9 marzo 2010

Dottor Francesco Giubbolini, Siena

La relazione del dottor francesco Giubbolini dal titolo: "Individuo, gruppi e società. Una prospettiva psicodinamica", presentata il 6 marzo scorso in occasione della presentazione della Associazione 'Lachesi'.

Il concetto di 'individuo' è fondamentale in una cultura come la nostra, che si rappresenta - anche se non sempre è - come una civiltà che riconosce il valore dell'individuo - persona.
Il concetto di 'soggetto', e di 'relazione soggetto - oggetto'' - o meglio - di 'relazione tra soggetti', è tema chiave della nostra cultura e della nostra filosofia.

Il soggetto si configura progressivamente, nel corso della storia, come individuo la cui caratteristica fondamentale è quella dell'autonomia, fulcro del sistema socio culturale.
E' altresì ovvio che tale idea di autonomia si applica e si definisce nel contesto delle relazioni tra individui soggetti e non in assenza di queste.

L'identità quindi è espressione di autonomia e - contemporaneamente - di relazioni.

E' questa la base dalla quale partiamo per affrontare un qualche abbozzo di discorso che interessa e riguarda l'individuo e il gruppo e, successivamente, la società (da un punto di vista psicodinamico).

La pratica della psicoterapia, oltre ad implicare teorie scientifiche, è e può essere ance pratica sociale in grado di produrre non solo effetti personali ma anche collettivi diffusi e degni di interesse.
In tal senso possiamo parlare della liceità della de-medicalizzazione in ambito psichiatrico e psicoterapico: non solo teoria scientifica e/o prassi medica ma anche occasione di ricerca e riflessione nell'ambito dei rapporti interpersonali e sociali.
Rapporti interpersonali da intendersi come caratterizzati da capacità di scambio, di separazione, di trasformazione, i quali possono consentire ed esprimere il processo di integrazione personale, ovvero l'uso del passato nel presente e l'orientamento verso il futuro. Ritorno tra breve su questo punto, relativo all'uso - se così si può dire - del passato nel presente ed alla questione dell'orientamento verso il futuro, spiegandone il significato, perchè mi pare di particolare rilievo ai fini del mio discorso; ed un sogno, di cui riferirò - mi pare possa illustrare in maniera quanto mai appropriata ciò che intendo - con questo mio discorso - sostenere.

Ma intanto qualche precisazione a proposito di quelli che si possono considerare e definire come gli obiettivi della psicoterapia, nell'ottica dell'integrazione del sé, ma anche delle dinamiche di gruppo e dell'idea di integrazione sociale.

Possiamo definirli come segue:
1) Una profonda conoscenza di sé, al fine di evidenziare aspetti problematici ed aree disfunzionali, che consenta la progressiva acquisizione di insight (consapevolezza).
2) Il superamento stabile di tali dinamiche disfunzionali, anche qualora risultino inizialmente  ego-sintoniche.
3) L'aumento delle capacità individuali di assumersi responsabilità, critica, autonomia e competenza sociale, al fine di ottenere un valido e sano adattamento alla parte sana della realtà nella quale si vive ed un altrettanto chiaro e netto rifiuto di quelle dinamiche (siano esse personali, relazionali o sociali) magari normali ma non per questo obbligatoriamente sane.
In sintesi quindi obiettivo della psicoterapia è quello di un cambiamento funzionale che aumenti le capacità di integrazione relazionale e sociale ed una sempre più ampia capacità di adattamento unite però alla capacità di distinguere in modo chiaro ciò che nell'usuale vivere sociale riconduce alla possibilità che esista una norma non necessariamente sana ed alla conseguente necessità e capacità di opporsi validamente ad essa.

Nel procedere di una psicoterapia il primo passo è quello di cercare di rendere l'individuo in grado di sviluppare empatia ed integrazione, anzitutto in relazione al proprio passato, quindi in generale nei confronti di sé medesimo, consentendo - tale processo - il consolidamento di quello che si definisce il 'nucleo affettivo del sé', il quale consolidamento conduca poi allo sviluppo del senso di reciprocità e quello di un valido senso del 'noi'.

Intendo con 'empatia' una disposizione emotiva ed un interesse benevolo anzitutto nei confronti di tutto ciò che è il 'sé', e successivamente di ciò che va oltre il sé e che si accompagna quindi alla disponibilità nei confronti dell'esplorazione e della crescita. Ovvero, in altri termini: una sorta di benevolenza da sperimentare nei confronti di noi medesimi, e di tolleranza rispetto alla consapevolezza dei nostri limiti, i quali dovrebbero essere vissuti come spunto da cui partire per una ricerca personale e non come limite invalicabile contro cui tale ricerca si infrange.

Intendo poi con il termine ' integrazione' l'occasione di realizzare un "affrancamento dalla dolorosa ripetizione di processi distruttivi ed auto-distruttivi del passato" (Emde), che conduce ad un processo di integrazione tra presente e passato consentendo così di acquisire senso di integrità personale e relazionale e senso di continuità, il quale a sua volta prelude allo sviluppo del senso del noi, del futuro, ed all'occasione di nuove e diverse modalità di relazione oggettuale.

Psicopatologia è la perdita o il mancato raggiungimento di tale condizione di integrazione personale, di tale empatia, e di tale sentimento (o capacità) di condivisione e compito della psicoterapia è quello di consentire tale recupero.

Una breve digressione ed una breve notazione a proposito di quanto detto sin qui, relativamente al discorso inerente l'obiettivo della psicoterapia.
Riguardo la necessità di porre attenzione, prima di ogni altra questione, alla figura dello psicoterapeuta.

L'operato del terapeuta non può essere valido se il terapeuta stesso presenta scissioni, negazioni, proiezioni.
Chi teorizza o propone in merito alla sanità mentale non può praticare rapporti interpersonali distorti o disfunzionali (Lalli), e non può operare scisso rispetto al contesto sociale nel quale vive, pena la più totale inconsistenza di ciò che propone.
Si inizia dunque dall'individuo, e si finisce nella società, ma il primo individuo di cui è necessario occuparsi è il terapeuta stesso.
Per il quale deve esistere coerente corrispondenza tra vita privata, professionale e - per l'appunto - sociale, o pubblica.

Lalli riferisce a proposito delle motivazioni di chi intraprende il mestiere di psicoterapeuta, ed elenca motivazioni valide oppure incompatibili; ed è curioso notare come le motivazioni del futuro terapeuta coincidano con quelle medesime motivazioni che possono consentire, in ambito generale, di definire una relazione come sana piuttosto che come malata.

Sono motivazioni valide:
la curiosità e l'interesse per gli altri;
la capacità di ascolto;
l'empatia e la comprensione;
l'introspezione e l'intuito emotivo;
la tolleranza.

Sono motivazioni incompatibili:
il bisogno di potere e di dominio;
la necessità narcisistica di essere amati e riconosciuti;
la presenza di nuclei scissi e perversi;
la tendenza all'isolamento sociale.

Quindi adesso il sogno, di cui poc'anzi parlavo, ma lo precede una citazione, di Mauro Mancia:

"... Esiste un tempo lontano
fuori del ricordo,
muto e non databile,
di cui non parlano narrazioni
né manuali di storia,
un tempo perduto
che a volte
il sogno
riesce a ritrovare."

Mauro Mancia, Il sogno e la sua storia

Perchè si realizzi quella integrazione di cui prima accennavo, è necessario recuperare ed integrare il proprio passato, ed il sogno fornisce tale occasione.

Il sogno:

"A casa mia, ho organizzato una piccola festa e sono arrivate solo persone che 
nella vita non vedo da tanto tempo (vecchi compagni di scuola, bambini con cui giocavo e 
di cui da tanto tempo non ho notizie ... ). Il fatto di non avere intorno nessuno dei miei amici di oggi non 
mi stupisce; sono contenta di rivedere le persone che ci sono... "

"Ad un tratto mi accorgo che da fuori arriva uno strano rumore, come di vento che soffia 
durante una tempesta.
Sono spaventata ma decido comunque di andare a veder cosa sta 
succedendo. Apro la porta e mi accorgo che fuori ha nevicato. La strada è tutta bianca; c' è 
una luce bellissima e la neve che nessuno ha ancora calpestato mi dà una sensazione di pace e 
tranquillità...
Mi sento una sciocca per aver pensato subito al peggio senza aver considerato che nella vita, 
a volte, succedono anche delle cose belle mentre rientro nella stanza dove si sta ancora 
svolgendo la festa. "

"Al centro vedo un grande contenitore pieno fino all' orlo di piccole buste. 
So che ogni busta contiene un regalo per me da parte di una persona sconosciuta. Mi avvicino 
felice sapendo che quelli sono i regali che mi hanno fatto tutte le persone che devo ancora 
incontrare nella mia vita, come un piccolo anticipo dei regali che mi faranno quando ci 
conosceremo e sapendo che allora potrò contraccambiare."

Passato, presente e futuro si fondono nel sogno; "sono contenta di rivedere le persone che ci sono" significa sono contenta di ritrovare le persone che ero, tutte le donne che sono stata.

L'immagine, bellissima, della neve che nessuno ha ancora calpestato riporta a quell'integrità, finalmente ricostituitasi, che prelude al futuro, all'occasione cioé di nuove e diverse modalità di relazione oggettuale.

"Le persone che devo ancora incontrre nella mia vita" significa la donna che potrò un giorno diventare; "sapendo che allora potrò contraccambiare" sta a significare: nel momento in cui riuscirò davvero a realizzare tale condizione di diversità.

Quella condizione di integrità, quella diversità che nel sogno si evidenzia, e che si rende quindi in qualche misura possibile, quella condizione di sanità, apertura al mondo e vitalità che il sogno consente di intuire - e contemporaneamente esprime - serve ad essere impiegata per costruire, nei gruppi, relazioni, nuove, diverse e sane.
Altrimenti non serve a nulla.
Lavoro sprecato.
Occasione perduta.

Ma, dice Nietzche nel 1885, in 'Al di là del bene e del male', che " la follia è molto rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche, è la regola".

La psichiatria e la psicoterapia sin dalle origini e per un lungo periodo si sono interessate quasi esclusivamente della patologia di singoli individui, ed hanno fortemente trascurato invece l'importanza delle dinamiche di gruppo, limitandosi il più delle volte a studiarle nell'ambito dei piccoli gruppi, come ad esempio quelli familiari,  ed anche delegando lo studio di fenomeni più ampi, e quanto mai importanti, alla sociologia oppure alla psicologia sociale.
Psichiatria e psicoterapia possono tuttavia fornire, specie in una prospettiva dinamico - culturale, risposte importanti, occasioni significative di comprensione in merito a situazioni ed ambiti di valenza storica e sociale di rilievo e possono contribuire efficacemente non solo alla comprensione, ma anche alla definizione del contesto sociale nel quale si vive, contribuendo a migliorarlo.

Ed anche il rapporto tra individuo e gruppo può essere funzionale o disfunzionale.
Perchè un gruppo sia funzionale è necessario che venga rispettato l'equilibrio che consente, sia all'individuo che al gruppo, di svilupparsi ed evolvere. Il gruppo, inoltre, è funzionale nel momento in cui propone validi e realistici valori che permettano - a loro volta - lo strutturarsi e l'evolvere dell'io di ciascun appartenente al gruppo. Al contrario, qualora il gruppo sia finalizzato a controllare, sottomettere o sfruttare l'individuo - in una parola a negarlo od annichilirlo - allora si viene a definire quello squilibrio tra individuo e gruppo che definisce il gruppo stesso (oppure il contesto sociale nel quale tale dinamica si esprime) come disfunzionale.

Nei gruppi, non solo i gruppi di terapia - naturalmete - ma nei gruppi in genere, dinamiche disfunzionali sono da intendersi soprattutto due: quella che possiamo definire dinamica di ìdentificazione, e quella che possiamo invece definire come dinamica di intolleranza.

L'identificazione: Lalli ne descrive due. La prima è quella che definisce mimetica, o adesiva: e che corrisponde, quasi grottescamente, al ripetere, rifare le cose esteriori, ed anche quelle banali, dell'altro. Questa condizione di identificazione somiglia, per certi versi, ai gravi sintomi psichiatrici dell'ecoprassia e dell'ecolalia, tipici della catatonia. La seconda consiste in quella forma di identificazione che è quel processo in virtù del quale l'altro, o parti dell'altro, vengono introiettate e vanno a costituire quello che viene comunemente definito come il 'falso sé'. Questa seconda forma di identificazione non va obbligatoriamente intesa (anche se può esserlo) come caratteristica della patologia, clinica o subclinica che sia, ma come istanza tendente spesso a permeare sino talvolta persino a caratterizzare la normalità sociale.

Dinamica altrettanto disfunzionale, speculare in fondo rispetto alla precedente, è quella dell'intolleranza, verso tutti coloro che non sono come noi, che non si riconoscono nei nostri valori o nei nostri gruppi, quelli insomma che la pensano diversamente rispetto a come la pensiamo noi: dinamica disfunzionale e - sempre - violenta.

Nei gruppi - anche qui - non quelli terapeutici -, ma nei gruppi in generale, dinamica funzionale tra esseri umani è invece quella improntata al desiderio: desiderio - fondamentalmente - di conoscenza, di ricerca, di autonomia, desiderio che deve essere soddisfatto perchè base di ogni valida relazione, oltrechè - naturalmente - di ogni valida terapia.
La realtà dei rapporti interumani dovrebbe fondarsi sull'interesse per l'altro e sulla ricerca della libertà, propria ed altrui; libertà che non sia figlia dell'indifferenza, del disinteresse, né dell'opportunismo, non vacua parola ma espressione vera della relazione e di un genuino investimento affettivo.
E su quella condizione di autonomia che deve permettere, e consentire, ciò che i più sembrano non saper o poter fare: ovvero dissentire, rifutare, quando ciò si renda necessario.
Mantenere cioè libertà di pensiero e di giudizio, lealtà nei confronti di tutti coloro con  i quali si entra in relazione ed onestà intellettuale nei confronti di noi stessi. Lealtà e libertà che consentano altresì di non rinnegare alcunchè di ciò che appartiene al nostro passato, ma anche di poter non accettare - rifiutare - ciò che non condividiamo nel presente, in noi così come al di fuori di noi, in coloro con i quali entriamo in relazione e nei confronti del contesto sociale in cui viviamo.
Ma sempre nel rispetto e nel riconoscimento della liceità che può esistere nella altrui condizione di diversità, linfa vitale della conoscenza umana.

E dunque vorre iriportare il mio discorso all'idea della diversità.

Si può e si deve cogliere e rendere evidente la patologia, sinanco a rifiutarla, ma è sempre necessario distinguere tra patologia e diversità, e rispettare quest'ultima.
La diversità - ed il rispetto della diversità - dovrebbe essere uno dei valori fondamentali della nostra epoca.
La diversità è cultura, scambio, crescita, e dovrebbe far parte della storia diogni uomo, così come dovrebbe far parte della storia di ogni società che voglia dirsi civile.

Viviamo però in una epoca nella quale si oscilla tra intolleranza ed identificazione, nella quale sovente - direi di norma - la diversità appare come pericolo, minaccia, come una barriera che noi stessi frapponiamo tra noi e gli altri, tra il nostro presente ed il nostro futuro.

E' di certo quanto mai rassicurante, ma spesso assolutamete patologico, volersi confrontare soltanto con ciò che già conosciamo, e con ciò che riconosciamo come familiare.

Ma sia nell'ottica dello sviluppo individuale, sia nella prospettiva delle relazioni, entrare in rapporto con l'altro significa entrare in contatto con un'altra identità, con qualcuno e qualcosa che è diverso da noi, e da ciò che nel presente siamo.
Spesso tuttavia, sia a livello personale che relazionale o sociale, si tende ad annullare tale diversità, avendone timore, si accetta con maggiore facilità l'occasione di creare universi omologati, nel tentativo di costruire equilibri perenni, in realtà impossibili da realizzare, comunità di simili dove la caratteristica individuale si perde, dove ci si può soltanto identificare con il gruppo (e che l'occasione di tale identificazione riporti ad una religione, una fede, oppure ad una teora scientifica fa davvero poca differenza) e dove la pluralità dei soggetti non viene rispettata.

Così l'idea di diversità non è più riferita a ciascun soggetto, in quanto differente dall'altro, o ad una prospettiva futura, ma solo ad alcuni - che diventano così i diversi - rispetto all'omologazione dei gruppi.

Il diverso viene ad incarnare l'occasione del pregiudizio, motore malsano che muove azioni ed idee di molti, che condiziona le nostre relazioni sociali, che ostacola opportunità di incontro, esplorazione e scoperta che sono fondamenta del rapporto con l'altro da sé.

Diversi allora, e quindi eclusi, ai margini della società, restano ad essere, in epoche e culture diverse, da sempre i matti, ma ogni epoca ed ogni cultura prevede la propria 'norma' ed i propri esclusi, gli 'anormali'.

Dicevamo poc'anzi che la psichiatria e la psicoterapia non sono solo prassi mediche, ma anche occasioni di 'pratica' sociale.
E la psichiatria ha contibuito - in negativo - a dfinire l'idea della diversità come sinonimo, equivalente, di patologia.
Non che non possa essere vero; solo, non è obbligatoriamente così.
Non solo: ma non è neppure stata in grado di opporsi - ed anzi si è fatta sovente strumento - di barbarie e discriminazioni.
Molti sarebbero gli esempi: molti studi hanno inequivocabilmente dimostrato, ad esempio nel caso della germania nazista, il coinvolgimento della psichiatria nella sperimentazione dei dispositivi di sterminio messi poi in pratica, su larga scala, delregime nazista: l'asilo psichiatrico, in tale prospettiva, si è configurato come terreno di preparazione del genocidio. Ma vorrei citare un altro esempio, che mi colpisce particolarmente:  durante il regime di Vichy, in Francia, alla fine degli anni '30, venne praticato nei manicomi una sorta di 'sterminio dolce' (il termine è mutuato da Lafont, storico francese autore del saggio 'Lo sterminio dolce'), imputabile all'inerzia " del corpo medico e psichiatrico che non ha avuto solo un ruolo passivo e rassegnato, ma una parte attiva, non fosse altro che in virtù della sua astensione". Astensione attiva come espressione più evidente di istinto di morte allo 'stato puro', se così si può dire.

Michel Foucault, nel 1975 in un memorabile - si dice - corso tenuto al College de France dal titolo "Gli Anormali" (poi divenuto un libro, edito in Italia da Feltrinelli) si domandava, in maniera quanto mai semplice, ed esplicita: come mai la psichiatria ha potuto funzionare così bene e così spontanemanete sotto il fascismo e sotto il nazismo?

E questa, per l'appunto, è la domanda.

Domanda che anche successivamente, ed anche oggi, molti si sono posti e si pongono, in vario modo ed a proposito di moltelici questioni; com'è che - nonostante cent'anni di psicoanalisi (Hillman) - il mondo va sempre peggio?

Per cercare di fornire una pur parziale risposta possiamo notare come, in fin dei conti, quella che oggi si definisce psicoterapia è pur sempre una disciplina che si è formata, per l'appunto, poco più di cent'anni fa, tempo assolutamente breve ed insufficiente se confrontato con quello di altre branche del sapere, quali ad esempio la medicina. Quindi disciplina giovane, che ancora inevitabilmente presenta gravi contraddizioni e limiti, i quali tuttavia possono e devono essere affrontati e superati.

Di qui deriva la necessità che la psicoterapia rispetti regole fondamentali dal punto di vista medico e terapeutico:
1) intanto, il riferimento a teorie empiriche su cui fondare una prassi terapeutica;
2) il coerente e corretto svolgimento di tale prassi;
3) il progressivo tentativo di individuare metodiche che possano consentire la validazione della terapia stessa.
Anche se, naturalmente, è necessario partire dal presupposto che si debba rinunciare ad "impossibili dimostrazioni di scientificità utilizzando metodiche di tipo neturalistico" (Lalli).

Ma c'è forse un altro motivo, ancora più importante, che è necessario considerare con attenzione.
Prospettiva forse ancora troppo poco condivisa e, quindi, da rimarcare e sottolineare ogni volta.

Quella inerente il fatto che fondamentale sarebbe l'educazone, la prevenzione, il tentativo di agire non solo e non tanto nei confronti di singoli individui, di gruppi terapeutici, o di ristrette comunità, ma nei confronti del contesto sociale stesso che sovente appare fortemente bisognoso di cure - pur non essendone, pare - consapevole.

E dal punto di vista del contesto sociale nel quale tale prassi terapeutica si esprime, bisognerebbe anzitutto considerare che l'essere umano non è solo biologia e che la psicoterapia non è, se non solo marginalmente, una tecnica.
Che la condizione di sofferenza mentale non è destino ineludibile ed ineluttabile, ma una storia che si sviluppa e che può svolgersi in tanti modi diversi, nel condividere con altri in ambienti fisici, relazionali e sociali che possiamo e dovremmo contribuire a rendere diversi.
Che tale disagio può di sicuro essere in qualche misura ricondotto alla biologia, ma di certo anche dalle esperienze che hanno caratterizzato e caratterizzano la nostra vita e dall'ambiente nel quale la nostra vita scorre, e del quale possiamo e dobbiamo entrare a far parte.
Questo è poi il motivo per cui lo psichiatra non può porsi soltanto come positivista, o riduzionista, che riduce e riconduce il dolore, ma direi la stessa condizione umana (poichè tale condizione è sempre inevitabilmente imperfetta) ad una anomalia del cervello.
Questo è anche il motivo per cui lo psichiatra risponde - e deve rispondere - certamente con la propria conoscenza, ma soprattutto con la propria dimensione di umanità, e con la propria visione del mondo, auspicabilmente sana.
E con un esempio, che è quello riconoscibile nella relazione terapeutica, che riconduce in fondo a come ci si dovrebbe porre, in generale, nelle relazioni tra esseri umani.

Alla fine cito Andreoli, da cui ho ampiamente attinto:  "La terapia è prima di tutto esperienza di una relazione che si fa essenziale ed umana".

Tenendo dunque infine costantemente presente che si ha un dovere, non solo nei confronti di coloro che a noi come terapeuti si rivolgono, ma nei confronti del contesto sociale nel quale la nostra conoscnza e la nostra prassi si esprimono.

Ho cercato di tracciare, brevemente e parzialmente, un continuum tra individuo, gruppi e società in un'ottica psicodinamica.

Le due diverse immagini del rapporto che può esistere tra psichiatria e società riconducono a due estremi:
Il primo riconducibile all'iconografia cassica, quella del medico ed alienista francese Philippe Pinel, direttore del manicomio Bicetre di Parigi, che scioglieva un gigantesco e pericoloso marinaio, completamente matto, dalle catene di contenzione, abbracciandolo - e mostrando così anche un ivindiabile coraggio -; il secondo riconducibile alla più recente immagine delle camere a gas naziste che, come recitava la propaganda scientifica dell'epoca, "liberano i pazzi dal peso di una vita di sofferenze incurabili".
Evidente involuzione:a partire da una condizione iniziale nella quale la psichiatria si poneva come espressione di istanze di libertà e di affetti.

Lascio a voi decidere - e capisco che non avete molta scelta - in quale delle due immagini sia davvero riconoscibile non solo la conoscenza, l'affettività e l'umanità. Ma anche la scienza.

Nella nostra prospettiva, oggi, la psichiatria e la psicoterapia finiscono per essere uno degli indicatori dello stato di civiltà e di salute di una nazione, pochè misurano, ed esprimono, la capacità di un popolo di accettare - o meno - quel che ho cercato in precedenza di definire come 'diversità'; ma che potremmo forse ancor meglio definire come la condizione essenziale, sempre imperfetta, spesso dolente, di ciascun essere umano.

Francesco Giubbolini, Siena

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