13 aprile 2010

Disagio e malattie

" Chi c'è dietro il dilagante potere delle case farmaceutiche? Ma è ovvio:  
noi. Non siamo solo le vittime, non siamo solo i complici, siamo anche i mandanti della medicalizzazione della vita. Se ogni disagio diventa un insopportabile dolore, se ogni mancanza diventa una voragine nella quale 
temiamo di sprofondare, la nostra soggezione all'aiuto farmacologico, al sostegno 
psicologico, aumenta in progressione geometrica.

Accettare l'imperfezione, sopportare il limite, non sembra essere una qualità del nostro tempo. Peccato che niente sia più vulnerabile (meno perfetto) dell'ansia di perfezione: ci rende insicuri, fragili e permeabili ad ogni speculazione sulla nostra 
fragilità. Se il timido, il nervoso, il troppo sensuale, il vivace si convincono della natura 
sindromica di un tratto della loro personalità, ecco che aumenta a dismisura il target 
degli impasticcabili. In fin dei conti poter medicalizzare un difetto, o un ingrediente 
indigesto del nostro carattere, ci permette di estroiettarlo: non sono io, «quella cosa 
lì», è un accidente, un'intrusione, un virus, un corpo estraneo del quale liberarmi.

Alla chirurgia estetica di massa minaccia di sommarsi anche la smania di estirpare 
i difetti, veri o presunti, della nostra fisionomia psicologica. E la «personalità 
perfetta», così come sortisce da questo quadro ossessivo, assomiglia molto al «volto 
perfetto» prodotto dal bisturi: seriale, omologato, con i connotati individuali cancellati 
insieme alle rughe. Come se la scrittura della vita contenesse tali e tanti errori che è 
più prudente, più rassicurante azzerarla. (Meglio non avere faccia che averne una troppo impegnativa, sembrano dirci i volti piallati di migliaia di signore. Qualcuno deve averle convinte che l'età 
è solo una sindrome: il tempo è una malattia?)

Credo che «disagio» sia la parola chiave. Nei nostri anni 
ogni normale sottozeroinvernale diventa «gelo polare», e 
ogni normale canicola estiva diventa «caldo record». E «Italia 
paralizzata dal gelo» è il titolo terrifico - e rituale - che 
accompagna il ritardo dei treni, gli ingorghi causati dalla neve,
le astanterie che si affollano di anziani fratturati, insomma una straordinarietà così 
prevedibile da far parte, a pieno titolo, della normalità. Una specie di pigrizia 
nevrastenica (ossi moro) ci fa considerare inaudito e insopportabile qualunque 
intoppo, qualunque fatica straordinaria; se ogni disagio diventa «emergenza», ogni 
stato di malessere diventa «malattia». E in un paio di generazioni siamo passati dal 
negazionismo bigotto (quando la depressione, lei sì una sindrome in piena regola, era 
considerata un banale cattivo umore) all'estremo opposto: una credulità disarmata di fronte alla medicalizzazione di tutto.

Salutismo compulsivo e ipocondria di massa mi sembrano fortemente alimentati 
dalla dilagante incapacità (questa sì patologica) di affrontare il disagio. Non il dolore, 
o la tragedia, o la morte: il disagio. La normale fatica di convivere con ostacoli esterni 
e interni, intoppi sociali e privati. Qualcosa che appartiene al corso quotidiano delle 
cose. L'abitudine alla nostra inadeguatezza, quel famoso «sapersi accettare» che a partire dal mondo classico è uno degli obiettivi della maturità. Suscita
una ragionevole paura un mondo che crede di poter «guarire» da se stesso con una pillola, anzi con mille pillole per ciascuna delle mille inquietudini che ci fanno 
compagnia. Fa paura perché è - soprattutto - un mondo immaturo, non adulto. 
Suggestionabile. Continuamente bisognoso di una «guida» esterna.

Il miglior mondo possibile per chi vuole vendere non solo le pillole, ma tutto il vendibile. "

(Nell'era della chirurgia plastica anche il disagio e' un neo da togliere, di Michele Serra, il Venerdi' di Repubblica)

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