27 giugno 2010

Sindrome di burnout in medicina

"... E dove andiamo a trovare i rimedi per curare il 
nostro burnout? È molto semplice: li abbiamo anche 
dentro di noi, sono i doveri che abbiamo nell'esercizio 
della professione, scritti nel nostro Codice Deontologico.




Si veda, come esempio, l'articolo 6: "Il medico 
agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel 
rispetto dell'autonomia della persona tenendo conto 
dell'uso appropriato delle risorse. Il medico è tenuto 
a collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, 
disponibilità, utilizzazione e qualità delle cure".

In questo articolo ogni parola ha un peso enorme: vi si 
trovano i principi dell'efficacia e dell'efficienza delle 
cure, della loro appropriatezza, ma anche un cogente richiamo a rispettare i valori dei pazienti, i loro 
diritti, di fronte ai quali l'etica tradizionale medica 
deve fare un passo indietro. Ed è sorprendentemente 
forte il taglio politico del secondo comma di questo 
articolo, con il richiamo all'impegno civile del medico. Non basta più dunque il sapere ed il saper fare 
in campo clinico, è nostro dovere anche farsi parte 
attiva nella società perché i diritti dei cittadini, tra i 
quali quello alla salute, trovino pieno riconoscimento.

La lotta alle disuguaglianze di salute, purtroppo 
presenti anche in un sistema sanitario come il no- 
stro, che da oltre trent'anni si ispira ai concetti di 
equità ed universalità, è dunque un nostro preciso 
dovere professionale, tanto quanto quello di curare il 
singolo ammalato.

Ecco che allora il burnout possiamo curarlo ritrovando in noi stimoli professionali forse dimenticati. 
Per sentirci realizzati nel nostro lavoro rivediamo 
la nostra immagine di «aiutanti»; abbandoniamo la 
presunzione di essere guaritori onnipotenti e recuperiamo la nostra dimensione di "guaritori feriti". 
Potremo curare le ferite dell'altro da noi solo riconoscendo e curando le nostre, ammettendo le perdite 
che nel cammino della storia la nostra professione ha 
subito, ma anche recuperando tante ricchezze mai 
conosciute o forse dimenticate, ridando senso e significato al nostro lavorare quotidiano.

Dunque, riflet
tere e ripiegarsi sul malato ma anche sulla società, 
prendersene cura a partire da uno dei principi base 
dell'etica della cura: il far del bene all'altro non può 
che partire da un proprio equilibrio. Quale miglior 
cura di se stessi, se non quella di rafforzare il nostro impegno a strutturare la relazione con il malato 
secondo linee nuove e creative?

Sappiamo che una 
delle modalità terapeutiche del burnout è quella di 
invitare chi ne soffre a cercarsi interessi fuori dal 
lavoro. Se noi medici conviviamo con tante fonti di 
stress, possiamo però trovare nella nostra professio
ne anche nuove opportunità di cura e di guarigione.

Ancora ci viene in soccorso il nostro Codice Deontologico, con l'articolo 5: "Il medico è tenuto a considerare 
l'ambiente nel quale l'uomo vive e lavora quale fon
damentale determinante della salute dei cittadini. A 
tal fine il medico è tenuto a promuovere una cultura 
civile tesa all'utilizzo appropriato delle risorse naturali, anche allo scopo di garantire alle future generazioni la fruizione di un ambiente vivibile. Il medico 
favorisce e partecipa alle iniziative di prevenzione, di 
tutela della salute nei luoghi di lavoro e di promozio- 
ne della salute individuale e collettiva".

Non tras-curiamoci, come spesso facciamo noi 
medici di fronte a tanti disturbi! Abbiamo due farmaci un po' particolari: due articoli, il 5 ed il 6, del 
nostro Codice Deontologico, che ci richiamano ai nostri doveri "civili". Non si tratta di una prescrizione off label, ma di una straordinaria occasione per 
prenderci cura di noi e del nostro burnout. Sta a noi 
riconoscerla e non perderla."

una buona parte dell'articolo di Alfredo Zuppiroli, presidente della commissione di bioetica della regione toscana, pubblicato su 'toscana medica' n. 6, giugno 2010

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