20 aprile 2009

The Reader, trailer e recensione



THE READER: L'IMPOSSIBILITA' DI AMARE AD ALTA VOCE
(Recensione di Concetta Di Lunardo e Checchino Antonini)

Michael, rampollo della borghesia berlinese, ha sedici anni quando incontra Hanna. Un’esperienza che gli sconvolgerà l’esistenza. E’ il 1958 e la scarlattina fa un brutto scherzo al ragazzo. Hanna, vent’anni più grandedi lui, lo soccorre e, in qualche modo, lo sedurrà.
Di lei non si sa altro se non che vive da sola e fa la bigliettaia sui tram. Tra i due nasce una storia d’amore che mette a confronto due generazioni senza confidenza, quasi senza parole: la stessa distanza che c’è tra il giovane e la sua famiglia, benestante ma depressa dalla sconfitta del Reich. Hanna, tutt’altro tenore di vita e una durezza che si stempera solo quando ascolta il ragazzo leggere ad alta voce: Omero, Cecov, Kafka, l’estate trascorre tra l’educazione sessuale e i reading del ragazzo. Poi Hanna, un giorno, scompare senza lasciare tracce di sé.

The Reader, capolavoro di Stephen Daldry candidato a più Oscar con Ralph Fiennes, è tratto dal romanzo di Bernhard Schlink "A voce alta" (Garzanti, 1996).

Dire che sia una storia d’amore non semplifica il quadro. Nella relazione tra i due ci sono tracce d’incesto, forse. Nonostante la differenza di età, sono entrambi analfabeti da un punto di vista sentimentale. E, per Hanna, l’analfabetismo in senso letterale, è solo uno dei due segreti che cela. Ma sarà quello che la trascinerà all’ergastolo. Hanna è un’ex Ss, una sorvegliante ad Auschwitz. Michael se ne renderà conto quando, giovane studente di giurisprudenza, assisterà al processo contro le autrici dell’eccidio di 300 prigioniere in marcia da un lager all’altro. Hanna sta al banco degli imputati.

Il processo è quello della Germania “sana” contro la propria cattiva coscienza nazista. Ma è il processo delle giovani generazioni alla generazione dei padri. Hanna appare inconsapevole del male di cui è stata portatrice. E’ la banalità del male di cui parlava la Harendt. Hanna è talmente imbevuta di superomismo, di senso del dovere che è la sua unica traccia etica. Operaia, povera, analfabeta. Le Ss le hanno dato uno status ma non la capacità di leggere e scrivere. Sola, lontana dalle parole e con lo stesso passato inconfessabile del padre di Michael, forse. Entrambi sconfitti. Ma lei senza alcuna filtro e senza reti di protezione.

Mentre la sua generazione è alle prese con l’impegno politico e con la liberazione sessuale, Michael ha il fardello pesantissimo di elaborare quell’abbandono. La sua iniziazione, nei modi in cui s’è svolta, ma soprattutto in quelli in cui s’è conclusa, condizionerà per sempre il suo rapporto con le donne e con gli affetti. Dopo il divorzio, non sembra avere relazioni stabili e il suo analfabetismo sentimentale gli farà disertare perfino il funerale del padre. Inutile dire che sua figlia lo sentirà sempre lontanissimo. Forse da Hanna ha imparato proprio la distanza dall’amore, la gestione ruvida delle emozioni dell’altro, l’assenza.
L’assenza come un assedio non consente rifornimenti, soprattutto quando si coltiva sul terreno delle emozioni.
Anche il passato è una presenza costante. Tanto più il passato nazista che condizionerà il resto della vita di Hanna e quello di chi neanche era nato quando la Germania viveva quel mix di ottimismo e disperazione dettato dalle imprese del Reich. La rimozione della guerra nella vita quotidiana della famiglia borghese e nel tran tran della bigliettaia viene però vanificata dal processo dove, tra l’altro, si fronteggia la generazione dei professori con quella dei discenti.

"Perché uno come te, non impara da uno come me?" , chiede uno stupefatto Bruno Ganz, il professore, al Michael reticente che potrebbe alleviare la pena di Hanna ma non osa confessare, a sua volta, il segreto. Sebbene lui non abbia colpa alcuna.

Dopo ogni abbandono, l’amore si trasforma, talvolta resta. Ma si può perdonare un abbandono? E si può amare una persona che ha partecipato a un genocidio?

Le domande si moltiplicano, anziché sciogliersi, nella mente di Michael .

Hanna doveva pagare, forse, anche per il suo abbandono. E quando la condanna sarà molto più dura perché Hanna non confesserà di non saper scrivere, e dunque di non poter essere l’autrice del rapporto che la inchioda, Michael si sottrae dal dovere di informare il tribunale o di confrontarsi con Hanna.

"Percepivo ogni cosa e non sentivo niente. Non soffrivo più per il fatto che Hanna mi aveva mollato, illuso, usato. Non sentivo neanche più il bisogno di smuoverla. Avvertivo che il torpore con cui avevo registrato gli orrori emersi dal processo si era posato sui sentimenti e sui pensieri delle ultime settimane. Che io fossi contento, sarebbe davvero dire troppo. Ma sentivo che era giusto così", farà dire Schlink al protagonista del romanzo.

Michael ritroverà la voce solo quando, di fronte alla tomba del suo primo amore, proverà a raccontare tutto a sua figlia.

Nessun giustificazionismo nel film, nessuna concessione hollywoodiana. Unica sbafatura, in una pellicola che parla tedesco, l’uso in scena di libri in inglese. Piccolo espediente per il pubblico del villaggio globale.

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cinema e psichiatria

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