6 luglio 2010

Pazienti e persone

... “Ma Whitechapel non è cambiata granché da quando il signor Dickens ha descritto la vita delle sue strade. Oh, siamo andati avanti col movimento di riforma, ma i lavoratori vivono ancora nello squallore, la classe operaia è ancora pietosamente sottopagata, le nostre prigioni, i ricoveri e i manicomi sono voragini infernali.”





Si accigliò. “Pensavamo che il progresso avrebbe migliorato le condizioni di vita: motori a vapore, le macchine, il telegrafo e cose del genere. Ma le cose non sono andate in questo modo. Adesso abbiamo sette consegne postali al giorno, solo qui a Londra, ma a che cosa servono, quando la maggioranza della nostra popolazione non sa né leggere né scrivere una frase intera? Qual è l'utilità di una legge per l'istruzione, quando i bambini co minciano a lavorare come schiavi nelle ditte sfruttatrici e nelle fabbriche non appena imparano a camminare?”



“In America non va meglio.” Mark annuì. “Questa è una delle ragioni per cui sono entrato in medicina: cercare di alleviare un po' le sofferenze.”

“La medicina non ha solo il compito di alleviare il dolore fisico,” disse Trebor. “L'angoscia mentale, questo è il vero problema. Il lavoro che storpia i corpi, storpia anche la mente e lo spirito.

Il problema della nostra professione sta nel pensare che stiamo solo trattando dei pazienti.

Dimentichiamo che i pazienti sono esseri umani. Ora che mi limito all'attività di consulente, ho trasferito la mia attenzione dallo studio dei pazienti allo studio delle persone.”

Fece un gesto verso il bar. “Perciò mi concedo del tempo per frequentare posti come questo. Non per divertimento: chi può godere dello spettacolo della miseria che annega i suoi guai nel bere e nella depravazione? Ma per imparare le cause reali del disagio radicato nella condizione umana.”

“Sembri un filosofo,” gli disse Mark.

“O un idiota.” Trebor ingollò la sua birra. “Se poi c'è una distinzione tra i due.”...

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