31 ottobre 2013

Teoria e pratica della terapia


PERLS - HEFFERLINE - GOODMAN

TEORIA E PRATICA della TERAPIA DELLA GESTALT
Vitalità e accrescimento nella personalità umana



Pubblicato nel 1951 da Fritz Perls e Paul Goodman (con Hefferline per la 'parte pratica') è uno di quei pochi libri del nostro secolo di cui si può ben dire, alle soglie del duemila, che hanno fatto la storia della psicoterapia.

Infatti si colloca, e non solo cronologicàmente, a un punto di snodo cruciale nello sviluppo della terapia psicologica, quel momento storico in cui cominciano ad attualizzarsi le più vaste e remote potenzialità della psicoanalisi nel suo fecondo incontro-scontro con tradizioni e culture a volte molto lontane (non senza traumi per l'una come per le altre), dal quale nasceranno tutte le forme di terapia psicologica attualmente in uso.

Tra i fili che dalla prima metà del secolo conducono alla terapia gestaltica e alla sua formulazione nel manuale dell'inquieto psicoanalista berlinese ebreo emigrato in Sud Africa (dove crea una società psicoanalitica) e poi negli Stati Uniti, tra questi vasi linfatici c'è la più viva e innovativa tradizione culturale europea dell'ultimo terzo di secolo, dalla filosofia fenomenologica ed esistenzialista, alla rivoluzionaria psicologia della Gestalt (Perls fu assistente di Goldstein), alla psicoanalisi, ovviamente, con tutti i fermenti più innovativi che ribollivano nell'istituto berlinese degli anni trenta dove Perls si formò con didatti e analisti quali Karen Horney, Helene
Deutsch e Wilhelm Reich; ma c'è anche il riflesso, colto al volo con stupefacente tempismo, delle nascenti tecniche corporee, che fanno la loro comparsa negli anni trenta (anche) nei paesi di lingua tedesca.

Gli influssi che partono da questo manuale, invece, non si contano. Oltre all'impatto diretto e dirompente che ebbe sul mondo in formazione della psicoterapia umanistica, l'orecchio attento ne coglierà un'eco, più o meno manifesta, più o meno importante, ma sempre significativa, in tutte le forme di terapia nate da allora nel continente americano, come l'approccio relazionale, e perfino in certe tecniche cognitiviste.

Ma soprattutto, un' eco del modello gestaltico comincia a vibrare anche in certi autori psicoanalitici più curiosi e sensibili. Si potrebbe dire che il lavoro di Perls, come i veri contributi alla cultura umana, oltre ad aver dato vita a una psicoterapia, è andato a permeare, in questa forma, i terreni più lontani, che della Gestalt, magari, nulla sanno.


FREDERICK S. PERLS, nato a Berlino nel 1893, si è laureato in medicina nel 1921, per poi specializzarsi in psicologia a Berlino, Vienna e Francoforte. Negli Stati Uniti ha dato vita alla Psicoterapia della Gestalt e ha diretto l'Esalen Institute. È morto negli Stati Uniti nel 1970.

R. F. HEFFERLINE, professore di psicologia presso la Columbia University, e

PAUL GOODMAN, letterato e scrittore, hanno affiancato Perls nell' elaborazione e nella diffusione della terapia della Gestalt.


Titolo Teoria e pratica della terapia della Gestalt.
                Vitalità e accrescimento della personalità umana
Autore Perls Fritz; Hefferline R. F.; Goodman Paul
Dati         1997, 512 p., 2 ed.
Trad.  Sanders J.; Liuzzi F.
Editore Astrolabio Ubaldini  (collana Psiche e coscienza)

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Insonnia primaria


Nella decima revisione dell'International Classification oi Diseases and Related Health Problems (ICD-10) i disturbi del sonno (vedi) comprendono solo le forme di origine non organica. Questi disturbi sono classificati come dissonnie, condizioni psicogene "in cui i disturbi predominanti ... [sono] relativi alla quantità, alla qualità o agli orari del sonno" dovuti a cause emozionali; e parasonnie "eventi episodici anormali che si manifestano durante il sonno". Le parasonnie dell'infanzia sono correlate allo sviluppo; quelle nell'età adulta sono psicogene e comprendono il sonnambulismo, il pavor nocturnus e gli incubi notturni.

L'ICD-10 afferma che i disturbi del sonno sono spesso sintomi di altri disturbi, ma anche quando non lo sono, si dovrebbe diagnosticare lo specifico disturbo del sonno insieme a tutte le altre diagnosi rilevanti necessarie per descrivere la "psicopatologia e/o la fisiopatologia coinvolta nel singolo caso".

DSM-IV

La quarta edizione del Diagnostic and Statistical Manual oi Mental Disorders (DSM-IV) classifica i disturbi del sonno sulla base dei criteri diagnostici e dell'eziologia presunta. Le tre principali categorie dei disturbi del sonno nel DSM-IV sono i disturbi primari del sonno, i disturbi del sonno correlati a un altro disturbo mentale e gli altri disturbi del sonno, soprattutto quelli dovuti a una condizione medica generale o indotti da sostanze. I disturbi descritti nel DSM-IV sono solo una piccola parte dei disturbi del sonno noti e forniscono uno schema per una valutazione clinica.

DISTURBI PRIMARI DEL SONNO

Il DSM-IV definisce i disturbi primari del sonno come disturbi non causati da un altro disturbo mentale, una condizione fisica o una sostanza, ma piuttosto da un meccanismo anormale del ritmo sonno-veglia o spesso dal condizionamento. I due principali disturbi primari del sonno sono le dissonnie e le parasonnie. Le dissonnie sono un gruppo eterogeneo di disturbi del sonno e comprendono l'insonnia primaria, l'ipersonnia primaria, la narcolessia, il disturbo del sonno correlato alla respirazione, il disturbo del ritmo circadiano del sonno (disturbo del ritmo sonno-veglia) e la dissonnia non altrimenti specificata (NAS). Le parasonnie comprendono il disturbo da incubi (disturbo d'ansia collegato ai sogni), il pavor nocturnus [nel DSM-IV definito letteralmente come disturbo da terrore nel sonno], il sonnambulismo (disturbo da sonnambulismo) e le parasonnie NAS.


Insonnia primaria

L'insonnia primaria è diagnosticata quando il principale problema è la difficoltà a iniziare o a mantenere il sonno, oppure il sonno non offre ristoro e il disturbo persiste per almeno un mese. (Secondo l'ICD-10 il disturbo deve manifestarsi almeno 3 volte alla settimana per un mese.) Il termine primaria indica che l'insonnia si manifesta indipendentemente da qualsiasi malattia fisica o mentale nota. L'insonnia primaria è spesso caratterizzata sia da difficoltà di addormentamento sia da ripetuti risvegli. Sono spesso evidenti un aumento dell'arousal fisiologico notturno o di quello psicologico e un condizionamento negativo per il sonno. In generale, i pazienti con insonnia primaria vorrebbero riuscire a dormire più a lungo. Più il soggetto tenta di dormire, maggiore è il senso di frustrazione e di afflizione e più è difficile che si addormenti.

Il trattamento dell'insonnia primaria è tra i più difficili problemi dei disturbi del sonno.

Quando la componente di condizionamento è preminente, può essere utile una tecnica di decondizionamento. Si consiglia ai pazienti di usare il letto per dormire e non altro; se non si addormentano dopo cinque minuti di permanenza a letto devono alzarsi e far altro. Talvolta, è utile cambiare letto o andare in un'altra stanza. Quando è prevalente la tensione somatizzata o la tensione muscolare, sono talvolta utili le risposte di rilassamento e il biofeedback. La psicoterapia non si è dimostrata molto utile nel trattamento dell'insonnia primaria.
L'insonnia primaria viene comunemente trattata con ipnotici benzodiazepinici, cloralio idrato o altri sedativi. I farmaci ipnotici dovrebbero essere usati con cautela. Gli ipnotici da banco hanno un'efficacia limitata. Varie misure non specifiche -la cosiddetta igiene del sonno (vedi il decalogo del sonno) - possono essere utili nell'aiutare a migliorare il sonno. È importante che il medico rassicuri i pazienti con insonnia che la loro salute non è a rischio se non ottengono 6 o 8 ore di sonno.

Viene usata anche la fototerapia. Gli ipnotici a lunga durata d'azione (ad esempio, flurazepam, quazepam) sono migliori per l'insonnia che insorge a metà della notte; i farmaci a breve durata d'azione (ad esempio, zolpidem e triazolam) sono utili per le persone che hanno difficoltà ad addormentarsi. In generale, gli ipnotici non dovrebbero essere prescritti per più di 2 settimane perché possono insorgere tolleranza e rischi di astinenza.


28 ottobre 2013

L'uomo di carta



L'idea della terapia della gestalt è trasformare gli individui di carta in persone reali: riportare alla vita l'uomo intero della nostra epoca e insegnargli a usare la sua potenzialità innata; a essere, diciamo, un leader senza essere un ribelle; ad avere un proprio equilibrio invece di vivere sbilenco.



Tutte queste idee sembrano quasi utopistiche, ma credo che adesso siano possibili; che non dobbiamo stenderci sul divano per anni, decenni, e secoli senza constatare cambiamenti essenziali.

Quali sono le condizioni in cui si possono raggiungere questi ideali?
Ecco, adesso devo tornare indietro e parlare dell'ambiente sociale in cui ci troviamo.

Nei decenni passati, l'uomo viveva per ciò che era considerato giusto, e faceva il proprio lavoro a prescindere dal desiderio o dall'idoneità personali. L'intera società era governata dal 'dovere' e dal puritanesimo. Facevi la tua parte, volente o nolente. Credo che ora l'intero ambiente sia cambiato. Il puritanesimo si è mutato in edonismo. Viviamo per il piacere, il divertimento, per la sfrenatezza. Tutto va bene purché sia piacevole. Sembra anche bello. Assai meglio del moralismo.

Costituisce, però, una ricaduta gravissima. Vale a dire, siamo divenuti fobici verso il dolore e la sofferenza. Permettetemi di ripetere questa frase: siamo divenuti fobici verso il  dolore e la sofferenza.

Va evitato tutto ciò che non è divertente o piacevole. Cosi' fuggiamo da ogni frustrazione che potrebbe essere dolorosa e cerchiamo di limitarla al massimo.

La conseguenza è la mancanza di crescita.

Quando parlo della disponibilità ad affrontare le cose sgradevoli, non intendo certamente un'educazione tendente al masochismo; al contrario, un masochista è un individuo che teme il dolore e si abitua a tollerarlo. Parlo piuttosto della sofferenza che accompagna la maturazione. Parlo della necessità di affrontare situazioni inevitabilmente sgradevoli. E ciò è strettamente legato all'approccio della gestalt.

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Anoressia (Clinica e diagnosi)


DIAGNOSI E CARATTERISTICHE CLINICHE DELL' ANORESSIA MENTALE (O ANORESSIA NERVOSA)



L'anoressia nervosa di solito esordisce fra i 10 e i 30 anni d'età. Un esordio al di fuori di quei limiti di età è relativamente raro e pertanto in questi casi la diagnosi dovrebbe essere posta in discussione. Dopo i 13 anni d'età, la frequenza di esordio aumenta rapidamente e raggiunge un picco a 17-18 anni. Nell'85% circa dei casi l'anoressia nervosa esordisce fra i 13 e i 20 anni. Alcune pazienti, prima dell'età di 10 anni, erano piuttosto schizzinose nel mangiare o avevano frequenti problemi digestivi.

In tutte le pazienti affette da anoressia nervosa è presente un'intensa paura di aumentare di peso e di diventare obese, che indubbiamente contribuisce alla loro mancanza di interesse, e anche alla resistenza nei confronti della terapia. Il comportamento patologico volto alla diminuzione di peso si manifesta per lo più di nascosto. Le pazienti con anoressia nervosa di solito rifiutano di mangiare con le loro famiglie o in pubblico. Perdono peso attraverso una drastica riduzione dell'assunzione totale di cibo, con una sproporzionata diminuzione dei cibi contenenti elevate quantità di carboidrati e di grassi.

Il termine anoressia, che significa perdita dell'appetito, è errato perché la perdita dell'appetito è di solito rara fino alla fase tardiva della malattia.
Una prova che le pazienti pensano continuamente al cibo è la loro passione per la raccolta di ricette e la preparazione di elaborati pasti per gli altri. Alcune non riescono a tenere continuamente sotto controllo la restrizione volontaria dell'assunzione di cibo e pertanto sono soggette ad abbuffate. Queste abbuffate di solito avvengono in segreto e spesso di notte e sono sovente seguite dall'autoinduzione di vomito. Le pazienti abusano di lassativi e persino di diuretici per perdere peso. Assai frequenti sono esercizi fisici ritualistici, lunghi giri in bicicletta, camminate, jogging e corse.

Le pazienti con questo disturbo presentano un peculiare comportamento relativo al cibo. Nascondono il cibo in tutta la casa e spesso portano grandi quantità di dolci nelle tasche e nella borsa. Mentre mangiano, tentano di mettere il cibo nei loro tovaglioli o di nasconderlo nelle tasche. Tagliano la carne in pezzi molto piccoli e passano una grande quantità di tempo a sistemare i pezzetti di cibo nel piatto. Se si fa loro notare il loro comportamento peculiare, spesso negano che si tratti di un comportamento insolito o rifiutano seccamente di discuterne.
Secondo la letteratura, gli altri sintomi psichiatrici più frequentemente associati all'anoressia nervosa sono il comportamento ossessivo-compulsivo, la depressione e l'ansia. Le pazienti tendono a essere rigide e perfezionisti che e abitualmente presentano lamentele somatiche, soprattutto i disturbi epigastrici. È comune il furto compulsivo, di solito di dolci e lassativi, ma talvolta di vestiti e altri oggetti.
Nelle pazienti con questo disturbo viene spesso descritto uno scarso adattamento sessuale. Molte adolescenti con anoressia nervosa hanno un ritardo dello sviluppo sessuale psicosociale e quelle in età adulta hanno una netta riduzione dell'interesse per il sesso sin dall'inizio del disturbo. Un gruppo meno frequente e più insolito di persone con anoressia nervosa ha una storia premorbosa di promiscuità o abuso di sostanze oppure di entrambi e durante il disturbo non presenta alcuna riduzione dell'interesse per il sesso.

Le pazienti di solito giungono all'attenzione medica quando la perdita di peso diventa evidente; quando diventa molto grave, si manifestano segni come ipotermia (che può arrivare a 35°C), edema declive, bradicardia, ipotensione e lanugo (comparsa di peli di aspetto infantile) e possono insorgere diverse alterazioni metaboliche. Alcune ragazze con anoressia nervosa giungono all'attenzione del medico a causa dell'amenorrea, che spesso compare prima che la perdita di peso diventi evidente. Alcune pazienti con anoressia nervosa si inducono il vomito o abusano di purganti e diuretici, con il conseguente rischio di alcalosi ipokaliemica. Può inoltre essere presente un disturbo della diuresi.
Nello stadio cachettico dell'anoressia nervosa sono state notate modificazioni elettrocardiografiche (ECG) - come appiattimento o inversione delle onde T, sottoslivellamento del tratto ST e allungamento dell'intervallo QT. Le modificazioni dell'ECG sono anche la conseguenza della perdita di potassio, che può condurre a decesso. La dilatazione gastrica è una rara complicazione dell'anoressia nervosa. In alcuni casi l'aortografia ha dimostrato una sindrome dell'arteria mesenterica superiore.

Il DSM-IV identifica due tipi di anoressia nervosa - il tipo con restrizioni e quello con abbuffate/condotte di eliminazione. Il secondo tipo è comune fra le pazienti con anoressia nervosa e si sviluppa in quasi il 50% dei casi. I due tipi sembrano avere storie e caratteristiche cliniche diverse. Le persone anoressiche con abbuffate/condotte di eliminazione hanno molti caratteri simili alla bulimia nervosa senza anoressia nervosa. Inoltre, nelle loro famiglie vi sono persone obese e le pazienti stesse hanno storie di peso corporeo elevato rispetto a quelle con anoressia con restrizioni. È probabile che le persone con abbuffate/condotte di eliminazionè presentino abuso di sostanze, disturbi del controllo degli impulsi e disturbi di personalità. I soggetti con anoressia nervosa del tipo con restrizioni limitano la loro scelta di cibo, assumono meno calorie possibili e spesso hanno tratti ossessivo-compulsivi nei confronti del cibo, ma anche di altri aspetti. Entrambi i tipi di persone sono preoccupati del peso e dell'immagine corporea ed entrambi eseguono attività fisica per ore ogni giorno e possono presentare comportamenti bizzarri in relazione al cibo. Entrambi i tipi possono essere socialmente isolati e hanno sintomi depressivi e riduzione dell'interesse sessuale. Alcune persone con anoressia nervosa manifestano condotte di eliminazione, ma non abbuffate.
L'anoressia nervosa è spesso associata a un disturbo depressivo maggiore. Il disturbo depressivo maggiore o il disturbo distimico sono stati riportati nel 50% delle pazienti con anoressia nervosa. Il tasso di suicidio è maggiore nel tipo con abbuffate/condotte di eliminazione che in quello con restrizioni.

Le pazienti con anoressia nervosa sono spesso molto riservate, negano i propri sintomi e resistono al trattamento. In quasi tutti i casi, è necessario che i parenti o le persone più intime confermino la storia della paziente. L'esame delle condizioni mentali di solito mostra un soggetto vigile, bene informato sul tema della nutrizione e preoccupato del cibo e del peso. La paziente deve essere sottoposta a un esame obiettivo generale e neurologico. Se vomita, può essere presente un'alcalosi ipokaliemica. Poiché molte sono disidratate, il medico deve richiedere il dosaggio degli elettroliti sierici all'inizio del trattamento e poi periodicamente durante il ricovero.

link:
anoressia
bulimia
disordini del comportamento alimentare

26 ottobre 2013

L'approccio - Testimone oculare della terapia


FRITZ PERLS

L'APPROCCIO DELLA GESTALT - TESTIMONE OCULARE DELLA TERAPIA



La teoria della Gestalt costituisce una delle poche correnti di pensiero che hanno cambiato il volto della psicologia contemporanea. Tutte le terapie moderne, sia di gruppo - come le 'maratone', il 'T-group', le dinamiche di gruppo, ecc. - sia individuali portano il segno dell'influsso delle idee di Perls: 'qui-e-ora', il 'coinvolgimento del terapeuta', le tecniche 'non-verbali', le tecniche Yoga, sono tutti elementi che già intorno alla fine degli anni '40 Perls praticava e teorizzava.

La concezione gestaltica di Perls non era però statica, si modificava ed evolveva attraverso il costante confronto con i suoi stessi risultati; in lui la teoria si basava sull' esperienza e sull' osservazione e si evolveva e modificava attraverso la pratica e l'applicazione. Ecco perché Perls ha concepito questo suo ultimo libro come un terzo capitolo della storia teorica da lui tracciata con i due lavori precedenti - Ego, Hunger and Aggression e Gestalt Therapy (apparso in Astrolabio col titolo Teoria e pratica della terapia della Gestalt) - e soprattutto come opera aperta, che in sé contiene le potenzialità del proprio superamento e la negazione di qualsiasi immobilismo teorico.

I due scritti che compongono questo libro, i cui concetti furono rivisti ed elaborati da Perls fino a poco prima della sua scomparsa, possono essere letti separatamente oppure come opera unica;
il primo serve anche da introduzione al secondo, Testimone oculare della terapia, per il quale Richard Bandler ha scelto, dal materiale affidato da Perls poco prima di morire, trascrizioni e filmati che danno una visione estremamente eloquente del lavoro gestaltico così come da Perls era concepito.

FRITZ PERLS si è laureato in medicina presso la Friedrich Wilhelm Universitat di Berlino nel 1921. Si è specializzato in psicologia negli istituti di psicologia di Berlino, Vienna e Francoforte dove, nel 1926, era assistente nell'Istituto Kurt Goldstein. Sempre a Francoforte è stato amico di Tillich, Buber, Scheler e altri pensatori esistenzialisti. Ha studiato con Karen Horney, Helene Deutsch, Clara Harpel, Hitschmann e Harnick. In seguito è stato in analisi didattica con Reich, fino all' avvento del nazismo in Germania. Dopo una breve parentesi sudafricana si è stabilito negli Stati Uniti, dove ha dato vita a una scuola di Terapia della Gestalt e ha diretto l'Esalen Institute, in cui si elaborano e si praticano le terapie ispirate alla corrente gestaltica. È morto negli Stati Uniti nel 1970.
Oltre a Teoria e pratica della terapia della Gestalt, sono apparsi, di Perls, in Astrolabio, La terapia gestaltica parola per parola e L'eredità di Perls.

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25 ottobre 2013

La retroflessione - I meccanismi nevrotici


La "Retroflessione" in Gestalt



Il quarto meccanismo nevrotico è la retroflessione, che significa letteralmente: 'rivolgere nettamente indietro, contro'. L'individuo che retroflette sa come tracciare una linea di confine tra sé e l'ambiente, e la traccia nettamente proprio al centro: cioè, al centro di se stesso. Chi introietta si comporta secondo i desideri altrui, chi proietta accusa gli altri di fare a lui ciò che invece lui fa agli altri, l'uomo in uno stato di confluenza patologica non sa chi veramente fa qualcosa e a chi, e l'individuo che retroflette fa a se stesso ciò che vorrebbe fare agli altri.

Quando una persona retroflette il suo comportamento, tratta se stessa come originariamente voleva trattare altre persone o altri oggetti. Smette di dirigere le sue energie all'esterno, nei tentativi di manipolare e determinare così cambiamenti nell'ambiente che soddisferanno i suoi bisogni, per ridirigerle all'interno, sostituendo, come bersaglio del comportamento, se stessa all'ambiente. Facendo ciò, divide la sua personalità in 'colui che agisce' e 'colui che subisce'. Diventa letteralmente il proprio peggior nemico.

È evidente che nessun essere umano può vivere dando sempre libero sfogo ai suoi impulsi. Almeno alcuni di questi impulsi vanno frenati. Ma frenare deliberatamente gli impulsi distruttivi grazie al riconoscimento che sono tali, è tutt'altra cosa che volgerli contro se stessi. La madre disperata alla fine di una lunga giornata tumultuosa in cui la lavatrice è impazzita e ha strappato tutto il bucato, il figlio di cinque anni è parimenti impazzito e ha scarabocchiato con una matita rossa tutto il muro del salotto, il tecnico che doveva aggiustare l'aspirapolvere non è venuto e il marito è arrivato con un'ora di ritardo per la cena, probabilmente si sentirà addirittura capace di uccidere. Non sarebbe consigliabile per lei uccidere il bambino o il marito, ma sarebbe egualmente sciocco per lei tagliarsi la gola.

Come si manifesta il meccanismo della retroflessione? Come l'introiezione si manifesta nell'uso del pronome 'io' quando il significato reale è 'loro'; come la proiezione si manifesta nell'uso dei pronomi 'esso' o 'loro', quando il significato reale è 'io'; come la confluenza si manifesta nell'uso del pronome 'noi' quando è dubbio il significato reale; nello stesso modo la retroflessione si manifesta nell'uso del riflessivo 'me stesso'.

Cotui che retroflette dice: "Mi vergogno di me stesso", oppure: "Devo costringermi a fare questo lavoro". Fa una serie quasi infinita di affermazioni di questo genere, tutte basate sulla concezione sorprendente che lui e lui stesso sono due persone diverse.

La confusione tra il sé e l'altro, confusione che è alla base della nevrosi, si manifesta anche nella confusione totale riguardo al sé. Per il nevrotico, il sé è una bestia o un angelo - ma mai se stesso.

Con la sua descrizione dello sviluppo della personalità, Freud ha ulteriormente accresciuto questa confusione. Ha parlato dell'Io, dell'Es (le pulsioni organiche) e del Super-Io (la coscienza) e ha descritto la vita psichica dell'individuo come un conflitto costante tra questi componenti: in un corpo a corpo eterno e insanabile con se stesso, l'uomo lotta fino alla morte. Colui che retroflette sembra agire in conformità alla concezione freudiana dell'uomo.

Ma consideriamo per un momento cos'è in realtà il Super-Io. Se non è parte di ciò che viene variamente chiamato sé, o io, deve necessariamente trattarsi di un fascio di introietti, di atteggiamenti e di approcci non assimilati, imposti all'individuo dall'ambiente. Freud parla dell'introiezione come parte del processo morale della crescita; dice, ad esempio, che il bambino introietta le immagini genitoriali 'buone' e le stabilisce come propri ideali dell'Io. Anche l'Io, quindi, diventa un fascio di introietti. Ma vari studi sulle personalità nevrotiche hanno dimostrato che i problemi insorgono non in rapporto all'identificazione infantile con i genitori 'buoni', bensì in rapporto all'identificazione con i genitori 'cattivi'.
Il bambino, infatti, assimila, non introietta, gli atteggiamenti e l'etica dei genitori buoni. Certo non può esprimere le sue azioni in termini complicati o in gergo psichiatrico, ma, in effetti, traduce gli atteggiamenti sottostanti al comportamento soddisfacente dei genitori in termini che può capire; li riduce, per così dire, al minimo comune denominatore, e poi li assimila nella loro forma nuova, forma questa che può utilizzare. Il bambino non può ridurre in modo analogo gli atteggiamenti 'cattivi' dei genitori; non ha alcun mezzo e tanto meno alcun desiderio innato per far fronte ad essi. Deve dunque accoglierli come introietti non digeriti; ed è qui che cominciano i guai. Poiché abbiamo adesso una personalità costituita non di lo e Super-Io, bensì di io-e-non-io, del sé e dell'immagine del sé, una personalità tanto confusa che è diventata totalmente incapace di fare distinzioni.

Questa confusione di identità è appunto la nevrosi. E che si manifesti mediante il meccanismo dell'introiezione, della proiezione, della retroflessione o della confluenza, il suo marchio caratteristico è sempre la disintegrazione della personalità e la mancanza di coordinazione nel pensiero e nell'azione.

La terapia è il processo di correzione delle false identificazioni. Se la nevrosi è il prodotto di identificazioni 'cattive', la salute è il prodotto di identificazioni 'buone'. Ciò lascia aperta, naturalmente, la questione di quali siano le identificazioni buone e quali quelle cattive. La risposta più semplice e anche, penso, più accettabile - basata sulla realtà osservabile - è che le identificazioni 'buone' siano quelle che promuovono le soddisfazioni e le realizzazioni teleologiche dell'individuo e del suo ambiente. Per converso, le identificazioni 'cattive' sono quelle che finiscono per deformare o frustrare l'individuo o che danno luogo a un comportamento distruttivo nei confronti dell'ambiente.

Difatti il nevrotico, con il suo comportamento autodistruttiva, non solo rende infelice se stesso, ma punisce anche tutti coloro che gli vogliono bene.

Nella terapia, quindi, dobbiamo ristabilire la capacità di discriminazione del nevrotico. Dobbiamo aiutarlo a riscoprire cos'è e cosa non è lui stesso; cosa lo realizza e cosa lo frustra. Dobbiamo guidarlo verso l'integrazione. Dobbiamo assisterlo nella ricerca del giusto equilibrio e del confine tra sé e il resto del mondo. È facile dire: "sii semplicemente te stesso"; purtroppo, migliaia di ostacoli sbarrano la strada al nevrotico. Dal momento che ora comprendiamo i meccanismi con cui il nevrotico si impedisce di' essere se stesso, possiamo cercare di togliere questi blocchi stradali uno per uno. È questo il compito della terapia.

tratto da: Perls, Gestalt - Astrolabio

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24 ottobre 2013

Confluenza patologica - I meccanismi nevrotici


Confluenza patologica - I meccanismi della nevrosi secondo la teoria della Gestalt



Quando l'individuo non avverte alcun confine tra sé e l'ambiente, quando sente che lui e l'ambiente sono un'unica entità, egli è in confluenza con l'ambiente. Le parti e l'intero sono indistinggibili.

I neonati vivono in confluenza; non hanno alcun senso di distinzione tra interno ed esterno, tra il sé e l'altro. Nei momenti di estasi o di forte concentrazione, anche gli adulti si sentono confluenti con il loro ambiente. Il rito esige questo senso di confluenza, in cui scompaiono i confini e l'individuo si sente più che mai se stesso mediante la sua stretta identificazione col gruppo. Parte della ragione per cui il rito produce un senso di esaltazione e di esperienza intensa è che normalmente avvertiamo molto nettamente il confine sé-altro, e di conseguenza la sua eliminazione temporanea viene sentita come un evento enormemente impressionante. Ma quando questo senso di identificazione totale è talmente cronico che risulta impossibile vedere la differenza tra sé e il resto del mondo, l'individuo è malato. Non può sperimentare se stesso poiché ha perso ogni senso di sé.

La persona nella quale la confluenza è uno stato patologico, non sa che cos'è né cosa sono gli altri. Non sa dove finisce lui e cominciano gli altri. Dal momento che è inconsapevole del confine tra sè e gli altri,  non può prendere contatti adeguati con essi. Né può ritirarsi. Invero, non riesce neanche a prendere contatto con se stesso.

Siamo costituiti di milioni di cellule. Se fossimo una confluenza, saremmo una massa gelatinosa e non sarebbe possibile alcuna organizzazione. Al contrario, se ogni cellula fosse separata da una membrana porosa, questa membrana costituirebbe il punto di contatto, di discriminazione, riguardo a ciò che viene 'accettato' e ciò che viene 'respinto'·

Se, però, le nostre parti componenti, che non solo operano come parti dell'essere umano totale, ma svolgono inoltre le proprie funzioni specifiche, vengono riunite e mantenute in una confluenza patologica, non sarà possibile adempiere adeguatamente al lavoro.

Prendiamo come esempio qualche inibizione cronica. Supponiamo che in diverse occasioni volevate piangere, ma vi siete frenati con una contrazione intenzionale dei muscoli del diaframma. Supponiamo inoltre che questo modello comportamentale, insorto originariamente come un tentativo conscio di reprimere il pianto, diventi abituale e inconscio. Allora avreste perso ambedue le attività: la capacità di respirare liberamente e la capacità di piangere. Incapaci di singhiozzare, non potreste mai liberare ed elaborare il vostro dolore; dopo un po' probabilmente dimentichereste persino la causa della vostra tristezza. Il bisogno di piangere, e la contrazione del diaframma come difesa contro l'espressione di tale bisogno, formano insieme un'unica linea stabilizzata di battaglia tra l'attività e la controattività, e questa guerra perpetua procede costantemente, isolata dal resto della personalità.

L'uomo che vive in uno stato di confluenza patologica lega i suoi bisogni, le sue emozioni e le sue attività in un unico fascio di confusione totale, al punto che non è più consapevole di cosa desidera fare né di come si impedisce di farlo. Una tale confluenza patologica è alla base di molte malattie riconosciute adesso come psicosomatiche.

La confluenza patologica comporta anche delle gravi conseguenze sociali. Nello stato di confluenza si esige la somiglianza e si rifiuta di tollerare ogni divergenza. Ritroviamo spesso questo fenomeno nei genitori che considerano i propri figli semplici estensioni di se stessi. Questi genitori non riescono a capire che i figli, almeno per alcuni aspetti, sono inevitabilmente diversi da loro. E se i figli non sono confluenti, e non si identificano con le esigenze dei genitori, si scontreranno con la reiezione e l'alienazione: "Non sei mio figlio"; "non voglio bene a un bambino così cattivo".
 
Se i membri delle Nazioni Unite comprendessero o anche stimassero le differenze tra le nazioni facenti parte dell'organizzazione, avrebbero  un buon contatto, e ci sarebbe una buona probabilità di risolvere i problemi che ora assillano il mondo. Ma finché le differenze non vengono tollerate, e finché ogni nazione esige che tutte le altre condividano il proprio punto di vista, fin nei dettagli, continueranno il conflitto e la confusione. Fino a quando le differenze non vengono comprese, saranno probabilmente perseguitate.

Quando l'uomo che vive in uno stato di confluenza patologica dice: "noi", non si riesce a sapere di chi parli: di se stesso o del resto del mondo. Ha perso completamente ogni senso del confine. 

(tratto da Perls, L'approccio della Gestalt)

23 ottobre 2013

Proiezione - I processi nevrotici

Proiezione - I meccanismi psicopatologici secondo la teoria della Gestalt




Il contrario dell'introiezione è la proiezione.

Mentre l'introiezione è la tendenza a rendere il sé responsabile di ciò che in realtà è parte dell'ambiente, la proiezione è la tendenza a rendere l'ambiente responsabile di tutto ciò che si origina nel sé. Clinicamente, riconosciamo che la paranoia, caratterizzata dallo sviluppo di un sistema delirante altamente organizzato, è il caso estremo della proiezione. Si è scoperto che quasi sempre il paranoico è una personalità altamente aggressiva che, incapace di accettare la responsabilità dei propri desideri, sentimenti e brame, li attribuisce a oggetti e persone nell'ambiente. La sua convinzione di essere perseguitato è difatti l'asserzione che lui vorrebbe perseguitare gli altri.

Ma la proiezione esiste anche sotto forme meno estreme, e dobbiamo fare attenzione a distinguere tra la proiezione, in quanto processo patologico, e la supposizione, che si basa sull'osservazione normale e sana. Programmazione e previsione, schermaglie e manovre in una partita di scacchi e in diverse altre attività denotano tutte un comportamento basato sull'osservazione e su supposizioni circa il mondo esterno. Ma queste supposizioni vengono riconosciute come tali. Il giocatore di scacchi che programma in anticipo alcune mosse compie un'intera serie di supposizioni basate sull'osservazione dei processi mentali dell'avversario. In essenza, dice: "se fossi lui, ecco cosa farei".
Ma riconosce di fare delle supposizioni che non governeranno necessariamente il comportamento dell'avversario, e le riconosce come opera propria.

D'altra parte, la donna sessualmente inibita che si lamenta perché tutti cercano di abbordarla, oppure l'uomo freddo, distaccato, sprezzante, che accusa gli altri di mostrarsi poco amichevoli nei suoi confronti - questi sono esempi di proiezione nevrotica.
In questi casi gli individui hanno fatto delle supposizioni basate sulle proprie fantasie e non se ne rendono conto. Inoltre, rifiutano anche di riconoscere l'origine delle loro supposizioni.

La creazione artistica esige altresì una specie di comportamento proiettivo-suppositivo. Il romanziere spesso si proietta letteralmente nei suoi personaggi e mentre scrive diventa loro. Ma neanche lui soffre della confusione di identità che caratterizza il nevrotico che proietta. Il romanziere conosce perfettamente il confine tra sé e i suoi personaggi, anche se nel calore dell'attività creativa può temporaneamente perdere tale consapevolezza e diventare qualcun altro.
 
Il nevrotico non usa il meccanismo della proiezione solo nei suoi rapporti col mondo esterno. Lo usa anche su se stesso: ha la tendenza a rinnegare non solo i propri impulsi, ma anche quelle parti di sé in cui si originano gli impulsi. Dà a questi elementi un'esistenza oggettiva, per così dire, fuori di se stesso, in modo da renderli responsabili dei suoi guai senza dover affrontare il fatto che sono parte di lui. Invece di essere un partecipante attivo nella propria vita, il proiettore diventa un oggetto passivo, la vittima delle circostanze.

Nella proiezione, pertanto, spostiamo il confine tra noi e il resto del mondo un po' troppo a nostro favore: cioè tendiamo a disconoscere e rinnegare quegli aspetti della nostra personalità che troviamo difficili, offensivi o sgradevoli.
E, tra parentesi, sono i nostri introietti che ci fanno provare di solito quei sentimenti di autodisprezzo e di autoalienazione che producono la proiezione.

Dal momento che il nostro eroe ha introiettato l'idea che le buone maniere sono più importanti della soddisfazione dei bisogni personali più urgenti, giacché ha introiettato la convinzione che si deve imparare a 'sorridere 'e sopportare', deve proiettare o persino espellere quegli impulsi interni che
sono in contrapposizione a quanto lui considera ora attività esterne.

Analogamente all'introiettore, egli è incapace di distinguere gli aspetti della propria personalità che sono realmente suoi da quelli impostigli dall'esterno. Vede i suoi introietti come se stesso e vede quelle parti di sé di cui vorrebbe sbarazzarsi come introietti non digeriti e indigesti.
Mediante la proiezione, spera di sbarazzarsi degli introietti immaginati, che in realtà non sono affatto introietti, bensì aspetti di se stesso.

'La personalità introiettiva, che diventa campo di battaglia per idee contraddittorie non assimilate, trova il suo parallelo nella personalità proiettiva che trasforma il mondo in un campo di battaglia per conflitti privati. La persona eccessivamente diffidente, eccessivamente cauta, che vi dice di desiderare amicizia e amore, ma che nello stesso tempo vi dice che "non ci si può fidare di nessuno, poiché tutti vogliono approfittarsi di te", è un proiettore per eccellenza.

il testo è tratto da : Frederick Prls (cit.) L'approccio della Gestalt (c) Astrolabio
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22 ottobre 2013

Introiezione - I processi nevrotici


I meccanismi psicopatologici secondo la teoria della Gestalt: il processo di introiezione


INTROIEZIONE

Noi tutti ci evolviamo mediante l'esercizio della capacità di distinguere, essa stessa funzione del confine sé-altro. Prendiamo dall'ambiente e restituiamo a esso. Accettiamo o respingiamo quanto l'ambiente ha da offrirci. Possiamo evolverci solo se, nel processo del prendere, digeriamo totalmente e assimiliamo completamente. Ciò che abbiamo veramente assimilato dal nostro ambiente diventa nostro, e possiamo farne quel che vogliamo. Possiamo conservarlo oppure restituirlo sotto forma nuova, dopo la distillazione che ha ricevuto da noi. Ma ciò che inghiottiamo intero, ciò che accettiamo indiscriminatamente, ciò che ingeriamo ma non digeriamo, tutto questo rimane un corpo estraneo, un parassita che si installa in noi. Non è parte di noi, anche se può sembrare tale. È ancora parte dell'ambiente.

Fisicamente, questo processo di evoluzione mediante l'assimilazione - mediante la destrutturazione e la digestione - è facilmente osservabile.

Cresciamo e ci sosteniamo non per mezzo del cibo che inghiottiamo intero, bensi grazie al cibo che mastichiamo (il che dà inizio al processo di destrutturazione) e digeriamo (il che continua il processo modificando ulteriormente il cibo in particelle chimiche che il corpo può utilizzare). Il cibo fisico, quindi, digerito e assimilato adeguatamente, diventa parte di noi: viene convertito in ossa, muscoli e sangue.

Ma il cibo inghiottito intero, che ficchiamo in gola, non perché lo desideriamo, ma perché dobbiamo mangiarlo, ci pesa sullo stomaco. Ci fa sentire a disagio, vogliamo vomitarlo e buttarlo fuori dal nostro sistema. Se non ci riusciamo, se reprimiamo il nostro disagio, la nostra nausea e il nostro desiderio di sbarazzarcene, allora riusciremo infine a digerirlo dolorosamente oppure esso ci avvelenerà.

Il processo psicologico di assimilazione è molto simile al suo complemento fisiologico. Concetti, fatti, norme comportamentali, morali ed etiche, valori estetici o politici - tutti questi ci vengono originariamente dal mondo esterno. Non c'è nulla nella nostra mente che non provenga dall'ambiente; ma non c'è nulla nell'ambiente per cui non esista un bisogno organismico, fisico o psicologico. Tutti questi elementi vanno digeriti e conosciuti a fondo per diventare veramente nostri, una parte reale della nostra personalità. Ma se li accettiamo totalmente e senza critiche, in base all'opinione altrui, o perché sono di moda, pericolosi o rivoluzionari - ci pesano fortemente. Sono veramente indigesti. Rimangono corpi estranei malgrado abbiano stabilito la residenza nella nostra mente.

Tali atteggiamenti, modi di agire, di sentire e valutare, non digeriti, sono chiamati dalla psicologia introietti, e chiamiamo introiezione il meccanismo con cui questi elementi alieni, vengono aggiunti alla personalità.

Non dico che questo processo di inghiottire per intero non adempia talvolta a uno scopo utile. Lo studente che sgobba per un esame in modo da ottenere un voto accettabile in una materia noiosissima ha una ragione legittima per le sue azioni. Ma se si illude di aver veramente imparato qualcosa dal suo sgobbare, subirà un forte shock al momento di una nuova interrogazione sulla stessa materia sei mesi dopo: si accorgerà di aver dimenticato la maggior parte di quanto aveva 'imparato'.
Non dico nemmeno che l'individuo debba respingere qualsiasi cibo psicologico che provenga dal mondo esterno. È altrettanto impossibile nutrirsi di se stessi psicologicamente che nutrirsi di se stessi fisicamente.

Dico invece che il cibo psicologico presentatoci dal mondo esterno - il cibo di fatti e atteggiamenti sui quali si formano le nostre personalità - deve essere assimilato esattamente nello stesso modo del cibo reale. Deve essere destrutturato, spezzettato, analizzato, e poi rimesso insieme nella forma di maggior valore per noi. Se viene semplicemente inghiottito intero, non apporta alcun contributo allo sviluppo delle nostre personalità. Al contrario, ci rende simili a una casa cosi zeppa di oggetti appartenenti ad altri che non rimane spazio alcuno per quelli del proprietario legittimo. Ci trasforma in cestini di informazioni estranee e irrilevanti. E a rendere la situazione ancora più tragica è il fatto che se questo materiale venisse da noi temperato, modificato. e trasformato, potrebbe esserci di enorme valore.

Il pericolo dell'introiezione è quindi duplice. In primo luogo, l'uomo che introietta perde l'opportunità di sviluppare la propria personalità, giacché è occupatissimo a tenere a bada i corpi estranei alloggiati nel suo sistema. Quanti più introietti si accolla, tanto meno spazio gli rimane per esprimersi o persino per scoprire il suo vero essere. E, in secondo luogo, l'introiezione aiuta la disintegrazione della personalità. Se inghiottite per intero due concetti incompatibili, forse vi troverete dilaniati nel tentativo di conciliarli.

E oggigiorno questa è un'esperienza assai comune.
La nostra società, ad esempio, ci insegna sin dall'infanzia due insiemi di atteggiamenti completamente diversi e' apparentemente contraddittori. L'uno ,è la Regola d'oro: "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te". L'altro è la legge della sopravvivenza del più forte, ridotto allo slogan: "il pesce grosso mangia il pesce piccolo".
Se dovessimo introiettare entrambi questi dogmi, cercheremmo di essere contemporaneamente gentili, miti, discreti, e gratuitamente aggressivi. Ameremmo i nostri vicini, ma non ci fideremmo di essi. Emuleremmo i miti, e nello stesso tempo saremmo spietati e sadici.

Coloro che introiettano entrambi questi concetti, o qualunque altro insieme di idee contraddittorie, trasformano la propria personalità in un campo di battaglia. E il conflitto interno del nevrotico di solito giunge a uno 'stallo' in cui non c'è vincitore, in cui la crescita e lo sviluppo ulteriore della personalità vengono frenati.

L'introiezione, quindi, è il meccanismo nevrotico con cui incorporiamo norme, atteggiamenti, modi di agire e pensare, che non sono veramente nostri. Nell'introiezione, abbiamo spostato tanto al nostro interno il confine tra noi e il resto del mondo che non rimane quasi nulla del nostro vero essere.

Quando l'introiettore dice: "io penso", di solito intende dunque: "loro pensano".

il brano è tratto da: L'approccio della Gestalt, di Frederick Perls
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21 ottobre 2013

Frederick (Fritz) Perls, (1893-1970)



La teoria della Gestalt venne sviluppata in Germania sotto l'influenza di vari autori: Max Westheimer (1880-1943), Wolfgang Kohler (1887-1967) e Kurt Lewin (1890-1947).

Frederick "Fritz" Perls applicò la teoria della Gestalt a un tipo di terapia che pone l'accento sulle esperienze attuali del paziente hic et nunc, a differenza del lì e del poi caratteristici delle scuole psicoanalitiche.
In termini di motivazione, gli individui imparano a riconoscere quali sono le loro necessità in un dato momento e in qual modo la spinta a soddisfare queste necessità possa influenzare il loro attuale comportamento.
Dal punto di vista della Gestalt, il comportamento rappresenta più della somma delle sue parti: un gestalt, un intero, include e va oltre la somma di eventi minori e indipendenti; è correlato alle caratteristiche essenziali dell'esperienza attuale, come il valore, il significato e la forma.

"... Ogni approccio ragionevole alla psicologia, che non si nasconda dietro un gergo professionale, deve essere comprensibile al profano intelligente e deve basarsi sulla realtà del comportamento umano. Se non è così, vi è qualcosa di fondamentalmente sbagliato. In fin dei conti, la psicologia tratta dell'unica materia di interesse universale per gli esseri umani: noi stessi e gli altri. La comprensione della psicologia, e di noi stessi, deve essere coerente. Se non riusciamo a capire noi stessi, non potremo mai sperare di comprendere cosa facciamo, non potremo mai sperare di risolvere i nostri problemi, non potremo mai anelare a una vita soddisfacente. È chiaro che una tale cognizione del 'sé' comporta più della solita comprensione intellettuale. Richiede anche sentimento e sensibilità.

L'approccio che qui presentiamo poggia su un insieme di premesse né troppo astruse né irragionevoli.

Al contrario, si tratta, nel complesso, di assunti sensati che l'esperienza può facilmente verificare.

Difatti, sebbene vengano espressi frequentemente con una terminologia complessa che adempie alla triplice funzione di confondere il lettore, accrescere la presunzione dello scrittore e offuscare i problemi che invece dovrebbero essere chiariti, questi assunti sono alla base della maggior parte della psicologia contemporanea. Peccato che troppi psicologi li prendano per scontati e li releghino nello sfondo, mentre la loro teoria galoppa sempre più lontano dalla realtà e dall'osservabile. Ma se portiamo queste premesse all'aperto, e le esprimiamo con semplicità, saremo in grado di usarle continuamente come metro con cui  misurare l'attendibilità e l'utilità dei nostri concetti, e saremo in grado di intraprendere la nostra indagine con piacere e profitto."

Da: Fondamenti, in: Fritz Perls, L'approccio della Gestalt, Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, Roma, 1977

17 ottobre 2013

Il sonno ripulisce il cervello dalle tossine




Ricercatori hanno dimostrato che l'encefalo "usa" il sonno per spazzare via le scorie tossiniche prodotte durante il giorno dall'attività cerebrale.

I ricercatori americani ritengono che l'attività di rimozione tossinica sia una delle ragioni fondamentali per cui si dorme.

Lo studio, apparso sulla rivista "Science" ha mostrato le cellule cerebrali restringersi durante il sonno al fine di ampliare gli spazi tra le cellule neuronali e consentire così ai liquidi organici di "ripulire" il tessuto cerebrale.

I ricercatori ritengono anche che l'eventuale fallimento di tale operazione di "ripulitura" possa giocare un qualche ruolo nei disordini cerebrali.

Una annosa questione per gli studiosi del sonno è relativa alla domanda sul perchè gli animali dormano se questo li rende vulnerabili ai predatori.

E' stato dimostrato che il sonno ha un grande ruolo nel fissare i ricordi e nell'apprendimento, ma il team della Università del Rochester Medical Center ritiene che le "pulizie di casa" siano una delle principali ragioni del sonno.

"Il cervello ha energie limitate a sua disposizione e sembra che debba "scegliere" tra due diverse condizioni funzionali - stare svegli e coscienti oppure dormire e "ripulire", ha detto uno dei ricercatori del team, Dr. Maiken Nedergaard.
"Si può pensare a questa questione come, per esempio, a quando si ha una festa in casa. Si può sia intrattenere gli ospiti che rimettere a posto casa, ma non si possono fare ambedue le cose contemporaneamente".

La loro scoperta conferma quella dello scorso anno relativa alla rete di condutture idrauliche del sistema cerebrale - conosciuto come sistema glinfatico - il cui compito è quello di drenare via dall'encefalo il materiale tossinico.

Gli scienziati, che hanno scansionato il cervello di topi, hanno evidenziato che il sistema glinfatico decuplica la propria attività quando gli animali dormono.

Alcune cellule cerebrali, probabilmente le cellule di sostegno conosciute con il nome di "glia", che mantengono il trofismo dei neuroni, si contraggono durante il sonno. Questo contrazione aumenta lo spazio tra i neuroni consentendo così che un aumento di perfusione da parte dei liquidi biologici che "spazzano via" le scorie tossiniche.

Il D. Nedergaard sostiene che questa è una funzione fondamentale per la vitalità cellulare, e che non è possibile durante lo stato di veglia.
Ha detto alla BBC: "Tutto ciò è pura teoria, ma sembra che il cervello sprechi una grande quantità di energia in questa operazione, e questo è probabilmente incompatibile con l'attività di elaborazione delle informazioni che il cervello compie durante lo stato di veglia".
Ha anche aggiunto che il reale significato di questi riscontri sarebbe accertabile solo attraverso studi su esseri umani, ma che effettuare ricerche sperimentali sotto controllo di Risonanza Magnetica Nucleare potrebbe essere relativamente semplice.

Commentando la ricerca il Dr. Neil Stanley, studioso del sonno, ha detto che questo studio è particolarmente interessante poichè mostra che il sonno è un momento di "pausa" essenziale per l'eliminazione delle neurotossine.
"Ci sono valide prove della fondamentale utilità del sonno a proposito di memoria e apprendimento, le ragioni "psicologiche" del sonno. E questa è invece la funzione fisico - chimica del sonno, il cui accadere è altrettanto fondamentale".

Il Dr. Raphaelle Winsky-Sommerer, docente universitario alla Università del Surrey, ha sostenuto: "Non è poi così sorprendente, la nostra intera fisiologia si modifica durante il sonno. La novità è quella relativa agli spazi interneuronali, ma credo che questo riscontro sia un ulteriore pezzo del "puzzle" e che non chiarisca l'intero meccanismo. La significatività è quella relativa al fatto che questa scoperta mostra come il sonno possa contribuire alla reintegrazione delle funzioni cellulari cerebrali e come possa avere un effetto protettivo".

Diverse condizioni che possono comportare la perdita di un gran numero di cellule cerebrali, come la malattia di Parkinson, o l'Alzheimer, sono caratterizzate dall'accumulo di proteine danneggiate nell'encefalo.

I ricercatori ritengono che eventuali problemi nel processo di eliminazione delle tossine encefaliche possano contribuire alla definizione di tali malattie, ma che sono necessarie ulteriori ricerche, e prudenza nelle conclusioni. Non è certo dunque che il sistema glinfatico, preposto alla "ripulitura" cerebrale, sia implicato in affezioni patologiche quali ad esempio la demenza, ma i riscontri ottenuti da questo studio offrono un potenziale proficuo filone di ricerca.

sul tema:
conseguenze della cattiva qualità del sonno
cura delle fobie durante il sonno

fonte: (c) BBC Health News del 17 ottobre 2013

16 ottobre 2013

Psichiatria e stregoneria

Anzitutto, dimentichiamoci la stregoneria


L'unico psichiatra che lavora nel paese africano del Chad, il Dr. Egip Bolsane, deve convincere i propri pazienti che i loro problemi sono di natura medica, e non spirituale.

Il cartello fuori dal suo studio, nel sonnolento quartiere di Chagoua nella capitale del Chad, lo definisce "il pioniere".

La scelta di una disciplina quale la psichiatria è inusuale: la maggior parte degli abitanti del Chad ne ignora il senso.

"Diventare psichiatra nel Chad è difficile per molte persone" dice il dr. Bolsane seduto alla sua scrivania, fiori di plastica in un vaso dorato come unica suppellettile.
"In generale, qui si è convinti che se c'è qualcosa che non va nella tua testa, si tratta di un problema di "possessione".
"Dovremmo demistificare l'immagine, più o meno diabolica, della psichiatria".

Uno svogliato ventilatore ronza dietro di lui che si asciuga il sudore dalla fronte - non è in ottime condizioni di salute, e l'aria condizionata non gli giova.

I problemi di salute mentale sono scarsamente compresi in Chad, dove si tende a considerare la malattia mentale, sia essa depressione o schizofrenia, come una faccenda spirituale piuttosto che medica.
La maggior parte delle persone crede nella stregoneria e nelle maledizioni, e frasi quali "essere una testa calda" o "soffrire di forti mal di testa" sottendono spesso l'esistenza di molto più seri problemi.

E' facile vedere persone i cui problemi di salute mentale non sono stati curati, e i cui parenti non sono stati in condizioni di poter affrontare tale disagio, vivere duramente nelle strade della capitale, N'Djamena.

Il Dr. Bolsane dice che uno dei più grossi ostacoli ad una prospettiva diversa nei confronti della malattia mentale - facilitando la consapevolezza che si tratta di malattia e non di possessione demoniaca - è la mancanza di istruzione.

"Delle malattie mentali, in questo contesto sociale, non si parla. Trovo spesso, quando le persone vengono a visita da me, che non hanno idea di come poter affrontare i loro problemi parlandone con qualcuno".

Migliorare i servizi di salute mentale in Chad non è facile; il Chad è in quartultima posizione nella Lista dello Sviluppo Umano delle Nazioni Unite.
Il Dr. Bolsane non riceve supporto statale per il suo lavoro, ed i suoi clienti hanno spesso problemi nel pagare le sue modeste tariffe, senza contare che spesso non sono disponibili neppure i farmaci. Chi vuole studiare psichiatria deve andare in Francia.

"Un paese di 12 milioni di persone che ha vissuto tanti anni di guerra avrebbe grande bisogno di aiuto psichiatrico. Ma io sono solo. Non c'è modo, per me, di soddisfare le richieste che ricevo, anche se cerco ogni giorno di fornire il mio aiuto a chi ne ha bisogno" dice il Dr. Bolsane.

Dall'inizio degli anni '80 e sino a pochi anni fa, il Chad ha vissuto una apparentemente interminabile successione di guerre civili, ribellioni e colpi di stato che hanno lasciato migliaia di persone traumatizzate.

Negli anni tra il 1982 ed il 1990, sotto la terribile dittatura di Hissene Habre - recentemente accusato in Senegal di crimini di guerra e di crimini contro l'umanità - ciraca 40.000 persone sono scomparse ed altre migliaia sono state torturate ed imprigionate.
Sia i gruppi di ribelli che l'esercito nazionale sono noti per aver abitualmente utilizzato soldati-bambini.

Il Dr. Bolsane crede che tale substrato possa aiutare a capire ciò che lui osserva a proposito dell'incidenza di talune patologie.

"Ho riscontrato che casi di schizofrenia sono molto più frequenti di quanto accade in qualunque altro paese, e ritengo che ciò dipenda dalle vicissitudini che il paese ha attraversato".
Ha anche riscontrato un inusuale alto numero di patologie deliranti (paranoia) probabilmente determinate dall'uso di sostanze e dallo stress legato alla mancanza di supporto familiare.

Veramente scarso il numero di persone che ha ricevuto aiuto per tali situazioni.
In un paese che sta combattendo una epidemia di malaria con 14.000 nuovi casi ogni poche settimane, dove ancora la polio ed il morbillo imperversano tra i bambini, e dove il livello di mortalità sotto i cinque anni di vita è di 169 morti ogni 1000 nascite, è facile comprendere come le risorse a disposizione non vengano utilizzate per i problemi di natura mentale.

Il Dr. Bolsane è rammaricato del fatto che la nuova fonte di benessere legata al petrolio non abbia contribuito maggiormente a provvedere a tutti gli aspetti della salute pubblica; il paese ha guadagnato oltre 10 bilioni di dollari negli ultimi 10 anni dalla vendita del petrolio, ma la maggior parte degli ospedali del paese è ancora in condizioni gravemente critiche.

Dunque, dov'è che il Dr. Bolsane trova la forza per andare avanti?
"L'essere umano non è una macchina che può essere facilmente riparata. Cercare di capire l'intera gamma dell'esperienza umana, e come le emozioni si legano alla salute, è per me una delle più affascinanti ed appassionanti sfide", dice infine, sorridendo.

articolo originale (c) BBC - Health News

15 ottobre 2013

Personalità antisociale: trattamenti psicoterapici e farmacologici




Reviews da Cochrane sui diversi tipi di trattamento terapeutico del Disturbo Antisociale di Personalità

1 - Trattamenti psicoterapici

Il Disturbo Antisociale di Personalità è una condizione che prevede mancanza di rispetto delle regole del vivere sociale, criminalità, abuso di alcolici e di droghe. Determina per le persone interessate dal disturbo, così come per i familiari dei pazienti e per l'ambiente sociale nel quale vivono, un enorme fardello di difficoltà.
La review (vedi il testo completo) esamina in modo sistematico le evidenze dell'efficacia dei trattamenti psicologici utilizzati per aiutare le persone affette da tale disturbo.

Sono stati presi in considerazione 11 studi, ma non si è stati in grado di tracciare conclusioni certe sulla base delle ricerche disponibili. Sebbene taluni studi fossero mirati nei confronti di quei trattamenti terapeutici il cui scopo era quello di ridurre l'abuso di alcolici e droghe nei pazienti affetti dal disturbo, solo poche ricerche erano focalizzate sull'analisi dell'efficacia nei confronti del disturbo vero e proprio, nella sua totalità.

Solo tre studi riportavano valutazioni in merito all'efficacia che erano state originariamente definite nel protocollo originale come di particolare significato in questo disturbo, ovvero relativamente ad aggressività, ripetitività degli atti criminosi, funzionamento sociale.

Nonostante questi limiti, esistono prove che un certo tipo di trattamento psicologico, noto come "gestione delle emergenze" può aiutare  le persone affette dal disturbo antisociale a ridurre il consumo di alcolici e droghe.

Ulteriori ricerche sono assolutamente necessarie per chiarire quale tipo di trattamento psicologico sia eventualmente efficace nella cura di tali pazienti.
Tali ricerche dovranno essere condotte utilizzando trials clinici attentamente pianificati. Tali trials dovranno prendere in considerazione le caratteristiche - chiave del Disturbo Antisociale di Personalità. Per essere utili, dovranno anche prevedere un campione di partecipanti sufficientemente ampio.

2 - Trattamenti farmacologici

Il Disturbo Antisociale di Personalità è una condizione caratterizzata da persistente rottura delle regole sociali, falsità, comportamenti aggressivi, irresponsabilità, mancanza di rimorsi e fallimento delle pianificazioni.

Le persone affette da tale disturbo spesso presentano una varietà di altre problematiche, incluso abuso di alcolici e sostanze stupefacenti, ansietà, depressione, disoccupazione, difficoltà gravi nelle relazioni interpersonali.

Tale condizione causa un grave disfunzionamento individuale, che interessa anche l'ambiente familiare e sociale di soggetti affetti da tale patologia. Inoltre, tale condizione comporta un enorme peso finanziario per la società in termini di spesa per il trattamento della patologia e per le conseguenze che questa comporta.

La review (vedi il testo completo dell'abstract) intende valutare l'efficacia dei trattamenti farmacologici utilizzati nel tentativo di curare tale patologia.

Sono stati presi in considerazione otto studi, ma nessuno di questi ha reclutato i partecipanti esclusivamente sulla base del riscontro dell'esistenza del disturbo antisociale. Mentre la maggior parte di tali studi ha cercato di considerare i trattamenti farmacologici mirati alla riduzione del consumo di alcol e droghe, nessuno studio era focalizzato sull'analisi dell'efficacia nei confronti del Disturbo di Personalità vero e proprio.

Gli studi differivano a proposito della scelta dei risultati da valutare. Mentre taluni studi concludevano relativamente ai risultati originariamente definiti nei protocolli di ricerca come particolarmente significativi (quali ad esempio aggressività, funzionamento sociale, effetti collaterali dei farmaci utilizzati), nessuno studio considerava il reiterarsi di atti criminosi.

In sintesi, non si è in grado di tracciare alcuna conclusione certa dalla letteratura scientifica disponibile.

Ciò nonostante, esistono prove che la nortriptilina (farmaco utilizzato per la terapia dei disturbi depressivi) può essere di aiuto nel trattamento di tali pazienti a proposito dell'abuso di alcolici. Esistono anche riscontri dell'utilità della fenitoina (farmaco antiepilettico) nel ridurre l'intensità di atti impulsivi ed aggressivi nei pazienti affetti dal disturbo antisociale.

Ulteriori ricerche sono necessarie per chiarire quali farmaci possano eventualmente rivelarsi utili nel trattamento della condizione di base del disturbo. Tali ricerche dovranno essere accurate e dovranno prevedere il coinvolgimento di un numero adeguato di pazienti sulla base del riscontro diagnostico di Disturbo Antisociale di Personalità e considerare obiettivo della ricerca la valutazione dell'efficacia in merito agli aspetti più significativi del disturbo. Dovranno anche attentamente valutare l'efficacia dei nuovi farmaci di uso psichiatrico che hanno recentemente sostituito l'utilizzo di farmaci maggiormente datati, quali appunto nortriptilina e fenitoina.

fonte: cochrane

nel sito: Disturbo Antisociale di Personalità
Disturbi di Personalità

14 ottobre 2013

Stigma di malattia mentale e mass-media


Le persone definiscono lo "stigma" in diversi modi.

In questa rewiev (vedi il testo completo dell'abstract su cochrane) si focalizzano due diversi aspetti dello stigma: discriminazione (rappportarsi alle persone in modo non paritario a causa del gruppo di appartenenza) e pregiudizio (atteggiamento negativo e sentimenti ostili nei confronti di determinati gruppi).


Le persone affette da disturbi mentali spesso sperimentano stigma. Ciò può avere terribili conseguenze sulle loro vite.

I mass-media sono per definizione strumenti il cui scopo è quello di comunicare con un gran numero di persone senza un contatto diretto. Esempi includono radio, cinema, giornali, televisione, ed internet.

Le campagne anti-stigma spesso prevedono l'intervento di mezzi di comunicazione di massa che possono essere molto costose, dunque è importante sapere se il ricorso a tali mezzi può essere significativo allo scopo di ridurre il fenomeno dello stigma.

Sono stati riesaminati studi che hanno confrontato persone che hanno seguito interventi a proposito della salute mentale con altre persone che, al contrario, non avevano visto  né  sentito alcunché inerente la questione della malattia mentale o dello stigma.  Scopo è stato quello di valutare se esistono effetti di riduzione del fenomeno dello stigma nei confronti della malattia mentale.

Sono stati esaminati 22 studi, che hanno riguardato 4490 persone. Cinque di questi riguardano l'aspetto della discriminazione, ben 19 studi concernono il fenomeno del pregiudizio.

Il risultato è stato che gli interventi dei mass-media possono ridurre, incrementare o non avere alcun effetto in merito alla discriminazione. E che possono invece ridurre i fenomeni di pregiudizio. L'ammontare della riduzione può essere considerato da piccolo a medio, ed è simile sia nei confronti di disturbi quali la schizofrenia che la depressione grave.

La qualità delle ricerche e dei riscontri non è particolarmente elvata, dunque non si può essere certi della validità dei risultati.

Solo tre degli studi hanno fornito una qualche indicazione a proposito dei costi di tali tipi di intervento e solo due hanno considerato anche la possibilità di conseguenze opposte (aumento di pregiudizi o di discriminazione), dunque non è possibile tracciare conclusioni certe rispetto a tali questioni.

articolo originale da cochrane summaries

11 ottobre 2013

Scenic Route (il film e il trailer ufficile)

Scenic Route è un triller psicologico americano, scritto da Kile Killen, diretto da Kevin e Michael Goetz, starring Josh Duhamel e Dan Fogler. Il film è stato premiato al "South by Southwest Film Festival" ed è uscito nelle sale americate nell'agosto 2013.

there's no turning back

Una coppia d'attori insolita interpreta un film che potrebbe beneficiare alle carriere di entrambi. Si tratta di Josh Duhamel e Dan Fogler, che interpretano il nuovo film diretto dai registi Michael e Kevin Goetz.

Scritta dalla sceneggiatore dell'apprezzato Mr. Beaver, Scenic Route racconta la storia di due amici - Mitchell e Carter - che partono per un viaggio. D'un tratto, persi nel deserto, i due iniziano a rendersi conto che forse non si salveranno mai, e tra i due si rendono evidenti conflitti forse mai sopiti.
La tensione tra i due inizia a crescere quando Mitchell scopre che Carter ha manomesso il motore dell'auto, allo scopo di restare isolato con l'amico.

Una commedia dai toni noir, che sottende un tema più drammatico in profondità. Un finale assolutamente a sorpresa, il recupero del senso dell'esistenza.

trailer ufficiale:


Josh Duhamel è Mitchell
Dan Fogler è Carter
Miracle Laurie è Joanne
Christie Burson è Annie
Peter Michael Goetz è Old man
Jamie Donovan è Tow truck driver
Ethan Maher è Cole
Bob Schwartz as Office Worker

link nel sito: psiche e cinema

La psicoterapia psicodinamica è efficace?


Psicoterapia psicodinamica: una rewiev sistematica su tecniche, indicazioni ed evidenze empiriche (abstract)



Abstract

SCOPO:
La psicoterapia psicodinamica rappresenta uno dei metodi psicoterapici più frquentemente applicati nella pratica clinica.
Tuttavia, tale forma di terapia è oggetto di controversie, specie in merito alle evidenze empiriche.
Nell'articolo, si tenta di fornire una descrizione aggiornata di tale tipo di trattamento e di esaminare le evidenze empiriche disponibili.
Le evidenze vengono considerate a proposito dell'efficacia terapeutica sia della psicoterapia a breve che a medio termine. Inoltre, vengono recensiti gli studi inerenti i riscontri dell'efficacia della psicoterapia a lungo termine.

METODI:
In merito all'efficacia, è disponibile il protocollo Cochrane per la psicoterapia psicodinamica (forma a breve termine) che comprende i criteri per la valutazione dell'efficacia stessa.

RISULTATI:
Trentatre trials clinici randomizzati relativi alla psicoterapia psicodinamica applicata a specifici disturbi di natura psichiatrica rendono evidente il fatto che la psicoterapia dinamica è superiore quanto ad efficacia ai gruppi di controllo ed alle situazioni nelle quali non è effettuato alcun trattamento e che, complessivamente, è altrettanto efficace rispetto al altre forme di terapia già valutate ed accertate (quale ad esempio la terapia comportamentale cognitiva CBT) in specifici disturbi di natura psichiatrica. In riferimento ai presupposti dello studio, viene confermata la validità di tale tipo di trattamento psicoterapico.

CONCLUSIONI:
Ulteriori ricerche dovranno considerare sia l'efficacia della psicoterapia (relativamente a specifiche forme di psicoterapia applicate a specifiche patologie) sia studi sull'efficacia a completamento dei risultati provenienti da assetti sperimentali di ricerca. In futuro, le ricerche dovranno considerare le complesse interazioni relative a: tipo di intervento, livello di funzionamento dei pazienti, alleanza terapeutica e risultati.


Ref.: 
Psychol Psychother. 2007 Jun;80(Pt 2):217-28.
Psychodynamic psychotherapy: a systematic review of techniques, indications and empirical evidence.
Leichsenring F, Leibing E.
Source
Clinic of Psychosomatics and Psychotherapy, University of Goettingen, Goettingen, Germany. fleichs@gwgd.de

10 ottobre 2013

Depressi già prima di nascere




Rischio di depressione nel grembo materno

Uno studio inglese afferma che i bambini le cui madri sono depresse durante la gravidanza hanno un lieve maggior rischio di sviluppare disturbi depressivi nell'età adulta.

I ricercatori dell'Università di Bristol sostengono che una terapia durante la gravidanza potrebbe ridurre il rischio di future patologie mentali.

Lo studio ha seguito la prole di oltre 8000 madri che avevano presentato un disturbo depressivo durante la gravidanza o nel puerperio. Si è riscontrato che il rischio è circa 1.3 volte maggiore del normale, all'età di 18 anni.

Lo studio è stato pubblicato su JAMA Psychiatry. La dr.ssa Rebecca Pearson, che ha condotto lo studio, ha detto alla BBC: "La depressione in gravidanza è una condizione che deve essere attentamente valutata, e trattata. Sembra che esista un rischio a lungo termine per il bambino, anche se non elevato".
Ha affermato che esiste una correlazione ma non un nesso causale, e che sono necessarie ulteriori ricerche.

Il Prof. Carmine Parlante, del King's College of Psychiatry, ha sostenuto che lo sviluppo di un problema mentale può non risalire al momento della nascita, ma addirittura alla vita prenatale.
"Il messaggio è chiaro, aiutare le donne che presentano depressione durante la gravidanza non solo serve ad alleviare le loro sofferenze, ma anche quelle delle generazioni future".

Il Prof. Celso Arango, dell'Ospedale Generale Gregorio Maranon di Madrid ha affermato che gli ormoni correlati allo stress possono interessare lo sviluppo del bambino già nel periodo intrauterino.
"Le donne depresse dovrebbero idealmente essere trattate anche prima della gravidanza, ma se sono già in gravidanza quando viene diagnosticata la depressione è ancora più importante una terapia, finalizzata al benessere sia della madre che del bambino".

I ricercatori ritengono che diversi fattori possano essere coinvolti nella depressione pre e post-natale, e che i fattori ambientali e sociali abbiano grande rilievo nel determinismo del disturbo depressivo.

I dati riferiti provengono dall' "Avon Longitudinal Study of Parents and Children", progetto di ricerca sulla salute di lungo termine, conosciuto anche come "Children at '90".
Più di 14.00 madri sono state inserite nello studio durante il periodo della gravidanza negli anni 1991 e 1992, ed i loro figli sono stati seguiti in dettaglio sin da allora.

fonte articolo originale: (c) bbc - health news

in tema: depressione nel periodo della gravidanza

Un cattivo sonno




Ricercatori inglesi sostengono che una cattiva qualità del sonno può alterare profondamente il funzionamento biologico dell'intero organismo. (leggi nel sito il post sui disturbi del sonno)

L'attività di centinaia di geni viene alterata quando si dorme meno di sei ore al giorno per almeno una settimana.

Scrivendo sulla rivista PNAS (National Academy of Sciences of the United States of America) i ricercatori sostengono che tali riscontri rendono chiaro perchè un cattivo sonno può danneggiare la salute.

Malattie cardiache, diabete, obesità e impoverimento delle funzioni cognitive sono tutte affezioni che è stato possibile correlare ad una abitudine di sonno al di sotto del normale.

Che cosa in particolare, nella mancanza di sonno, alteri la salute non à tuttavia chiaro.

I ricercatori della Università del Surrey hanno analizzato il sangue di 26 persone dopo che queste avevano beneficiato di un sonno adeguato, sino a 10 ore al giorno per una settimana, e hanno comparato i riscontri con quelli relativi ad un campione di persone che, al contrario, avevano dormito per meno di sei ore per notte per l'intera settimana.

Più di 700 geni risultavano alterati dal cambiamento. Taluni di questi erano coinvolti nella sintesi proteica, così quelli che risultavano più attivi producevano più proteine, modificando la biochimica dell'organismo.

Nel frattempo il naturale orologio biologico viene alterato - taluni geni aumentano e riducono la loro attività nell'arco delle 24 ore - poiché tale ritmo risulta attenuato dalla privazione di sonno.

Il Prof. Colin Smith, della Università del Surrey, ha sostenuto: "Si riscontra  una drastica alterazione del funzionamento in diversi tipi di gene".

Aree funzionali quali quelle relative al sistema immunitario e quelle preposte alla risposta allo stress vengono interessate dalla privazione di sonno.

Il Prof. Smith ha aggiunto: "E' chiaro che il sonno è fondamentale nella rigenerazione dell'organismo e nel mantenimento dell'adeguata condizione funzionale dello stesso, e che tutto ciò che altera il sonno può contribuire a condurre ad una condizione di malattia. Se davvero non riusciamo, durante il sonno, a reintegrare le perdite cellulari e a rimpiazzarle con nuove cellule, ciò può evidentemente condurre a malattie di tipo degenerativo."

Ha anche affermato che molte persone, nel corso della loro vita, possono trovarsi in condizioni di privazione di sonno anche più significative di quelle riferite nello studio, suggerendo che tali alterazioni biologiche possono essere frequenti e comuni.

Il Dr. Akhilesh Reddy, studioso dei ritmi circadiani e dell'"orologio biologico interno" all'Università di Cambridge, ha sostenuto che lo studio è ricco di implicazioni e particolarmente interessante. Ha affermato che i riscontri - chiave dello studio sono relativi agli effetti della privazione di sonno sul sistema infiammatorio ed immunitario, e che è possibile riconoscere l'esistenza di una correlazione tra tali effetti e problemi di salute quali ad esempio il diabete.

Tali riscontri si collegano anche a quelle ricerche che studiano gli effetti della mancanza di sonno, utilizzando ad esempio farmaci che possono ridurre o eliminare gli effetti conseguenti alla privazione di sonno.
Il Dr. Reddy ha sostenuto: "Non sappiamo quale fattore causi tutti questi cambiamenti nell'organismo, e se in teoria si potesse attivare o disattivare tale fattore si potrebbe anche andare avanti senza dormire mai. Ma il mio convincimento è che comunque il sonno è di fondamentale importanza per la rigenerazione cellulare".

articolo originale: J. Gallagher, bbc - news health

8 ottobre 2013

Rewievs su: trattamenti farmacologici per la Distimia




1)
Trattamento farmacologico della Distimia

Diversi trattamenti farmacologici sono stati proposti per il trattamento della Distimia (vedi il post sulla Distimia). E' necessario sapere se le diverse classi di antidepressivi hanno la medesima efficacia. La buona tollerabilità dei trattamenti farmacologici è ugualmente importante, dal momento che la distimia è una condizione cronica, seppure caratterizzata dalla presenza di sintomi meno severi di quelli dei Disturbi Depressivi "Maggiori".

Complessivamente, 14 trials sono stati inclusi in questa rewiev.

Tutti  i farmaci hanno prodtto risultati clinici simili, anche se sono risultati diversi i profili relativi agli effetti collaterali. Non esistono differenze significative in merito all'efficacia tra categorie diverse di farmaci antidepressivi nel trattamento del disturbo distimico, ma possono essere molto diversi gli effetti indesiderati del trattamento farmacologico. A tale proposito, le differenze maggiormente significative sono state riscontrate tra antidepressivi triciclici (vedi) e serotoninergici (vedi).

La conclusione è che la scelta del farmaco deve essere fatta in relazione alle particolarità farmacologiche relative alle diverse classi di antidepressivi con particolare riferimento ai diversi e diversamente gravi effetti collaterali.

link alla rewiev (farmacoterapia della distimia)


2)

Farmaci antidepressivi versus placebo nel trattamento farmacologico della Distimia

I curatori della rewiev hanno riscontrato che la qualità delle rewievs stesse è scarso, dal momento che alcune importanti informazioni sono state omesse (la struttura degli studi, l'analisi dei dati e la possibilità di generalizzare i risultati). Tuttavia, si è concluso che gli antidepressivi triciclici, gli inibitori selettivi della serotonina, gli inibitori delle mono amino ossidasi, sulpiride amineptina e ritanserina sono efficaci nel trattamento di questo disturbo.

In particolare:

Amineptina, Amisulpride e Ritanserina producono risultati sovrapponibili; gli antidepressivi triciclici, d'altro canto, più frequentemente provocano effetti collaterali e abbandoni dei trials farmacologici.

In termini generali, i farmaci considerati si sono rivelati maggiormente efficaci nel trattamento della Distimia rispetto al placebo, ma senza apprezzabili differenze tra le diverse classi di farmaci.

Solo poche informazioni sono state riportate in merito alla qualità della vita dei pazienti e rispetto ai risultati terapeutici a medio e lungo termine, eccezion fatta per la maggiore o minore tolleranza ai diversi farmaci.

link alla rewiev (Farmaci vs Placebo per la Distimia)

nel sito: effetto placebo

fonte: cochrane

7 ottobre 2013

Episodio Maniacale




Un episodio maniacale non è di per sé un disturbo mentale, quanto piuttosto un sintomo di un certo tipo di Disturbo Bipolare. (leggi anche il post su: mania e ipomania)

L'espisodio maniacale è caratterizzato da un periodo di tempo nel quale l'umore è elevato, espanso o significativamente irritabile, e la cui durata è di almeno una settimana.
Tale condizione può risultare sufficientemente severa da determinare difficoltà o riduzione delle capacità lavorative, sociali, o di altri importanti aspetti del vivere quotidiano, e non dipende dalla presenza di un episodio misto (il quale risponde ai criteri diagnostici ed ai sintomi sia di un episodio maniacale sia di un episodio depressivo maggiore contemporaneamente presenti pressochè ogni giorno per almeno una settimana).
I sintomi, inoltre, non devono essere determinati da uso od abuso di sostanze (alcool, droghe, farmaci), né causati da una qualche condizione patologica di natura medica generale.

Diagnosi

Tre o più dei seguenti sintomi devono essere presenti per poter diagnosticare un episodio di mania:

1) Esagerata autostima o sentimenti di grandiosità;

2) Riduzione del bisogno di sonno (ad esempio, ci si può sentire riposati dopo solo tre ore di sonno);

3) Maggiore loquacità rispetto al consueto o tendenza al continuo parlare;

4) Fuga delle idee o esperienza soggettiva di accelerazione del pensiero;

5) L'attenzione è facilmente attratta da questioni irrilevanti o prive di importanza;

6) Aumento delle attività finalizzate (sia sociali che lavorative, scolastiche o sessuali);

7) Eccessivo coinvolgimento in attività che possono facilmente avere conseguenze dannose.

Le persone che presentano un episodio maniacale sono frequentemente diagnosticate come affette da un Disturbo di tipo Bipolare, (Disturbo Bipolare di tipo I).

articolo originale: manic episode

3 ottobre 2013

Farmaco-terapia del Disturbo Borderline (BPD)




Molti pazienti affetti da Disturbo di Personalità di tipo Borderline (BPD) effettuano un qualche trattamento di tipo farmacologico.

Tuttavia, non esistono farmaci specifici per tale disturbo.

Taluni farmaci vengono utilizzati più frequentemente a causa del loro concomitante utilizzo in patologie correlate, o per il fatto che taluni dei sintomi tipici del disturbo sono presenti anche in altre condizioni patologiche, quali i disturbi depressivi, psicotici o di ansia.

Lo stesso BPD è caratterizzato da un pervasivo pattern di instabilità nel controllo affettivo (con sintomi quali rabbia immotivata, cronici sentimenti di vuoto, instabilità affettiva), nel controllo degli impulsi (i cui sintomi possono essere: automutilazioni o comportamenti suicidari, ideazione o tentativi di suicidio ed altro), e problemi di tipo cognitivo e percettivo (i cui sintomi sono: disturbi dell'identità in termini di percezione del sé, ideazione paranoide transitoria o anche pensieri e senso di dissociazione in determinate situazioni di stress), infine problemi di natura interpersonale (laceranti sforzi tesi ad evitare gli abbandoni, patterns di relazioni instabili con tendenza all'idealizzazione o alla svalutazione).

La presente rewiev (vedi il testo completo) ha tentato di sintetizzare i risultati - allo stato attuale - dell'efficacia del trattamento farmacologico attraverso una accurata analisi di trials randomizzati.

Gli studi disponibili hanno cercato di valutare gli effetti terapeutici di trattamenti farmacologici a base di farmaci antipsicotici, antidepressivi, regolatori del tono dell'umore. Oltre a ciò, è stato anche valutato l'eventuale contributo terapeutico di una dieta a base di acidi grassi di tipo omega-3, che si ritiene abbia un effetto di stabilizzazione del tono dell'umore. Complessivamente 28 studi e 1742 pazienti sono stati inclusi nella rewiev.

I riscontri sembrerebbero suggerire un beneficio derivante dall'uso di antipsicotici di seconda generazione, dei farmaci stabilizzatori dell'umore, ed anche degli acidi grassi omega-3, ma la maggior parte di tali riscontri deriva da uno solo tra gli studi considerati, cosicché risulterà indispensabile valutare ulteriori ricerche. Inoltre, l''uso a lungo termine di tali sostanze non è stato considerato. La piccola quantità di informazioni al momento disponibili indicherebbe effetti di scarso rilievo per gli antipsicotici di prima generazione e per gli antidepressivi.

I dati raccolti sembrerebbero anche suggerire la possibilità che i pazienti in trattamento con olanzapina potessero presentare con maggiore frequenza comportamenti di tipo autolesionistico.

In generale, si deve porre grande attenzione al rischio di effetti collaterali. La maggior parte degli studi non fornisce dati accurati in merito agli effetti collaterali e quindi in tale rewiev questo aspetto non può essere considerato.  Abbiamo ritenuto che tali effetti siano analoghi, come tipologia e frequenza, a quelli riscontrabili in pazienti affetti da altre condizioni patologiche che prevedono l'uso dei medesimi farmaci. I dati a disposizione rimandano alla possibilità di aumento del peso corporeo, sedazione, e cambiamenti nei dati emato-chimici relativamente all'uso di olanzapina, infine perdita di peso corporeo con l'uso di topiramato.

Davvero scarsi effetti terapeutici sono stati apprezzati con l'uso degli antipsicotici di prima generazione e con gli antidepressivi. Tuttavia, tali farmaci possono risultare utili in presenza di problemi di comorbidità che non sono parte costitutiva del Disturbo Borderline, ma che possono spesso essere riscontrati in tali pazienti.

Ci sono infine davvero pochi studi comparativi tra farmaci diversi, e con un piccolo numero di partecipanti. Pertanto, i riscontri attuali non sono solidi e potranno facilmente essere modificati da futuri tentativi di ricerca. Inifine, gli studi inclusi in tale rewiev possono non corrispondere esattamente a taluni parametri clinici, relativamente - ad esempio - a caratteristiche dei pazienti, durata dell'intervento terapeutico, periodo di osservazione).

fonte: cochrane

altri link nel sito:

2 ottobre 2013

Mid-Life stress e rischio di demenza

Secondo alcuni ricercatori, lo stress di mezza età può precedere la demenza

In uno studio che ha riguardato 800 donne svedesi, quelle di loro che avevano dovuto confrontarsi con eventi stressanti quali divorzio o lutto avevano anche maggiore probabilità di andare incontro a problemi di demenza di tipo Alzheimer, decadi dopo.

Nel British Medical Journal si sostiene che più elevato à lo stress vissuto, più elevata è la possibilità di sviluppare la malattia.

Gli autori dello studio sostengono che gli ormoni legati allo stress possono essere responsabili in merito a tale riscontro, determinando dannose alterazioni cerebrali.

Gli ormoni coinvolti nelle reazioni allo stress possono determinare una varietà di cambiamenti fisici, e riguardare fattori quali la pressione del sangue ed il controllo ematico degli zuccheri.

Potendo inoltre rimanere a livelli particolarmente elevati anche anni dopo l'esperienza traumatica, come sostengono la Dr. Lena Johansson ed i suoi colleghi, autori dello studio.
Ma sostengono anche che ulteriori ricerche sono necessarie perchè tali riscontri vengano confermati come significativi, e per verificare anche se tale correlazione tra stress e demenza possa riguardare anche gli uomini, oltrechè le donne.

Nello studio, le donne sono state sottoposte ad una batteria di test e di esami nella terza decade di età, a metà della quarta e della quinta, e in modo regolare anche successivamente, sino alle quattro successive decadi.

All'inizio dello studio, una donna su quattro riferiva di aver sperimentato almeno un evento gravemente stressante, come vedovanza o perdita del lavoro.

Una percentuale simile riferiva di aver sperimentato almeno due eventi stressanti, mentre solo una persona su cinque ne riferiva almeno tre. Il resto delle donne ne avevano vissuti ancora di più, o nessuno.

Durante il lunghissimo periodo di controllo, 425 delle donne erano decedute, e 153 avevano sviluppato demenza.
Quando i ricercatori hanno considerato la storia delle donne ed il riscontro di stress  nella età di mezzo, hanno riscontrato l'esistenza di correlazione tra stress e rischio di demenza.

La Dr.ssa Johansson sostiene che futuri studi dovranno considerare se gestione dello stress e psicoterapia potranno rivelarsi efficaci nel modificare tale evoluzione.

Il Dr. Simon Ridley, della Alzheimer Research in Gran Bretagna, ha sostenuto che sulla base di tale studio risulta difficile comprendere se lo stress contribuisce direttamente allo sviluppo della demenza, o se  è soltanto un indicatore dell'esistenza di un qualche altro sottostante fattore di rischio nella popolazione femminile, oppure se il riscontro è dovuto a tutt'altra questione.
"Noi siamo consapevoli del fatto che i fattori di rischio di demenza sono complessi, e l'età, la genetica ed altri fattori di natura ambientale possono giocare un ruolo significativo. I riscontri che abbiamo sin qui a disposizione suggeriscono che il miglior modo di ridurre il rischio di demenza è relativo ad assumere una dieta appropriata, a praticare regolarmente  l'esercizio fisico, non fumare, e mantenere i valori pressori ed i livelli di zucchero nel sangue sotto controllo.

fonte: BBC Health News