28 dicembre 2009

Automutilazioni


Non fu il raptus di un artista tutto genio e 
sregolatezza.

E nemmeno l'effetto del 
clamoroso litigio con l'ex amico Gauguin per le strade di Arles. La rasoiata più famosa della storia dell'arte, quella del 23 dicembre 1888, quando Vincent Van Gogh si tagliò 
metà dell'orecchio sinistro, lo incartò, lo consegnò a Rachele, una prostituta del vicino bordello, andò a dormire a casa e il giorno dopo finì in 
manicomio, avrebbe avuto tutt'altre motivazioni.

Colpa 
del matrimonio, per una volta quello di un altro: il fratello 
Theo. In una lettera che Vincent ricevette poco prima di 
compiere l'insano gesto, Theo gli annunciava il suo fidanzamento, intollerabile per il pittore, che dipendeva da lui in tutto e per tutto. Insomma, la notizia avrebbe tanto sconvolto la mente già malata di Van Gogh da indurlo ad automutilarsi. 
O almeno questa è la tesi dello studioso Martin 
Bailey, anticipata ieri dal Sunday Times.

È, beninteso, soltanto una delle tante ipotesi: l'episodio è così affascinante che gli studiosi non daranno mai un taglio alla ridda di con
getture. Quel che è certo è che, diciannove mesi dopo 
quel Natale, Van Gogh fu più drastico e si sparò un colpo 
di pistola nel petto. E questa volta, come scrisse l'amico 
pittore Émile Bernard,«in tutta lucidità».

fonte: la Stampa del 28 dicembre 2009

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