13 dicembre 2013

Zolpidem



Può un farmaco normalmente somministrato per consentire un riposo migliore essere in grado di aiutare una persona a risvegliarsi da uno stato di coma profondo? Anche se a prima vista sembra impossibile, la risposta è positiva.

La molecola in questione si chiama zolpidem, e sono ormai diverse dozzine i malati che si sono riaperti al mondo esterno dopo uno stato di coma apparentemente non migliorabile grazie alla somministrazione di questo farmaco.

L'ultima storia arriva da un ospedale americano dove tredici anni fa viene ricoverato un giovane. Si chiama George e, in base a quanto racconta sulla rivista Life il neurologo Nicholas Schiff, entra al nosocomio per una grave incidente stradale che provoca un grave trauma associato ad una forte ischemia cerebrale. Il risultato è uno stato di coscienza minima, con gesti volontari occasionali.

Nel 2002 la madre gli somministra un farmaco, appunto zolpidem, per cercare di frenare l'agitazione involontaria del ragazzo. Un quarto d'ora dopo, il miracolo: il ragazzo arriva a tentare di parlare con la madre e la guarda. Inizia così questo trattamento del tutto empirico, che comunque offre i suoi risultati. Assumendo il farmaco al dosaggio di tre compresse al giorno, il giovane migliora. Ed ora riesce a parlare, leggere e addirittura alimentarsi per bocca, controllando meglio tremori e contrazioni involontarie. Addirittura riesce a tenere una penna ed un cucchiaio, e sembra aver riacquistato un minimo di forza nelle braccia.

Come lui, altre due persone in stato di coscienza minimale hanno avuto beneficio da questo approccio, probabilmente per le similitudini nel tracciato elettroencefalografico, che pare proprio "disegnare" la situazione ideale per l'attività del farmaco.

fonte: eDott specialisti, "La strana storia del farmaco che risveglia"

20 novembre 2013

La via regia all'integrazione



Una volta Freud, parlando del sogno, lo definì la via regia all'inconscio.

Da parte mia sono convinto che il sogno sia in realtà la via regia all'integrazione.

Non potrò mai sapere che cosa sia esattamente l' 'inconscio', ma sappiamo che il sogno è il nostro prodotto più spontaneo in assoluto.
Si presenta indipendentemente dalle nostre intenzioni, dalla nostra volontà, dalle nostre decisioni.
Il sogno è l'espressione più spontanea dell'esistenza dell'essere umano.
Non esiste nulla di tanto spontaneo quanto il sogno.

Al momento in cui sogniamo, il sogno più assurdo non ci disturba in quanto tale: abbiamo cioè una precisa sensazione di realtà.

Su tutto quel che altrimenti facciamo nella nostra vita abbiamo sempre una possibilità di controllo o di interferenza volontaria di qualche genere. Nel sogno non è più così.

Ogni sogno è un'opera d'arte, più di un romanzo o di una commedià grottesca. Che si tratti di arte valida oppure no, questa è tutt'un'altra faccenda, ma c'è sempre un gran movimento, scontri, incontri, ogni genere di cose.

Se dunque questa mia convinzione è nel giusto, come ovviamente penso che sia, tutte le diverse parti del sogno sono frammenti della nostra personalità.

Dato che il nostro scopo è quello di fare di ognuno di noi una persona sana, il che significa una persona integrata, senza conflitti, quel che dobbiamo fare è rimettere insieme i vari frammenti del sogno.

Dobbiamo riappropriarci di queste parti proiettate e frammentate della nostra personalità, e riappropriarci del potenziale nascosto che compare nel sogno.

il sogno nella prospettiva della Gestalt, brano tratto da Fritz Perls, La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma, 1980

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19 novembre 2013

Fare la spola


Il brano a seguire è tratto da: F. S. Perls, La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma, 1980

Adesso, allora, facciamo un altro esperimento, che potrebbe esservi piuttosto utile. Se vi sentite confusi, o annoiati, o in qualche modo bloccati, provate a fare questo esperimento: fate la spola tra quì e là. Voglio che questo lo facciate tutti. Chiudete gli occhi e nell'immaginazione partite da questo posto per la destinazione che più vi piace, quella che volete ...

Ora, il passo successivo consiste nel tornare all'esperienza del quì, del qui e ora ... E adesso confrontate le due situazioni. Molto probabilmente la situazione di là era preferibile alla situazione di qui... E ora chiudete di nuovo gli occhi. Partite di nuovo, andate ovunque avreste voglia di andare. E prendete nota di ogni cambiamento ...

Adesso tornate di nuovo nel qui e ora, e confrontate di nuovo le due situazioni. Avete notato qualche cambiamento? ... E adesso partite di nuovo ... continuate a farlo ciascuno per propri.o conto, finché non vi sentite realmente a vostro agio nella situazione presente, finché non riprendete i sensi, e cominciate a vedere e ad ascoltare, a essere qui. in questo mondo; finché non cominciate a esistere veramente ... Qualcuno ha voglia di parlare di questa esperienza di fare la spola?

P.: All'inizio sono andato a casa di, un mio amico, era molto piacevole. Poi sono tornato indietro. La seconda volta sono andato in un rifugio di montagna dove vado di solito, e anche questa volta era estremamente piacevole. Poi sono tornato indietro. Ora sono qui, e mi rendo conto che per me lavorare nel futuro è inutile. Ora per me è più importante essere qui. Il futuro sarà quel che sarà.

Q.: Scalavo una montagna con un'altra persona, con cui ero molto disponibile e affettuoso, e anche da questa persona sentivo venire le stesse cose, e quando sono tornato indietro ancora non ero soddi· sfatto, perché è una cosa che nella mia vita è rimasta a mezzo. Cosi' avrei la tendenza a cercare di chiuderla.

R.: Sono passato successivamente da tre posti che per me sono i posti della natura che preferisco, e in questi posti ero solo. E ogni volta che sono tornato indietro mi sono sentito più tranquillo.

S.: Fritz, sono rimasto colpito dal fatto che quando me ne vado mi sento più vitale di quando sono qui. Qui non mi muovo con la stessa emozione, con la stessa vitalità... il mio corpo fisico è molto meno toccato, molto meno toccato nella realtà di quando invece mi allontano.

F.: Non sei riuscito a riportare nel qui e ora un po' di quella vitalità?

S.: Sì. Ma non un gran che. Tra una situazione e l'altra c'era sempre una certa discordanza.

F.: C'è un serbatoio ancora intatto.

T.: Ho la stessa sensazione di quando torno a casa, nel mio soggiorno. Ah, la prima volta che sono tornata indietro non sentivo un gran che, e poi sono tornata laggiù, e ho sentito una certa tensione. E quando sono tornata indietro la seconda volta ho avuto la stessa sensazione, e poi sono tornata qui e ho sentito ancora più tensione. Ci sono tornata di nuovo, e nel mio soggiorno sentivo la stessa tensione che sento qui.

D.: Sono andata in un'isola deserta, la stessa dove scappavo nei miei sogni quando ero bambina. E mi godevo la libertà che mi era concessa in quel posto. Una delle cose che facevo era di stare senza vestiti, e poter nuotare nuda in quell'acqua limpidissima. E mi piaceva star li, ma allo stesso tempo ... mi sono resa conto, cioè penso di avere sentito di più il fatto di aver bisogno delle persone. Ora sono più consapevole del mio bisogno delle persone di quanto non lo fossi prima. Ah, penso di aver riportato indietro una parte di ... del desiderio di essere libera, quando sono tornata qui. La seconda volta ero con mio marito a fare una gita sul Monte Tamalpais ... che è una cosa di quando eravamo fidanzati. E le sensazioni che ho provato allora erano che a quei tempi mi voleva più bene di quanto non me ne voglia ora, e nel nostro rapporto c'era una grande euforia. Parte di questa sensazione l'ho riportata indietro anche questa volta, ma poi miè venuta voglia di tornard, e l'ho fatto. E anche questa volta camminavamo su per il Monte Tamalpais, ma a questo punto ho comindato ad apprezzare il fatto che io non ... che lui nel rapporto si addossava parte... parte di me, e penso di aver riportato indietro anche questa consapevolezza nella situazione presente... sia la gioia che la consapevolezza del fatto di dovermi addossare io tutto il carico di me stessa.

F.: Be', penso che diversi di voi abbiano fatto l'esperienza di una notevole integrazione tra i due opposti, il là e l'ora. Se fate la stessa cosa in ogni situazione in cui non vi sentite a vostro agio, potrete veramente individuare con precisione che cosa manca nella situazione qui e ora. Spessissimo la situazione di là vi dà un indiziò di quello che manca all'ora, di quel che è diverso nel presente. Allora, ogni volta che vi sentite tesi o annoiati, ricordate sempre di ritirarvi in voi stessi... specialmente quelli di voi che sono terapeuti. Se quando il paziente non porta niente di interessante voi vi addormentate, in questo modo risparmiate le vostre energie, e il paziente vi sveglierà, oppure tornerà la volta dopo con materiale più interessante. Altrimenti, se non altro avrete l'opportunità di fare un pisolino.
Ritiratevi in una situazione da cui potete ricavare sostegno, e poi tornate alla realtà con l'energia che ne avete recuperato.

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La terapia Gestaltica parola per parola - Astrolabio

14 novembre 2013

La teoria degli istinti in psicoanalisi


TEORIA DEGLI ISTINTI O DEGLI IMPULSI 

Dopo aver sviluppato il modello topografico, Freud volse la propria attenzione ai complessi aspetti della teoria degli istinti. (leggi anche: la psicoanalisi tra pulsioni e relazioni d'oggetto).

Egli era determinato a legare strettamente la propria teoria psicologica alla biologia: questa scelta condusse a difficoltà terminologiche e concettuali, poiché Freud utilizzava termini derivati dalla biologia per indicare costrutti psicologici. L'istinto, ad esempio, è una modalità di comportamento specie-specifica geneticamente derivata e, pertanto, più o meno indipendente dall'apprendimento. Tuttavia, la ricerca moderna, dimostrando che i modelli istintuali vengono modificati dall'apprendimento e dall'esperienza, ha reso problematica la teoria degli istinti di Freud. Un'ulteriore confusione origina dall'ambiguità relativa a un concetto che si pone ai limiti tra la biologia e la psicologia. Si dovrebbero integrare o separare gli aspetti relativi alla rappresentazione mentale del termine e la corrispondente componente fisiologica? Anche se impulso potrebbe essere più vicino di istinto al significato voluto da Freud, attualmente i due termini sono spesso usati in modo intercambiabile.

Nell'opinione di Freud, un istinto ha quattro principali caratteristiche: l'origine, l'impeto, lo scopo e l'oggetto. L'origine è la parte del corpo da cui sorge l'istinto, l'impeto è la quantità di forza o intensità associata all'istinto, lo scopo è l'azione diretta verso la scarica o la soddisfazione della tensione e l'oggetto è il bersaglio (spesso una persona) di tale azione.

Istinti 

Libido

Freud definiva la libido come "la forza attraverso la quale l'istinto sessuale è rappresentato nella mente". L'associazione della libido con la sessualità è in un certo senso fuorviante, perché era intenzione di Freud comprendere in questo termine non solo la sessualità, ma anche il concetto generale di piacere, incluse le sue basi fisiologiche e rappresentazioni mentali. Il legame della sessualità genitale con la libido veniva visto come il risultato finale di un processo evolutivo in cui l'espressione della libido assume numerose forme.

Istinti dell'ego 

A partire dal 1905, Freud mantenne una teoria duale dell'istinto, considerando sia gli istinti sessuali sia gli istinti dell'ego connessi con l'autoconservazione. Fino al 1914, con la pubblicazione di "Sul narcisismo", Freud aveva prestato scarsa attenzione agli istinti dell'ego. In quel lavoro, per la prima volta egli considerò la connessione degli istinti dell'ego con la libido, postulando l'esistenza di una libido dell'ego e di una dell'oggetto. Freud pertanto considerò l'investimento narcisistico come un istinto essenzialmente libidico e definì le rimanenti componenti non sessuali istinti dell'ego.

Aggressività

Attualmente, quando gli psicoanalisti discutono la teoria duale dell'istinto, in genere si riferiscono alla libido e all'aggressività. Tuttavia, originariamente Freud considerò l'aggressività una componente degli istinti sessuali nella forma del sadismo. Quando divenne consapevole che il sadismo ha componenti non sessuali, propose una gradazione più'elaborata, che gli permise di considerare l'aggressività e l'odio come parte degli istinti dell'ego e di classificare gli aspetti libidici del sadismo come componenti degli istinti sessuali. Infine, per spiegare i dati clinici che stava osservando, nel 1923 concepì l'aggressività come un istinto separato. La fonte di tale istinto, secondo Freud, è posta soprattutto nei muscoli scheletrici e lo scopo dell'istinto aggressivo è la distruzione.

Istinti di vita e di morte

Nel 1920, prima di definire l'aggressività come un istinto separato, Freud classificò gli istinti dell'ego nella categoria più ampia degli istinti vitali. Tale classificazione è più astratta e ha applicazioni più ampie del precedente concetto freudiano degli impulsi aggressivi e libidici. Gli istinti della vita erano giustapposti a quelli della morte e in "Al di là del principio di piacere" i due erano definiti rispettivamente Eros e Thanatos. Gli istinti della vita e della morte erano considerati forze alla base degli istinti sessuali e aggressivi. Anche se Freud non poteva fornire dati clinici che permettessero di verificare direttamente l'istinto della morte, pensava che fosse possibile dedurlo dall'osservazione della compulsione ripetitiva, ossia la tendenza delle persone a ripetere comportamenti traumatici passati. Freud riteneva che una forza dominante negli organismi biologici dovesse essere l'istinto della morte. In contrasto con l'istinto della morte, Eros (l'istinto della vita) è la tendenza delle particelle a riunirsi o a legarsi le une alle altre, come nella riproduzione sessuale. L'idea prevalente oggi è che gli istinti duali della sessualità e dell'aggressività siano sufficienti per spiegare la maggior parte dei fenomeni clinici, senza necessità di ricorrere all'istinto della morte.


13 novembre 2013

La topografia della mente secondo la psicoanalisi


MODELLO TOPOGRAFICO DELLA MENTE

La pubblicazione de L'interpretazione dei sogni nel 1900 preannunciò la formulazione del modello topografico della mente, in cui Freud suddivise la mente in tre regioni: il sistema conscio, il sistema preconscio e il sistema inconscio, ciascuno dei quali ha caratteristiche peculiari.

Sistema conscio 
Il sistema conscio del modello topografico è quella parte della mente in cui le percezioni che provengono dal mondo esterno o dall'interno dell'organismo o dalla mente sono portate a livello di coscienza. Nell'organismo, tuttavia, solo gli elementi del preconscio entrano nel conscio; il resto della mente è al di fuori della consapevolezza. La coscienza viene considerata come un fenomeno soggettivo il cui contenuto può essere comunicato solo per mezzo del linguaggio o del comportamento. Il termine usato per descrivere l'energia psichica investita in un oggetto è catessi. Freud riteneva che la coscienza usasse una forma di energia psichica neutralizzata, che definì catessi dell'attenzione. In altre parole, una persona è consapevole di una particolare idea o sentimento in quanto investe una quantità definita di energia psichica in quella particolare idea o sentimento.

Sistema preconscio
Il sistema preconscio comprende quegli eventi, processi e contenuti mentali che è possibile portare a livello della consapevolezza mediante l'atto di focalizzazione dell'attenzione. Anche se la maggior parte delle persone non è consapevole dell'aspetto del proprio maestro elementare, di solito è in grado di portare queste immagini alla mentre focalizzando deliberatamente l'attenzione sui ricordi. Concettualmente, il preconscio è connesso sia con la regione conscia sia con quella inconscia della mente. Per raggiungere la consapevolezza, i contenuti dell'inconscio devono legarsi a parole e pertanto diventare preconscio. Il preconscio mantiene inoltre la barriera repressiva e censura i desideri inaccettabili.

Sistema inconscio
Il sistema dell'inconscio è una struttura dinamica: in altre parole, i contenuti e i processi mentali dell'inconscio sono mantenuti al di fuori della consapevolezza attraverso la forza della censura o della repressione. L'inconscio è strettamente correlato agli impulsi istintuali. A questo punto della teoria di Freud sullo sviluppo, l'autore avvertiva gli istinti come costituiti da impulsi sessuali e di autoconservazione e riteneva che l'inconscio contenesse soprattutto le rappresentazioni mentali e i derivati dell'istinto sessuale.

Il contenuto dell'inconscio è limitato ai desideri che cercano appagamento. Questi desideri forniscono la motivazione dei sogni e determinano la formazione dei sintomi nevrotici. Questa idea viene ora considerata riduzionistica.

Il sistema dell'inconscio è caratterizzato dal processo primario del pensiero, il cui scopo principale è la facilitazione dell'appagamento del desiderio e della scarica istintuale. Il processo primario del pensiero è governato dal principio del piacere e, pertanto, trascura le connessioni logiche, non ha il concetto del tempo, rappresenta i desideri come appagamento, permette che esistano simultaneamente idee contraddittorie e non consente l'esistenza dei negativi. È caratteristico dei bambini molto piccoli, che cercano di ottenere l'immediata gratificazione dei loro desideri. Il processo primario del pensiero è caratterizzato inoltre da estrema mobilità della catessi degli impulsi: ciò significa che l'investimento di energia psichica può passare da un oggetto all'altro senza opposizione. Nell'inconscio i ricordi sono separati dalle loro connessioni con i simboli verbali. Di conseguenza, quando le parole sono applicate alle tracce di memoria dimenticate, come nel trattamento psicoanalitico, la ricatessi verbale permette ai ricordi di raggiungere nuovamente la coscienza.

I contenuti dell'inconscio possono diventare consci solo attraverso il preconscio; quando i censori vengono sopraffatti, gli elementi possono raggiungere la coscienza.

12 novembre 2013

L'interpretazione dei sogni nella psicoanalisi di Freud




L'INTERPRETAZIONE dei SOGNI

Freud divenne consapevole del significato dei sogni quando osservò che i pazienti spesso raccontavano i propri sogni nel processo delle associazioni libere.

Attraverso ulteriori associazioni al contenuto dei sogni, imparò che essi erano sicuramente significativi, anche se il loro significato era spesso nascosto o mascherato. Aspetto più importante, Freud fu colpito dall'intima connessione tra il contenuto del sogno e i ricordi e le fantasie inconsce che erano stati a lungo repressi. Questa osservazione lo indusse a dichiarare che l'interpretazione dei sogni era la via maestra per la 'comprensione dell'inconscio.'

Nell'"Interpretazione dei sogni" Freud asserì che un sogno è il compimento mascherato di un desiderio inconscio infantile non facilmente accessibile alla coscienza nel corso della veglia.

Nel tentativo di caratterizzare la psicologia del sogno, Freud gettò le basi della psicologia dell'ego.

Affermò che i desideri infantili inconsci possono essere trasformati in manifestazioni consce mascherate solo se nella mente esiste un censore. Il censore che funziona al servizio dell'ego, agisce per preservare il sonno; dissimulando i pensieri e i sentimenti disturbanti, il censore si assicura che il sonno non sia disturbato. Inoltre, lo studio dei vari metodi di dissimulaiione usati dall'ego permise a Freud di delineare le prime forme di meccanismi di difesa dell'ego (p.es., lo spostamento, la condensazione e la rappresentazione simbolica). Egli tracciò un iniziale parallelo tra i meccanismi dei sogni e i pensieri patologici dei pazienti psicotici nello stato di veglia.

L'analisi dei sogni permette di evidenziare il materiale che è stato represso. L'attività mentale inconscia che si manifesta durante il sonno minaccia di interferire con il sonno stesso. I pensieri e i desideri inconsci comprendono gli stimoli sensoriali notturni (impressioni sensoriali come dolore, fame, sete e necessità impellente di urinare), i residui del giorno (pensieri e idee connessi con le attività e le preoccupazioni della vita del paziente in corso di veglia) e gli impulsi inaccettabili repressi.

Queste forme notturne di attività mentale devono essere associate a uno o più desideri repressi per dare origine a un sogno, che permette a colui che sta sognando di continuare a dormire, invece di svegliarsi. Poiché nello stato di sonno il movimento è bloccato, il sogno permette una gratificazione parziale, seppure limitata, degli impulsi repressi che danno origine al sogno stesso.

Freud distingueva tra due livelli di contenuto dei sogni: il contenuto manifesto è quello che viene ricordato dal soggetto; il contenuto latente è quello connesso con i pensieri e i desideri inconsci che minacciano di svegliare il soggetto.

Freud definì lavoro del sogno le operazioni mentali inconsce attraverso cui il contenuto latente del sogno viene trasformato nel sogno manifesto. I desideri e gli impulsi repressi devono legarsi a immagini innocenti e neutrali per superare il controllo del censore dei sogni. Questo processo coinvolge la selezione di immagini apparentemente prive di significato o banali per l'attuale esperienza del soggetto, immagini dinamicamente associate alle immagini latenti, a esse simili per alcuni aspetti.

9 novembre 2013

T.A.T. Thematic Apperception Test


Thematic Apperception Test (TAT) 



Il test di Appercezione Tematica (TAT) è stato ideato da Henry Murray e Christiana Morgan nell'ambito di uno studio sulla personalità umana normale condotto all'Harvard PsycologicalClinic nel 1943.

È costituito da una serie di 30 disegni e una tavola bianca. Non tutti i disegni vengono usati: la scelta dipende da quale area conflittuale si desidera chiarire con un paziente. Esempi di disegni del TAT sono una giovane donna seduta su un divano che guarda un uomo anziano, un uomo in piedi di fronte a una donna nuda che giace in un letto, un uomo con i capelli grigi che guarda un uomo più giovane e una donna anziana che sta davanti a una donna più giovane.

Benché la maggior parte dei disegni rappresenti persone e tutti siano figurativi (rendendo lo stimolo del test più strutturato rispetto alle macchie d'inchiostro di Rorschach), tutti hanno una componente di ambiguità. A differenza delle macchie di Rorschach, nelle quali si chiede al paziente di fare associazioni, con il T AT gli si chiede di costruire o creare una storia.

Secondo la concezione originaria del test, un importante aspetto di ciascuna storia era la figura (l'eroe) con cui il soggetto sembrava identificarsi e a cui presumibilmente attribuiva i propri desideri, sforzi e conflitti. Si riteneva che le caratteristiche delle persone diverse dell'eroe rappresentassero il modo in cui il soggetto vedeva le altre persone del proprio ambiente. Si ritiene oggi che tutte le figure della storia del T AT siano ugualmente rappresentative del soggetto, in cui i tratti e le motivazioni più accettati e consci vengono attribuiti alle figure più vicine al soggetto per età, sesso e aspetto fisico, e quelle più inaccettabili e inconsce vengono attribuite alle persone più dissimili.

Le storie devono essere considerate dal punto di vista della bizzarria del tema o della trama.

Indipendentemente dal fatto che i soggetti trattino un tema comune o non comune, le storie riflettono i loro approcci idiosincrasici nei confronti di organizzazione, sequenza, vocabolario, stile, preconcetti, assunti e esito.
Le tavole del TAT hanno proprietà di stimolo variabili e si può presumere che valutino informazioni relative ad aree diverse del funzionamento.

In genere, il TAT è più utile come tecnica per dedurre gli aspetti motivazionali del comportamento piuttosto che come base per porre una diagnosi.

7 novembre 2013

Hermann Rorschach (Zurigo, 8 novembre 1884 – Herisau, 2 aprile 1922)



I test psicometrici e neuropsicologici hanno lo scopo di misurare specifici aspetti dell'intelligenza, del pensiero o della personalità e sono generalmente somministrati da psicologi o psichiatri specificatamente addestrati al loro uso e alla loro interpretazione. Questi test hanno un ruolo relativamente meno rilevante nella determinazione della diagnosi psichiatrica, che è basata soprattutto sui segni e i sintomi osservabili e sul colloquio clinico.

Alcuni test possono mettere in rilievo aree di conflitto o preoccupazioni nella vita di una persona che dovrebbero essere oggetto di attenzione terapeutica; certi test possono rivelare aspetti gravemente disturbati del pensiero non altrimenti evidenti.

La maggior parte degli strumenti di valutazione più comunemente usati è standardizzata nei confronti di controlli normali, ai quali è stato richiesto di rispondere agli stessi stimoli o serie di domande. Con la standardizzazione, la somministrazione del test e il relativo punteggio diventano indipendenti dal tempo e dall'esaminatore. Correlate alla standardizzazione dei test sono i dati che indicano il verosimile livello di validità e attendibilità del test.

Test proiettivi

l test proiettivi comportano la presentazione di stimoli il cui significato non è immediatamente evidente; cioè sono caratterizzati da un certo grado di ambiguità che impone all'individuo di proiettare le proprie necessità nella situazione proposta dal test. Si presume che i test proiettivi non abbiano risposte esatte o errate. Il soggetto esaminato dà allo stimolo un significato, apparentemente basato su fattori psicologici ed emozionali. Esempi sono il Thematic Apperception Test, il Draw-a-Person test, il test di Rorschach e il Sentence Completion Test.

Valutazione proiettiva della personalità 

L'approccio proiettivo alla valutazione della personalità è caratterizzato dall'uso di stimoli non strutturati, spesso ambigui. Un assunto di base è che il soggetto, quando è posto di fronte a uno stimolo vago e gli si chiede di rispondere in qualche modo, non può fare a meno di rivelare informazioni su se stesso, non solo per il modo o il processo con cui affronta l'ambiguità, ma anche per il contenuto delle sue risposte.
L'approccio proiettivo è essenzialmente di natura ideografica e i test più comuni non sono interpretati confrontando le risposte dell'individuo con una serie di dati normativi di riferimento. Tipicamente, l'interpretazione è basata su una teoria del comportamento e della personalità umana; si presume che il soggetto presenti necessità, caratteristiche, difese o qualità che si rivelano attraverso il processo del test.
Sono stati sviluppati diversi tipi di situazioni semistrutturate e di stimoli di tipo proiettivo che vengono presentati al soggetto, quali macchie d'inchiostro, disegni e racconti di storie basate su disegni.

Test di Rorschach

Il test di Rorschach venne sviluppato da Hermann Rorschach, uno psichiatra svizzero, che verso il 1910 iniziò a fare esperimenti con macchie d'inchiostro ambigue. Una serie standard di 10 macchie d'inchiostro serve da stimolo per indurre le associazioni. Nella serie standard le macchie sono riprodotte su tavole di circa 18 cm per 24 e sono numerate da I a X; cinque sono in bianco e nero e cinque a colori. Le tavole vengono mostrate al paziente seguendo un ordine particolare e l'esaminatore tiene nota delle risposte verbali del soggetto parola per parola, insieme ai tempi di reazione iniziali e al tempo trascorso su ogni tavola. Dopo il completamento di quella che viene definita fase delle associazioni libere, l'esaminatore conduce una fase di richiesta di informazioni per determinare gli aspetti rilevanti di ciascuna risposta, che saranno fondamentali per attribuire i punteggi.

Il test di Rorschach è particolarmente utile come ausilio per la diagnosi. Gli schemi di pensiero e di associazione del soggetto vengono evidenziati chiaramente, perché l'ambiguità dello stimolo fornisce relativamente pochi suggerimenti sulle risposte convenzionali, standard o normali. L'interpretazione appropriata, tuttavia, richiede una grande esperienza. Vi è un'elevata attendibilità tra clinici esperti che somministrano il test. In mani adeguate, il test è estremamente utile, soprattutto nell'evidenziare le formulazioni psicodinamiche, i meccanismi di difesa e i disturbi del pensiero più insidiosi.



La depressione è la seconda causa di disabilità nel mondo




La depressione (vedi) è la seconda più comune causa di disabilità nel mondo, secondo una review di recente apparsa su PLOS.

La malattia dovrebbe essere trattata come una priorità di primo livello, secondo quanto riportato nella rivista "PLOS Medecine".

Lo studio ha comparato la depressione clinica con oltre altre 200 malattie e disturbi causa di invalidità.
Globalmente, solo una piccola percentuale di pazienti ha accesso alle cure, secondo quanto sostiene la World Health Organization.

La depressione si pone al secondo posto tra le cause di invalidità, ma l'impatto della malattia varia a seconda dei paesi e delle culture. Per esempio, l'incidenza della depressione è maggiore in Afghanistan, e minore in Giappone. In Inghilterra, la depressione è al terzo posto quanto al numero di anni di disabilità.

La Dr.ssa Alize Ferrari dell'Università del Queensland ha condotto lo studio.
"La depressione rappresenta un enorme problema sanitario e dovremmo prestare maggiore attenzione a tale patologia, molto più di quanto non si faccia attualmente", ha sostenuto parlando alla BBC - Health.
"Si deve ancora lavorare moltissimo in termini di consapevolezza della malattia ed anche in merito all'efficacia dei trattamenti terapeutici".
"Le conseguenze sono diverse in paesi diversi, ed il peso della malattia tende ad essere maggiore nei paesi a medio e basso reddito, minore in quelli maggiormente sviluppati".

"Sono stati effettuati grandi sforzi per porre in primo piano i problemi legati alle patologie depressive, ma c'è ancora molto lavoro da fare; esiste ancora, ad esempio, il problema dello stigma associato alla malattia mentale", ha anche aggiunto.

"Ciò che alcuni riconoscono come disabilità può essere considerato in modo diverso da altre persone, ed in altri paesi, ed esistono differenti implicazioni culturali e diverse interpretazioni di tali patologie; ciò che risulta di massima importanza è che aumenti la consapevolezza della natura di questo tipo di problemi e che ne vengano ricososciuti e trattati gli aspetti invalidanti".

I dati disponibili per l'anno 2010 ricalcano gli studi degli anni precedenti (1990 e 2000) quanto alla significatività dei disturbi depressivi.

Commentando lo studio il Dr. Daniel Chisholm, studioso degli aspetti economici dei problemi di salute al Dipartimento di Salute Mentale della World Health Organization, ha sostenuto che la depressione è una condizione di patologia che comporta un elevato grado di disabilità.

"Si tratta di una grande sfida per la salute pubblica, ed un grande problema con il quale è necessario fare i conti, ma non si è ancora fatto abbastanza. Nel mondo, solo una minima parte delle persone riceve un qualche tipo di trattamento ed una diagnosi accurata".

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente promosso un piano di azione per la salute mentale per aumentare la consapevolezza ed indirizzare la pianificazione politico - economica in merito a tali questioni.

fonte: BBC Health News Novembre 2013

5 novembre 2013

Psicosi atipiche


Altri disturbi psicotici atipici (vedi anche il post sulla Psicosi Condivisa, o Follia a due)



Psicosi autoscopica.

Il sintomo caratteristico della psicosi autoscopica è un'allucinazione visiva di tutto o una parte del corpo del paziente stesso. La percezione allucinatoria, che viene chiamata fantasma, è solitamente incolore e trasparente ed è percepita come un pensiero che appare in uno specchio, poiché il fantasma imita i movimenti del paziente. Il fantasma tende ad apparire improvvisamente e senza preavviso.
 L'autoscopia è un fenomeno raro. Alcuni soggetti vivono un'esperienza autoscopica solo in una o poche occasioni; altri hanno questa esperienza più frequentemente. Anche se i dati sono limitati, sesso, età, ereditarietà e intelligenza non sembrano essere in relazione con la comparsa della sindrome.
La causa del fenomeno autoscopico è sconosciuta. Un'ipotesi di tipo biologico è che sia presente un'attività anormale ed episodica nelle aree dei lobi temporo-parietali relativa al senso di sé, forse in combinazione con un'attività anormale in una parte della corteccia visiva. Alcune teorie psicologiche hanno associato questa sindrome a personalità caratterizzate da immaginazione, sensibilità visiva e, forse, tratti di disturbo narcisistico di personalità. Questi individui possono essere soggetti a vivere fenomeni autoscopici durante i periodi di stress.
 La classica descrizione del fenomeno indica che nella maggior parte dei casi la sindrome non è progressiva, né invalidante. Solitamente la persona affetta conserva una certa distanza emotiva dal fenomeno, suggerendo una possibile lesione specifica neuroanatomica. Raramente la sindrome rappresenta l'esordio di schizofrenia o di altri disturbi psicotici.

Sindrome di Capgras.

Il sintomo caratteristico della sindrome di Capgras è il delirio che altre persone, solitamente strettamente legate al paziente, siano state sostituite con sosia identici, che sono impostori. La sindrome è stata descritta per la prima volta nel 1923 dallo psichiatra francese Jean Marie Joseph Capgras, che la definì ['illusion des sosies, ossia l'illusione dei sosia.
La rara sindrome si manifesta più frequentemente nelle donne che negli uomini. Talvolta l'affezione viene classificata come un disturbo delirante, anche se in alcuni casi può essere un sintomo della schizofrenia.
Capgras spiegò la natura del delirio come la conseguenza di sentimenti di estraneità, associata a una tendenza paranoide alla sfiducia. Secondo un'ipotesi biologica, è presente una disfunzione neurobiologica nelle aree che solitamente correlano la percezione al riconoscimento delle persone. Un'ipotesi psicoanalitica sostiene che il paziente riversa sul sosia ciò che prova verso la persona con cui deve confrontarsi (ad es., rabbia o paura) ed essendo ilsosia un impostore può essere respinto con ragione e senza timore.
I sintomi della sindrome di Capgras rispondono al trattamento con antipsicotici. Tuttavia, quando la sindrome è la sola manifestazione sintomatologica di un disturbo psicotico, il medico deve compiere un'attenta e completa valutazione neuropsicologica per identificare una possibile lesione organica che sia causa della sindrome.

Sindrome di Cotard.
Nel XIX secolo lo psichiatra francese Jules Cotard descrisse diversi pazienti affetti da una sindrome definita délire de négation, talvolta definita disturbo delirante nichilistico. I pazienti affetti si lamentano di avere perduto non solo gli averi, la condizione sociale e la forza, ma anche il cuore, il sangue e l'intestino. Il mondo che li circonda è ridotto al nulla.
Questa sindrome relativamente rara viene solitamente considerata un sintomo precursore di un episodio schizofrenico o depressivo. Attualmente, con l'uso comune di farmaci antipsicotici, viene osservata ancora· meno frequentemente che in passato.
Nella sua forma pura la sindrome viene osservata nei pazienti affetti da depressione, schizofrenia e disturbo psicotico dovuto a una condizione medica generale, spesso associato a demenza.
La sindrome di solito dura solo alcuni giorni o settimane e risponde al trattamento diretto alla malattia sottostante. Le forme a lunga durata sono solitamente associate a sindromi demenziali, come la demenza tipo Alzheimer.

Schizofrenia atipica.
Una forma particolare di schizofrenia, descritta da R. Gjessing, è stata definita catatonia periodica. I pazienti affetti da questa malattia hanno episodi periodici di catatonia stuporosa o eccitata, che Gjessing riteneva correlata ad alterazioni metaboliche del bilancio azotato. La sindrome viene osservata raramente, risponde bene ai comuni farmaci antipsicotici ed è prevenuta dal trattamento farmacologico di mantenimento.

4 novembre 2013

Disturbo Psicotico Condiviso


DISTURBI PSICOTICI ATIPICI
Disturbo psicotico condiviso (folie à deux)



Il disturbo psicotico condiviso, forse meglio conosciuto come folie à deux (vedi l'altra pagina del sito con il report di un caso clinico), è raro. Un paziente viene diagnosticato come affetto da disturbo psicotico condiviso quando i suoi sintomi psicotici si sviluppano durante una relazione prolungata con un'altra persona, a sua volta già precedentemente affetta da una sindrome simile prima dell'esordio dei sintomi nel paziente con un disturbo psicotico condiviso. Il disturbo più comunemente coinvolge due individui - una persona dominante (il paziente induttore, principale o primario) e una sottomessa, che è il soggetto affetto da disturbo psicotico condiviso. Occasionalmente sono stati riportati casi che coinvolgevano più di due persone; essi sono stati definiti folie à trois,folie à quatre, folie à cinq e così via. Un caso ha coinvolto un'intera famiglia (folie à famille) di 12 persone (folie à douze).

Nel 1860, Jules G.F. Baillarger descrisse per la prima volta questa sindrome e la definì folie à communiquée, anche se la prima descrizione viene comunemente attribuita a Ernest Charlès Lasègue e Jules Falret, che descrissero l'affezione nel 1877 e la definirono folie à deux.

La sindrome è stata anche definita follia comunicata, follia contagiosa, follia infettiva, psicosi da associazione e doppia follia.

Marandon de Montyel divise la folie à deux in tre gruppi (folie imposée, folie simultanée e folie communiquée - folie imposta, simultanea e comunicata) e Heinz Lehmann aggiunse un quarto gruppo, folie induite (folie indotta).

La folie imposée è la forma più comune e più classica della malattia; si sviluppa un sistema delirante nella persona dominante che quindi progressivamente impone tale sistema alla persona solitamente più giovane e passiva. Nella folie simultanée un simile sistema delirante si sviluppa indipendentemente in due individui che sono strettamente associati. A differenza dalla folie imposée, in cui la separazione di solito causa un miglioramento dei sintomi nella persona sottomessa, la separazione delle due persone nella folie simultanée non comporta alcun miglioramento in entrambe. Nella folie communiquée la persona dominante è coinvolta nell'induzione di un sistema delirante simile nel soggetto sottomesso, ma quest'ultimo sviluppa il suo proprio sistema delirante, che non recede dopo la separazione delle due parti. Nella folie induite la persona delirante aumenta i propri deliri assumendo quelli di una seconda persona. I vari tipi di folie sono difficili da differenziare in pratica e hanno valore storico più che clinico.

Epidemiologia. In più del 95% di tutti i casi di disturbo psicotico condiviso sono coinvolti due membri della stessa famiglia. In un terzo circa dei casi sono coinvolte due sorelle; in un altro terzo sono coinvolti marito e moglie oppure madre e figlio/a. Più rare sono le descrizioni di due fratelli, fratello e sorella e padre e figlio/a. La persona dominante è solitamente affetta , da schizofrenia oppure da un disturbo psicotico simile. Nel 25% circa di tutti i casi, l'individuo sottomesso ha un'invalidità fisica, come sordità, malattie cerebro-vascolari o altre invalidità che aumentano la dipendenza della persona sottomessa da quella dominante. Il disturbo psicotico condiviso può essere più comune nei gruppi di basso livello socioeconomico rispetto a quelli di alto livello, ed è più comune nelle donne che negli uomini.

Eziologia. Anche se la teoria principale sulla malattia è tipo psicosociale, poiché in oltre il 95% dei casi la persona affetta appartiene alla stessa famiglia, è stata ipotizzata significativa componente genetica nella malattia.

Il membro dominante della coppia ha un disturbo psicotico preesistente, quasi sempre schizofrenia, oppure un disturbo psicotico correlato e raramente una psicosi affettiva, o secondaria a demenza. La persona dominante è solitamente più anziana, più intelligente e meglio istruita e possiede una personalità con tratti più forti rispetto alla persona sottomessa, che è solitamente dipendente dalla persona dominante. Le due (o più) persone inevitabilmente vivono insieme oppure hanno una relazione personale estremamente stretta, associata a una condivisione di esperienze di vita, bisogni e speranze in comune e, spesso, un profondo rapporto emozionale reciproco. La relazione tra le persone coinvolte è di solito in parte o completamente isolata dagli stimoli sociali e culturali esterni.

La persona sottomessa può essere predisposta a una malattia mentale e avere un'anamnesi di disturbo di personalità con caratteristiche di dipendenza oppure di suggestionabilità, e anche una storia di depressione, sospettosità, isolamento sociale. La relazione tra due soggetti, anche se di dipendenza, può inoltre essere caratterizzata da ambivalenza, con sentimenti profondamente congiunti di amore e odio. La persona dominante può essere spinta a indurre il sistema delirante in quella sottomessa con un meccanismo diretto a mantenere il contatto con l'altra persona superando la propria psicosi. I sintomi psicotici dell'individuo dominante possono svilupparsi nella persona sottomessa attraverso un processo di identificazione. Adottando i sintomi psicotici della persona dominante, il soggetto sottomesso ne ottiene l'accettazione. Tuttavia, l'ammirazione della persona sottomessa verso quella dominante può trasformarsi in odio, che la persona sottomessa considera inaccettabile, cosicché l'odio viene rivolto internamente, spesso esitando in depressione o talvolta in suicidio.

Diagnosi. I criteri del DSM-IV per il disturbo psicotico condiviso comprendono lo sviluppo di deliri in una persona che ha stretta relazione con un soggetto che è già affetto da un simile sistema delirante. La persona con disturbo psicotico condiviso non ha un disturbo psicotico preesistente.

Manifestazioni cliniche. Il sintomo chiave è l'accettazione acritica dei deliri di un'altra persona. I deliri stessi sono spesso nel campo del possibile e solitamente non sono così bizzarri come quelli osservati in molti pazienti con schizofrenia. Il contenuto dei deliri è spesso di tipo persecutorio o ipocondriaco. Possono anche essere presenti sintomi di un coesistente disturbo di personalità, ma sono assenti segni e sintomi che soddisfino i criteri diagnostici della schizofrenia, dei disturbi dell'umore e del disturbo delirante. Il paziente può avere idee di suicidio e di omicidio; i medici devono raccogliere queste informazioni durante il colloquio clinico.

Diagnosi differenziale. Nella diagnosi differenziale della malattia devono essere considerati la simulazione, il disturbo fittizio con segni e sintomi psichici predominanti, il disturbo psicotico dovuto a una condizione medica generale e il disturbo psicotico indotto da sostanze. Il limite tra il disturbo psicotico condiviso e la generica follia di massa è ancora incerto.

Decorso e prognosi. La natura della malattia suggerisce che la separazione della persona sottomessa, cioè di quella che condivide il disturbo psicotico, da quella dominante possa portare alla risoluzione e alla scomparsa dei sintomi psicotici nella prima. Tuttavia questo decorso caratterizza meno del 40% dei casi e forse è vero solo nel 10%. Spesso è necessario trattare la persona sottomessa con farmaci antipsicotici proprio come quella dominante. Poiché quasi sempre le persone provengono dalla medesima famiglia, essi tornano solitamente a vivere insieme dopo la dimissione dall'ospedale.

Terapia. Il passo iniziale del trattamento è la separazione della persona affetta dalla fonte dei deliri, cioè dal partner dominante. Il paziente può avere bisogno di un importante supporto per compensare la perdita di questa persona e deve essere tenuto in osservazione fino alla remissione dei sintomi deliranti. Se tali sintomi non regrediscono in una o due settimane, possono essere usati farmaci antipsicotici.

La psicoterapia deve essere intrapresa con i membri non deliranti della famiglia del paziente e successivamente nel corso del trattamento può essere iniziata una psicoterapia in comune con la persona affetta da disturbo psicotico condiviso e il partner dominante. Va inoltre curato il disturbo mentale della persona dominante. Per prevenire le ricadute della malattia, il medico deve ricorrere alla terapia familiare e al supporto sociale per modificare le dinamiche familiari e per prevenire un nuovo sviluppo della sindrome. È spesso utile accertarsi che la famiglia sia esposta a stimoli esterni per diminuirne l'isolamento.

2 novembre 2013

Seduta di terapia: Fritz Perls e Gloria

Fritz Perls - Gloria (1965)

Sto per intervistare una paziente e desidero darvi uno sguardo di come funziona la terapia della Gestalt. La terapia della Gestalt lavora su un'equazione.

La CONSAPEVOLEZZA è uguale al TEMPO PRESENTE che è uguale alla REALTA'.


In contrasto con la psicologia del profondo, la Gestalt si occupa di prendere l'ovvio dalla superficie della situazione che noi stessi incontriamo e di sviluppare la FORMA che emerge semplicemente sulla base della relazione Io-Tu e del Qui-Ora.

Ogni fuga verso il futuro o verso il passato viene esaminata come una RESISTENZA contro l'incontro che si sviluppa nel momento presente. L'uomo moderno ha alienato, ha rinunciato a gran parte del suo potenziale, tanto che la sua capacità di rapportarsi con la sua esistenza è stata severamente compromessa.

Il mio scopo è il seguente: il paziente deve recuperare il suo potenziale perduto, integrare le sue polarità in conflitto comprendendo la differenza tra giocare un gioco, specialmente i giochi verbali da un lato e la differenza tra questi giochi e il comportamento autentico dall'altro lato.

La guerra civile del conflitto interiore, debilita l'efficienza e il confort del paziente, però ogni bit di integrazione lo fortifica. Ora nella sicura emergenza della situazione terapeutica, RIPETO, nella sicura emergenza della situazione terapeutica, il paziente comincia a prendersi dei rischi e trasformare le sue energie dalla manipolazione dell'ambiente per ottenerne sostegno, a uno sviluppo sempre più grande di "auto sostegno" e impara a fidarsi delle sue proprie risorse.

Questo processo è chiamato
MATURAZIONE.

Una volta che il paziente apprende a camminare con le proprie gambe, emozionalmente, intellettualmente ed economicamente, la sua necessità di terapia collasserà. Si sveglierà dall'incubo della sua esistenza.

La tecnica di base è la seguente:

NON nell'esplicare le cose al paziente, ma nel creargli le opportunià per comprendersi e scoprirsi da solo. A tale scopo io manipolo e frustro il paziente in tale maniera che egli debba confrontarsi da solo e in questo processo identifichi il suo poteniale perduto, ad esempio assimilando le sue proiezioni attraverso il tirar fuori le parti alienate di se stesso.

Principalmente io considero che qualsiasi interpretazione sia un errore terapeutico e questo implicherebbe che il terapeuta comprendesse meglio il paziente del paziente stesso e privandolo cosi dell'opportunità di scoprirsi da solo e per se stesso e impedendogli di incontrare i suoi propri valori e stile.

Livello non verbale

D'altra parte io scarto la maggior parte del CONTENUTO di quello che il paziente dice e mi concentro soprattutto nel livello non verbale, perchè questo è quello soggetto all'auto inganno. A livello non verbale la Gestalt rilevante emergerà sempre e potrà essere trattata, nel qui e ora.



Meta-commento di Perls

Perls dice:

L'impianto teorico ha retto e ho riscontrato l'evitamento di un incontro genuino. Questo evitamento si è manifestato in 3 modi.

1) La paziente teneva il controllo attraverso il mostrare un sorriso sofisticato ed artificiale, indossando una maschera falsa, giustificandosi, con la pretesa di essere intimorita e al tempo stesso fingendo di non intendermi perfettamente, fingendo di avere il completo controllo della situazione.

2) In secondo luogo ella si stava ritirando nel fantasticare di trovarsi chiusa in un angolo.

3) In terzo luogo stava bloccando un incontro autentico, che sarebbe stato il vero significato emotivo di questo incontro.

La paziente è stata capace di identificare se stessa con varie fantasie, che ha proiettato su di me. Ciò è stato specialmente evidente inizialmente riguardo alla sua necessità di essere rispettata. La necessità del supporto ambientale ha cominciato a manifestarsi insieme alla sua necessità di essere rispettata.

E' stato verbalizzato come un desiderio di essere amata e riscattata dal suo angolo, ecc..

Ho interrotto la sessione quando sono iniziate a comparire le prime lacrime e lei ha
cominciato a giocare il ruolo di una bambina sola che apparentemente voleva essere abbracciata e consolata. Ma anche qui, l'assimilazione delle sue proiezioni ha cominciato a lavorare e ha cominciato a sperimentare di sostenere me come un bambino. Modi per aiutarla ad assimilare alcune delle proiezioni, il principale risultatao terapeutico è stato quello di dimostrargli alcune delle sue inconsistenze del suo comportamento verbale e non verbale. Per esempio, dire di essere impaurita e sorridere al tempo stesso.
Una persona impaurita non sorride. La sua paura era ben più correlata al suo disagio e imbarazzo e questo disagio era derivante dalla sua altezzosità e dalla sua rabbia. Per superare il disagio esistenziale dovremo tentare di lavorare per eliminare la falsità che è il luogo da dove, in maniera superficiale, possiamo assumere qualunque ruolo che abbiamo bisogno di assumere in una determinata situazione.

Questo pseudo adattamento è un modo di far fronte alla vita. Questo è quello che io posso ricavare da questa sessione.

31 ottobre 2013

Teoria e pratica della terapia


PERLS - HEFFERLINE - GOODMAN

TEORIA E PRATICA della TERAPIA DELLA GESTALT
Vitalità e accrescimento nella personalità umana



Pubblicato nel 1951 da Fritz Perls e Paul Goodman (con Hefferline per la 'parte pratica') è uno di quei pochi libri del nostro secolo di cui si può ben dire, alle soglie del duemila, che hanno fatto la storia della psicoterapia.

Infatti si colloca, e non solo cronologicàmente, a un punto di snodo cruciale nello sviluppo della terapia psicologica, quel momento storico in cui cominciano ad attualizzarsi le più vaste e remote potenzialità della psicoanalisi nel suo fecondo incontro-scontro con tradizioni e culture a volte molto lontane (non senza traumi per l'una come per le altre), dal quale nasceranno tutte le forme di terapia psicologica attualmente in uso.

Tra i fili che dalla prima metà del secolo conducono alla terapia gestaltica e alla sua formulazione nel manuale dell'inquieto psicoanalista berlinese ebreo emigrato in Sud Africa (dove crea una società psicoanalitica) e poi negli Stati Uniti, tra questi vasi linfatici c'è la più viva e innovativa tradizione culturale europea dell'ultimo terzo di secolo, dalla filosofia fenomenologica ed esistenzialista, alla rivoluzionaria psicologia della Gestalt (Perls fu assistente di Goldstein), alla psicoanalisi, ovviamente, con tutti i fermenti più innovativi che ribollivano nell'istituto berlinese degli anni trenta dove Perls si formò con didatti e analisti quali Karen Horney, Helene
Deutsch e Wilhelm Reich; ma c'è anche il riflesso, colto al volo con stupefacente tempismo, delle nascenti tecniche corporee, che fanno la loro comparsa negli anni trenta (anche) nei paesi di lingua tedesca.

Gli influssi che partono da questo manuale, invece, non si contano. Oltre all'impatto diretto e dirompente che ebbe sul mondo in formazione della psicoterapia umanistica, l'orecchio attento ne coglierà un'eco, più o meno manifesta, più o meno importante, ma sempre significativa, in tutte le forme di terapia nate da allora nel continente americano, come l'approccio relazionale, e perfino in certe tecniche cognitiviste.

Ma soprattutto, un' eco del modello gestaltico comincia a vibrare anche in certi autori psicoanalitici più curiosi e sensibili. Si potrebbe dire che il lavoro di Perls, come i veri contributi alla cultura umana, oltre ad aver dato vita a una psicoterapia, è andato a permeare, in questa forma, i terreni più lontani, che della Gestalt, magari, nulla sanno.


FREDERICK S. PERLS, nato a Berlino nel 1893, si è laureato in medicina nel 1921, per poi specializzarsi in psicologia a Berlino, Vienna e Francoforte. Negli Stati Uniti ha dato vita alla Psicoterapia della Gestalt e ha diretto l'Esalen Institute. È morto negli Stati Uniti nel 1970.

R. F. HEFFERLINE, professore di psicologia presso la Columbia University, e

PAUL GOODMAN, letterato e scrittore, hanno affiancato Perls nell' elaborazione e nella diffusione della terapia della Gestalt.


Titolo Teoria e pratica della terapia della Gestalt.
                Vitalità e accrescimento della personalità umana
Autore Perls Fritz; Hefferline R. F.; Goodman Paul
Dati         1997, 512 p., 2 ed.
Trad.  Sanders J.; Liuzzi F.
Editore Astrolabio Ubaldini  (collana Psiche e coscienza)

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Insonnia primaria


Nella decima revisione dell'International Classification oi Diseases and Related Health Problems (ICD-10) i disturbi del sonno (vedi) comprendono solo le forme di origine non organica. Questi disturbi sono classificati come dissonnie, condizioni psicogene "in cui i disturbi predominanti ... [sono] relativi alla quantità, alla qualità o agli orari del sonno" dovuti a cause emozionali; e parasonnie "eventi episodici anormali che si manifestano durante il sonno". Le parasonnie dell'infanzia sono correlate allo sviluppo; quelle nell'età adulta sono psicogene e comprendono il sonnambulismo, il pavor nocturnus e gli incubi notturni.

L'ICD-10 afferma che i disturbi del sonno sono spesso sintomi di altri disturbi, ma anche quando non lo sono, si dovrebbe diagnosticare lo specifico disturbo del sonno insieme a tutte le altre diagnosi rilevanti necessarie per descrivere la "psicopatologia e/o la fisiopatologia coinvolta nel singolo caso".

DSM-IV

La quarta edizione del Diagnostic and Statistical Manual oi Mental Disorders (DSM-IV) classifica i disturbi del sonno sulla base dei criteri diagnostici e dell'eziologia presunta. Le tre principali categorie dei disturbi del sonno nel DSM-IV sono i disturbi primari del sonno, i disturbi del sonno correlati a un altro disturbo mentale e gli altri disturbi del sonno, soprattutto quelli dovuti a una condizione medica generale o indotti da sostanze. I disturbi descritti nel DSM-IV sono solo una piccola parte dei disturbi del sonno noti e forniscono uno schema per una valutazione clinica.

DISTURBI PRIMARI DEL SONNO

Il DSM-IV definisce i disturbi primari del sonno come disturbi non causati da un altro disturbo mentale, una condizione fisica o una sostanza, ma piuttosto da un meccanismo anormale del ritmo sonno-veglia o spesso dal condizionamento. I due principali disturbi primari del sonno sono le dissonnie e le parasonnie. Le dissonnie sono un gruppo eterogeneo di disturbi del sonno e comprendono l'insonnia primaria, l'ipersonnia primaria, la narcolessia, il disturbo del sonno correlato alla respirazione, il disturbo del ritmo circadiano del sonno (disturbo del ritmo sonno-veglia) e la dissonnia non altrimenti specificata (NAS). Le parasonnie comprendono il disturbo da incubi (disturbo d'ansia collegato ai sogni), il pavor nocturnus [nel DSM-IV definito letteralmente come disturbo da terrore nel sonno], il sonnambulismo (disturbo da sonnambulismo) e le parasonnie NAS.


Insonnia primaria

L'insonnia primaria è diagnosticata quando il principale problema è la difficoltà a iniziare o a mantenere il sonno, oppure il sonno non offre ristoro e il disturbo persiste per almeno un mese. (Secondo l'ICD-10 il disturbo deve manifestarsi almeno 3 volte alla settimana per un mese.) Il termine primaria indica che l'insonnia si manifesta indipendentemente da qualsiasi malattia fisica o mentale nota. L'insonnia primaria è spesso caratterizzata sia da difficoltà di addormentamento sia da ripetuti risvegli. Sono spesso evidenti un aumento dell'arousal fisiologico notturno o di quello psicologico e un condizionamento negativo per il sonno. In generale, i pazienti con insonnia primaria vorrebbero riuscire a dormire più a lungo. Più il soggetto tenta di dormire, maggiore è il senso di frustrazione e di afflizione e più è difficile che si addormenti.

Il trattamento dell'insonnia primaria è tra i più difficili problemi dei disturbi del sonno.

Quando la componente di condizionamento è preminente, può essere utile una tecnica di decondizionamento. Si consiglia ai pazienti di usare il letto per dormire e non altro; se non si addormentano dopo cinque minuti di permanenza a letto devono alzarsi e far altro. Talvolta, è utile cambiare letto o andare in un'altra stanza. Quando è prevalente la tensione somatizzata o la tensione muscolare, sono talvolta utili le risposte di rilassamento e il biofeedback. La psicoterapia non si è dimostrata molto utile nel trattamento dell'insonnia primaria.
L'insonnia primaria viene comunemente trattata con ipnotici benzodiazepinici, cloralio idrato o altri sedativi. I farmaci ipnotici dovrebbero essere usati con cautela. Gli ipnotici da banco hanno un'efficacia limitata. Varie misure non specifiche -la cosiddetta igiene del sonno (vedi il decalogo del sonno) - possono essere utili nell'aiutare a migliorare il sonno. È importante che il medico rassicuri i pazienti con insonnia che la loro salute non è a rischio se non ottengono 6 o 8 ore di sonno.

Viene usata anche la fototerapia. Gli ipnotici a lunga durata d'azione (ad esempio, flurazepam, quazepam) sono migliori per l'insonnia che insorge a metà della notte; i farmaci a breve durata d'azione (ad esempio, zolpidem e triazolam) sono utili per le persone che hanno difficoltà ad addormentarsi. In generale, gli ipnotici non dovrebbero essere prescritti per più di 2 settimane perché possono insorgere tolleranza e rischi di astinenza.


28 ottobre 2013

L'uomo di carta



L'idea della terapia della gestalt è trasformare gli individui di carta in persone reali: riportare alla vita l'uomo intero della nostra epoca e insegnargli a usare la sua potenzialità innata; a essere, diciamo, un leader senza essere un ribelle; ad avere un proprio equilibrio invece di vivere sbilenco.



Tutte queste idee sembrano quasi utopistiche, ma credo che adesso siano possibili; che non dobbiamo stenderci sul divano per anni, decenni, e secoli senza constatare cambiamenti essenziali.

Quali sono le condizioni in cui si possono raggiungere questi ideali?
Ecco, adesso devo tornare indietro e parlare dell'ambiente sociale in cui ci troviamo.

Nei decenni passati, l'uomo viveva per ciò che era considerato giusto, e faceva il proprio lavoro a prescindere dal desiderio o dall'idoneità personali. L'intera società era governata dal 'dovere' e dal puritanesimo. Facevi la tua parte, volente o nolente. Credo che ora l'intero ambiente sia cambiato. Il puritanesimo si è mutato in edonismo. Viviamo per il piacere, il divertimento, per la sfrenatezza. Tutto va bene purché sia piacevole. Sembra anche bello. Assai meglio del moralismo.

Costituisce, però, una ricaduta gravissima. Vale a dire, siamo divenuti fobici verso il dolore e la sofferenza. Permettetemi di ripetere questa frase: siamo divenuti fobici verso il  dolore e la sofferenza.

Va evitato tutto ciò che non è divertente o piacevole. Cosi' fuggiamo da ogni frustrazione che potrebbe essere dolorosa e cerchiamo di limitarla al massimo.

La conseguenza è la mancanza di crescita.

Quando parlo della disponibilità ad affrontare le cose sgradevoli, non intendo certamente un'educazione tendente al masochismo; al contrario, un masochista è un individuo che teme il dolore e si abitua a tollerarlo. Parlo piuttosto della sofferenza che accompagna la maturazione. Parlo della necessità di affrontare situazioni inevitabilmente sgradevoli. E ciò è strettamente legato all'approccio della gestalt.

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Anoressia (Clinica e diagnosi)


DIAGNOSI E CARATTERISTICHE CLINICHE DELL' ANORESSIA MENTALE (O ANORESSIA NERVOSA)



L'anoressia nervosa di solito esordisce fra i 10 e i 30 anni d'età. Un esordio al di fuori di quei limiti di età è relativamente raro e pertanto in questi casi la diagnosi dovrebbe essere posta in discussione. Dopo i 13 anni d'età, la frequenza di esordio aumenta rapidamente e raggiunge un picco a 17-18 anni. Nell'85% circa dei casi l'anoressia nervosa esordisce fra i 13 e i 20 anni. Alcune pazienti, prima dell'età di 10 anni, erano piuttosto schizzinose nel mangiare o avevano frequenti problemi digestivi.

In tutte le pazienti affette da anoressia nervosa è presente un'intensa paura di aumentare di peso e di diventare obese, che indubbiamente contribuisce alla loro mancanza di interesse, e anche alla resistenza nei confronti della terapia. Il comportamento patologico volto alla diminuzione di peso si manifesta per lo più di nascosto. Le pazienti con anoressia nervosa di solito rifiutano di mangiare con le loro famiglie o in pubblico. Perdono peso attraverso una drastica riduzione dell'assunzione totale di cibo, con una sproporzionata diminuzione dei cibi contenenti elevate quantità di carboidrati e di grassi.

Il termine anoressia, che significa perdita dell'appetito, è errato perché la perdita dell'appetito è di solito rara fino alla fase tardiva della malattia.
Una prova che le pazienti pensano continuamente al cibo è la loro passione per la raccolta di ricette e la preparazione di elaborati pasti per gli altri. Alcune non riescono a tenere continuamente sotto controllo la restrizione volontaria dell'assunzione di cibo e pertanto sono soggette ad abbuffate. Queste abbuffate di solito avvengono in segreto e spesso di notte e sono sovente seguite dall'autoinduzione di vomito. Le pazienti abusano di lassativi e persino di diuretici per perdere peso. Assai frequenti sono esercizi fisici ritualistici, lunghi giri in bicicletta, camminate, jogging e corse.

Le pazienti con questo disturbo presentano un peculiare comportamento relativo al cibo. Nascondono il cibo in tutta la casa e spesso portano grandi quantità di dolci nelle tasche e nella borsa. Mentre mangiano, tentano di mettere il cibo nei loro tovaglioli o di nasconderlo nelle tasche. Tagliano la carne in pezzi molto piccoli e passano una grande quantità di tempo a sistemare i pezzetti di cibo nel piatto. Se si fa loro notare il loro comportamento peculiare, spesso negano che si tratti di un comportamento insolito o rifiutano seccamente di discuterne.
Secondo la letteratura, gli altri sintomi psichiatrici più frequentemente associati all'anoressia nervosa sono il comportamento ossessivo-compulsivo, la depressione e l'ansia. Le pazienti tendono a essere rigide e perfezionisti che e abitualmente presentano lamentele somatiche, soprattutto i disturbi epigastrici. È comune il furto compulsivo, di solito di dolci e lassativi, ma talvolta di vestiti e altri oggetti.
Nelle pazienti con questo disturbo viene spesso descritto uno scarso adattamento sessuale. Molte adolescenti con anoressia nervosa hanno un ritardo dello sviluppo sessuale psicosociale e quelle in età adulta hanno una netta riduzione dell'interesse per il sesso sin dall'inizio del disturbo. Un gruppo meno frequente e più insolito di persone con anoressia nervosa ha una storia premorbosa di promiscuità o abuso di sostanze oppure di entrambi e durante il disturbo non presenta alcuna riduzione dell'interesse per il sesso.

Le pazienti di solito giungono all'attenzione medica quando la perdita di peso diventa evidente; quando diventa molto grave, si manifestano segni come ipotermia (che può arrivare a 35°C), edema declive, bradicardia, ipotensione e lanugo (comparsa di peli di aspetto infantile) e possono insorgere diverse alterazioni metaboliche. Alcune ragazze con anoressia nervosa giungono all'attenzione del medico a causa dell'amenorrea, che spesso compare prima che la perdita di peso diventi evidente. Alcune pazienti con anoressia nervosa si inducono il vomito o abusano di purganti e diuretici, con il conseguente rischio di alcalosi ipokaliemica. Può inoltre essere presente un disturbo della diuresi.
Nello stadio cachettico dell'anoressia nervosa sono state notate modificazioni elettrocardiografiche (ECG) - come appiattimento o inversione delle onde T, sottoslivellamento del tratto ST e allungamento dell'intervallo QT. Le modificazioni dell'ECG sono anche la conseguenza della perdita di potassio, che può condurre a decesso. La dilatazione gastrica è una rara complicazione dell'anoressia nervosa. In alcuni casi l'aortografia ha dimostrato una sindrome dell'arteria mesenterica superiore.

Il DSM-IV identifica due tipi di anoressia nervosa - il tipo con restrizioni e quello con abbuffate/condotte di eliminazione. Il secondo tipo è comune fra le pazienti con anoressia nervosa e si sviluppa in quasi il 50% dei casi. I due tipi sembrano avere storie e caratteristiche cliniche diverse. Le persone anoressiche con abbuffate/condotte di eliminazione hanno molti caratteri simili alla bulimia nervosa senza anoressia nervosa. Inoltre, nelle loro famiglie vi sono persone obese e le pazienti stesse hanno storie di peso corporeo elevato rispetto a quelle con anoressia con restrizioni. È probabile che le persone con abbuffate/condotte di eliminazionè presentino abuso di sostanze, disturbi del controllo degli impulsi e disturbi di personalità. I soggetti con anoressia nervosa del tipo con restrizioni limitano la loro scelta di cibo, assumono meno calorie possibili e spesso hanno tratti ossessivo-compulsivi nei confronti del cibo, ma anche di altri aspetti. Entrambi i tipi di persone sono preoccupati del peso e dell'immagine corporea ed entrambi eseguono attività fisica per ore ogni giorno e possono presentare comportamenti bizzarri in relazione al cibo. Entrambi i tipi possono essere socialmente isolati e hanno sintomi depressivi e riduzione dell'interesse sessuale. Alcune persone con anoressia nervosa manifestano condotte di eliminazione, ma non abbuffate.
L'anoressia nervosa è spesso associata a un disturbo depressivo maggiore. Il disturbo depressivo maggiore o il disturbo distimico sono stati riportati nel 50% delle pazienti con anoressia nervosa. Il tasso di suicidio è maggiore nel tipo con abbuffate/condotte di eliminazione che in quello con restrizioni.

Le pazienti con anoressia nervosa sono spesso molto riservate, negano i propri sintomi e resistono al trattamento. In quasi tutti i casi, è necessario che i parenti o le persone più intime confermino la storia della paziente. L'esame delle condizioni mentali di solito mostra un soggetto vigile, bene informato sul tema della nutrizione e preoccupato del cibo e del peso. La paziente deve essere sottoposta a un esame obiettivo generale e neurologico. Se vomita, può essere presente un'alcalosi ipokaliemica. Poiché molte sono disidratate, il medico deve richiedere il dosaggio degli elettroliti sierici all'inizio del trattamento e poi periodicamente durante il ricovero.

link:
anoressia
bulimia
disordini del comportamento alimentare

26 ottobre 2013

L'approccio - Testimone oculare della terapia


FRITZ PERLS

L'APPROCCIO DELLA GESTALT - TESTIMONE OCULARE DELLA TERAPIA



La teoria della Gestalt costituisce una delle poche correnti di pensiero che hanno cambiato il volto della psicologia contemporanea. Tutte le terapie moderne, sia di gruppo - come le 'maratone', il 'T-group', le dinamiche di gruppo, ecc. - sia individuali portano il segno dell'influsso delle idee di Perls: 'qui-e-ora', il 'coinvolgimento del terapeuta', le tecniche 'non-verbali', le tecniche Yoga, sono tutti elementi che già intorno alla fine degli anni '40 Perls praticava e teorizzava.

La concezione gestaltica di Perls non era però statica, si modificava ed evolveva attraverso il costante confronto con i suoi stessi risultati; in lui la teoria si basava sull' esperienza e sull' osservazione e si evolveva e modificava attraverso la pratica e l'applicazione. Ecco perché Perls ha concepito questo suo ultimo libro come un terzo capitolo della storia teorica da lui tracciata con i due lavori precedenti - Ego, Hunger and Aggression e Gestalt Therapy (apparso in Astrolabio col titolo Teoria e pratica della terapia della Gestalt) - e soprattutto come opera aperta, che in sé contiene le potenzialità del proprio superamento e la negazione di qualsiasi immobilismo teorico.

I due scritti che compongono questo libro, i cui concetti furono rivisti ed elaborati da Perls fino a poco prima della sua scomparsa, possono essere letti separatamente oppure come opera unica;
il primo serve anche da introduzione al secondo, Testimone oculare della terapia, per il quale Richard Bandler ha scelto, dal materiale affidato da Perls poco prima di morire, trascrizioni e filmati che danno una visione estremamente eloquente del lavoro gestaltico così come da Perls era concepito.

FRITZ PERLS si è laureato in medicina presso la Friedrich Wilhelm Universitat di Berlino nel 1921. Si è specializzato in psicologia negli istituti di psicologia di Berlino, Vienna e Francoforte dove, nel 1926, era assistente nell'Istituto Kurt Goldstein. Sempre a Francoforte è stato amico di Tillich, Buber, Scheler e altri pensatori esistenzialisti. Ha studiato con Karen Horney, Helene Deutsch, Clara Harpel, Hitschmann e Harnick. In seguito è stato in analisi didattica con Reich, fino all' avvento del nazismo in Germania. Dopo una breve parentesi sudafricana si è stabilito negli Stati Uniti, dove ha dato vita a una scuola di Terapia della Gestalt e ha diretto l'Esalen Institute, in cui si elaborano e si praticano le terapie ispirate alla corrente gestaltica. È morto negli Stati Uniti nel 1970.
Oltre a Teoria e pratica della terapia della Gestalt, sono apparsi, di Perls, in Astrolabio, La terapia gestaltica parola per parola e L'eredità di Perls.

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25 ottobre 2013

La retroflessione - I meccanismi nevrotici


La "Retroflessione" in Gestalt



Il quarto meccanismo nevrotico è la retroflessione, che significa letteralmente: 'rivolgere nettamente indietro, contro'. L'individuo che retroflette sa come tracciare una linea di confine tra sé e l'ambiente, e la traccia nettamente proprio al centro: cioè, al centro di se stesso. Chi introietta si comporta secondo i desideri altrui, chi proietta accusa gli altri di fare a lui ciò che invece lui fa agli altri, l'uomo in uno stato di confluenza patologica non sa chi veramente fa qualcosa e a chi, e l'individuo che retroflette fa a se stesso ciò che vorrebbe fare agli altri.

Quando una persona retroflette il suo comportamento, tratta se stessa come originariamente voleva trattare altre persone o altri oggetti. Smette di dirigere le sue energie all'esterno, nei tentativi di manipolare e determinare così cambiamenti nell'ambiente che soddisferanno i suoi bisogni, per ridirigerle all'interno, sostituendo, come bersaglio del comportamento, se stessa all'ambiente. Facendo ciò, divide la sua personalità in 'colui che agisce' e 'colui che subisce'. Diventa letteralmente il proprio peggior nemico.

È evidente che nessun essere umano può vivere dando sempre libero sfogo ai suoi impulsi. Almeno alcuni di questi impulsi vanno frenati. Ma frenare deliberatamente gli impulsi distruttivi grazie al riconoscimento che sono tali, è tutt'altra cosa che volgerli contro se stessi. La madre disperata alla fine di una lunga giornata tumultuosa in cui la lavatrice è impazzita e ha strappato tutto il bucato, il figlio di cinque anni è parimenti impazzito e ha scarabocchiato con una matita rossa tutto il muro del salotto, il tecnico che doveva aggiustare l'aspirapolvere non è venuto e il marito è arrivato con un'ora di ritardo per la cena, probabilmente si sentirà addirittura capace di uccidere. Non sarebbe consigliabile per lei uccidere il bambino o il marito, ma sarebbe egualmente sciocco per lei tagliarsi la gola.

Come si manifesta il meccanismo della retroflessione? Come l'introiezione si manifesta nell'uso del pronome 'io' quando il significato reale è 'loro'; come la proiezione si manifesta nell'uso dei pronomi 'esso' o 'loro', quando il significato reale è 'io'; come la confluenza si manifesta nell'uso del pronome 'noi' quando è dubbio il significato reale; nello stesso modo la retroflessione si manifesta nell'uso del riflessivo 'me stesso'.

Cotui che retroflette dice: "Mi vergogno di me stesso", oppure: "Devo costringermi a fare questo lavoro". Fa una serie quasi infinita di affermazioni di questo genere, tutte basate sulla concezione sorprendente che lui e lui stesso sono due persone diverse.

La confusione tra il sé e l'altro, confusione che è alla base della nevrosi, si manifesta anche nella confusione totale riguardo al sé. Per il nevrotico, il sé è una bestia o un angelo - ma mai se stesso.

Con la sua descrizione dello sviluppo della personalità, Freud ha ulteriormente accresciuto questa confusione. Ha parlato dell'Io, dell'Es (le pulsioni organiche) e del Super-Io (la coscienza) e ha descritto la vita psichica dell'individuo come un conflitto costante tra questi componenti: in un corpo a corpo eterno e insanabile con se stesso, l'uomo lotta fino alla morte. Colui che retroflette sembra agire in conformità alla concezione freudiana dell'uomo.

Ma consideriamo per un momento cos'è in realtà il Super-Io. Se non è parte di ciò che viene variamente chiamato sé, o io, deve necessariamente trattarsi di un fascio di introietti, di atteggiamenti e di approcci non assimilati, imposti all'individuo dall'ambiente. Freud parla dell'introiezione come parte del processo morale della crescita; dice, ad esempio, che il bambino introietta le immagini genitoriali 'buone' e le stabilisce come propri ideali dell'Io. Anche l'Io, quindi, diventa un fascio di introietti. Ma vari studi sulle personalità nevrotiche hanno dimostrato che i problemi insorgono non in rapporto all'identificazione infantile con i genitori 'buoni', bensì in rapporto all'identificazione con i genitori 'cattivi'.
Il bambino, infatti, assimila, non introietta, gli atteggiamenti e l'etica dei genitori buoni. Certo non può esprimere le sue azioni in termini complicati o in gergo psichiatrico, ma, in effetti, traduce gli atteggiamenti sottostanti al comportamento soddisfacente dei genitori in termini che può capire; li riduce, per così dire, al minimo comune denominatore, e poi li assimila nella loro forma nuova, forma questa che può utilizzare. Il bambino non può ridurre in modo analogo gli atteggiamenti 'cattivi' dei genitori; non ha alcun mezzo e tanto meno alcun desiderio innato per far fronte ad essi. Deve dunque accoglierli come introietti non digeriti; ed è qui che cominciano i guai. Poiché abbiamo adesso una personalità costituita non di lo e Super-Io, bensì di io-e-non-io, del sé e dell'immagine del sé, una personalità tanto confusa che è diventata totalmente incapace di fare distinzioni.

Questa confusione di identità è appunto la nevrosi. E che si manifesti mediante il meccanismo dell'introiezione, della proiezione, della retroflessione o della confluenza, il suo marchio caratteristico è sempre la disintegrazione della personalità e la mancanza di coordinazione nel pensiero e nell'azione.

La terapia è il processo di correzione delle false identificazioni. Se la nevrosi è il prodotto di identificazioni 'cattive', la salute è il prodotto di identificazioni 'buone'. Ciò lascia aperta, naturalmente, la questione di quali siano le identificazioni buone e quali quelle cattive. La risposta più semplice e anche, penso, più accettabile - basata sulla realtà osservabile - è che le identificazioni 'buone' siano quelle che promuovono le soddisfazioni e le realizzazioni teleologiche dell'individuo e del suo ambiente. Per converso, le identificazioni 'cattive' sono quelle che finiscono per deformare o frustrare l'individuo o che danno luogo a un comportamento distruttivo nei confronti dell'ambiente.

Difatti il nevrotico, con il suo comportamento autodistruttiva, non solo rende infelice se stesso, ma punisce anche tutti coloro che gli vogliono bene.

Nella terapia, quindi, dobbiamo ristabilire la capacità di discriminazione del nevrotico. Dobbiamo aiutarlo a riscoprire cos'è e cosa non è lui stesso; cosa lo realizza e cosa lo frustra. Dobbiamo guidarlo verso l'integrazione. Dobbiamo assisterlo nella ricerca del giusto equilibrio e del confine tra sé e il resto del mondo. È facile dire: "sii semplicemente te stesso"; purtroppo, migliaia di ostacoli sbarrano la strada al nevrotico. Dal momento che ora comprendiamo i meccanismi con cui il nevrotico si impedisce di' essere se stesso, possiamo cercare di togliere questi blocchi stradali uno per uno. È questo il compito della terapia.

tratto da: Perls, Gestalt - Astrolabio

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24 ottobre 2013

Confluenza patologica - I meccanismi nevrotici


Confluenza patologica - I meccanismi della nevrosi secondo la teoria della Gestalt



Quando l'individuo non avverte alcun confine tra sé e l'ambiente, quando sente che lui e l'ambiente sono un'unica entità, egli è in confluenza con l'ambiente. Le parti e l'intero sono indistinggibili.

I neonati vivono in confluenza; non hanno alcun senso di distinzione tra interno ed esterno, tra il sé e l'altro. Nei momenti di estasi o di forte concentrazione, anche gli adulti si sentono confluenti con il loro ambiente. Il rito esige questo senso di confluenza, in cui scompaiono i confini e l'individuo si sente più che mai se stesso mediante la sua stretta identificazione col gruppo. Parte della ragione per cui il rito produce un senso di esaltazione e di esperienza intensa è che normalmente avvertiamo molto nettamente il confine sé-altro, e di conseguenza la sua eliminazione temporanea viene sentita come un evento enormemente impressionante. Ma quando questo senso di identificazione totale è talmente cronico che risulta impossibile vedere la differenza tra sé e il resto del mondo, l'individuo è malato. Non può sperimentare se stesso poiché ha perso ogni senso di sé.

La persona nella quale la confluenza è uno stato patologico, non sa che cos'è né cosa sono gli altri. Non sa dove finisce lui e cominciano gli altri. Dal momento che è inconsapevole del confine tra sè e gli altri,  non può prendere contatti adeguati con essi. Né può ritirarsi. Invero, non riesce neanche a prendere contatto con se stesso.

Siamo costituiti di milioni di cellule. Se fossimo una confluenza, saremmo una massa gelatinosa e non sarebbe possibile alcuna organizzazione. Al contrario, se ogni cellula fosse separata da una membrana porosa, questa membrana costituirebbe il punto di contatto, di discriminazione, riguardo a ciò che viene 'accettato' e ciò che viene 'respinto'·

Se, però, le nostre parti componenti, che non solo operano come parti dell'essere umano totale, ma svolgono inoltre le proprie funzioni specifiche, vengono riunite e mantenute in una confluenza patologica, non sarà possibile adempiere adeguatamente al lavoro.

Prendiamo come esempio qualche inibizione cronica. Supponiamo che in diverse occasioni volevate piangere, ma vi siete frenati con una contrazione intenzionale dei muscoli del diaframma. Supponiamo inoltre che questo modello comportamentale, insorto originariamente come un tentativo conscio di reprimere il pianto, diventi abituale e inconscio. Allora avreste perso ambedue le attività: la capacità di respirare liberamente e la capacità di piangere. Incapaci di singhiozzare, non potreste mai liberare ed elaborare il vostro dolore; dopo un po' probabilmente dimentichereste persino la causa della vostra tristezza. Il bisogno di piangere, e la contrazione del diaframma come difesa contro l'espressione di tale bisogno, formano insieme un'unica linea stabilizzata di battaglia tra l'attività e la controattività, e questa guerra perpetua procede costantemente, isolata dal resto della personalità.

L'uomo che vive in uno stato di confluenza patologica lega i suoi bisogni, le sue emozioni e le sue attività in un unico fascio di confusione totale, al punto che non è più consapevole di cosa desidera fare né di come si impedisce di farlo. Una tale confluenza patologica è alla base di molte malattie riconosciute adesso come psicosomatiche.

La confluenza patologica comporta anche delle gravi conseguenze sociali. Nello stato di confluenza si esige la somiglianza e si rifiuta di tollerare ogni divergenza. Ritroviamo spesso questo fenomeno nei genitori che considerano i propri figli semplici estensioni di se stessi. Questi genitori non riescono a capire che i figli, almeno per alcuni aspetti, sono inevitabilmente diversi da loro. E se i figli non sono confluenti, e non si identificano con le esigenze dei genitori, si scontreranno con la reiezione e l'alienazione: "Non sei mio figlio"; "non voglio bene a un bambino così cattivo".
 
Se i membri delle Nazioni Unite comprendessero o anche stimassero le differenze tra le nazioni facenti parte dell'organizzazione, avrebbero  un buon contatto, e ci sarebbe una buona probabilità di risolvere i problemi che ora assillano il mondo. Ma finché le differenze non vengono tollerate, e finché ogni nazione esige che tutte le altre condividano il proprio punto di vista, fin nei dettagli, continueranno il conflitto e la confusione. Fino a quando le differenze non vengono comprese, saranno probabilmente perseguitate.

Quando l'uomo che vive in uno stato di confluenza patologica dice: "noi", non si riesce a sapere di chi parli: di se stesso o del resto del mondo. Ha perso completamente ogni senso del confine. 

(tratto da Perls, L'approccio della Gestalt)

23 ottobre 2013

Proiezione - I processi nevrotici

Proiezione - I meccanismi psicopatologici secondo la teoria della Gestalt




Il contrario dell'introiezione è la proiezione.

Mentre l'introiezione è la tendenza a rendere il sé responsabile di ciò che in realtà è parte dell'ambiente, la proiezione è la tendenza a rendere l'ambiente responsabile di tutto ciò che si origina nel sé. Clinicamente, riconosciamo che la paranoia, caratterizzata dallo sviluppo di un sistema delirante altamente organizzato, è il caso estremo della proiezione. Si è scoperto che quasi sempre il paranoico è una personalità altamente aggressiva che, incapace di accettare la responsabilità dei propri desideri, sentimenti e brame, li attribuisce a oggetti e persone nell'ambiente. La sua convinzione di essere perseguitato è difatti l'asserzione che lui vorrebbe perseguitare gli altri.

Ma la proiezione esiste anche sotto forme meno estreme, e dobbiamo fare attenzione a distinguere tra la proiezione, in quanto processo patologico, e la supposizione, che si basa sull'osservazione normale e sana. Programmazione e previsione, schermaglie e manovre in una partita di scacchi e in diverse altre attività denotano tutte un comportamento basato sull'osservazione e su supposizioni circa il mondo esterno. Ma queste supposizioni vengono riconosciute come tali. Il giocatore di scacchi che programma in anticipo alcune mosse compie un'intera serie di supposizioni basate sull'osservazione dei processi mentali dell'avversario. In essenza, dice: "se fossi lui, ecco cosa farei".
Ma riconosce di fare delle supposizioni che non governeranno necessariamente il comportamento dell'avversario, e le riconosce come opera propria.

D'altra parte, la donna sessualmente inibita che si lamenta perché tutti cercano di abbordarla, oppure l'uomo freddo, distaccato, sprezzante, che accusa gli altri di mostrarsi poco amichevoli nei suoi confronti - questi sono esempi di proiezione nevrotica.
In questi casi gli individui hanno fatto delle supposizioni basate sulle proprie fantasie e non se ne rendono conto. Inoltre, rifiutano anche di riconoscere l'origine delle loro supposizioni.

La creazione artistica esige altresì una specie di comportamento proiettivo-suppositivo. Il romanziere spesso si proietta letteralmente nei suoi personaggi e mentre scrive diventa loro. Ma neanche lui soffre della confusione di identità che caratterizza il nevrotico che proietta. Il romanziere conosce perfettamente il confine tra sé e i suoi personaggi, anche se nel calore dell'attività creativa può temporaneamente perdere tale consapevolezza e diventare qualcun altro.
 
Il nevrotico non usa il meccanismo della proiezione solo nei suoi rapporti col mondo esterno. Lo usa anche su se stesso: ha la tendenza a rinnegare non solo i propri impulsi, ma anche quelle parti di sé in cui si originano gli impulsi. Dà a questi elementi un'esistenza oggettiva, per così dire, fuori di se stesso, in modo da renderli responsabili dei suoi guai senza dover affrontare il fatto che sono parte di lui. Invece di essere un partecipante attivo nella propria vita, il proiettore diventa un oggetto passivo, la vittima delle circostanze.

Nella proiezione, pertanto, spostiamo il confine tra noi e il resto del mondo un po' troppo a nostro favore: cioè tendiamo a disconoscere e rinnegare quegli aspetti della nostra personalità che troviamo difficili, offensivi o sgradevoli.
E, tra parentesi, sono i nostri introietti che ci fanno provare di solito quei sentimenti di autodisprezzo e di autoalienazione che producono la proiezione.

Dal momento che il nostro eroe ha introiettato l'idea che le buone maniere sono più importanti della soddisfazione dei bisogni personali più urgenti, giacché ha introiettato la convinzione che si deve imparare a 'sorridere 'e sopportare', deve proiettare o persino espellere quegli impulsi interni che
sono in contrapposizione a quanto lui considera ora attività esterne.

Analogamente all'introiettore, egli è incapace di distinguere gli aspetti della propria personalità che sono realmente suoi da quelli impostigli dall'esterno. Vede i suoi introietti come se stesso e vede quelle parti di sé di cui vorrebbe sbarazzarsi come introietti non digeriti e indigesti.
Mediante la proiezione, spera di sbarazzarsi degli introietti immaginati, che in realtà non sono affatto introietti, bensì aspetti di se stesso.

'La personalità introiettiva, che diventa campo di battaglia per idee contraddittorie non assimilate, trova il suo parallelo nella personalità proiettiva che trasforma il mondo in un campo di battaglia per conflitti privati. La persona eccessivamente diffidente, eccessivamente cauta, che vi dice di desiderare amicizia e amore, ma che nello stesso tempo vi dice che "non ci si può fidare di nessuno, poiché tutti vogliono approfittarsi di te", è un proiettore per eccellenza.

il testo è tratto da : Frederick Prls (cit.) L'approccio della Gestalt (c) Astrolabio
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22 ottobre 2013

Introiezione - I processi nevrotici


I meccanismi psicopatologici secondo la teoria della Gestalt: il processo di introiezione


INTROIEZIONE

Noi tutti ci evolviamo mediante l'esercizio della capacità di distinguere, essa stessa funzione del confine sé-altro. Prendiamo dall'ambiente e restituiamo a esso. Accettiamo o respingiamo quanto l'ambiente ha da offrirci. Possiamo evolverci solo se, nel processo del prendere, digeriamo totalmente e assimiliamo completamente. Ciò che abbiamo veramente assimilato dal nostro ambiente diventa nostro, e possiamo farne quel che vogliamo. Possiamo conservarlo oppure restituirlo sotto forma nuova, dopo la distillazione che ha ricevuto da noi. Ma ciò che inghiottiamo intero, ciò che accettiamo indiscriminatamente, ciò che ingeriamo ma non digeriamo, tutto questo rimane un corpo estraneo, un parassita che si installa in noi. Non è parte di noi, anche se può sembrare tale. È ancora parte dell'ambiente.

Fisicamente, questo processo di evoluzione mediante l'assimilazione - mediante la destrutturazione e la digestione - è facilmente osservabile.

Cresciamo e ci sosteniamo non per mezzo del cibo che inghiottiamo intero, bensi grazie al cibo che mastichiamo (il che dà inizio al processo di destrutturazione) e digeriamo (il che continua il processo modificando ulteriormente il cibo in particelle chimiche che il corpo può utilizzare). Il cibo fisico, quindi, digerito e assimilato adeguatamente, diventa parte di noi: viene convertito in ossa, muscoli e sangue.

Ma il cibo inghiottito intero, che ficchiamo in gola, non perché lo desideriamo, ma perché dobbiamo mangiarlo, ci pesa sullo stomaco. Ci fa sentire a disagio, vogliamo vomitarlo e buttarlo fuori dal nostro sistema. Se non ci riusciamo, se reprimiamo il nostro disagio, la nostra nausea e il nostro desiderio di sbarazzarcene, allora riusciremo infine a digerirlo dolorosamente oppure esso ci avvelenerà.

Il processo psicologico di assimilazione è molto simile al suo complemento fisiologico. Concetti, fatti, norme comportamentali, morali ed etiche, valori estetici o politici - tutti questi ci vengono originariamente dal mondo esterno. Non c'è nulla nella nostra mente che non provenga dall'ambiente; ma non c'è nulla nell'ambiente per cui non esista un bisogno organismico, fisico o psicologico. Tutti questi elementi vanno digeriti e conosciuti a fondo per diventare veramente nostri, una parte reale della nostra personalità. Ma se li accettiamo totalmente e senza critiche, in base all'opinione altrui, o perché sono di moda, pericolosi o rivoluzionari - ci pesano fortemente. Sono veramente indigesti. Rimangono corpi estranei malgrado abbiano stabilito la residenza nella nostra mente.

Tali atteggiamenti, modi di agire, di sentire e valutare, non digeriti, sono chiamati dalla psicologia introietti, e chiamiamo introiezione il meccanismo con cui questi elementi alieni, vengono aggiunti alla personalità.

Non dico che questo processo di inghiottire per intero non adempia talvolta a uno scopo utile. Lo studente che sgobba per un esame in modo da ottenere un voto accettabile in una materia noiosissima ha una ragione legittima per le sue azioni. Ma se si illude di aver veramente imparato qualcosa dal suo sgobbare, subirà un forte shock al momento di una nuova interrogazione sulla stessa materia sei mesi dopo: si accorgerà di aver dimenticato la maggior parte di quanto aveva 'imparato'.
Non dico nemmeno che l'individuo debba respingere qualsiasi cibo psicologico che provenga dal mondo esterno. È altrettanto impossibile nutrirsi di se stessi psicologicamente che nutrirsi di se stessi fisicamente.

Dico invece che il cibo psicologico presentatoci dal mondo esterno - il cibo di fatti e atteggiamenti sui quali si formano le nostre personalità - deve essere assimilato esattamente nello stesso modo del cibo reale. Deve essere destrutturato, spezzettato, analizzato, e poi rimesso insieme nella forma di maggior valore per noi. Se viene semplicemente inghiottito intero, non apporta alcun contributo allo sviluppo delle nostre personalità. Al contrario, ci rende simili a una casa cosi zeppa di oggetti appartenenti ad altri che non rimane spazio alcuno per quelli del proprietario legittimo. Ci trasforma in cestini di informazioni estranee e irrilevanti. E a rendere la situazione ancora più tragica è il fatto che se questo materiale venisse da noi temperato, modificato. e trasformato, potrebbe esserci di enorme valore.

Il pericolo dell'introiezione è quindi duplice. In primo luogo, l'uomo che introietta perde l'opportunità di sviluppare la propria personalità, giacché è occupatissimo a tenere a bada i corpi estranei alloggiati nel suo sistema. Quanti più introietti si accolla, tanto meno spazio gli rimane per esprimersi o persino per scoprire il suo vero essere. E, in secondo luogo, l'introiezione aiuta la disintegrazione della personalità. Se inghiottite per intero due concetti incompatibili, forse vi troverete dilaniati nel tentativo di conciliarli.

E oggigiorno questa è un'esperienza assai comune.
La nostra società, ad esempio, ci insegna sin dall'infanzia due insiemi di atteggiamenti completamente diversi e' apparentemente contraddittori. L'uno ,è la Regola d'oro: "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te". L'altro è la legge della sopravvivenza del più forte, ridotto allo slogan: "il pesce grosso mangia il pesce piccolo".
Se dovessimo introiettare entrambi questi dogmi, cercheremmo di essere contemporaneamente gentili, miti, discreti, e gratuitamente aggressivi. Ameremmo i nostri vicini, ma non ci fideremmo di essi. Emuleremmo i miti, e nello stesso tempo saremmo spietati e sadici.

Coloro che introiettano entrambi questi concetti, o qualunque altro insieme di idee contraddittorie, trasformano la propria personalità in un campo di battaglia. E il conflitto interno del nevrotico di solito giunge a uno 'stallo' in cui non c'è vincitore, in cui la crescita e lo sviluppo ulteriore della personalità vengono frenati.

L'introiezione, quindi, è il meccanismo nevrotico con cui incorporiamo norme, atteggiamenti, modi di agire e pensare, che non sono veramente nostri. Nell'introiezione, abbiamo spostato tanto al nostro interno il confine tra noi e il resto del mondo che non rimane quasi nulla del nostro vero essere.

Quando l'introiettore dice: "io penso", di solito intende dunque: "loro pensano".

il brano è tratto da: L'approccio della Gestalt, di Frederick Perls
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