9 novembre 2009

Psicopatologia di una nazione

La lunga citazione che segue e' tratta dal libro di Curzio Maltese: " La Bolla" (la pericolosa fine del sogno berlusconiano), Feltrinelli, Milano, 2009. Riporto parte della citazione di una intervista televisiva di Mauro Mancia, psicoanalista italiano recentemente scomparso, il quale parlava della psicopatologia di Berlusconi e degli aspetti legati al disturbo narcisistico di personalita', al meccanismo di identificazione proiettiva, e al problema dell'invidia.


In merito al problema narcisistico leggi anche il post sul narcisismo, rispetto all'identificazione proiettiva leggi anche il post: identificazione e proiezione.

"... I primi a spiegarmi perché Berlusconi "non stava bene" furono, dieci anni fa, due grandi psicoanalisti italiani, Mauro Mancia e Arnaldo Novelletto. Entrambi splendide persone, entrambi scomparsi da pochi anni. La diagnosi di Mancia era di un forte disturbo narcisistico della personalità. Andò a spiegarlo in televisione, in una puntata dell'Infedele di Gad Lerner, con il prevedibile effetto di scatenare il linciaggio da parte della corte da destra, con il solito codardo silenzio-assenso da sinistra.

A distanza di tempo, le parole di Mancia suonano profetiche:

"Berlusconi è un interessante caso di psicopatologia. Un narcisista estremo, che sostituisce la realtà con una propria visione. Ha modalità che noi riscontriamo spesso nell' esperienza clinica: per esempio, la negazione. Lui nega tutto quello che è evidente. Alla negazione è collegata la menzogna. La bugia costituisce la regola relazionale e alla base c'è un processo che noi chiamiamo 'di identificazione proiettiva' e che consiste in un' operazione della mente per cui parti proprie generalmente sgradevoli, negative, vengono proiettate, cioè messe nell'altro. Allora l'altro diventa il ricettacolo delle parti peggiori di sé. Questo è evidente quando Berlusconi attribuisce agli avversari i propri difetti, in primo luogo la menzogna".

In secondo luogo, si potrebbe aggiungere, le tentazioni autoritarie. Berlusconi ha proiettato per quindici anni in una sinistra "comunista" e "liberticida" che esisteva soltanto nella sua mente le proprie pulsioni autoritarie, la volontà non di prevalere sull'avversario, nel libero gioco democratico, ma di distruggere il nemico con qualsiasi mezzo. Quando il centrosinistra al governo è stato semmai fin troppo tenero con l'avversario, evitando con cura di varare una legge sul conflitto di interessi e una riforma televisiva liberale.

Ma dove il meccanismo di proiezione raggiunge il picco è riguardo al sentimento forse più forte provato nella vita da Berlusconi: l'invidia.

È ricchissimo, celebre, osannato, ma incarna tutte le invidie tipiche del borghese piccolo piccolo.

È invidioso di molti: di chi è più bello, più alto, più colto, di chi ha più capelli e di chi non ha bisogno di potere o danaro per conquistare una donna. Era invidiosissimo di Indro Montanelli, che mi confessò, con un certo pudore, di averlo capito troppo tardi. Ha sempre invidiato personalità affascinanti come Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari, per non parlare di Gianni Agnelli.

"Vive un complesso di inferiorità spaventoso, compensato con deliri da megalomane," era la sintesi di Mancia.

Sentimento che raggiunge il parossismo nei vertici internazionali, dove reagisce cercando di farsi notare, se non per il meglio, per il peggio: come quando urla "Mister Obamaaa!" infastidendo la regina d'Inghilterra, oppure fa cucù o le corna nelle foto di gruppo. Il suo è un complesso di inferiorità su vasta scala, fisico, psicologico, culturale.

Non ha mai imparato a usare l'italiano.

Si sforza di usare un eloquio forbito, a tratti manierato, con esiti ridicoli ("Mi consenta ... ").

Ha abolito il congiuntivo come Aldo Biscardi e ogni tanto si avventura in un latino maccheronico. Quante volte l'abbiamo sentito dire: "simul stabunt, simul cadunt", invece di cadent, immagino perché fa rima. Esausto in breve di tali voli pindarici, ripiega poi sulla barzelletta, il gioco di parole greve, il gergo aziendale. "Non ha mai avuto tempo di leggere molto," lo giustifica l'amico di sempre Fedele Confalonieri.

Ma quanto deve aver sofferto l'inferiorità, quest'uomo "piccolo, calvo, dotato dell' eleganza di un manichino dei grandi magazzini" (Mancia) per rendersi patetico agli occhi di tutti, e a settant'anni suonati, con la chirurgia estetica, i capelli appiccicati, il trucco pesante, le tenute sportive da cumenda giovanilista, i rialzi nelle scarpe già dotate di tacchi da far impallidire le Oba Oba del carnevale di Rio! Tanto ha sofferto da attribuire all'altro questa invidia così dura da sopportare: agli avversari politici - a cominciare dagli invidiati Montanelli, Caracciolo, Scalfari.

Tutta gente che a lui aveva, e ha, davvero nulla da invidiare.

"Chi lo invidia sta semmai dalla sua parte," ha scritto Michele Serra, "perché vorrebbe essere come lui."

Chi lo avversa in genere lo disprezza, o semplicemente misura la noia di doversi occupare da tanto tempo di un personaggio così mediocre.

Almeno Mussolini era geniale, e perfino Craxi, al confronto, sembra un gigante del pensiero politico. "

Curzio Maltese, La Bolla, Feltrinelli, Milano, 2009

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