26 gennaio 2011

Caducità (Sigmund Freud, 1915)

"... Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato o ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma ai quali si riconducono altre cose oscure. Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità di amare  che chiamiamo libido la quale agli inizi del nostro sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per così dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo è dunque il lutto.

Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora... "

S. Freud, Caducità - 1915



Brevissimo, ma molto bello, lo scritto "Caducità" di Freud, pensato in parte nel 1913  e ripreso nel 1915, dopo le riflessioni su un anno di guerra e di devastazione.
Freud racconta con grande gentilezza una gita in montagna sulle Dolomiti nell'agosto del 1913, con due amici: uno di essi è un silenzioso e uno è un poeta melanconico, incapace di trarre gioia dalle bellezze della montagna.
"Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire".
Ma "questa esigenza di eternità" ricorda Freud " è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero.".
Ciò che al suo amico poeta si può alla fine dire, è che la caducità delle cose "ne aumenta il valore !".
Ma si accorge Freud che questi suoi pensieri non modificano la melanconia dei suoi compagni di cammino e se ne chiede il motivo.
Il motivo gli appare presto evidente: c'è in loro "la ribellione psichica contro il lutto".

Si coglie in Freud l' uomo che come sempre usa le ricchezze del suo pensiero: pensa e alla perdita degli amici e alle morti violente che la guerra semina a ogni angolo del paese.
Ma gli amici e gli affetti che abbiamo perduto, "hanno perso davvero per noi il loro valore, perchè si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere ?".

La risposta di Freud è tutt'altro che melanconica: "una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l'esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire...forse su un fondamento più solido e duraturo di prima" !

fonti: Opere di Freud,  bibliografia freudiana di G. Sery

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