22 ottobre 2013

Introiezione - I processi nevrotici


I meccanismi psicopatologici secondo la teoria della Gestalt: il processo di introiezione


INTROIEZIONE

Noi tutti ci evolviamo mediante l'esercizio della capacità di distinguere, essa stessa funzione del confine sé-altro. Prendiamo dall'ambiente e restituiamo a esso. Accettiamo o respingiamo quanto l'ambiente ha da offrirci. Possiamo evolverci solo se, nel processo del prendere, digeriamo totalmente e assimiliamo completamente. Ciò che abbiamo veramente assimilato dal nostro ambiente diventa nostro, e possiamo farne quel che vogliamo. Possiamo conservarlo oppure restituirlo sotto forma nuova, dopo la distillazione che ha ricevuto da noi. Ma ciò che inghiottiamo intero, ciò che accettiamo indiscriminatamente, ciò che ingeriamo ma non digeriamo, tutto questo rimane un corpo estraneo, un parassita che si installa in noi. Non è parte di noi, anche se può sembrare tale. È ancora parte dell'ambiente.

Fisicamente, questo processo di evoluzione mediante l'assimilazione - mediante la destrutturazione e la digestione - è facilmente osservabile.

Cresciamo e ci sosteniamo non per mezzo del cibo che inghiottiamo intero, bensi grazie al cibo che mastichiamo (il che dà inizio al processo di destrutturazione) e digeriamo (il che continua il processo modificando ulteriormente il cibo in particelle chimiche che il corpo può utilizzare). Il cibo fisico, quindi, digerito e assimilato adeguatamente, diventa parte di noi: viene convertito in ossa, muscoli e sangue.

Ma il cibo inghiottito intero, che ficchiamo in gola, non perché lo desideriamo, ma perché dobbiamo mangiarlo, ci pesa sullo stomaco. Ci fa sentire a disagio, vogliamo vomitarlo e buttarlo fuori dal nostro sistema. Se non ci riusciamo, se reprimiamo il nostro disagio, la nostra nausea e il nostro desiderio di sbarazzarcene, allora riusciremo infine a digerirlo dolorosamente oppure esso ci avvelenerà.

Il processo psicologico di assimilazione è molto simile al suo complemento fisiologico. Concetti, fatti, norme comportamentali, morali ed etiche, valori estetici o politici - tutti questi ci vengono originariamente dal mondo esterno. Non c'è nulla nella nostra mente che non provenga dall'ambiente; ma non c'è nulla nell'ambiente per cui non esista un bisogno organismico, fisico o psicologico. Tutti questi elementi vanno digeriti e conosciuti a fondo per diventare veramente nostri, una parte reale della nostra personalità. Ma se li accettiamo totalmente e senza critiche, in base all'opinione altrui, o perché sono di moda, pericolosi o rivoluzionari - ci pesano fortemente. Sono veramente indigesti. Rimangono corpi estranei malgrado abbiano stabilito la residenza nella nostra mente.

Tali atteggiamenti, modi di agire, di sentire e valutare, non digeriti, sono chiamati dalla psicologia introietti, e chiamiamo introiezione il meccanismo con cui questi elementi alieni, vengono aggiunti alla personalità.

Non dico che questo processo di inghiottire per intero non adempia talvolta a uno scopo utile. Lo studente che sgobba per un esame in modo da ottenere un voto accettabile in una materia noiosissima ha una ragione legittima per le sue azioni. Ma se si illude di aver veramente imparato qualcosa dal suo sgobbare, subirà un forte shock al momento di una nuova interrogazione sulla stessa materia sei mesi dopo: si accorgerà di aver dimenticato la maggior parte di quanto aveva 'imparato'.
Non dico nemmeno che l'individuo debba respingere qualsiasi cibo psicologico che provenga dal mondo esterno. È altrettanto impossibile nutrirsi di se stessi psicologicamente che nutrirsi di se stessi fisicamente.

Dico invece che il cibo psicologico presentatoci dal mondo esterno - il cibo di fatti e atteggiamenti sui quali si formano le nostre personalità - deve essere assimilato esattamente nello stesso modo del cibo reale. Deve essere destrutturato, spezzettato, analizzato, e poi rimesso insieme nella forma di maggior valore per noi. Se viene semplicemente inghiottito intero, non apporta alcun contributo allo sviluppo delle nostre personalità. Al contrario, ci rende simili a una casa cosi zeppa di oggetti appartenenti ad altri che non rimane spazio alcuno per quelli del proprietario legittimo. Ci trasforma in cestini di informazioni estranee e irrilevanti. E a rendere la situazione ancora più tragica è il fatto che se questo materiale venisse da noi temperato, modificato. e trasformato, potrebbe esserci di enorme valore.

Il pericolo dell'introiezione è quindi duplice. In primo luogo, l'uomo che introietta perde l'opportunità di sviluppare la propria personalità, giacché è occupatissimo a tenere a bada i corpi estranei alloggiati nel suo sistema. Quanti più introietti si accolla, tanto meno spazio gli rimane per esprimersi o persino per scoprire il suo vero essere. E, in secondo luogo, l'introiezione aiuta la disintegrazione della personalità. Se inghiottite per intero due concetti incompatibili, forse vi troverete dilaniati nel tentativo di conciliarli.

E oggigiorno questa è un'esperienza assai comune.
La nostra società, ad esempio, ci insegna sin dall'infanzia due insiemi di atteggiamenti completamente diversi e' apparentemente contraddittori. L'uno ,è la Regola d'oro: "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te". L'altro è la legge della sopravvivenza del più forte, ridotto allo slogan: "il pesce grosso mangia il pesce piccolo".
Se dovessimo introiettare entrambi questi dogmi, cercheremmo di essere contemporaneamente gentili, miti, discreti, e gratuitamente aggressivi. Ameremmo i nostri vicini, ma non ci fideremmo di essi. Emuleremmo i miti, e nello stesso tempo saremmo spietati e sadici.

Coloro che introiettano entrambi questi concetti, o qualunque altro insieme di idee contraddittorie, trasformano la propria personalità in un campo di battaglia. E il conflitto interno del nevrotico di solito giunge a uno 'stallo' in cui non c'è vincitore, in cui la crescita e lo sviluppo ulteriore della personalità vengono frenati.

L'introiezione, quindi, è il meccanismo nevrotico con cui incorporiamo norme, atteggiamenti, modi di agire e pensare, che non sono veramente nostri. Nell'introiezione, abbiamo spostato tanto al nostro interno il confine tra noi e il resto del mondo che non rimane quasi nulla del nostro vero essere.

Quando l'introiettore dice: "io penso", di solito intende dunque: "loro pensano".

il brano è tratto da: L'approccio della Gestalt, di Frederick Perls
tutti i post su: Gestalt

Nessun commento: