28 aprile 2009

53 L'uomo di vetro


"... Ho avuto voglia di comporre la prima pagina di un li­bro che mi auguro voluminoso; anzi, ho voluto solo scri­vere una parola, fragilità, e poi lasciare che la storia possa aggiungervi il resto.

Un libro in cui molti, singolarmente e insieme, dovranno aggiungere altre parole, altri sensi ...

È tempo di ripartire e io non so come sarà - se sarà - il futuro, conosco il tempo presente e il declino della ci­viltà che precipita con la velocità di un masso che cade in un vuoto infinito.

Una parola è poco, ma è qualcosa se la si è tirata fuo­ri dal dolore e dalla voglia che l'uomo viva meglio e sia più uomo.

Il rischio attuale è che di umano gli sia rimasta attac­cata addosso solo la miseria: un uomo miserabile e infe­lice, ubriaco di illusioni e di inganni, fatti e subìti."

dal libro di Vittorino Andreoli: L'uomo di vetro (la forza della fragilità), Rizzoli, Milano, 2008

23 aprile 2009

La personalità depressiva

La 'personalità depressiva' (melancolica) è stata descritta all'inizio del XX secolo da Ernst Kretschmer.

Non sono disponibili dati epidemiologici, ma, sulla base della prevalenza dei disturbi depressivi nella popolazione generale, sembra che il tale disturbo di personalità sia comune, che si manifesti con uguale frequenza nei due sessi e che compaia con maggiore frequenza nelle famiglie ove sono presenti altri disturbi di natura depressiva.

La causa è sconosciuta, ma i fattori coinvolti nel disturbo distimico e nel disturbo depressivo maggiore potrebbero essere presenti anche in questo caso. Le teorie psicologiche considerano una perdita precoce, un'inadeguata assistenza da parte dei genitori, un superego punitivo e sentimenti estremi di colpa.

Una classica descrizione della personalità depressiva venne fornita nel 1963 da Arthur Noyes e Laurence Kolb:

"... Avvertono solo in piccola parte la normale gioia di vivere e sono inclini a essere solitari e seri, malinconici, sottomessi, pessimisti e autodeprecatori. Tendono a esprimere rimpianto e sentimenti di inadeguatezza e di disperazione. Sono spesso meticolosi, perfezionistici, eccessivamente coscienziosi, preoccupati del lavoro, sentono fortemente la responsabilità e sono facilmente scoraggiati in nuove condizioni. Temono la disapprovazione, tendono a soffrire in silenzio e forse a piangere facilmente, benché di solito non in presenza di altri. Una tendenza all'esitazione, all'indecisione e alla cautela tradisce un sentimento inerente di insicurezza."

Sono stati descritti in tempi più recenti diversi (sette) gruppi di tratti depressivi:
1) calmo, introverso, passivo e non assertivo;
2) malinconico, pessimistico, serio e incapace di divertirsi;
3) autocritico, autobiasimante e autosprezzante;
4) scettico, critico degli altri e poco simpatico agli altri;
5) coscienzioso, responsabile, disciplinato;
6) meditabondo e tormentato;
7) timoroso degli eventi negativi, con sentimenti di inadeguatezza e di insufficienza personale.

In generale, i pazienti con disturbo depressivo di personalità lamentano sentimenti cronici di inadeguatezza, ammettono di avvertire una scarsa autostima e trovano difficile trovare qualcosa nella loro vita che li possa rendere felici, speranzosi o ottimisti. È probabile che denigrino il loro lavoro, se stessi e le loro relazioni con gli altri; sono autocritici e sprezzanti.
(leggi anche la pagina del sito).

La diagnosi differenziale va posta nei confronti del

Disturbo Distimico, che è un disturbo dell'umore caratterizzato generalmente da fluttuazioni dell'umore maggiori di quelle che si osservano nel disturbo depressivo di personalità.
Il disturbo di personalità inoltre è tendenzialmente cronico e persiste per tutta la vita, mentre il disturbo distimico è episodico, può manifestarsi in qualsiasi momento e di solito è precipitato da fattori stressanti.

La personalità depressiva può essere concettualizzata come parte di uno spettro di condizioni affettive in cui il disturbo distimico e il disturbo depressivo maggiore sono le varianti più gravi.

Infarto e depressione

E' ormai accertato che lo stress grave è in grado di causare una patologia cardiaca.

La depressione aumenta il rilascio di sostanze infiammatorie citochine e altera il circuito della serotonina: il risultato è l'alterazione della parete dei vasi, delle coronarie in particolare, l'incremento della coagulazione del sangue, con aumento del rischio trombotico.

Uno studio realizzato in Finlandia su oltre seimila persone dall'università di Helsinki, pubblicato su Psychosomatic Medicine, documenta la relazione diretta tra depressione e Pcr (proteina C reattiva), il principale indice infiammatorio.

«Maggiore e più recente è la depressione - spiega il settimanale - e maggiore è il livello di Pcr e quindi di infiammazione. Sempre su Psychosomatic Medicine, un gruppo universitario di psichiatria ha documentato, in persone con patologia coronarica, una relazione diretta tra depressione e alti livelli di serotonina nel sangue».

«Chi soffre di depressione vede aumentato il rischio d'infarto o di altro evento cardiaco acuto di più di quattro volte rispetto a chi è di buon umore. Se a soffrire di depressione è una persona che ha già problemi cardiaci, il rischio di morte quadruplica.

Anche chi è in buona salute e soffre di sintomi depressivi ha un rischio cardiaco raddoppiato.

Studi di lungo periodo hanno dimostrato che fobie gravi, disturbo di panico e ansia generalizzata incrementano di tre volte il rischio di attacco cardiaco fatale.

Altri studi hanno dimostrato che la rabbia e il risentimento sono un importante fattore di rischio sia per le malattie cardiovascolari sia per la mortalità in generale».

fonte: supplemento 'Salute' di Repubblica

link nel sito:
depressione e patologia cardiovascolare
stress

20 aprile 2009

The Reader, trailer e recensione



THE READER: L'IMPOSSIBILITA' DI AMARE AD ALTA VOCE
(Recensione di Concetta Di Lunardo e Checchino Antonini)

Michael, rampollo della borghesia berlinese, ha sedici anni quando incontra Hanna. Un’esperienza che gli sconvolgerà l’esistenza. E’ il 1958 e la scarlattina fa un brutto scherzo al ragazzo. Hanna, vent’anni più grandedi lui, lo soccorre e, in qualche modo, lo sedurrà.
Di lei non si sa altro se non che vive da sola e fa la bigliettaia sui tram. Tra i due nasce una storia d’amore che mette a confronto due generazioni senza confidenza, quasi senza parole: la stessa distanza che c’è tra il giovane e la sua famiglia, benestante ma depressa dalla sconfitta del Reich. Hanna, tutt’altro tenore di vita e una durezza che si stempera solo quando ascolta il ragazzo leggere ad alta voce: Omero, Cecov, Kafka, l’estate trascorre tra l’educazione sessuale e i reading del ragazzo. Poi Hanna, un giorno, scompare senza lasciare tracce di sé.

The Reader, capolavoro di Stephen Daldry candidato a più Oscar con Ralph Fiennes, è tratto dal romanzo di Bernhard Schlink "A voce alta" (Garzanti, 1996).

Dire che sia una storia d’amore non semplifica il quadro. Nella relazione tra i due ci sono tracce d’incesto, forse. Nonostante la differenza di età, sono entrambi analfabeti da un punto di vista sentimentale. E, per Hanna, l’analfabetismo in senso letterale, è solo uno dei due segreti che cela. Ma sarà quello che la trascinerà all’ergastolo. Hanna è un’ex Ss, una sorvegliante ad Auschwitz. Michael se ne renderà conto quando, giovane studente di giurisprudenza, assisterà al processo contro le autrici dell’eccidio di 300 prigioniere in marcia da un lager all’altro. Hanna sta al banco degli imputati.

Il processo è quello della Germania “sana” contro la propria cattiva coscienza nazista. Ma è il processo delle giovani generazioni alla generazione dei padri. Hanna appare inconsapevole del male di cui è stata portatrice. E’ la banalità del male di cui parlava la Harendt. Hanna è talmente imbevuta di superomismo, di senso del dovere che è la sua unica traccia etica. Operaia, povera, analfabeta. Le Ss le hanno dato uno status ma non la capacità di leggere e scrivere. Sola, lontana dalle parole e con lo stesso passato inconfessabile del padre di Michael, forse. Entrambi sconfitti. Ma lei senza alcuna filtro e senza reti di protezione.

Mentre la sua generazione è alle prese con l’impegno politico e con la liberazione sessuale, Michael ha il fardello pesantissimo di elaborare quell’abbandono. La sua iniziazione, nei modi in cui s’è svolta, ma soprattutto in quelli in cui s’è conclusa, condizionerà per sempre il suo rapporto con le donne e con gli affetti. Dopo il divorzio, non sembra avere relazioni stabili e il suo analfabetismo sentimentale gli farà disertare perfino il funerale del padre. Inutile dire che sua figlia lo sentirà sempre lontanissimo. Forse da Hanna ha imparato proprio la distanza dall’amore, la gestione ruvida delle emozioni dell’altro, l’assenza.
L’assenza come un assedio non consente rifornimenti, soprattutto quando si coltiva sul terreno delle emozioni.
Anche il passato è una presenza costante. Tanto più il passato nazista che condizionerà il resto della vita di Hanna e quello di chi neanche era nato quando la Germania viveva quel mix di ottimismo e disperazione dettato dalle imprese del Reich. La rimozione della guerra nella vita quotidiana della famiglia borghese e nel tran tran della bigliettaia viene però vanificata dal processo dove, tra l’altro, si fronteggia la generazione dei professori con quella dei discenti.

"Perché uno come te, non impara da uno come me?" , chiede uno stupefatto Bruno Ganz, il professore, al Michael reticente che potrebbe alleviare la pena di Hanna ma non osa confessare, a sua volta, il segreto. Sebbene lui non abbia colpa alcuna.

Dopo ogni abbandono, l’amore si trasforma, talvolta resta. Ma si può perdonare un abbandono? E si può amare una persona che ha partecipato a un genocidio?

Le domande si moltiplicano, anziché sciogliersi, nella mente di Michael .

Hanna doveva pagare, forse, anche per il suo abbandono. E quando la condanna sarà molto più dura perché Hanna non confesserà di non saper scrivere, e dunque di non poter essere l’autrice del rapporto che la inchioda, Michael si sottrae dal dovere di informare il tribunale o di confrontarsi con Hanna.

"Percepivo ogni cosa e non sentivo niente. Non soffrivo più per il fatto che Hanna mi aveva mollato, illuso, usato. Non sentivo neanche più il bisogno di smuoverla. Avvertivo che il torpore con cui avevo registrato gli orrori emersi dal processo si era posato sui sentimenti e sui pensieri delle ultime settimane. Che io fossi contento, sarebbe davvero dire troppo. Ma sentivo che era giusto così", farà dire Schlink al protagonista del romanzo.

Michael ritroverà la voce solo quando, di fronte alla tomba del suo primo amore, proverà a raccontare tutto a sua figlia.

Nessun giustificazionismo nel film, nessuna concessione hollywoodiana. Unica sbafatura, in una pellicola che parla tedesco, l’uso in scena di libri in inglese. Piccolo espediente per il pubblico del villaggio globale.

link nel sito:
cinema e psichiatria

17 aprile 2009

"Speranza Bipolare"

Il congresso della WPA (World Psichiatric Association) svoltosi a Firenze ha rivolto grande attenzione al disturbo bipolare, "... malattia che mina fortemente la qualità di vita dei pazienti, dei loro familiari e degli addetti alle cure, come ha spiegato la dr.ssa Helen Millar, medico psichiatra del Carseview Centre in Scozia.

Curare la patologia significa ripristinare la salute mentale ma anche recuperare l'integrazione sociale dei pazienti affetti da tale disturbo. In pratica il migliore trattamento è rappresentato da un approccio che combini farmaci e psicoterapia ... oltreché programmi basati sugli stili di vita".

Il disturbo bipolare è caratterizzato dal fatto che il paziente passa dalla mania alla depressione con diverse gradazioni di intensità e frequenza.

Nella forma più grave il disturbo bipolare può causare, in una discreta percentuale di casi che si aggira attorno al 15%, il suicidio, terza causa di decesso tra le persone tra i quindici e i ventiquattro anni.

È talora difficile da parte dello psichiatra giungere a una diagnosi precisa di questa patologia.

E' noto che il problema colpisce entrambi i sessi e che l'età media d'insorgenza è di ventuno anni.

Il trattamento farmacologico nei casi gravi prevede l'impiego del litio, della carbamazepina e dell'acido valproico in combinazione con farmaci antipsicotici e/o antidepressivi.

La ricerca medica ha dimostrato che il trattamento più efficace è una combinazione di psicoterapia insieme a farmaci che stabilizzano l'umore.

È certo che il trattamento deve durare a lungo e non può essere interrotto in tempi brevi.

I risultati migliori si ottengono quando ci sono una diagnosi corretta e un trattamento completo che va dalla psicoterapia, a una maggiore attenzione sociale, ad un cambiamento radicale dello stile di vita. Quest'attenzione ad ampio raggio può evitare le ricadute e permettere alla maggior parte dei pazienti di svolgere una vita migliore.

fonte: G. Calzolari, il tempo sole24ore, 17-4-2009

10 aprile 2009

Un saluto ad un Collega


"... ho letto ed apprezzato le sue considerazioni - non in quanto riferibili in qualche misura alle questioni di cui sopra, ma in senso lato - sull'identità, l'identificazione, l'eco.

e quello che ha scritto a proposito della scissione e della coerenza, affermazioni nelle quali mi è parso di poter riconoscere cose che, da tanto tempo, propongo e - spero - pratico nella vita prima ancora che nell'attività professionale.

Insomma, leggerla è stato un piacere. intendevo comunicarle solo questo.

le auguro buon lavoro e buona giornata..."

francesco giubbolini, 21.7.2007


"Caro collega,
La sua lettera è stata (come avrebbe detto E. Berne) un ottimo stimolo transazionale molto gradito, sia per le sue parole, sia per le sue riflessioni.

Da tempo ho cercato di definire e descrivere un modello
psicodinamico, ovviamente che deve molto a diversi autori come H. Sullivan, Winnicott, Bion, Kohut e tanti altri ...

Attualmente continuo a lavorare su vari argomenti, l'ultimo è la depressione ed ovviamente in maniera critica rispetto all' asservimento degli psichiatri alle case farmaceutiche.

Questo blog mi richiede un grosso impegno: ma sono ben ricompensato sia dall' estrema libertà di poter scivere quello che voglio, ed in tempi reali, sia dal piacere di ricevere una mail come la sua.

Con i miei più cordiali saluti ed a presto."
23.7.2007


"... Con grande piacere ho visto sul tuo sito evidenziato il mio libro.

Ti sono molto grato perché è un libro a cui tengo molto sia per i contenuti, sia perché è uscito in un momento molto particolare per me.

Cordiali auguri di buon lavoro."
25.2.2008

link nel sito:
mal di vivere e depressione

7 aprile 2009

La sindrome ansioso depressiva

Considerazioni generali sul significato, in psichiatria, del termine 'sindrome', e note sui disturbi d'ansia e sui disturbi depressivi (le c.d. sindrome ansiosa e sindrome depressiva). A proposito della psicoterapia vedi i post su: terapia dei disturbi d'ansia e quella dei disturbi depressivi.

Il termine 'sindrome' fu introdotto da Ippocrate per indicare un insieme di sintomi, ciascuno dei quali, unitamente agli altri, rinvia ad un quadro clinico riconoscibile.

Il termine ricorre con partico­lare frequenza e rilevanza in psichiatria dove, a differenza di quanto avviene in medicina, la relazione che dal sintomo rinvia alla causa patogena non è evidente come in ambito somatico (biologico).


La 'sindrome ansiosa'

Situazioni cliniche nelle quali la componente 'ansia' è particolarmente evidente, anche se inserita in contesti clinici che possono essere profondamente diversi gli uni dagli altri.

In psichiatria si usa il termine 'ansia' per denotare uno stato affettivo per così dire puro. Quando è patologica l'ansia è conside­rata, dal punto di vista psichiatrico, come un sin­tomo e non come una malattia a sé, pertanto può essere presente in qualsiasi malattia psichiatrica o organica, spesso come segno prodromico.

Nella de­pressione, ad esempio, è presente un atteggiamento ansioso per le convinzioni deliranti di indegnità, di colpa e di imperdonabili peccati, mentre nella schi­zofrenia può presentarsi nelle fasi acute per l'insor­genza di allucinazioni o di deliri terrificanti. Infine, nei soggetti che presentano una forma cronica di an­sia sono frequenti altri sintomi come la difficoltà ad addormentarsi, sonno non ristoratore e con incubi, fino all'evoluzione in malattia psicosomatica.

In am­bito psichiatrico si era soliti definire:

La nevrosi d'ansia (espressione - diversamente definita anche come 'sindrome ansiosa' - che venne introdotta nella letteratura da Freud, più di cento anni fa), un quadro psicopato­logico di base che può recedere spontaneamente o evolvere in quadri più strutturati come la nevrosi fobica , l'ipocondria, la depressione, o arricchirsi di disturbi psicosomatici.

Il soggetto affetto da disturbo d'ansia vive in una condizione penosa di incertezza, di di­pendenza dagli altri, dominato da un bisogno conti­nuo di rassicurazioni con tratti di fragilità dovuti agli aspetti immaturi della sua personalità.

L'evolvere della sindrome ansiosa dipende spesso da fattori esterni il cui carattere favorevole o sfavore­vole condiziona decorso e gravità.

Nella attuale nosografia, il quadro clinico nel quale il sintomo 'ansia' è particolarmente in evidenza è il 'disturbo d'ansia generalizzata' (vedi).


Le 'sindromi depressive'

Sintomi di depressione si ritrovano in numerosissime patologie psichiatriche.

Sotto la generica definizione di 'depressione' si distinguono numerosi quadri clinici, spesso profondamente diversi tra loro. (Si veda a tale proposito il post sui quadri clinici di depressione).

Si possono sinteticamente distinguere:

Depressioni 'somatogene' in cui si può postulare un rapporto causale diretto con una malattia organica o una disfunzione somatica. In questo ambito si distinguono le depressioni organiche dovute ad arte­riosclerosi, tumori cerebrali, paralisi progressive, ecc., e le depressioni sintomatiche che si riferiscono ai quadri depressivi postinfettivi, postoperatori, tos­sici, ecc.

Le Depressioni cosiddette 'endogene' (vedi il post sul concetto di 'endogeno' in psichiatria), sono le forme classi­che di depressione conosciute e descritte fin dall'an­tichità sotto la denominazione di melanconia (vedi).
In questo ambito si distinguono le forme depressive a decorso monopolare, cioè con fasi solo depressive, e depressioni con decorso bipo­lare nel quale si alterna alla fase depressiva quella mania­cale.

Depressioni 'psicogene' trovano infine la loro spie­gazione in motivi psicologici riconoscibili e dimo­strabili. Il caso più evidente è la depressione reattiva (vedi) ad un'esperienza vissuta come perdita. Tale è il lutto, la delusione amorosa, l'insuccesso nell'affer­mazione sociale, la frustrazione delle proprie aspet­tative. In questi casi il criterio di diagnosi è basato su un concetto di normalità statistica relativo al rap­porto tra causa ed effetto eccessivo e inadeguato.

La distinzione tra depressione reattiva e depressione nevrotica, come peraltro la più ampia distinzione tra depres­sione endogena e depressione psicogena, non sono condivise da tutti gli orientamenti psichiatrici, ma sono tuttavia mantenute e continueranno ad esserlo finché non si perverrà ad una definizione più soddi­sfacente del concetto di endogeno.

*****

Nella attuale nosografia, il quadro clinico che maggiormente si avvicina a quelle che venivano in passato definite sindromi di tipo ansioso-depressivo è il disturbo di adattamento, con le varianti cliniche prevalentemente associate a sintomi di ansia, di depressione, e le forme miste, per l'appunto definite ancora ansioso-depressive (o con ansia e umore depresso misti, vedi).