26 luglio 2012

Epidemiologia di ansia e depressione

OLTRE IL 7% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE SOFFRE DI ANSIA

Problemi come ansia e depressione non sono esclusivi dei Paesi occidentali, anzi; secondo quello che per gli autori e' il piu' grande studio sull'impatto di queste malattie mai fatto prima, pubblicato da Psychological Medicine, il lettino degli psicologi e' molto frequentato in tutto il mondo.

Nel complesso, affermano i ricercatori dell'universita' australiana del Queensland, il 4,7% della popolazione mondiale e' depresso, mentre il 7,3 e' ansioso. In due studi separati, ognuno relativo a una patologia, i ricercatori hanno fatto un'analisi della letteratura scientifica fin qui pubblicata fino ad ottenere dati su un campione di 480mila persone in 91 Paesi. Il risultato principale dello studio e' che sia ansia sia depressione clinica sono distribuite su tutto il pianeta, anche se in maniera diversa: l'ansia si concentra soprattutto nei Paesi occidentali, mentre per la depressione vale il contrario.

Nel dettaglio ha una diagnosi di ansia il 10% degli abitanti di nord America, Europa occidentale e Oceania, l'8% nei paesi del Medio Oriente e il 6% in Asia.

Per quanto riguarda la depressione invece la classifica si inverte, con nord America e Oceania che hanno un tasso del 4%, che sale al 9% in Medio Oriente e in alcuni paesi asiatici come l'India. In generale, spiegano gli esperti, la depressione e' piu' alta in paesi dove sono in corso conflitti.

"Non sempre e' facile ottenere dati di buona qualita' dai paesi a basso e medio reddito - avverte la principale autrice Amanda Baxter - e soprattutto nei paesi non occidentali i metodi di diagnosi potrebbero essere diversi, anche perche' molti fattori culturali possono influenzare il modo di affrontare questo tipo di patologie. Alcuni trend sono comunque chiari, come il fatto che sia depressione che ansia sono piu' comuni tra le donne e che diventano meno probabili una volta passati i 55 anni". 

fonte: sanitaNews.it del 26 luglio 2012

11 luglio 2012

lo psichiatra e le profezie auto-avverantesi

Di anno in anno cresce il consumo degli italiani di antidepressivi: paroxetina, escitalopram e sertralina sono i principi attivi più diffusi. Con le altre molecole della stessa famiglia finiscono negli armadietti del bagno di un numero enorme di persone.



Più di un italiano su due in dodici mesi compra una confezione di questi medicinali: nel 2011 le farmacie ne hanno vendute 34 milioni e mezzo e le dosi assunte in media ogni giorno sono più che raddoppiate rispetto al 2001. Se si conteggiassero anche i medicinali di questo tipo venduti su ricetta bianca, le cifre sarebbero ancora più alte.

Le benzodiazepine sono in assoluto i prodotti più venduti in farmacia tra quelli comprati a proprie spese dai cittadini, che nel 2011, hanno speso 550 milioni di euro per acquistarli. Nel 2001, in media, 15 persone ogni mille prendevano un antidepressivo al giorno. Il dato l'anno scorso è salito a oltre 36.

In Italia ancora non si assiste ancora al fenomeno degli Usa, dove il 5% degli americani dai 12 ai 19 anni usa antidepressivi e il 6% usa farmaci contro l'Adhd, il disordine da deficit d'attenzione e iperattività. Il profilo del paziente standard nel nostro Paese è quello di una donna con più di 65 anni. «Quello che succede negli Usa prima o poi arriva anche qua - prevede Giovanni Battista Cassano, uno dei padri della psichiatria italiana - In America hanno di certo più depressione giovanile che da noi, per vari aspetti dello stile di vita di quel Paese. L'Italia è al di sotto degli altri paesi occidentali, per il consumo. Le Regioni che usano di più questi medicinali hanno tassi di ricovero più bassi, un'assistenza che funziona meglio, meno ore di lavoro perduto da parte dei malati. Non ci dimentichiamo che abbiamo tanti morti per depressione. Qualcuno pensa che chi inizia a prendere gli antidepressivi poi non smette più. Non è vero. Abbiamo tanti pazienti che fanno un ciclo di cura e poi non hanno più problemi. Oppure che hanno ricadute a distanza nel tempo».


fonte: repubblica dell'11 luglio 2012


altri link nel sito:
perchè aumenta il consumo degli antidepressivi? perchè non funzionano.
altro post su: efficacia dei farmaci antidepressivi

4 luglio 2012

Vivere con fatica

Pubblicato un saggio sulla sindrome da stanchezza cronica, Cfs, o encefalomielite mialgica, dal titolo Stanchi. Vivere con la fatica cronica, Sbc edizioni.



Si tratta di una raccolta di esperienze dirette o raccontate dai parenti più vicini a chi è affetto da questa patologia che ha una base immunologica.

«La diagnosi per esclusione rende arduo il riconoscimento di una sindrome che è stata spesso confusa con la depressione o con la fatica avvertita dai pazienti malati di tumore - spiega Umberto Tirelli, primario di oncologia medica all'Istituto nazionale tumori di Aviano - Il coinvolgimento del sistema immunitario definisce la maggior incidenza della malattia tra i giovani. Le loro difese sono più sensibili all'attacco di un agente infettivo, virale o batterico, che è poi la causa della sindrome».

L'eziologia è ancora incerta, ma uno studio pubblicato tre mesi fa su Nature Reviews Neuroscience ha individuato 35 geni coinvolti nella Cfs. «Alcuni farmaci alleviano i sintomi, a volte fino alla guarigione - chiarisce Tirelli riferendosi ad antivirali, corticosteroidei e immunomodulatori - Uno stile di vita frenetico aumenta il malessere, ma l'unica certezza sull'insorgenza della malattia è un innesco batterico o virale».

I pazienti, in Italia sono almeno 300mila, lamentano spossatezza fisica, ma anche un appannamento mentale che impedisce di mantenere alta la concentrazione, fatica perenne che il sonno non basta ad allontanare. Spesso il malessere si presenta dopo un'infezione che mette in disordine il sistema immunitario, al punto da produrre anticorpi anche dopo la scomparsa del virus. Per ora, ridurre al minimo le attività, è l'unico vero rimedio per stare meglio.

Fonte: La Stampa, TuttoScienze, pag. IV.

2 luglio 2012

Boston Change Process Study Group

ISBN: 978-88-6030-479-7
Autore: The Boston Change Process Study Group
Titolo: Il cambiamento in psicoterapia
Pagine: 212
Anno: 2012

Il libro
Il Boston Change Process Study Group rappresenta l’avanguardia nella ridefinizione del funzionamento del processo terapeutico. Con Il cambiamento in psicoterapia, l’intera evoluzione del pensiero e dell’opera del gruppo è stata delineata in modo chiaro ed efficace. Gli autori asseriscono che la relazione terapeutica stessa è condizione sufficiente per il cambiamento terapeutico e prendono in esame importanti argomenti psicoanalitici che comprendono: la collocazione dell’implicito, la creazione di significato, il processo clinico momento-per-momento e l’esperienza soggettiva del terapeuta.

L'autore
IL BOSTON CHANGE PROCESS STUDY GROUP comprende gli analisti Alexander Morgan, Jeremy Nahum, Louis Sander, Daniel Stern, e Alexandra Harrison, i ricercatori dell’età evolutiva Karlen Lyons-Ruth e Edward Tronick, e la psichiatra infantile Nadia Bruschweiler-Stern.


altro link nel sito: il cambiamento in psicoterapia

1 luglio 2012

John Bowlby, etologia e psicoanalisi

ISBN: 978-88-6030-478-0
Autore: van der Horst Frank C.P.
Titolo: John Bowlby
Sottotitolo: Dalla psicoanalisi all'etologia
Pagine: 212
Anno: 2012
Prezzo:€ 22,00



Basandosi su materiale inedito tratto da interviste e documenti d’archivio, "John Bowlby. Dalla psicoanalisi all’etologia" racconta la vita e il percorso di ricerca del grande studioso, analizzando il processo di influenza reciproca fra la teoria dell’attaccamento e le scoperte in campo etologico. Vengono inoltre documentati i numerosi scambi personali fra Bowlby e alcuni celebri colleghi e la collaborazione con Mary Ainsworth. Esplorando il significato di questi sodalizi, van der Horst getta luce sul graduale passaggio dalla psicoanalisi all’etologia, che avrà importanti ripercussioni non solo sul lavoro di Bowlby ma anche sull’intero campo della psicologia dello sviluppo.

Frank C.P. van der Horst lavora come psicologo alla clinica De Waag di Rotterdam e come ricercatore presso il Center for Child and Family Studies della Leiden University.