20 agosto 2009

Storie del Villaggio Manicomiale di Siena


La vita chiusa - Storie del Villaggio Manicomiale di Siena

Una parte del documentario verra' proiettata in occasione della Giornata della Salute Mentale che si terra' in data ancora da definirsi a Siena, in occasione del convegno: La Vita Aperta, i percorsi della Salute Mentale dal manicomio alla societa' civile (vedi il programma del convegno).

soggetto:
Antonio Bartoli
Silvia Folchi
Fabio Mugnaini

sceneggiatura:
Antonio Bartoli
Silvia Folchi
Fabio Mugnaini

musiche:
Francesco Oliveto
Regia: Antonio Bartoli, Silvia Folchi
Anno di produzione: 2007
Durata: 38'
Tipologia: documentario
Genere: sociale
Paese: Italia

A Siena esisteva un ospedale psichiatrico che era una vera e propria città. Piazze, vie, lavanderia, cucina, orti, c'era tutto quello che poteva servire per l'esistenza materiale dei suoi abitanti. Che venivano da tre province: Siena, Grosseto e Viterbo. Centinaia e centinaia di persone. Adesso in quel luogo, al posto dei "matti" e degli infermieri sono arrivati i docenti universitari e gli studenti. La cittadella della follia si trasforma in casa della conoscenza...

Note:
"La Vita Chiusa" è frutto di una ricerca di Silvia Folchi e Fabio Mugnaini, che hanno intervistato psichiatri, infermieri e alcuni ex degenti del manicomio di Siena.
“La Vita Chiusa” è stato realizzato nell’ambito del più ampio progetto di ricerca PAR 2004-2006 sulla storia del manicomio S.Niccolò di Siena. Un progetto culturale interamente universitario, promosso dalla sezione di Storia della medicina e coordinato dalla professoressa Francesca Vannozzi.

18 agosto 2009

Uscire dal lutto

La vita è fatta di cambiamenti e di perdite di ogni tipo, per i quali dobbiamo elaborare il lutto: morte, storie d’amore finite, licenziamento o pensionamento, esilio, traslochi... Spesso non abbiamo né l’energia, né la libertà di spirito, né la capacità di prendere decisioni positive e passiamo il nostro tempo a “ruminare”. Superare la propria tristezza e imparare a vivere di nuovo, ritrovare la pace interiore, la serenità, dare un altro senso alla propria vita: questa è la ragion d’essere di questo libro, "Uscire dal lutto", di Anne Ancelin Schützenberger.

Per uscire dal lutto, è necessario ridarsi la carica, lasciare la presa, perdonare, accettare la perdita. Per farlo esistono delle tecniche e tutte passano per lo stesso cammino: circondarsi di amici, concedersi qualche piacere, ricostituire una scorta di “vitamine” emozionali...

Anne Ancelin Schützenberger, psicoterapista di fama internazionale è professore emerito di Psicologia all’Università di Nizza e co-fondatrice del “International Association of Group Psicotherapy”.

Evelyne Bissone Jeufroy, psicologa.

COLLANA PSICHE
DI RENZO EDITORE
Pagine: 88 - Prezzo: € 12,00
ISBN: 9788883232282
Anno di pubblicazione: 2009

link nel sito:

il lutto normale
il lutto patologico

14 agosto 2009

Francesca Vannozzi, La Vita Chiusa


Nell'ambito dell'incontro organizzato dalla Associazione inPsico - psicodinamica e società civile, che si svolgerà a Siena in data ancora da definirsi in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, segnaliamo la disponibilità ricevuta da parte della professoressa Francesca Vannozzi, docente di storia della medicina nella facoltà medica dell'Università di Siena, a svolgere l'intervento dal titolo:

"La vita chiusa: il manicomio di Siena"

Francesca Vannozzi, docente di storia della medicina nella facoltà medica dell'Università di Siena; presidente del Centro Servizi di Ateneo CUTVAP (Centro univ. tutela e valorizzaz. antico patrimonio scientifico senese); presidente Sistema Museale Universitario Senese; tra i suoi recenti lavori, ha coordinato e curato la ricerca e il relativo volume "San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale" (ed. Mazzotta, Milano 2007). (recensione del libro in questo sito)

10 agosto 2009

Antichrist, di Lars Von Trier (video prologo e recensione)



Proprio come già fatto ne Le onde del destino, Lars von Trier divide il suo “horror” Antichrist in capitoli. E, già dal prologo, sorprende per la cosciente e furbesca ruffianeria: pare di vederselo davanti, il regista, con un sorriso sardonico stampato sulle labbra al pensiero di proporre agli spettatori questo spezzone iper-manieristico e patinato come un videoclip, che mostra al ralenti una scena di sesso esplicito tra i protagonisti Charlotte Gainsbourg e Willem Dafoe, mentre il loro figlioletto s’avvicina incautamente come sotto ipnosi ad una finestra aperta e per disgrazia cade di sotto sfracellandosi al suolo, il tutto sulle note del Lascia ch’io pianga di Händel.

Poi, dal primo capitolo in avanti, lo stile cambia radicalmente per raccontare del dolore della perdita e dell’incapacità di lei di riprendersi, del tentativo di lui (psicoterapeuta) di aiutarla a superare la crisi andando alla radice di tutte le sue paure, rintracciata nella natura lussureggiante e selvaggia che circonda Eden, la loro dimora di campagna, del progressivo affermarsi del caos, della follia, dell’orrore.

Von Trier costruisce una narrazione i cui mattoncini sono quelli di temi, figure e atmosfere che vanno dall’horror psicologico (e il titolo del film richiami indirettamente Friedkin non è un caso) alle atmosfere vagamente lynchiane nel loro onirismo stralunato fino ad alcune derive del torture-porn più recente. Ma che il danese giochi e manipoli il genere, non è una sorpresa, c’era da aspettarselo: è notevole come riesca a farlo con beffada leggiadria e con un coraggio tanto sfacciato e incosciente da avvicinarsi (e per alcuni, forse, superare) i cancelli del ridicolo involontario.

Né forse sorprende la volontaria e sfrontata provocatorietà di certe scene e situazioni, con compiaciute ed esplicite violenze (auto)inflitte agli organi genitali di lui e di lei.

Il sadismo di von Trier è noto, anche quello nei confronti dei suoi attori: e dai volti della Gainsbourg e di Dafoe traspare davvero la fatica di girare un film di questo genere.

Quello che sorprende di più, di Antichrist, con tutte le sue manipolazioni, i vezzi, gli sberleffi e gli scherni autoriali, è la schiettezza di Lars von Trier uomo, che magari furbescamente ma pubblicamente e sentitamente ha esplicitato e messo a nudo le sue paure e i suoi lati oscuri (o quelli che gli sono stati affibiati).

Perché se fino ad ora la misoginia e il rapporto conflittuale con il sesso mostrato dal danese nei suoi film sono state oggetto di borbottii e considerazioni più o meno esplicite ma non hanno mai forse rappresentato il perno della discussione critica, con Antichrist l’argomento deflagra clamorosamente. Ma questa volta von Trier lo fa in maniera quasi commovente nella sua spietatezza, nella sua clamorosa (in)sincerità, nel suo mettere a nudo e martoriare i personaggi, rappresentandosi in loro, sottoponendo chi guarda e sé stesso ad una sorta di impietosa autoanalisi, tanto disturbante nei suoi ricercati estremismi quanto toccante nella sua folle lucidità. Come nelle immagini finali dove ovviamente Dafoe è von Trier, e viceversa.

Antichrist è magari definibile da alcuni come folle, sconclusionato e arrogante. Ma di questa follia e di questa arroganza, che smuovono e si dibattono, il cinema di oggi ha bisogno, che piaccia o meno. E forse, dietro questa maschera di provocazioni e arroganza, in Antichrist è rintracciabile un’umanità tanto mediata e filtrata da far intuire l’umiltà e la fragilità che vi si nascondono dietro.

fonte: Federico Gironi, coming soon

link nel sito: cinema e psichiatria

7 agosto 2009

Depressione in Medicina Generale


Melencolia, una delle opere più conosciute di Dürer, risale al 1514. La ricchezza dei particolari a carattere altamente simbolico ha indotto a numerose speculazioni circa il significato di questa opera. Gli elementi che risaltano maggiormente sono la testa sostenuta dalla mano, la borsa, le chiavi, il pugno chiuso ed il volto scuro e cupo. Si possono notare inoltre una clessidra, un cane addormentato, un quadrato magico. Accanto alla figura femminile alata c’è un piccolo genio, alato anche lui, che è intento a scrivere. Inoltre c’è una bilancia e una campana. Lo sfondo presenta una cometa, un arcobaleno, il mare e un pipistrello che regge la scritta “Melencolia I”.

Una meta-analisi pubblicata su Lancet afferma che i medici di Medicina generale (MMG) hanno estrema difficoltà nel diagnosticare la depressione, e anzi in questo campo le diagnosi errate supererebbero quelle corrette.

I ricercatori britannici del Leicester General Hospital coordinati da Alex J. Mitchell hanno infatti analizzato i dati di 41 trial su diagnosi di depressione emesse da MMG con interviste strutturate ai pazienti.

I risultati sono sconfortanti: i MMG in media riuscirebbero a identificare solo metà dei pazienti depressi. Su 100 pazienti un MMG diagnostica in media 20 casi di depressione: 10 sono diagnosticati correttamente, in 10 la diagnosi è errata; inoltre 10 pazienti dei rimanenti 80 soffrono di depressione che non viene loro diagnosticata. Nei MMG di zone non metropolitane i falsi positivi sono più del triplo delle diagnosi corrette.

Spiega Mitchell: "I nostri risultati non devono essere interpretati come un attacco ai MMG, quanto piuttosto come la necessità di comprendere i problemi diagnostici che i non specialisti sono costretti ad affrontare. Il modello di visita MG tradizionale evidentemente non è sufficiente per una corretta diagnosi di depressione, quindi suggeriamo di aggiungere più tempo di consultazione per i casi sospetti e una collaborazione con colleghi o un case manager per migliorare la qualità dell’assistenza".

Peter Tyrer, primario del Department of Psychological Medicine dell’Imperial College di Londra commenta: "Se la diagnosi di depressione rappresenta una sfida tutt’altro che semplice per le migliori menti della Psichiatria pretendiamo che un MMG sia attendibile in questo?".

Lo studio contraddice quanto in precedenza affermato da uno studio multicentrico dell' OMS, riportato in questo blog (questo il link).

Fonte Mitchell AJ, Vaze A, Rao S. Clinical diagnosis of depression in primary care: a meta-analysis. The Lancet 2009; DOI:10.1016/S0140-6736(09)60879-5.

link nel sito: depressione