27 novembre 2009

Negri, froci e giudei di Gian Antonio Stella

Il presente letto attraverso le lenti 
del passato, il difficile rapporto con 
l'altro esaminato assecondando il 
ritmo lugubre dell'odio e del 
determinismo razziale, cosa siamo 
diventati e cosa siamo destinati ad 
essere, in questo presente senza 
luce, aggredito dai fantasmi di 
un'epoca lontana. Gian Antonio 
Stella alle prese con la lugubre 
contemporaneità, in un libro 
(Negri, froci, giudei & co., Rizzoli, 
331 pagg., 19.,50 euro) amaro, 
istruttivo, feroce e profondamente 
radicato nelle viscere più nascoste 
dell'Italia odierna.  (Fonte: Anticipazioni da: 'La crociata contro il diverso', il Fatto Quotidiano di giovedi' 26 novembre 2009).



 Terapia dell'Avversione è il nome 
affibbiato a non meno di sei diversi sistemi per tentare di rendere 
un maschio "avverso" ai partner 
maschi. La maggior parte di tali 
tecniche comporta l'esibizione 
di una foto di un maschio nudo a 
un uomo nel momento in cui gli 
viene somministrata una scossa 
elettrica, o un attimo prima che 
gli siano provocati convulsioni o 
vomito indotti da medicinali.

Sebbene la maggior parte di tali procedimenti sia stata eseguita in isti
tuti dal nome rispettabile sia in 
Gran Bretagna che negli Stati Uniti, essi sono oggetto di imbarazzo 
professionale e derisione. Di solito essi comportano per il paziente un certo numero di scosse (al
meno una al giorno) finché egli 
non dice di essere "guarito", spes
so a un medico il quale in quel mo
mento è pronto a prescrivere 
un'altra puntura o un'altra scossa 
nel caso il paziente dicesse di non 
essere guarito.

Una variante di 
questa tecnica consiste nel mettere il paziente in una stanza buia, 
con le istruzioni di masturbarsi fi
no a raggiungere l'orgasmo e in 
quel momento gridare "Pronto", 
al che il dottore gira un interrut
tore che fa illuminare una foto di 
una "stupenda ragazza".

In un 
esempio particolarmente divertente, riferito da una clinica italia
na, il paziente viene sottoposto a 
diverse settimane di duro trattamento, dopo di che viene portato 
a sedersi a una scrivania al di là 
della quale un vecchio dottore 
con una lunga barba passa a mostrargli delle foto nude di "bellissimi maschi". A metà dell'esibizione il dottore allunga la mano 
sotto la scrivania e tasta il pene del 
paziente per controllare se si sta 
irrigidendo. Evidentemente ciò 
non è accaduto: il medico riferisce di aver ottenuto il cento per 
cento delle guarigioni.

(C.A. Tripp, psicologo e ricercatore a 
New York che fu anche collaboratore 
di Alfred Kinsey, in Paolo Pedote e Giuseppe Lo Presti, "Omofobia", 2003.) 


21 novembre 2009

La storia dei sogni

" È difficile per un analista pensare al lavoro con i suoi pazienti senza l'aiuto dei sogni.

 Sono rare infatti le analisi in cui mancano completamente sogni e comunque la loro assenza deve poter essere interpretata come un sintomo alla luce degli eventi emergenti nel transfert.



... il sogno è considerato oggi, molto più che nel passato, un fondamentale strumento di conoscenza.

Esso resta, come per Freud (1900), «la via regia per l'inconscio», ma le possibilità conoscitive che arricchiscono questo studio sono molto maggiori oggi rispetto al passato.

Freud aveva conferito al sogno, forse riduttivamente, il compito essenziale di soddisfare allucinatoriamente un desiderio rimosso.

Oggi le potenzialità di conoscenza e insight che può avere il sogno sono notevolmente aumentate in quanto, rispetto a Freud, è aumentata l'importanza che viene conferita al transfert.

È infatti quest'ultimo che, attraverso il sogno, può manifestarsi nei suoi aspetti più intimi.

Il sogno è stato da me definito come una «finestra» aperta sul transfert (Mancia, 2000), in questa misura diventando uno straordinario strumento di indagine di questa componente essenziale della relazione analitica.

Basti ricordare che Bion già negli anni sessanta aveva proposto per il sogno il compito di trasformare le esperienze emotive e sensomotorie della veglia in pensiero.

Tale processo trasformativo conferisce una continuità alla vita mentale nel passare dalla veglia, dominata da fantasie, al sonno, dominato dai sogni..."

tratto da:
'il sogno e la sua storia' (dall'attualita' all'antichita')

Mauro Mancia
Marsilio, Venezia, 2004

13 novembre 2009

La morte mi fa sorridere (Alda Merini)


«La fede? Non l'ho mai abbandonata, a volte in manicomio ho avuto la sensazione di percepire la presenza di Dio. Ma certo che con Lui talvolta mi sono anche arrabbiata, ne avrei tante da dirgli».

Alda Merini è morta il 10 novembre, a 78 anni, lasciando versi che ne fanno una delle poetesse italiane più importanti del '900.

L'avevo incontrata due mesi fa, a casa sua. Tra una sigaretta e l'altra, aveva parlato di tutto.

Ha paura di lasciare questo mondo? «No. La morte mi fa sorridere, come le altre paure. Anche l'amore spaventa. Le persone hanno paura di soffrire, quasi fosse una malattia da evitare. C'è persino chi si suicida per amore, una scelta incomprensibile. Non dovrebbe mai sfociare nel possesso, richiede rispetto. Certo comporta un rischio, la delusione, che va accettato in partenza».

È vero che si è innamorata anche del suo neuropsichiatra, il dottor G., del Pini di Milano e persino di un prete?
«Il mio medico era tutto, da lui dipendeva la mia salvezza dopo che mio marito, pensando che fossi pazza, mi aveva abbandonato là dentro. Il dottor G. mi diceva che la scrittura poteva essere la mia vera medicina. Però mi mettevano anche la camicia di forza e praticavano l'elettrochoc. Quando mi innamorai del prete, ero una ragazzina, mi facevo bella per lui, ma scelse un'altra».

La poesia quasi le faceva vincere il Nobel per la Letteratura. Ci sperava davvero?
«Non mi avrebbe cambiato la vita, ma non mi sarebbe dispiaciuto. Scrivere mi ha aiutato ad affrontare quella condizione di solitudine infinita che appartiene a ogni essere umano. Il manicomio era un lager, però là ho imparato il senso della libertà e non ho mai avuto dubbi che sarei uscita. Ma poi fuori che delusione. Almeno i matti erano simpatici».

Le piace l'Italia di oggi?
«lo sto bene dentro la mia casa, aperta a tutti, ed esco molto poco. Guardo il Paese dalla Tv, e lo ascolto dagli amici che me lo raccontano. Tutti parlano, scrivono, pubblicano e pochi leggono le poesie. Per sapere scrivere servono invece impegno, studio e talento, doti che forse mancano a questo Paese arrogante».

fonte: LA MORTE MI FA SORRIDERE , L'ultima intervista con lo poetessa: la paura, il Nobel e l'Italia, di Angelo Sarasi

La morte mi fa sorridere (Alda Merini)


«La fede? Non l'ho mai abbandonata, a volte in manicomio ho avuto la sensazione di percepire la presenza di Dio. Ma certo che con Lui talvolta mi sono anche arrabbiata, ne avrei tante da dirgli».

Alda Merini è morta il 10 novembre, a 78 anni, lasciando versi che ne fanno una delle poetesse italiane più importanti del '900.

L'avevo incontrata due mesi fa, a casa sua. Tra una sigaretta e l'altra, aveva parlato di tutto.

Ha paura di lasciare questo mondo? «No. La morte mi fa sorridere, come le altre paure. Anche l'amore spaventa. Le persone hanno paura di soffrire, quasi fosse una malattia da evitare. C'è persino chi si suicida per amore, una scelta incomprensibile. Non dovrebbe mai sfociare nel possesso, richiede rispetto. Certo comporta un rischio, la delusione, che va accettato in partenza».

È vero che si è innamorata anche del suo neuropsichiatra, il dottor G., del Pini di Milano e persino di un prete?
«Il mio medico era tutto, da lui dipendeva la mia salvezza dopo che mio marito, pensando che fossi pazza, mi aveva abbandonato là dentro. Il dottor G. mi diceva che la scrittura poteva essere la mia vera medicina. Però mi mettevano anche la camicia di forza e praticavano l'elettrochoc. Quando mi innamorai del prete, ero una ragazzina, mi facevo bella per lui, ma scelse un'altra».

La poesia quasi le faceva vincere il Nobel per la Letteratura. Ci sperava davvero?
«Non mi avrebbe cambiato la vita, ma non mi sarebbe dispiaciuto. Scrivere mi ha aiutato ad affrontare quella condizione di solitudine infinita che appartiene a ogni essere umano. Il manicomio era un lager, però là ho imparato il senso della libertà e non ho mai avuto dubbi che sarei uscita. Ma poi fuori che delusione. Almeno i matti erano simpatici».

Le piace l'Italia di oggi?
«lo sto bene dentro la mia casa, aperta a tutti, ed esco molto poco. Guardo il Paese dalla Tv, e lo ascolto dagli amici che me lo raccontano. Tutti parlano, scrivono, pubblicano e pochi leggono le poesie. Per sapere scrivere servono invece impegno, studio e talento, doti che forse mancano a questo Paese arrogante».

fonte: LA MORTE MI FA SORRIDERE , L'ultima intervista con lo poetessa: la paura, il Nobel e l'Italia, di Angelo Sarasi

9 novembre 2009

Psicopatologia di una nazione

La lunga citazione che segue e' tratta dal libro di Curzio Maltese: " La Bolla" (la pericolosa fine del sogno berlusconiano), Feltrinelli, Milano, 2009. Riporto parte della citazione di una intervista televisiva di Mauro Mancia, psicoanalista italiano recentemente scomparso, il quale parlava della psicopatologia di Berlusconi e degli aspetti legati al disturbo narcisistico di personalita', al meccanismo di identificazione proiettiva, e al problema dell'invidia.


In merito al problema narcisistico leggi anche il post sul narcisismo, rispetto all'identificazione proiettiva leggi anche il post: identificazione e proiezione.

"... I primi a spiegarmi perché Berlusconi "non stava bene" furono, dieci anni fa, due grandi psicoanalisti italiani, Mauro Mancia e Arnaldo Novelletto. Entrambi splendide persone, entrambi scomparsi da pochi anni. La diagnosi di Mancia era di un forte disturbo narcisistico della personalità. Andò a spiegarlo in televisione, in una puntata dell'Infedele di Gad Lerner, con il prevedibile effetto di scatenare il linciaggio da parte della corte da destra, con il solito codardo silenzio-assenso da sinistra.

A distanza di tempo, le parole di Mancia suonano profetiche:

"Berlusconi è un interessante caso di psicopatologia. Un narcisista estremo, che sostituisce la realtà con una propria visione. Ha modalità che noi riscontriamo spesso nell' esperienza clinica: per esempio, la negazione. Lui nega tutto quello che è evidente. Alla negazione è collegata la menzogna. La bugia costituisce la regola relazionale e alla base c'è un processo che noi chiamiamo 'di identificazione proiettiva' e che consiste in un' operazione della mente per cui parti proprie generalmente sgradevoli, negative, vengono proiettate, cioè messe nell'altro. Allora l'altro diventa il ricettacolo delle parti peggiori di sé. Questo è evidente quando Berlusconi attribuisce agli avversari i propri difetti, in primo luogo la menzogna".

In secondo luogo, si potrebbe aggiungere, le tentazioni autoritarie. Berlusconi ha proiettato per quindici anni in una sinistra "comunista" e "liberticida" che esisteva soltanto nella sua mente le proprie pulsioni autoritarie, la volontà non di prevalere sull'avversario, nel libero gioco democratico, ma di distruggere il nemico con qualsiasi mezzo. Quando il centrosinistra al governo è stato semmai fin troppo tenero con l'avversario, evitando con cura di varare una legge sul conflitto di interessi e una riforma televisiva liberale.

Ma dove il meccanismo di proiezione raggiunge il picco è riguardo al sentimento forse più forte provato nella vita da Berlusconi: l'invidia.

È ricchissimo, celebre, osannato, ma incarna tutte le invidie tipiche del borghese piccolo piccolo.

È invidioso di molti: di chi è più bello, più alto, più colto, di chi ha più capelli e di chi non ha bisogno di potere o danaro per conquistare una donna. Era invidiosissimo di Indro Montanelli, che mi confessò, con un certo pudore, di averlo capito troppo tardi. Ha sempre invidiato personalità affascinanti come Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari, per non parlare di Gianni Agnelli.

"Vive un complesso di inferiorità spaventoso, compensato con deliri da megalomane," era la sintesi di Mancia.

Sentimento che raggiunge il parossismo nei vertici internazionali, dove reagisce cercando di farsi notare, se non per il meglio, per il peggio: come quando urla "Mister Obamaaa!" infastidendo la regina d'Inghilterra, oppure fa cucù o le corna nelle foto di gruppo. Il suo è un complesso di inferiorità su vasta scala, fisico, psicologico, culturale.

Non ha mai imparato a usare l'italiano.

Si sforza di usare un eloquio forbito, a tratti manierato, con esiti ridicoli ("Mi consenta ... ").

Ha abolito il congiuntivo come Aldo Biscardi e ogni tanto si avventura in un latino maccheronico. Quante volte l'abbiamo sentito dire: "simul stabunt, simul cadunt", invece di cadent, immagino perché fa rima. Esausto in breve di tali voli pindarici, ripiega poi sulla barzelletta, il gioco di parole greve, il gergo aziendale. "Non ha mai avuto tempo di leggere molto," lo giustifica l'amico di sempre Fedele Confalonieri.

Ma quanto deve aver sofferto l'inferiorità, quest'uomo "piccolo, calvo, dotato dell' eleganza di un manichino dei grandi magazzini" (Mancia) per rendersi patetico agli occhi di tutti, e a settant'anni suonati, con la chirurgia estetica, i capelli appiccicati, il trucco pesante, le tenute sportive da cumenda giovanilista, i rialzi nelle scarpe già dotate di tacchi da far impallidire le Oba Oba del carnevale di Rio! Tanto ha sofferto da attribuire all'altro questa invidia così dura da sopportare: agli avversari politici - a cominciare dagli invidiati Montanelli, Caracciolo, Scalfari.

Tutta gente che a lui aveva, e ha, davvero nulla da invidiare.

"Chi lo invidia sta semmai dalla sua parte," ha scritto Michele Serra, "perché vorrebbe essere come lui."

Chi lo avversa in genere lo disprezza, o semplicemente misura la noia di doversi occupare da tanto tempo di un personaggio così mediocre.

Almeno Mussolini era geniale, e perfino Craxi, al confronto, sembra un gigante del pensiero politico. "

Curzio Maltese, La Bolla, Feltrinelli, Milano, 2009

Psicopatologia di una nazione

La lunga citazione che segue e' tratta dal libro di Curzio Maltese: " La Bolla" (la pericolosa fine del sogno berlusconiano), Feltrinelli, Milano, 2009. Riporto parte della citazione di una intervista televisiva di Mauro Mancia, psicoanalista italiano recentemente scomparso, il quale parlava della psicopatologia di Berlusconi e degli aspetti legati al disturbo narcisistico di personalita', al meccanismo di identificazione proiettiva, e al problema dell'invidia.


In merito al problema narcisistico leggi anche il post sul narcisismo, rispetto all'identificazione proiettiva leggi anche il post: identificazione e proiezione.

"... I primi a spiegarmi perché Berlusconi "non stava bene" furono, dieci anni fa, due grandi psicoanalisti italiani, Mauro Mancia e Arnaldo Novelletto. Entrambi splendide persone, entrambi scomparsi da pochi anni. La diagnosi di Mancia era di un forte disturbo narcisistico della personalità. Andò a spiegarlo in televisione, in una puntata dell'Infedele di Gad Lerner, con il prevedibile effetto di scatenare il linciaggio da parte della corte da destra, con il solito codardo silenzio-assenso da sinistra.

A distanza di tempo, le parole di Mancia suonano profetiche:

"Berlusconi è un interessante caso di psicopatologia. Un narcisista estremo, che sostituisce la realtà con una propria visione. Ha modalità che noi riscontriamo spesso nell' esperienza clinica: per esempio, la negazione. Lui nega tutto quello che è evidente. Alla negazione è collegata la menzogna. La bugia costituisce la regola relazionale e alla base c'è un processo che noi chiamiamo 'di identificazione proiettiva' e che consiste in un' operazione della mente per cui parti proprie generalmente sgradevoli, negative, vengono proiettate, cioè messe nell'altro. Allora l'altro diventa il ricettacolo delle parti peggiori di sé. Questo è evidente quando Berlusconi attribuisce agli avversari i propri difetti, in primo luogo la menzogna".

In secondo luogo, si potrebbe aggiungere, le tentazioni autoritarie. Berlusconi ha proiettato per quindici anni in una sinistra "comunista" e "liberticida" che esisteva soltanto nella sua mente le proprie pulsioni autoritarie, la volontà non di prevalere sull'avversario, nel libero gioco democratico, ma di distruggere il nemico con qualsiasi mezzo. Quando il centrosinistra al governo è stato semmai fin troppo tenero con l'avversario, evitando con cura di varare una legge sul conflitto di interessi e una riforma televisiva liberale.

Ma dove il meccanismo di proiezione raggiunge il picco è riguardo al sentimento forse più forte provato nella vita da Berlusconi: l'invidia.

È ricchissimo, celebre, osannato, ma incarna tutte le invidie tipiche del borghese piccolo piccolo.

È invidioso di molti: di chi è più bello, più alto, più colto, di chi ha più capelli e di chi non ha bisogno di potere o danaro per conquistare una donna. Era invidiosissimo di Indro Montanelli, che mi confessò, con un certo pudore, di averlo capito troppo tardi. Ha sempre invidiato personalità affascinanti come Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari, per non parlare di Gianni Agnelli.

"Vive un complesso di inferiorità spaventoso, compensato con deliri da megalomane," era la sintesi di Mancia.

Sentimento che raggiunge il parossismo nei vertici internazionali, dove reagisce cercando di farsi notare, se non per il meglio, per il peggio: come quando urla "Mister Obamaaa!" infastidendo la regina d'Inghilterra, oppure fa cucù o le corna nelle foto di gruppo. Il suo è un complesso di inferiorità su vasta scala, fisico, psicologico, culturale.

Non ha mai imparato a usare l'italiano.

Si sforza di usare un eloquio forbito, a tratti manierato, con esiti ridicoli ("Mi consenta ... ").

Ha abolito il congiuntivo come Aldo Biscardi e ogni tanto si avventura in un latino maccheronico. Quante volte l'abbiamo sentito dire: "simul stabunt, simul cadunt", invece di cadent, immagino perché fa rima. Esausto in breve di tali voli pindarici, ripiega poi sulla barzelletta, il gioco di parole greve, il gergo aziendale. "Non ha mai avuto tempo di leggere molto," lo giustifica l'amico di sempre Fedele Confalonieri.

Ma quanto deve aver sofferto l'inferiorità, quest'uomo "piccolo, calvo, dotato dell' eleganza di un manichino dei grandi magazzini" (Mancia) per rendersi patetico agli occhi di tutti, e a settant'anni suonati, con la chirurgia estetica, i capelli appiccicati, il trucco pesante, le tenute sportive da cumenda giovanilista, i rialzi nelle scarpe già dotate di tacchi da far impallidire le Oba Oba del carnevale di Rio! Tanto ha sofferto da attribuire all'altro questa invidia così dura da sopportare: agli avversari politici - a cominciare dagli invidiati Montanelli, Caracciolo, Scalfari.

Tutta gente che a lui aveva, e ha, davvero nulla da invidiare.

"Chi lo invidia sta semmai dalla sua parte," ha scritto Michele Serra, "perché vorrebbe essere come lui."

Chi lo avversa in genere lo disprezza, o semplicemente misura la noia di doversi occupare da tanto tempo di un personaggio così mediocre.

Almeno Mussolini era geniale, e perfino Craxi, al confronto, sembra un gigante del pensiero politico. "

Curzio Maltese, La Bolla, Feltrinelli, Milano, 2009

6 novembre 2009

Epidemiologia dei Disturbi dell'Umore

La prevalenza nel corso della vita dei Disturbi dell'Umore varia dal 2% al 25%; quella del Disturbo Bipolare è dell' 1-6,5%; quella del Disturbo Depressivo Maggiore negli uomini è del 2,6%-5,5% e, nelle donne, del 6%-11,8%.


In merito ai Disturbi Depressivi la loro prevalenza ( 9 - 20%) e' tale da renderli la patologia psichiatrica piu' frequente in assoluto.

Il Disturbo Depressivo Maggiore è inoltre più frequente tra gli individui separati o divorziati e in quelli affetti da patologie di natura non psichiatrica.

È da considerare comunque che il 10%-15 % dei pazienti diagnosticati inizialmente come affetti da Disturbo Depressivo Maggiore riceve in seguito una diagnosi definitiva di Disturbo Bipolare e che i Disturbi dell'Umore, infine, sono sempre più frequenti e colpiscono soggetti sempre più giovani specie per quanto riguarda il Disturbo Bipolare.

Nel 10-15% dei casi si verifica la complicanza più grave di tali Disturbi che consiste nel suicidio.
I tentativi suicidiari sono inoltre 41 volte più frequenti nei pazienti con depressione rispetto a quelli con altre diagnosi.
Il rischio che i tentativi suicidiari abbiano un esito fatale è maggiore negli uomini che nelle donne, in caso di recente perdita di una persona cara, di celibato o nubilato, nell'età avanzata, nella depressione grave specie con ansia, disperazione e/o sintomi psicotici (con allucinazioni imperative), in caso di pregressi tentativi di suicidio o di casi di suicidio in famiglia, di abuso di sostanze, e di pianificazione del suicidio e disponibilità di mezzi idonei a metterlo in atto (che possono fare apparire il paziente "migliorato" o guarito durante il periodo immediatamente precedente).

La Depressione ad insorgenza nel postpartum si osserva nel 10% dei casi; negli anziani si presenta in una percentuale di casi variabile dal 2% al 16%; sintomi depressivi sono presenti nel 30% degli adolescenti nei quali è frequente la comorbilità con l'abuso di sostanze e l'associazione con comportamenti antisociali.

La depressione compromette in misura grave le condizioni generali del paziente e il suo funzionamento lavorativo, familiare e sociale e comporta un aumentato tasso di morbilità e mortalità legato all'aumentato rischio di incidenti, all'abuso di sostanze e allo sviluppo di affezioni somatiche.

Epidemiologia dei Disturbi dell'Umore

La prevalenza nel corso della vita dei Disturbi dell'Umore varia dal 2% al 25%; quella del Disturbo Bipolare è dell' 1-6,5%; quella del Disturbo Depressivo Maggiore negli uomini è del 2,6%-5,5% e, nelle donne, del 6%-11,8%.


In merito ai Disturbi Depressivi la loro prevalenza ( 9 - 20%) e' tale da renderli la patologia psichiatrica piu' frequente in assoluto.

Il Disturbo Depressivo Maggiore è inoltre più frequente tra gli individui separati o divorziati e in quelli affetti da patologie di natura non psichiatrica.

È da considerare comunque che il 10%-15 % dei pazienti diagnosticati inizialmente come affetti da Disturbo Depressivo Maggiore riceve in seguito una diagnosi definitiva di Disturbo Bipolare e che i Disturbi dell'Umore, infine, sono sempre più frequenti e colpiscono soggetti sempre più giovani specie per quanto riguarda il Disturbo Bipolare.

Nel 10-15% dei casi si verifica la complicanza più grave di tali Disturbi che consiste nel suicidio.
I tentativi suicidiari sono inoltre 41 volte più frequenti nei pazienti con depressione rispetto a quelli con altre diagnosi.
Il rischio che i tentativi suicidiari abbiano un esito fatale è maggiore negli uomini che nelle donne, in caso di recente perdita di una persona cara, di celibato o nubilato, nell'età avanzata, nella depressione grave specie con ansia, disperazione e/o sintomi psicotici (con allucinazioni imperative), in caso di pregressi tentativi di suicidio o di casi di suicidio in famiglia, di abuso di sostanze, e di pianificazione del suicidio e disponibilità di mezzi idonei a metterlo in atto (che possono fare apparire il paziente "migliorato" o guarito durante il periodo immediatamente precedente).

La Depressione ad insorgenza nel postpartum si osserva nel 10% dei casi; negli anziani si presenta in una percentuale di casi variabile dal 2% al 16%; sintomi depressivi sono presenti nel 30% degli adolescenti nei quali è frequente la comorbilità con l'abuso di sostanze e l'associazione con comportamenti antisociali.

La depressione compromette in misura grave le condizioni generali del paziente e il suo funzionamento lavorativo, familiare e sociale e comporta un aumentato tasso di morbilità e mortalità legato all'aumentato rischio di incidenti, all'abuso di sostanze e allo sviluppo di affezioni somatiche.

3 novembre 2009

Suicidi in carcere


Sono 82 le persone morte nelle carceri italiane nel 2009 (secondo i dati di Ristretti Orizzonti). Nella maggior parte dei casi, suicidi; qualcuno morto per cause naturali. Quante di queste morti
si potevano evitare?

Aziz, marocchino, 34 anni, 03 gennaio 2009, Suicidio, Spoleto. Era al quarto piano nella sezione di media sicurezza. Si é impiccato.

Salvatore Mignone, 37 anni, 04 gennaio 2009,0micidio,Secondigliano (Na). In stato di semilibertà, stava rientrando in carcere quando e stato ucciso dai sicari.

Edward Ugwoj Osuagwu, 35 anni, I7 gennaio 2009, Suicidio, Alessandria. Partito dall'Olanda, era arrivato a Torino alla fine di aprile 2008 con un rosario, una Bibbia e la pancia piena di cocaina.

Rocco Lo Presti, 72 anni, 24 gennaio 2009, Da accertare, Torino. ll giorno prima della morte era divenuta definita la condanna per associazione mafiosa. Sarebbe stato colpito da un attacco cardiaco.

Detenuto croato, 37 anni, 26 gennaio 2009, Suicidio, Poggioreale (Na).
ll detenuto era seguito da uno psichiatra del carcere. La sera precedente al suicidio aveva chiesto, invano, di poter parlare con un medico.

Francesco Lo Bianco, 28 anni, 27 gennaio 2009...

fonte: il fatto quotidiano di oggi 3 novembre 2009 "Aziz e gli altri 81, il lungo elenco di donne e uomini entrati in carcere e usciti morti"

Tornare a vivere


"Fotografie di volti e corpi, immagini tratte dall'archivio delle certezze psichiatriche, pazzi, deliranti, idioti, prostitute, esistenze coattivamente devolute a costituire l'inconfutabile prova dll'esistenza scientifica di due universi, quello dei galantuomini e quello dei miserabili".

(Dalla prefazione al libro di Uliano Lucas, Fotografie di volti).

Giovanni Santi,
Tornare a vivere
Petruzzi Editore, Città di Castello, 2000

Clinica in psichiatria: Attacchi di Panico

L’attacco di panico viene descritto come un episodio durante il quale il soggetto sperimenta una sensazione di catastrofe imminente con paura di “impazzire” o di perdere il controllo o di morire, accompagnata da sintomi somatici diversi, tra i quali dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sensazione di soffocamento.

Ogni attacco dura, in media, da 20 a 30 minuti e costringe la persona colpita a cercare aiuto. Comunemente il paziente si reca in un pronto soccorso con il timore che i sintomi avvertiti (specie se respiratori o cardiaci) indichino una condizione di grave patologia che egli avverte come potenzialmente letale.

L'agorafobia rappresenta una condizione nella quale l'ansia viene provata nei confronti di luoghi aperti.

Il DSM-IV-TR vi equipara anche situazioni come lo stare in spazi e in mezzi di locomozione pubblici dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi o nei quali non potrebbe esserci aiuto in caso di sintomi di panico.

Conseguenza di cio' sono i comportamenti di evitamento (il soggetto si tiene cioe' lontano dai luoghi descritti) oppure una chiara riluttanza rispetto a tali situazioni, per paura (ansia anticipatoria) che provochino un attacco, o la necessita di procurarsi un accompagnatore.

E' quindi comune che questi soggetti tendano a restare chiusi in casa per uscirne solo in compagnia, cosa da cui derivano inevitabili difficolta per la loro vita, specie scolastica e lavorativa.

leggi nel sito:
sommario sul Panico