13 novembre 2012

I sogni e lo stato della mente

Una nuova ricerca sembra confermare che lo studio dei sogni potrebbe offrire una maggiore comprensione dello stato di salute mentale e fornire nuovi trattamenti, soprattutto per la depressione.

foto di ignacio coccia

La ricerca della Scuola di Psicologia dell'Universita' di Adelaide e' stata pubblicata dalla rivista International Journal of Jungian Studies.

"Jung era estremamente interessato alle immagini che ricorrevano nell'arte, nella religione nei miti e nei sogni di persone appartenenti ai piu' diversi gruppi umani - ha spiegato Lance Storm, fra gli autori della ricerca - aveva descritto alcune immagini archetipiche, come l'eroe che simboleggiava la ricerca di un traguardo o l'ombra, un aspetto negativo della personalita'.
Nelle teorie junghiane questi simboli sono manifestazioni della mente inconscia, dei messaggi in codice che ci manda il cervello e che noi pensiamo possano essere decifrati". Secondo il lavoro di Storm, le teorie di Jung potrebbero ampliare la gamma di opzioni disponibili per i pazienti sottoposti a trattamenti per problemi di salute mentale.
"La nostra ricerca suggerisce che invece di interpretare in modo casuale simboli onirici con delle ipotesi, i simboli archetipici e il loro significato potrebbero essere correlati in un modo oggettivamente convalidato. E questo potrebbe rivelarsi utile nella pratica clinica", ha osservato Storm.

In particolare, gli studiosi ritengono che l'analisi dei sogni potrebbe aiutare nel trattamento della depressione. "Questo e' un settore molto preoccupate per la salute mentale. I depressi sono noti per la grande lunghezza dei periodi dei rapidi movimenti oculari (Rem) del sonno, che sono direttamente collegati con l'elaborazione emotiva e con il sognare", ha concluso Storm.

link: international journal of jungian studies

24 ottobre 2012

Patologie della personalità


 Il volume descrive una forma specifica di trattamento psicodinamico delle patologie della personalità, che gli autori hanno chiamato “psicoterapia dinamica per le patologie della personalità di alto livello” e che rappresenta uno sviluppo della psicoterapia focalizzata sul transfert. La finalità di questo trattamento è esplorare e modificare i modelli relazionali interiorizzati che il paziente agisce nei suoi rapporti con gli altri. Attraverso l’analisi di numerosi casi clinici, viene fornita una descrizione completa delle tecniche e delle strategie da impiegare nella psicoterapia dinamica dei pazienti con patologie della personalità di alto livello.

ISBN: 978-88-6030-554-1
Autore: Caligor E., Kernberg O.F., Clarkin J.F.
Titolo: Patologie della personalità di alto livello
Sottotitolo: La psicoterapia con pazienti dipendenti, evitanti, isterici, ossessivi, depressi
Pagine: 273
Anno: 2012
Prezzo: € 26,00

4 ottobre 2012

Paroxetina e disturbi cardiaci



UN ANTIDEPRESSIVO POTREBBE PREVENIRE GLI ATTACCHI CARDIACI

Un farmaco impiegato attualmente solo per trattare ansia e depressione potrebbe essere usato per prevenire problemi cardiaci. Secondo la ricerca della University of Michigan pubblicata su Chemical Biology, la proteina, una sostanza tecnicamente considerata un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (Ssri), agisce inibendo un recettore chiamato kinase 2 (Grk2), altra proteina espressa abbondantemente nelle persone che hanno un attacco cardiaco. La paroxetina e' presente sul mercato con il nome di Paxil, Sereupin, Seroxat, Eutimil, Daparox. Si tratta della prima ricerca che testimonia un legame diretto fra uno specifico Ssri e una proteina legata alla contrattilita' del miocardio. Andando alla ricerca di quale sostanza potesse inibire la Grk2, gli scienziati hanno esaminato oltre 2 mila composti. La Grk2 risulta enormemente espressa in sede di regolare battito cardiaco e incide sulla la forza delle contrazioni muscolari: la paroxetina ha mostrato di migliorare la forza delle contrazioni del cuore, in un modello animale, senza interferire con il battuto. Il Paxil e' un farmaco regolarmente approvato dalla Fda usato da circa 30 anni come antidepressivo.

link

26 luglio 2012

Epidemiologia di ansia e depressione

OLTRE IL 7% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE SOFFRE DI ANSIA

Problemi come ansia e depressione non sono esclusivi dei Paesi occidentali, anzi; secondo quello che per gli autori e' il piu' grande studio sull'impatto di queste malattie mai fatto prima, pubblicato da Psychological Medicine, il lettino degli psicologi e' molto frequentato in tutto il mondo.

Nel complesso, affermano i ricercatori dell'universita' australiana del Queensland, il 4,7% della popolazione mondiale e' depresso, mentre il 7,3 e' ansioso. In due studi separati, ognuno relativo a una patologia, i ricercatori hanno fatto un'analisi della letteratura scientifica fin qui pubblicata fino ad ottenere dati su un campione di 480mila persone in 91 Paesi. Il risultato principale dello studio e' che sia ansia sia depressione clinica sono distribuite su tutto il pianeta, anche se in maniera diversa: l'ansia si concentra soprattutto nei Paesi occidentali, mentre per la depressione vale il contrario.

Nel dettaglio ha una diagnosi di ansia il 10% degli abitanti di nord America, Europa occidentale e Oceania, l'8% nei paesi del Medio Oriente e il 6% in Asia.

Per quanto riguarda la depressione invece la classifica si inverte, con nord America e Oceania che hanno un tasso del 4%, che sale al 9% in Medio Oriente e in alcuni paesi asiatici come l'India. In generale, spiegano gli esperti, la depressione e' piu' alta in paesi dove sono in corso conflitti.

"Non sempre e' facile ottenere dati di buona qualita' dai paesi a basso e medio reddito - avverte la principale autrice Amanda Baxter - e soprattutto nei paesi non occidentali i metodi di diagnosi potrebbero essere diversi, anche perche' molti fattori culturali possono influenzare il modo di affrontare questo tipo di patologie. Alcuni trend sono comunque chiari, come il fatto che sia depressione che ansia sono piu' comuni tra le donne e che diventano meno probabili una volta passati i 55 anni". 

fonte: sanitaNews.it del 26 luglio 2012

11 luglio 2012

lo psichiatra e le profezie auto-avverantesi

Di anno in anno cresce il consumo degli italiani di antidepressivi: paroxetina, escitalopram e sertralina sono i principi attivi più diffusi. Con le altre molecole della stessa famiglia finiscono negli armadietti del bagno di un numero enorme di persone.



Più di un italiano su due in dodici mesi compra una confezione di questi medicinali: nel 2011 le farmacie ne hanno vendute 34 milioni e mezzo e le dosi assunte in media ogni giorno sono più che raddoppiate rispetto al 2001. Se si conteggiassero anche i medicinali di questo tipo venduti su ricetta bianca, le cifre sarebbero ancora più alte.

Le benzodiazepine sono in assoluto i prodotti più venduti in farmacia tra quelli comprati a proprie spese dai cittadini, che nel 2011, hanno speso 550 milioni di euro per acquistarli. Nel 2001, in media, 15 persone ogni mille prendevano un antidepressivo al giorno. Il dato l'anno scorso è salito a oltre 36.

In Italia ancora non si assiste ancora al fenomeno degli Usa, dove il 5% degli americani dai 12 ai 19 anni usa antidepressivi e il 6% usa farmaci contro l'Adhd, il disordine da deficit d'attenzione e iperattività. Il profilo del paziente standard nel nostro Paese è quello di una donna con più di 65 anni. «Quello che succede negli Usa prima o poi arriva anche qua - prevede Giovanni Battista Cassano, uno dei padri della psichiatria italiana - In America hanno di certo più depressione giovanile che da noi, per vari aspetti dello stile di vita di quel Paese. L'Italia è al di sotto degli altri paesi occidentali, per il consumo. Le Regioni che usano di più questi medicinali hanno tassi di ricovero più bassi, un'assistenza che funziona meglio, meno ore di lavoro perduto da parte dei malati. Non ci dimentichiamo che abbiamo tanti morti per depressione. Qualcuno pensa che chi inizia a prendere gli antidepressivi poi non smette più. Non è vero. Abbiamo tanti pazienti che fanno un ciclo di cura e poi non hanno più problemi. Oppure che hanno ricadute a distanza nel tempo».


fonte: repubblica dell'11 luglio 2012


altri link nel sito:
perchè aumenta il consumo degli antidepressivi? perchè non funzionano.
altro post su: efficacia dei farmaci antidepressivi

4 luglio 2012

Vivere con fatica

Pubblicato un saggio sulla sindrome da stanchezza cronica, Cfs, o encefalomielite mialgica, dal titolo Stanchi. Vivere con la fatica cronica, Sbc edizioni.



Si tratta di una raccolta di esperienze dirette o raccontate dai parenti più vicini a chi è affetto da questa patologia che ha una base immunologica.

«La diagnosi per esclusione rende arduo il riconoscimento di una sindrome che è stata spesso confusa con la depressione o con la fatica avvertita dai pazienti malati di tumore - spiega Umberto Tirelli, primario di oncologia medica all'Istituto nazionale tumori di Aviano - Il coinvolgimento del sistema immunitario definisce la maggior incidenza della malattia tra i giovani. Le loro difese sono più sensibili all'attacco di un agente infettivo, virale o batterico, che è poi la causa della sindrome».

L'eziologia è ancora incerta, ma uno studio pubblicato tre mesi fa su Nature Reviews Neuroscience ha individuato 35 geni coinvolti nella Cfs. «Alcuni farmaci alleviano i sintomi, a volte fino alla guarigione - chiarisce Tirelli riferendosi ad antivirali, corticosteroidei e immunomodulatori - Uno stile di vita frenetico aumenta il malessere, ma l'unica certezza sull'insorgenza della malattia è un innesco batterico o virale».

I pazienti, in Italia sono almeno 300mila, lamentano spossatezza fisica, ma anche un appannamento mentale che impedisce di mantenere alta la concentrazione, fatica perenne che il sonno non basta ad allontanare. Spesso il malessere si presenta dopo un'infezione che mette in disordine il sistema immunitario, al punto da produrre anticorpi anche dopo la scomparsa del virus. Per ora, ridurre al minimo le attività, è l'unico vero rimedio per stare meglio.

Fonte: La Stampa, TuttoScienze, pag. IV.

2 luglio 2012

Boston Change Process Study Group

ISBN: 978-88-6030-479-7
Autore: The Boston Change Process Study Group
Titolo: Il cambiamento in psicoterapia
Pagine: 212
Anno: 2012

Il libro
Il Boston Change Process Study Group rappresenta l’avanguardia nella ridefinizione del funzionamento del processo terapeutico. Con Il cambiamento in psicoterapia, l’intera evoluzione del pensiero e dell’opera del gruppo è stata delineata in modo chiaro ed efficace. Gli autori asseriscono che la relazione terapeutica stessa è condizione sufficiente per il cambiamento terapeutico e prendono in esame importanti argomenti psicoanalitici che comprendono: la collocazione dell’implicito, la creazione di significato, il processo clinico momento-per-momento e l’esperienza soggettiva del terapeuta.

L'autore
IL BOSTON CHANGE PROCESS STUDY GROUP comprende gli analisti Alexander Morgan, Jeremy Nahum, Louis Sander, Daniel Stern, e Alexandra Harrison, i ricercatori dell’età evolutiva Karlen Lyons-Ruth e Edward Tronick, e la psichiatra infantile Nadia Bruschweiler-Stern.


altro link nel sito: il cambiamento in psicoterapia

1 luglio 2012

John Bowlby, etologia e psicoanalisi

ISBN: 978-88-6030-478-0
Autore: van der Horst Frank C.P.
Titolo: John Bowlby
Sottotitolo: Dalla psicoanalisi all'etologia
Pagine: 212
Anno: 2012
Prezzo:€ 22,00



Basandosi su materiale inedito tratto da interviste e documenti d’archivio, "John Bowlby. Dalla psicoanalisi all’etologia" racconta la vita e il percorso di ricerca del grande studioso, analizzando il processo di influenza reciproca fra la teoria dell’attaccamento e le scoperte in campo etologico. Vengono inoltre documentati i numerosi scambi personali fra Bowlby e alcuni celebri colleghi e la collaborazione con Mary Ainsworth. Esplorando il significato di questi sodalizi, van der Horst getta luce sul graduale passaggio dalla psicoanalisi all’etologia, che avrà importanti ripercussioni non solo sul lavoro di Bowlby ma anche sull’intero campo della psicologia dello sviluppo.

Frank C.P. van der Horst lavora come psicologo alla clinica De Waag di Rotterdam e come ricercatore presso il Center for Child and Family Studies della Leiden University.

29 giugno 2012

La solitudine accorcia la vita




La solitudine può ridurre sensibilmente la durata della vita.

Lo dimostrano i risultati di una ricerche pubblicata nella rivista Archives of Internal Medicine.

I ricercatori dell'Università della California, guidati da Carla Pessinotto, hanno osservato 1.604 anziani per sei anni, l'età media è 71 anni. Hanno scoperto che per chi si sentiva solo la probabilità di morire nel corso dell'indagine era di due volte maggiore. Vivere da soli, o sentirsi soli sebbene si viva con altre persone, è un fattore di rischio importante per le persone già ad alto rischio di sviluppare malattie cardiache. Secondo i ricercatori, la valutazione del livello di solitudine può aiutare i medici a rivelare pazienti che si trovano nel gruppo di rischio. Interessante notare che il 43,2% del campione si sente solo, anche se soltanto il 18% vive effettivamente da solo.

Anche gli adolescenti possono soffrire la solitudine e uno studio dimostra una pericolosa associazione con a il rischio di sviluppare, in età adulta, malattie cardiache e sindrome metabolica. La scoperta, pubblicata su Plos One, è dell'equipe dell'Università svedese di Umea.

Sono stati analizzati i dati riguardanti la salute e ai comportamenti sociali di un migliaio di sedicenni del distretto di Lulea, nell'arco di 27 anni, sottoponendo poi il campione a una serie di controlli clinici attorno ai 43 anni. Si è così visto che i ragazzi che erano stati più introversi e meno propensi alla socializzazione durante gli anni di scuola (senza però essere stati necessariamente vittime di episodi di bullismo) erano anche quelli che più soffrivano di sindrome metabolica una volta compiuti i quarant'anni. Le adolescenti infelici anno un rischio più che triplicato di ammalarsi di sindrome metabolica dopo i 40 anni. Importante valutare il livello di cortisolo, che varia sensibilmente nelle situazioni di solitudine che portano all'ansia.

fonte: corriere salute, giugno 2012

20 giugno 2012

Pazienti difficili

Lavorare con i pazienti difficili
Franco De Masi
Anno 2012
Collana «Manuali di Psicologia, Psichiatria, Psicoter.»
Prezzo €28,00
pp.265



È giudizio diffuso tra i terapeuti che le patologie gravi mettano in scacco il trattamento analitico, concepito per pazienti mediamente nevrotici. Sulla base di una lunga esperienza clinica e attraverso la riflessione sulle cause della mancata strutturazione della psiche in alcuni tipi di pazienti, incapaci di simbolizzare e di conferire significato ai propri stati emotivi, Franco De Masi riesce a scalzare un simile luogo comune. Da decenni ha in cura o segue in supervisione i cosiddetti «intrattabili»: i perversi, i borderline, gli psicotici, coloro in cui le costellazioni patogene si sono insediate così prematuramente da oscurare la percezione stessa della sofferenza e da rendere il lavoro di individuazione delle parti malate un vero sforzo decostruttivo. L’analista qui deve infatti ricorrere alle interpretazioni intrapsichiche, piuttosto che a quelle classiche, incentrate sul transfert. Da elemento frenante, per De Masi la psicopatologia di questi pazienti non solo si trasforma in un fattore di perturbamento fecondo e di stimolo dell’attività terapeutica quotidiana, ma costituisce anche – ed è uno degli aspetti innovativi del libro – il terreno di un ritrovato ancoraggio della psicoanalisi alla clinica.


Franco De Masi, psichiatra e psicoanalista, è membro ordinario della Società psicoanalitica italiana e analista con funzioni di training presso l’Istituto nazionale di training della stessa Società. Tra i suoi saggi: Karl Abraham. La vita e le opere. Alle radici della teoria analitica (2002), Vulnerabilità alla psicosi. Uno studio psicoanalitico sulla natura e la terapia dello stato psicotico (2006), Omosessualità, perversione, attacco di panico. Aspetti teorici e tecniche di cura, a cura di Lucina Bergamaschi (2007) e Trauma, deumanizzazione e distruttività. Il caso del terrorismo suicida (2008). Ha curato Herbert Rosenfeld at Work. The Italian Seminars (2001). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato La perversione sadomasochistica. L’oggetto e le teorie (1999) e Il limite dell’esistenza. Un contributo psicoanalitico al problema della caducità della vita (2002), premio Gradiva 2003 come miglior libro italiano di psicoanalisi dell’anno.

19 giugno 2012

Sé identità e stili di personalità


Sé identità e stili di personalità
Giampiero Arciero e Guido Bondolfi
Anno 2012
Collana «Programma di Psic.Psichiat.Psicoter»
Prezzo €32,00
pp. 340



Esiste un ambito in cui due saperi in apparenza lontani quali la fenomenologia e le neuroscienze si incontrano e cooperano proficuamente a definire la traiettoria dell’esperienza personale, lungo una linea di continuità tra stati normali e psicopatologia nevrotica. È quello della costruzione del Sé, inteso da Giampiero Arciero e Guido Bondolfi non come soggetto che signoreggia nella propria chiusa sfera mentale ma come identità narrativa, la cui permanenza nel tempo si riflette nel linguaggio, configurando in una trama provvista di significatività le differenti inclinazioni emozionali. La narrazione ricompone e integra gli accadimenti, l’agire e il patire, così da fornire a chi li esperisce un senso di stabilità dinamica, polarizzata secondo due tendenze emotive fondamentali di cui la risonanza magnetica funzionale produce riscontri: la centratura sul corpo e l’orientamento all’alterità. A questa polarità Arciero e Bondolfi riconducono gli stili di personalità, distinti in base ai disturbi dominanti: alimentari, ossessivo-compulsivi, ipocondriaco-isterici, fobici, depressivi.
Una prospettiva epistemica che ha suscitato grande consenso, perché riesce finalmente a connettere le invarianti esperienziali con la storia singolare della persona nella sua unicità.


l'autore

Giampiero Arciero, psichiatra, è docente presso la Scuola di specializzazione in Psicologia clinica dell’Università di Siena. Ha fondato, insieme con Vittorio Guidano, l’Istituto di Psicologia cognitiva post-razionalista (IPRA), di cui è direttore. È consulente presso il Dipartimento di Psichiatria degli Ospedali universitari di Ginevra. È visiting professor presso l’Università Adolfo Ibañez di Santiago del Cile. È stato ricercatore presso l’Università di Friburgo.
Ha diretto il Personal Development Laboratory della University of California di Santa Barbara. Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato: Studi e dialoghi sull’identità personale. Riflessioni sull’esperienza umana (2002) e Sulle tracce di Sé (2006).

Guido Bondolfi, psichiatra e psicoterapeuta, insegna presso l’Università di Ginevra. È responsabile dell’Affective Disorders Clinic degli Ospedali universitari di Ginevra. Tra i suoi saggi: Traitement intégré de la dépression. De la résistance à la prévention de la rechute (2004).

link: le recensioni nel sito


15 giugno 2012

Valori clinici, le emozioni nel trattamento psicoterapico




I valori che guidano la terapia a orientamento psicoanalitico sono familiari a tutti gli psicoterapeuti ma raramente sono oggetto di un’analisi approfondita. In questo libro Sandra Buechler porta invece al centro dell’attenzione temi come il coraggio, la sollecitudine, l’integrità, la curiosità, l’onestà, la speranza. Partendo dal percorso clinico di una terapeuta molto dotata, il volume esemplifica i modi molteplici in cui il lavoro clinico davvero efficace ruota intorno alla capacità del terapeuta di trarre il massimo dall’ “umanità” sia del paziente sia dell’analista.
L'autore
Sandra Buechler è analista di training e supervisore presso il William Alanson White Institute e supervisore presso il Columbia Presbyterian Medical Center di New York.


ISBN: 978-88-6030-474-2
Autore: Buechler Sandra
Titolo: Valori Clinici
Sottotitolo: Le emozioni nel trattamento psicoterapeutico
Collana: Il lavoro psicologico
Pagine: 228
Anno: 2012
Prezzo: € 19,00

link: tutte le recensioni dei libri presenti nel blog


8 giugno 2012

The benefits of having a cancer



link cinema e psiche

2 maggio 2012

Suicidi e depressione economica

Il tasso di suicidi segue la curva dell'andamento economico di un Paese. Dunque il bollettino di guerra che al caso del portinaio di Napoli, che si è tolto la vita dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento, affianca quello dell'imprenditore che si è ucciso in Sardegna, non sembra destinato a fermarsi. Agli allarmi della Cgia di Mestre, che parlano di 23 suicidi di imprenditori a causa della crisi dall'inizio dell'anno fino a metà aprile in Italia, fa da contraltare l'ultimo studio in materia, pubblicato dai Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) Usa: il tasso di suicidio, in generale, "sale e scende in connessione con l'economia. E il record negativo negli Usa si è registrato, non a caso, con la Grande Depressione: +22,8% in quattro anni". Lo spiega all'Adnkronos Salute Maurizio Pompili, responsabile del Servizio di prevenzione del suicidio dell'ospedale Sant'Andrea di Roma.
Insomma, il parallelismo fra la situazione odierna e quella della Grande Depressione non sarebbe solo una fantasia. "Il problema è che i fallimenti ci sono sempre stati, ma ultimamente le notizie delle morti hanno una cadenza allarmante. Emerge una particolare fragilità". L'esperto mette in guardia sul rischio emulazione, in gergo "effetto Werther". "Il suicidio non sia considerato una soluzione", dice Pompili, sollecitando interventi mirati. Lo studio americano, pubblicato sul 'Journal of Public Health', indaga l'impatto dei cicli economici sul tasso di suicidi dal 1928 al 2007 negli States, e ha messo in luce la più forte associazione proprio nelle persone in età lavorativa, ovvero dai 25 ai 64 anni.
"Sapere che i suicidi aumentano in fase di recessione e crollano in periodi di espansione economica evidenzia la necessità di ulteriori misure di prevenzione di questo gesto proprio quando l'economia si indebolisce", afferma Mercy James, direttore ad interim del Cdc's Injury Center's Division of Violence Prevention. "Si tratta di un dato importante per i responsabili politici e per coloro che lavorano per prevenire il suicidio", evidenzia James.
Secondo lo studio Usa "il tasso di suicidio in generale - ricorda Pompili - è aumentato nelle fasi di recessione", come la Grande Depressione (1929-1933), la fine del New Deal (1937-1938), la crisi petrolifera (1973-1975), e la Double-Dip Recession (1980-1982), ma crolla sia in occasione della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) che nel più lungo periodo di espansione (1991-2001), in cui l'economia ha registrato una crescita rapida e una bassa disoccupazione. Negli Stati Uniti insomma, dati alla mano, il maggiore aumento del tasso di suicidi si è verificato con la Grande Depressione (1929-1933), salito dal 1928 al 1932 del 22,8%. Altro record, ma al contrario, si è registrato nel 2000.
E in Italia? I numeri non lasciano prevedere nulla di buono: tra il 2008 ed il 2010, segnala la Cgia di Mestre, i suicidi per motivi economici sono aumentati del 24,6%, mentre i tentativi di suicidio, sempre legati alle difficoltà economiche, sono cresciuti del 20%. "Si tratta di dati credibili, che però vanno esaminati con cautela, considerando che in Italia si contano circa 4 mila suicidi l'anno e che il legame economico non è sempre così univoco: possono esserci motivazioni - riflette Pompili - che non vengono a conoscenza delle forze dell'ordine. Preoccupano comunque le notizie 'in serie' che arrivano dalla cronaca, relative a persone che si tolgono la vita: è importante cercare di mettere un freno all''effetto emulazione', e sottolineare che questa decisione non deve essere considerata come una soluzione".
Ecco perché, secondo Pompili, "a fronte dei tanti tagli annunciati dal Governo, è fondamentale un intervento mirato e preventivo. Perché la ricerca ha dimostrato che anche piccoli investimenti possono influire positivamente, dal punto di vista della prevenzione". Un'idea condivisa dagli esperti americani. "I problemi economici possono avere un impatto su come le persone guardano a se stesse e al loro futuro, ma anche sui rapporti con famiglia e amici. Insomma, le recessioni possono anche alterare intere comunità", spiega Luo Feijun, economista dei Cdc e autore principale dello studio. Secondo gli esperti Usa è bene studiare strategie preventive, come un sostegno sociale mirato e servizi di consulenza ad hoc per chi perde il lavoro o la casa, e aumentare l'accessibilità dei servizi di prevenzione.


fonte: adnKronos salute


link nel sito: il suicidio

23 aprile 2012

La distanza dal passato



La distanza dal passato

Ci alziamo molto prima dell’alba e cominciamo subito a preparare le moto. Ieri l’idea di andare a vedere l’alba nel deserto della Mauritania mi sembrava un’ottima idea, ma adesso mi dico che di albe ne ho già viste tante… che tanto sarà uguale alle altre.
Partiamo e per uscire da Nouakchott già a quest’ora incontriamo un traffico intenso e caotico come solo le città africane possono esprimere. Anche a quest’ora la povertà di Nouakchott mi lascia senza fiato e i bambini sono già in strada, in mezzo ai rifiuti.
Ne usciamo e vediamo l’alba con lo sfondo del Sahel. Bella sì… ma la sveglia alle 5:30 ancora pesa.
Attraversiamo villaggi e piccoli paesi come ormai ne abbiamo visti a decine e poi a un tratto, comincio a stare male. Siamo rimasti in tre e ci siamo allontanati dagli altri. Sento le mie pulsazione salire. Cazzo, un attacco d’ansia nel mezzo al Sahel in Mauritania potevo evitarmelo. E invece sarà il malarone che ho inziato a prendere qualche giorno fa, saranno i miei trascorsi, comunque arriva. Torno in dietro e mi trovo sdraiato sul rimorchio del nostro mezzo di assistenza con gli amici che mi misurano la pressione. Un’oretta di sosta, le voci amiche dei miei compagni di viaggio e sto meglio. Meno male.
Ripartiamo. Vogliamo arrivare a Diama per attraversare la frontiera ed entrare in Senegal.
Lasciamo la strada e prendiamo la pista di sabbia sulla destra e dopo 5 km, incomincio a pensare di non riuscire ad arrivare alla fine della pista. Il fondo è sabbioso e la mia moto non è proprio adatta a guidare qui, io poi non sono capace sulla sabbia.
10 km, per ora nessuna caduta da parte mia, mentre i miei compagni sono tutti ormai coperti di sabbia. Io sono solo sfinito. Chiedo quanto manca nel mio francese stentato a un camionista che passa. Altri 60 km mi dice. Non ce la farò mai a uscirne, continuo a pensare.
20 km, la strada migliora; resta la sabbia ma più compatta e riesco a tenere un ritmo. La strada inizia scorrere.
35 km. Davanti a noi un posto di blocco dei militari. L’ennesimo. Ci avranno fermato almeno 100 volte in 2 giorni. Che poi mi domando, cosa fermi a fare sei turisti italiani in moto? Non pensi che li abbiano già fermati i tuoi colleghi ai 100 posti di blocco precedenti? Ma tant’è. Davanti a noi un dosso di un paio di metri di terra rossa. Alla mia destra la baracca del posto di blocco e la sbarra che ci blocca la strada.
Prendiamo a destra e subito saliamo sopra al dosso e lo scenario cambia radicalmente. Il dosso è l’argine destro del fiume Senegal e le acque calme brillano al sole. Alla nostra destra il parco nazionale Diawling. Nessuno di noi se lo aspettava e la sorpresa è tanta.
Procedo. Il fondo è duro, un vero e proprio tôle ondulée e su quello si che so guidare. Ho fatto un corso per questo. La moto vola leggera sulle onde del tôle e trovo un ritmo perfetto. Alla mia destra fenicotteri e aironi spiccano il volo a centinaia. Sono bellissimi e ormai ho dimenticato le difficoltà della giornata. Ci sono solo io, la moto, il parco e gli uccelli. Non sento fatica, non sento più il dolore alle gambe, non sento più il mio corpo.
Quando 3 facoceri fuggono dai cespugli sul fiume e si lanciano dentro alla palude. Io non riesco più a contenere l’emozione. È troppo per me.
Ripenso a un anno fa quando ero ricoverato in ospedale.
Ripenso a due anni fa quando per la fine di un amore credevo fosse finito tutto.
Ripenso a tre o quattro anni fa quando per un’altra brutta malattia non avevo prospettive e la vita mi sembrava vuota.
Ripenso a tutti i momenti brutti, a tutti i problemi e a tutto il dolore. E penso che è veramente lontano. La distanza non pare calcolabile come anni ma come vite e persone diverse.
Sembrano ricordi di un altro. Non riesco a credere di averli vissuti e di essere ora qui. Su una moto che corre su un sogno ai confini con il Senegal. Sono felice. Ebbro di gioia. Consapevole di essere cambiato, di essere cresciuto e di vivere ora una vita piena e degna di essere vissuta. Piango nel casco senza riuscire a controllarmi e nemmeno mi rendo conto di essere arrivato alla fine della pista. Il guardiano del parco ci chiede dei soldi per il passaggio. Io so solo che piango e lo abbraccio e lo ringrazio, perché la sua casa mi ha regalato un’emozione unica.

Massimiliano Mosca

20 aprile 2012

Terapia individuale e di gruppo, Siena



La psicoterapia individuale è una terapia psicologica ricostruttiva, che mira alla ricostruzione della personalità attraverso la ricognizione delle sue istanze inconsce ed una progressiva maturazione affettiva resa possibile dall'acquisita conoscenza di sé. Lo scopo del trattamento psicoterapico non è tanto la cura del sintomo, quanto piuttosto la possibilità di ottenere il più alto grado di ristrutturazione del sè. Il fine della psicoterapia è quello del raggiungimento di uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. 

La terapia di gruppo è "esperienza ed evoluzione personale e affettiva condivisa". Il gruppo è uno spazio sociale che favorisce lo sviluppo delle relazioni fra gli individui che ne fanno parte e facilita la nascita di legami identificativi ed "individuativi" e la creazione di una cultura e di una affettività comuni. Il gruppo elabora nel tempo una vicenda affettiva condivisa: questa elaborazione contribuisce a trasformare la mentalità del gruppo verso forme di pensiero, di affettività e modalità di relazione più evoluti. Tali risorse sviluppate dal gruppo e dalle sue facoltà di elaborazione condivisa tendono a stabilizzarsi e ad essere interiorizzate come un insieme organizzante di funzioni psichiche a carattere sociale e, soprattutto, affettivo.

studio di psicoterapaia a siena dott. francesco giubbolini

3 aprile 2012

Diagnosi di psicosi



I disturbi psicotici sono le malattie mentali più severe e disabilitanti, sia da un punto di vista clinico, sia sociale.

Presentati di recente a Verona i risultati di uno studio su 117 Centri di salute mentale e sui loro pazienti con psicosi. Dai risultati di questo studio, Get Up, Genetics Endophenotypes and Treatment: Understanding early Psychosis, il personale è poco preparato, emerge il bisogno d'incoraggiare un approccio integrato alla cura e una maggiore attenzione alla diagnosi, che arriva in media quattro anni dopo la comparsa dei sintomi.

La maggior parte dei pazienti trattati migliora, ma solo una parte raggiunge un soddisfacente livello di benessere.

E' importante riconoscere prima possibile le psicosi e intervenire subito, individuando le buone pratiche per offrire servizi e trattamenti individuali e familiari.

fonte: edott.it specialisti

15 marzo 2012

Nuovi depressi

Un'indagine europea condotta su oltre 57mila europei, tra cui settemila italiani, e condotta da Kanthar Health, traccia l'identikit della depressione oggi. L'incidenza di questa malattia non è in aumento, sebbene molto diffusa: circa un italiano su dieci dice di avere sofferto del "male oscuro" nel corso dell'ultimo anno.

Le donne rischiano il doppio dell'uomo di ammalarsi di depressione: «Sono più esposte a fattori stressogeni: per loro mantenere un lavoro e un reddito è più complicato, pure la gestione del tempo è difficile visto che sono molte di più le ore di lavoro domestico e cura familiare - spiega Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'azienda ospedaliera Fatebenefratelli di Milano - Inoltre le donne sono più spesso vittime di violenze in ambito domestico e non, e questo è uno dei fattori ambientali che più incidono sul rischio di ammalarsi».

Dall'indagine emerge che i depressi sono mediamente giovani, single, oppure divorziati, separati o vedovi. E' evidente la difficoltà sul lavoro e nelle relazioni sociali. I depressi hanno più raramente degli altri un posto a tempo pieno, sono più spesso in cerca di un'occupazione, in un caso su tre denunciano un reddito basso.

Tanto più si è predisposti alla malattia, tanto minore sarà il peso dell'evento stressante sufficiente a far precipitare un episodio di depressione. La malattia facilita stili di vita poco sani ed è frequente la comorbilità con ansia, mal di testa, disturbi del sonno, obesità, colesterolo alto, reflusso gastrico, dolori addominali, colon irritabile, aritmie, artrite, dermatiti.

fonte: eDott

10 marzo 2012

Kisses (Truffaut poetry and Dylan music)

Kisses (2008)
72 min  -  Drama   -  21 November 2008 (Ireland)




Two kids, Dylan and Kylie, run away from home at Christmas and spend a night of magic and terror on the streets of inner-city Dublin.

Director:
Lance Daly
Writer:
Lance Daly
Stars:
Kelly O'Neill, Shane Curry and Paul Roe



Early in the film we meet Dylan (Shane Curry), approximately 11 years old, sitting on a couch absorbed in a handheld video game and attempting to ignore his father's (Paul Roe) shouts from the kitchen where he is railing at a non-working toaster. We soon learn that rage is his father's natural state; roughly kicked out of the house to "go play", Shane talks to his next door neighbor, Kylie (Kelly O'Neill), of approximately the same age, about what a "prick" his father is, and the wise decision of his brother to run away two years prior, to which Kylie observes that at least Shane's father is not in jail like most fathers in the neighborhood, implying that her father is incarcerated. She tells him about the "Sack Man", who she's heard kills kids, but Shane says that it is just a story, like "Santa and God", used by adults to control kids.
Kylie is sent to "walk" her infant sibling in a stroller. When she returns she sees a motorcycle parked in the driveway of her house and her reaction, her hesitation to go into her house, tells us whoever has arrived makes her apprehensive. Inside she is cajoled by her mother to give her uncle a kiss. Her revulsion is evident. When he is leaving and comes to Kylie's bedroom to say goodbye, Kylie hides under her bed. We see there that she has a stash of cash hidden away in a shoe.
The view returns to Dylan's house, where his father is screaming at Dylan's mother. When he punches her in the face, Dylan gets involved, slamming his handheld videogame into his father face which leaves a shard of plastic embedded in his father's forehead. Dylan is chased by his father into an upstairs bathroom. With the door being busted in, Kylie comes to the rescue, maneuvering a ladder near the window from Dylan's yard which allows him to just escape his father's clutches. The pair run from the scene. They are next seen by a narrow river, where a dredger is passing; they climb aboard over the protests of the captain (David Bendito), a friendly sort, who gives them a ride to the end of the line, near Dublin and tells them about Bob Dylan—Dylan's namesake.
Kylie and Shane seize on the idea that they will attempt to find Dylan's brother, but all they know of his last whereabouts is that he was living in a squat on Gardiner Street. Reaching there, they start knocking on random doors and asking passersby if they know him. Ultimately following a lead to a Gardiner Street flat, a woman there informs them that he was kicked out for fighting six months earlier. Convinced they will not find his brother, Dylan argues that they have little choice but to go home; Kylie vehemently opposes this and runs off.
The two are reunited later when Dylan observes Kylie run into an alley, pursued by a worker of the place from which she stole food. He joins her in hiding, and they narrowly avoid detection. She adamantly says that she never wants to go home. Kylie reveals that her uncle sexually assaulted her, forcing her to go along with it and gaining her terrified silence by telling her that no one would believe her. Together they find some boxes to sleep on, but a man drives by and tries to convince Kylie to ride with him. She refuses, and the car drives away, only for the man to return and kidnap her.
Dylan gives chase, grabbing hold of the bumper of the car. His Heelys, bought earlier from Kylie's savings, allow him to roll along behind the car despite its speed. He screams for help, and the car soon turns into another alley. As the men in the car try to get rid of him, Kylie breaks free of the car, and they both manage to lose their assailants. Realizing that they have feelings for each other, Kylie and Dylan share a passionate kiss. Laughing, they find boxes to sleep on and spend the night on the street.
In the morning, Kylie awakens to find a cold hand beside her, sticking out of the box pile. She reacts with horror, stumbling away and waking Dylan. The remove some boxes to reveal a man, recently dead. The next scene is the two of them in a police car, being returned to their houses. The glamour of living on the streets was obviously lost for them. Their families are waiting outside, concerned. Kylie and Dylan share a moment, staring at each other, and Kylie blows him a kiss before their parents bemusedly yank them away. (from:wikipedia)

cinema e psiche

8 marzo 2012

Get Low (the movie, trailer and review)

Get Low (2009)
100 min  -  Drama | Mystery  -  October 2010 (Poland)



A movie spun out of equal parts folk tale, fable and real-life legend about the mysterious, 1930s Tennessee hermit who famously threw his own rollicking funeral party... while he was still alive.

Director:
Aaron Schneider
Writers:
Chris Provenzano (screenplay), C. Gaby Mitchell (screenplay), and 2 more credits »
Stars:
Robert Duvall, Bill Murray and Sissy Spacek



No one really understands Felix Bush (Robert Duvall), who lives as a hermit deep in the woods. Rumors surround him, like how he might have killed in cold blood, and that he's in league with the devil. So the town is surprised when Felix shows up in town, demanding a "funeral party" for himself. Frank Quinn (Bill Murray), the owner of the local funeral parlor, sees an opportunity for some money, and agrees to let the townsfolk tell Felix Bush the stories they've heard about him. Also a lottery is organized, where people can win Bush's property. Many people buy a ticket. However, nobody wants to tell a story because people fear revenge from Bush.

Things get more complicated when an old mystery is remembered, involving a local widow named Mattie Darrow (Sissy Spacek), who was Bush's girlfriend in their youth, and her deceased sister, Mary Lee. With the help of a preacher who insists that Bush "tell her the truth," Bush recounts to those gathered at his funeral party and, particularly Mattie, about an incident 40 years ago. He reveals he had a relationship with Mattie's married sister, Mary Lee. He confessed to Mattie that it was Mary Lee who was his true love, his only love. They made plans to run away together, and when she didn't arrive at the agreed place, he went to her home to search for her. He discovered that her husband had attacked her with a hammer, knocking her out. The husband threw a kerosene lamp against a wall to set the house on fire and kill himself, the unconscious Mary Lee, and Bush. Bush freed himself from the attacking husband, but as his clothes caught fire, he also saw Mary Lee catch fire. As he went to put the fire out, he felt himself flying through the window, possibly pushed by the husband, and he was unable to re-enter the house to save Mary Lee.

Suffering from survivor's guilt and refusing to ask for forgiveness from God because he didn't feel God was the victim, Bush secreted himself away in the woods in order to "jail himself" for what he perceived as his role in Mary Lee's death: his affair with Mary Lee prompted the husband to murder her the night she was to escape and meet Bush. His self-imposed exile was designed to deny himself a wife, children, and a family.

Relieved at having told his tale, he knew he could "get low" (die) in peace. Mattie forgives him, and they bond over their shared loss. Bush dies shortly after his funeral party and smiles gently at the ghostly image of Mary Lee waiting for him down the lane.

"Get Low" is, in part, considered a psychological drama, it's also one of those films that can be classified as almost anything because the actors are able to add so many layers of interest with intrigue and comedy.

Starring an almost unrecognizably old Robert Duvall and a Jarmusch-styled Bill Murray, respectively, as a hermit wanting to host his own funeral and a funeral home director wanting his business. On the surface, it's a very slow drama because that is essentially all that happens, Murray helps Duvall plan his own funeral. But we are saved from a tedious drama by the actors' comedic timings. There's a lot of dry humour that I found myself laughing out-loud many times. The significance of the film is the psychology in its heart. Throughout, Duvall drops hints as to what his character is all about. You find yourself thinking about who he really is, and what he really means with every line he says. Robert Duvall just may be the best subtle actor.

"Get Low" is very stylized. Set in the 1920s, the director and cinematographer paid attention to the lighting, casting shadows where they wanted them, providing a dark atmosphere when needed to echo the times of the depression-era. I'll also call the humour stylized, it's dry, and it can take you a minute to make sure you got it right.

The one down-side is that the film-makers may have made it a bit too artsy and not accessible enough, because otherwise this could be up for every major award. At least we can rest assured that the Academy knows where to find Mr. Duvall.

psiche e cinema

Get Low (the movie, trailer and review)

Get Low (2009)
100 min  -  Drama | Mystery  -  October 2010 (Poland)



A movie spun out of equal parts folk tale, fable and real-life legend about the mysterious, 1930s Tennessee hermit who famously threw his own rollicking funeral party... while he was still alive.

Director:
Aaron Schneider
Writers:
Chris Provenzano (screenplay), C. Gaby Mitchell (screenplay), and 2 more credits »
Stars:
Robert Duvall, Bill Murray and Sissy Spacek



No one really understands Felix Bush (Robert Duvall), who lives as a hermit deep in the woods. Rumors surround him, like how he might have killed in cold blood, and that he's in league with the devil. So the town is surprised when Felix shows up in town, demanding a "funeral party" for himself. Frank Quinn (Bill Murray), the owner of the local funeral parlor, sees an opportunity for some money, and agrees to let the townsfolk tell Felix Bush the stories they've heard about him. Also a lottery is organized, where people can win Bush's property. Many people buy a ticket. However, nobody wants to tell a story because people fear revenge from Bush.

Things get more complicated when an old mystery is remembered, involving a local widow named Mattie Darrow (Sissy Spacek), who was Bush's girlfriend in their youth, and her deceased sister, Mary Lee. With the help of a preacher who insists that Bush "tell her the truth," Bush recounts to those gathered at his funeral party and, particularly Mattie, about an incident 40 years ago. He reveals he had a relationship with Mattie's married sister, Mary Lee. He confessed to Mattie that it was Mary Lee who was his true love, his only love. They made plans to run away together, and when she didn't arrive at the agreed place, he went to her home to search for her. He discovered that her husband had attacked her with a hammer, knocking her out. The husband threw a kerosene lamp against a wall to set the house on fire and kill himself, the unconscious Mary Lee, and Bush. Bush freed himself from the attacking husband, but as his clothes caught fire, he also saw Mary Lee catch fire. As he went to put the fire out, he felt himself flying through the window, possibly pushed by the husband, and he was unable to re-enter the house to save Mary Lee.

Suffering from survivor's guilt and refusing to ask for forgiveness from God because he didn't feel God was the victim, Bush secreted himself away in the woods in order to "jail himself" for what he perceived as his role in Mary Lee's death: his affair with Mary Lee prompted the husband to murder her the night she was to escape and meet Bush. His self-imposed exile was designed to deny himself a wife, children, and a family.

Relieved at having told his tale, he knew he could "get low" (die) in peace. Mattie forgives him, and they bond over their shared loss. Bush dies shortly after his funeral party and smiles gently at the ghostly image of Mary Lee waiting for him down the lane.

"Get Low" is, in part, considered a psychological drama, it's also one of those films that can be classified as almost anything because the actors are able to add so many layers of interest with intrigue and comedy.

Starring an almost unrecognizably old Robert Duvall and a Jarmusch-styled Bill Murray, respectively, as a hermit wanting to host his own funeral and a funeral home director wanting his business. On the surface, it's a very slow drama because that is essentially all that happens, Murray helps Duvall plan his own funeral. But we are saved from a tedious drama by the actors' comedic timings. There's a lot of dry humour that I found myself laughing out-loud many times. The significance of the film is the psychology in its heart. Throughout, Duvall drops hints as to what his character is all about. You find yourself thinking about who he really is, and what he really means with every line he says. Robert Duvall just may be the best subtle actor.

"Get Low" is very stylized. Set in the 1920s, the director and cinematographer paid attention to the lighting, casting shadows where they wanted them, providing a dark atmosphere when needed to echo the times of the depression-era. I'll also call the humour stylized, it's dry, and it can take you a minute to make sure you got it right.

The one down-side is that the film-makers may have made it a bit too artsy and not accessible enough, because otherwise this could be up for every major award. At least we can rest assured that the Academy knows where to find Mr. Duvall.

psiche e cinema

6 marzo 2012

Brain week

Dal 12 al 18 marzo si celebra la Settimana mondiale del cervello con conferenze, mostre e dibattiti aperti al pubblico.

Per avere maggiori informazioni su tutte le iniziative in programma, visitare i siti www.neuro.it e www.dana.org/brainweek/calendar/.

L'Unione Europea concretizza il suo interesse per gli studi sul cervello avallando un ambizioso programma di ricerca sull'efficienza mentale finanziato per i prossimi sette anni.

Riassumendo i risultati della ricerca internazionale si può dire che sono sei le mosse vincenti per proteggere la mente e diminuire il rischio di cadere nella demenza senile, eccole in ordine d'importanza: movimento, dieta, esercizi mentali, qualità del sonno, intensità dei rapporti sociali e livello di stress cronico.

«Ormai è chiaro - spiega Stefano Cappa, docente di Neuroscienze al San Raffaele di Milano - che dalla farmacologia non arriverà una "pillola salva-memoria", mentre l'invecchiamento della popolazione moltiplica i casi di demenza che stanno portando al collasso i sistemi sanitari. Riuscire a prolungare anche di soli due anni una condizione di buona efficienza mentale porterebbe vantaggi sociali ed economici vitali».

L'attività fisica, anche moderata, ha un effetto protettivo direttamente sul cervello, bastano trenta minuti al giorno cinque volte a settimana. La dieta mediterranea migliora in modo diretto, non conseguente, il metabolismo e la circolazione sanguigna. L'ideale è mangiare pochi prodotti animali, zuccheri raffinati e cibi industriali. Cruciverba, sudoku e simili aiutano a rimanere lucidi, così come l'alta scolarità e i lavori intellettualmente impegnativi. Tuttavia i benefici sembrano meno duraturi rispetto all'attività fisica e all'alimentazione. «L'alta scolarità e le attività lavorative intellettuali - approfondisce Cappa - più che proteggere dalla demenza, sembrano rinviare la data di comparsa. Probabilmente una vita intellettualmente stimolante fornisce al cervello una riserva cognitiva che gli consente di resistere più a lungo alla perdita di cellule nervose».

fonte: eDott

29 febbraio 2012

Un dolore utile

È nelle sale il nuovo film di Roberto Faenza (foto), delicata e ironica analisi della società post industriale.




Un giorno questo …film ti sarà utile!

Un grande cast accanto al giovane Toby Regbo, Deborah Ann Woll, Stephen Lang, Lucy Liu, Aubrery Plaza, Siobhan Fallon, Peter Gallagher e i due premi Oscar Ellen Burstyn e Marcia Gay Harden

Dal 24 febbraio è nelle sale il nuovo film del regista Roberto Faenza, “Un giorno questo dolore ti sarà utile” presentato a Roma, alla Sala del Cinema alla presenza di Peter Cameron, autore dell’omonimo romanzo. Nella sua apparente semplicità e leggerezza, con l’affascinante bellezza di immagini fotografiche calde e  avvolgenti, il film accompagna lo spettatore nel mondo del pensiero più profondo. Una dimensione che inizialmente riguarda il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dove nulla è disincantato, soprattutto per James, il protagonista con una forte e spiccata sensibilità. Il film racconta lo spaesamento di James Sveck, un diciassettenne inquieto e anticonformista, figlio di genitori separati e insoddisfatti che si rifiuta di andare al college per non essere indottrinato, odia l'omologazione ed è alla ricerca della sua identità sullo sfondo di una New York brulicante e alienante. James, è visto da tutti come un disadattato, come un “diverso” che va guarito, in realtà è semplicemente un ragazzo con simmetrie-altre, rispetto a chi gli sta intorno. In questo film c’è tutto, dagli elementi di pedagogia, all’analisi sociologica che riflette sui valori di una società ripiegata su se stessa, dove gli adulti si percepiscono come “persi” nei loro fallimenti e per questo costringono i loro figli a ripercorre schemi che non trovano vie d’uscita destinandoli alla loro stessa fine. E’ l’analisi di una società che sembra alla deriva, ma che al tempo stesso pone spunti di riflessione sulla costruzione di un futuro possibile, è qui che la trasposizione cinematografica, pur senza forzature, si discosta in maniera decisa perfino dal romanzo cui si ispira. Il film, come sostiene Camerun, “non è il clone del romanzo, semplicemente  limita la storia all’interno della famiglia di un adolescente che non è “atipico”, ma semplicemente un personaggio interessante”. Con il film anche il romanzo diviene un manifesto dei giorni nostri e vanno in scena quei giovani che rifiutano gli stereotipi  e i conseguenti atteggiamenti di omologazione sociale, ingredienti per essere accettati nella società attuale. Nel film la gita a Washington, tocca anche la riflessione politica con la critica all’irrazionalità del nazionalismo incalzante ed esasperato.  Resta l’incapacità di comunicare come caratterizzazione epocale del mondo globale che riesce persino a trasformare i luoghi antropologici in quei  “luoghi non luoghi” teorizzati da Marc Augé. E il fallimento più grande, diviene quella “necessità” di “pagare”chi ti ascolti, che reciti il ruolo di un amico per condividere pensieri, intenti e tempo libero. La riflessione che Faenza rilancia, non è  solo la crisi di una società complessa, ma l’invito a dar fiducia a quei giovani che somigliano tanto a James, a coloro che si indignano davanti all’inaccettabile e alle deviazione dell’innaturale, fino a considerare normale l’assurdo. Circa il ritorno alla vita semplice, film e romanzo riflettono entrambi sul tema di rousseauniana memoria, spingendosi a dubitare dell’illusione di un ritorno al passato, tentazione vista come via di fuga,  che nasce naturalmente quando le strettoie della vita diventano difficili da attraversare.

Concetta Di Lunardo, Elena Galifi


link nel sito: psiche e cinema

Linee guida in medicina

Linee guida: effetti dell'applicazione acritica

L'applicazione di linee guida condivise che migliorino l'appropriatezza degli interventi sanitari è un compito del medico, previsto dall'art. 27 dell'ACN 23 marzo 2005 e dall'art. 12 del Codice di Deontologia Medica.


Le linee guida sono uno strumento razionale per trasferire nella pratica clinica le evidenze derivanti da autorevoli studi clinici, ma spesso non considerano la realtà delle variabili individuali nella cura dei singoli pazienti (JAMA 2005, 294: 716-24).

Infatti i pazienti con pluri-patologie e uso contemporaneo di più farmaci sono a più alto rischio di errori medici e ridotta adesione alle terapie pur seguendo le linee guida (JAMA 2005, 294: 741-3).

L'applicazione acritica di più linee guida contemporaneamente nello stesso assistito può comportare la prescrizione di farmaci controindicati per patologie coesistenti, facendo sorgere una responsabilità del medico per danno colposo.


La Cassazione sezione 3 Penale con sentenza n. 8875 del 8.9.1998 ha considerato colposa la condotta del medico che causa un danno al paziente per aver scelto, tra più opzioni terapeutiche tutte idonee alla cura della malattia, quella che presenta maggiori rischi, anche se indicata per la malattia, poiché così ha scartato opzioni di cura più sicure per il paziente. 
Gli studi clinici riguardano popolazioni, mentre i medici hanno il dovere di scegliere le opzioni terapeutiche più sicure ed efficaci per la condizione globale del singolo assistito (New Engl J Med 2003, 348: 639-641).

Tale condizione richiede la valutazione di poli-patologie, tollerabilità soggettiva dei farmaci, interazioni farmacologiche in caso di poli-terapie, comparsa di effetti collaterali, risposta clinica soggettiva, condizioni individuali e sociali influenti sulla adesione al trattamento, e non ultimo, preferenze del paziente vincolanti al rilascio di un valido consenso informato (vedi: consenso informato in psicoterapia) alle cure.


Il medico ha dunque la responsabilità di gestire e coordinare il piano di cura globale di ogni suo assistito valutando la compatibilità delle diverse cure contemporanee da lui stesso prescritte e di quelle suggerite da specialisti attenti solo alla patologia di loro competenza.

Quesiti frequenti:

    1.    La prescrizione di farmaci seguendo linee guida accreditate tutela sempre di per sé il medico dall'accusa di condotta colposa responsabile di un danno risarcibile?
No, perchè il medico deve valutare l'appropriatezza e la sicurezza della terapia per ogni singolo caso.

    2.    Cosa sono le linee guida?

Raccomandazioni facoltative di comportamento clinico, elaborate mediante un processo sistematico di revisione delle evidenze della letteratura scientifica allo scopo di aiutare i medici nel decidere quali siano le modalità assistenziali più appropriate in specifiche situazioni cliniche.


fonte: univadis

23 febbraio 2012

Convegno su Psicoanalisi e Riabilitazione


le locandine con la presentazione del convegno ed il programma
(clic sulle immagini per ingrandire)


16 febbraio 2012

La pelle in psicoanalisi



Jorge Ulnik e la Casa Editrice Astrolabio
invitano alla presentazione del libro

LA PELLE IN PSICOANALISI

Con l'autore intervengono
Simona Bondi Argentieri
Raffaele Argentieri

lunedì  20 febbraio alle ore 18
Libreria L'Argonauta, Via Reggio Emilia, 89
Roma

LA PELLE IN PSICOANALISI - Barriera e filtro tra mondo interno e mondo esterno, la pelle è il principale artefice dello scambio biologico e psicologico. Basato su un lavoro effettuato in stretta collaborazione con dermatologi clinici, questo testo, dopo un riesame aggiornato delle riflessioni dedicate dagli psicoanalisti al tema della valenza psichica delle manifestazioni cutanee, offre un approccio integrato alla cura e al sostegno dei pazienti con problematiche dermatologiche che molto possono beneficiare di un approfondimento psicoterapeutico.

JORGE ULNIK, psicoanalista e psichiatra, è membro della International Psychoanalytical Association e supervisore presso la Associación Psicoanalítica Argentina. Docente di Malattie psicosomatiche presso la Universidad de Buenos Aires e presso la Universidad Abierta Interamericana de Buenos Aires, è inoltre responsabile del dipartimento di Psicosomatica del Master in Psicoterapie psicoanalitiche della Universidad Complutense di Madrid.

link nel sito: D.Anzieu, Io-Pelle

6 febbraio 2012

Perfect Sense and sensory perceptions (the movie Perfect Sense)



Trailer "Perfect Sense"




Perfect Sense, formerly known as The Last Word, is a 2011 drama film directed by David Mackenzie and written by Kim Fupz Aakeson, starring Eva Green and Ewan McGregor. Scenes were shot in various locations around Glasgow. The film premiered at the 2011 Sundance Film Festival.

Reviews for Perfect Sense have been mixed. Rotten Tomatoes has the film ranked at 50%. Tirdad Derakhshani of the Philadelphia Inquirer wrote in his review, "The film loses its charm with annoying sequences that have a narrator explain to us 'The Meaning of it All' and then tell us "What Really Matters" in life: Love. Love. Love."

David Mackenzie is the smart and interesting director who made Young Adam. His LA satire Spread was an underrated film I enjoyed a lot. But he really has been showing us some baffling stuff recently and this movie, about two people finding love as the world comes to an end, is sublimely and uncompromisingly daft. Ewan McGregor is on complacent form playing a sexy chef called Michael, and Eva Green is Susan, a preposterous medical scientist. They fall for each other, just as everyone in the world succumbs to a global virus that, among other bizarre symptoms, causes them to lose their sensory perceptions. One of the symptoms is frantic hunger. Another is ferocious rage. The results look worryingly like the food-poisoning scenes in the Zucker/Abrahams classic Airplane!, when the symptoms turn out to be severe muscle spasms, followed by the inevitable drooling, and then uncontrollable flatulence. McGregor gobbles frantically in his "hunger" scene, and when it comes to her "rage" moment, Green does a lot of paranoid gibbering before freaking well and truly out. That, frankly, is not one for the showreel.

Perfect Sense
Production year: 2011
Country: Rest of the world
Runtime: 90 mins
Directors: David MacKenzie
Cast: Connie Nielsen, Denis Lawson, Eva Green, Ewan McGregor, Ewen Bremner, Stephen Dillane

link: psiche e cinema (this blog)