13 novembre 2009

La morte mi fa sorridere (Alda Merini)


«La fede? Non l'ho mai abbandonata, a volte in manicomio ho avuto la sensazione di percepire la presenza di Dio. Ma certo che con Lui talvolta mi sono anche arrabbiata, ne avrei tante da dirgli».

Alda Merini è morta il 10 novembre, a 78 anni, lasciando versi che ne fanno una delle poetesse italiane più importanti del '900.

L'avevo incontrata due mesi fa, a casa sua. Tra una sigaretta e l'altra, aveva parlato di tutto.

Ha paura di lasciare questo mondo? «No. La morte mi fa sorridere, come le altre paure. Anche l'amore spaventa. Le persone hanno paura di soffrire, quasi fosse una malattia da evitare. C'è persino chi si suicida per amore, una scelta incomprensibile. Non dovrebbe mai sfociare nel possesso, richiede rispetto. Certo comporta un rischio, la delusione, che va accettato in partenza».

È vero che si è innamorata anche del suo neuropsichiatra, il dottor G., del Pini di Milano e persino di un prete?
«Il mio medico era tutto, da lui dipendeva la mia salvezza dopo che mio marito, pensando che fossi pazza, mi aveva abbandonato là dentro. Il dottor G. mi diceva che la scrittura poteva essere la mia vera medicina. Però mi mettevano anche la camicia di forza e praticavano l'elettrochoc. Quando mi innamorai del prete, ero una ragazzina, mi facevo bella per lui, ma scelse un'altra».

La poesia quasi le faceva vincere il Nobel per la Letteratura. Ci sperava davvero?
«Non mi avrebbe cambiato la vita, ma non mi sarebbe dispiaciuto. Scrivere mi ha aiutato ad affrontare quella condizione di solitudine infinita che appartiene a ogni essere umano. Il manicomio era un lager, però là ho imparato il senso della libertà e non ho mai avuto dubbi che sarei uscita. Ma poi fuori che delusione. Almeno i matti erano simpatici».

Le piace l'Italia di oggi?
«lo sto bene dentro la mia casa, aperta a tutti, ed esco molto poco. Guardo il Paese dalla Tv, e lo ascolto dagli amici che me lo raccontano. Tutti parlano, scrivono, pubblicano e pochi leggono le poesie. Per sapere scrivere servono invece impegno, studio e talento, doti che forse mancano a questo Paese arrogante».

fonte: LA MORTE MI FA SORRIDERE , L'ultima intervista con lo poetessa: la paura, il Nobel e l'Italia, di Angelo Sarasi

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