16 luglio 2009

Abruzzo, i “sotterranei dell’anima”

Riceviamo da Concetta di Lunardo l'articolo che segue, scritto nei giorni immediatamenti successivi al terremoto in Abruzzo e contenente riferimenti alla sindrome nota come ' disturbo post-traumatico da stress'.

“L’Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia”, ha scritto Hemingway in Addio alle armi.

Adesso il terremoto ha cancellato un territorio nella sua cultura, nella sua quotidianità, nei suoi valori. Ad una settimana da the big one delle 3.32 del 6 aprile, per la città si comincia ad immaginare un futuro. La gente potrà andare nei luoghi della memoria ma solo con la mente. I bambini ne potranno percorrere le strade e ricordarne gli antichi colori, persino i profumi, ma nulla potrà cancellare il ricordo interiore della fine del mondo e della loro innocenza, forse. Dopo dieci giorni la terra continua ancora a tremare. Più di mille scosse, di cui un centinaio percepite nettamente in tutto il Centro Italia, 294 morti, 1500 feriti, una casa su due inagibile sia nel centro storico sia nelle periferie edificate senza scrupoli. E’ imponente l’inventario da fare dei beni culturali da catalogare, imballare e trasportare in attesa del recupero dei siti ora diroccati.

Di fronte ad una tenda verde a Piazza D’armi, una delle 112 tendopoli sorte nei giorni successivi, un cartello informa i 1300 abitanti: “Supporto Psicologico, colloquio in corso, non disturbare”.

Ci lavorano volontari dell’associazione regionale di psicologia d’emergenza (Pea) formati a curare i mali dell’animo nelle situazioni post traumatiche, professionisti in allerta per aiutare ad affrontare le crepe del “ distacco dalla terra, dalle radici, dagli affetti, da un pezzo di vita, dai legami essenziali che aggrediscono l’emotività”.

Si chiama disturbo post-traumatico da stress, in gergo (Dpts), lo stesso che ossessiona chi subisce violenza, abuso, stupro, lo stesso che fiacca la capacità di adoperare efficacemente i comuni strumenti di difesa fisica e psicologica di cui siamo dotati. E’ lo stesso setting delle guerre lampo che trasformano in 20 secondi un paese in un cimitero di guerra con 300 croci.

Su un volantino che circola negli accampamenti una sintesi dei sintomi: ansia, paura di sé o per i propri cari, melanconia, affaticamento mentale, palpitazioni, vertigini, tremori, sensi di colpa, mal di testa. Alla tenda verde, centinaia di volte al giorno, spiegano che «parlare ed elaborare aiuta senz’altro, non è positiva la chiusura, l’isolamento».

Le due psicologhe di turno raccontano di aver visto bambini ammutoliti per giorni, molti hanno paure ed incubi, molti fanno la pipì a letto.

Fondamentale il lavoro di medici-clown.

I bambini devono riprendere a giocare, disegnare, recuperare l’aspetto ludico pur in un quadro dolente e decontestualizzato per effetto delle perdite delle persone scomparse e degli spazi distrutti. Anche per i grandi è necessario «condividere piuttosto che isolarsi», dice Vincenzo Irace, vigile del fuoco in servizio in Lombardia e arrivato con la squadra di supporto psicologico.

E poi ci sono le problematiche di ambientazione, di gestione di spazi decontestualizzati, gestire la rabbia e l’aggressività in questi giganteschi condomini blu, il colore delle tende della protezione civile. E’ un lavoro di totale condivisione con gli sfollati.

Gli psicologi lavorano a tempo pieno, dormono nei campi e supportano con colloqui individuali e di gruppo anche i soccorritori che a loro volta vivono la duplice condizione di soccorritori e terremotati. «Chi ha tirato fuori i corpi dalle macerie deve poter tirare fuori il proprio vissuto».

Per comprendere può essere utile consultare esperienze consolidate. Così un adolescente al tempo del terremoto dell’Irpinia: «Ogni giorno penso al mio paese, a come era bello, alle sensazioni semplici che mi trasmetteva, alla sirena del comune che avvisava che era ora di pranzo perché anche i contadini sperduti nelle terre più distanti dal paese sapessero che era finalmente ora di mangiare, le voci di Fausto e Diego che, ancora oggi, mi risuonano nella mente. Come era bello il mio paese. Adesso è una collina, ci sono perfino cresciuti gli alberi al posto del sangue e di tanti corpi straziati. Adesso posso andarci solo con la mente: ne percorro le strade, ne vedo i colori, ne sento perfino i profumi, e nessuno me lo potrà più rubare».

Si ricomincia da capo, se hai dei pezzetti te li porti dietro, si ricomincia da sé. Attivarsi significa ricominciare e andare avanti.

Da l’Aquila per 'Palermoparla' Concetta Di Lunardo, Roma

link nel sito per un approfondimento: stress post traumatico

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