanismo nevrotico è la retroflessione, che significa letteralmente: 'rivolgere nettamente indietro, contro'. L'individuo che retroflette sa come tracciare una linea di confine tra sé e l'ambiente, e la traccia nettamente proprio al centro: cioè, al centro di se stesso. Chi introietta si comporta secondo i desideri altrui, chi proietta accusa gli altri di fare a lui ciò che invece lui fa agli altri, l'uomo in uno stato di confluenza patologica non sa chi veramente fa qualcosa e a chi, e l'individuo che retroflette fa a se stesso ciò che vorrebbe fare agli altri.

Quando una persona retroflette il suo comportamento, tratta se stessa come originariamente voleva trattare altre persone o altri oggetti. Smette di dirigere le sue energie all'esterno, nei tentativi di manipolare e determinare così cambiamenti nell'ambiente che soddisferanno i suoi bisogni, per ridirigerle all'interno, sostituendo, come bersaglio del comportamento, se stessa all'ambiente. Facendo ciò, divide la sua personalità in 'colui che agisce' e 'colui che subisce'. Diventa letteralmente il proprio peggior nemico.

È evidente che nessun essere umano può vivere dando sempre libero sfogo ai suoi impulsi. Almeno alcuni di questi impulsi vanno frenati. Ma frenare deliberatamente gli impulsi distruttivi grazie al riconoscimento che sono tali, è tutt'altra cosa che volgerli contro se stessi. La madre disperata alla fine di una lunga giornata tumultuosa in cui la lavatrice è impazzita e ha strappato tutto il bucato, il figlio di cinque anni è parimenti impazzito e ha scarabocchiato con una matita rossa tutto il muro del salotto, il tecnico che doveva aggiustare l'aspirapolvere non è venuto e il marito è arrivato con un'ora di ritardo per la cena, probabilmente si sentirà addirittura capace di uccidere. Non sarebbe consigliabile per lei uccidere il bambino o il marito, ma sarebbe egualmente sciocco per lei tagliarsi la gola.

Come si manifesta il meccanismo della retroflessione? Come l'introiezione si manifesta nell'uso del pronome 'io' quando il significato reale è 'loro'; come la proiezione si manifesta nell'uso dei pronomi 'esso' o 'loro', quando il significato reale è 'io'; come la confluenza si manifesta nell'uso del pronome 'noi' quando è dubbio il significato reale; nello stesso modo la retroflessione si manifesta nell'uso del riflessivo 'me stesso'.

Cotui che retroflette dice: "Mi vergogno di me stesso", oppure: "Devo costringermi a fare questo lavoro". Fa una serie quasi infinita di affermazioni di questo genere, tutte basate sulla concezione sorprendente che lui e lui stesso sono due persone diverse.

La confusione tra il sé e l'altro, confusione che è alla base della nevrosi, si manifesta anche nella confusione totale riguardo al sé. Per il nevrotico, il sé è una bestia o un angelo - ma mai se stesso.

Con la sua descrizione dello sviluppo della personalità, Freud ha ulteriormente accresciuto questa confusione. Ha parlato dell'Io, dell'Es (le pulsioni organiche) e del Super-Io (la coscienza) e ha descritto la vita psichica dell'individuo come un conflitto costante tra questi componenti: in un corpo a corpo eterno e insanabile con se stesso, l'uomo lotta fino alla morte. Colui che retroflette sembra agire in conformità alla concezione freudiana dell'uomo.

Ma consideriamo per un momento cos'è in realtà il Super-Io. Se non è parte di ciò che viene variamente chiamato sé, o io, deve necessariamente trattarsi di un fascio di introietti, di atteggiamenti e di approcci non assimilati, imposti all'individuo dall'ambiente. Freud parla dell'introiezione come parte del processo morale della crescita; dice, ad esempio, che il bambino introietta le immagini genitoriali 'buone' e le stabilisce come propri ideali dell'Io. Anche l'Io, quindi, diventa un fascio di introietti. Ma vari studi sulle personalità nevrotiche hanno dimostrato che i problemi insorgono non in rapporto all'identificazione infantile con i genitori 'buoni', bensì in rapporto all'identificazione con i genitori 'cattivi'.
Il bambino, infatti, assimila, non introietta, gli atteggiamenti e l'etica dei genitori buoni. Certo non può esprimere le sue azioni in termini complicati o in gergo psichiatrico, ma, in effetti, traduce gli atteggiamenti sottostanti al comportamento soddisfacente dei genitori in termini che può capire; li riduce, per così dire, al minimo comune denominatore, e poi li assimila nella loro forma nuova, forma questa che può utilizzare. Il bambino non può ridurre in modo analogo gli atteggiamenti 'cattivi' dei genitori; non ha alcun mezzo e tanto meno alcun desiderio innato per far fronte ad essi. Deve dunque accoglierli come introietti non digeriti; ed è qui che cominciano i guai. Poiché abbiamo adesso una personalità costituita non di lo e Super-Io, bensì di io-e-non-io, del sé e dell'immagine del sé, una personalità tanto confusa che è diventata totalmente incapace di fare distinzioni.

Questa confusione di identità è appunto la nevrosi. E che si manifesti mediante il meccanismo dell'introiezione, della proiezione, della retroflessione o della confluenza, il suo marchio caratteristico è sempre la disintegrazione della personalità e la mancanza di coordinazione nel pensiero e nell'azione.

La terapia è il processo di correzione delle false identificazioni. Se la nevrosi è il prodotto di identificazioni 'cattive', la salute è il prodotto di identificazioni 'buone'. Ciò lascia aperta, naturalmente, la questione di quali siano le identificazioni buone e quali quelle cattive. La risposta più semplice e anche, penso, più accettabile - basata sulla realtà osservabile - è che le identificazioni 'buone' siano quelle che promuovono le soddisfazioni e le realizzazioni teleologiche dell'individuo e del suo ambiente. Per converso, le identificazioni 'cattive' sono quelle che finiscono per deformare o frustrare l'individuo o che danno luogo a un comportamento distruttivo nei confronti dell'ambiente.

Difatti il nevrotico, con il suo comportamento autodistruttiva, non solo rende infelice se stesso, ma punisce anche tutti coloro che gli vogliono bene.

Nella terapia, quindi, dobbiamo ristabilire la capacità di discriminazione del nevrotico. Dobbiamo aiutarlo a riscoprire cos'è e cosa non è lui stesso; cosa lo realizza e cosa lo frustra. Dobbiamo guidarlo verso l'integrazione. Dobbiamo assisterlo nella ricerca del giusto equilibrio e del confine tra sé e il resto del mondo. È facile dire: "sii semplicemente te stesso"; purtroppo, migliaia di ostacoli sbarrano la strada al nevrotico. Dal momento che ora comprendiamo i meccanismi con cui il nevrotico si impedisce di' essere se stesso, possiamo cercare di togliere questi blocchi stradali uno per uno. È questo il compito della terapia.

tratto da: Perls, Gestalt - Astrolabio

tutti i post in tema

Nessun commento: