11 marzo 2009

Gruppoanalisi e psichiatria

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un lavoro del dr. Denis Chies, psicologo al 3° anno della scuola di psicoterapia COIRAG sezione di Padova, sulla analisi dei gruppi.


Gruppoanalisi in ambito psichiatrico: una esperienza di conduzione gruppoanalitica

Indice:

Introduzione

Capitolo 1
Il gruppo: target di intervento, metodica di selezione, peculiarità diagnostiche dei componenti,
strumentalità di intervento e finalità terapeutiche

Capitolo 2
L’intervento psicoterapeutico di gruppo: setting, modalità di conduzione e aspetti evolutivoterapeutici individuali e gruppali

Conclusioni

Bibliografia


GRUPPOANALISI IN AMBITO PSICHIATRICO.
LA MIA ESPERIENZA DI CONDUZIONE GRUPPOANALITICA PRESSO
LA CTRP “AURORA” DEL CSM-NORD DELL’ULSS 9 DI TREVISO

Introduzione


Questo mio elaborato di tesina per il secondo anno di Scuola di Specializzazione C.O.I.R.A.G.(sezione di Padova) avrà per oggetto la trattazione del percorso psicoterapeutico gruppoanalitico che sto conducendo presso la Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta “Aurora”, diretta dal CSM-Nord “Cà Foncello” della Ulss 9 di Treviso, quale tirocinio pratico previsto dalla scuola.
Le considerazioni, che nel prosieguo mi troverò ad esporre, sono da ritenersi come
sostanzialmente descrittive dello ‘stato delle cose’ come ad ora è dato osservare. Essendo il gruppo in questione in una fase di avvio (è iniziato ai primi di maggio 2008), non è ragionevolmente possibile attualmente andare oltre ad uno circostanziare le peculiarità dell’utenza target dell’intervento in questione, le finalità a tempi medio-lunghi dello stesso e le particolarità che si sono susseguite a livello pratico-programmatico nella fase iniziale della proccessualità gruppale.
Ho ritenuto doveroso premettere tutto ciò al fine di esplicitare con schiettezza e sincerità le peculiarità di questo percorso terapeutico. Da esso è possibile rintracciare considerazioni sufficientemente attendibili solo dopo una adeguata progressione maturativa degli incontri e in una temporalità ragionevolmente lunga; credo, infatti, che i risultati saranno tangibili nella loro significatività solo tra qualche anno.
Le osservazioni cliniche presenti in questo scritto, saranno da intendersi, ribadisco, come approssimative e limitate alle condizioni precoci del gruppo in questione, particolarmente per quanto riguarda le dinamiche intragruppali e individuali che si sono fino ad ora espresse, e come relativamente ipotetico-deduttivo circa le eventuali, possibili, future estrinsecazioni.
A tutti gli effetti il progetto nasce da una mia proposta al primario del Centro di Salute Mentale, presentata verso metà marzo del 2008. La proposta venne accettata piuttosto celermente nelle sue generalità, ma comunque perfezionata e resa concreta negli aspetti di oggettivi di formalità, di target di utenza ed finalità in aperte discussioni con lo stesso primario, dott. Lezzi, e il mio tutor, dott. Meneghel. In proposito sento doveroso un mio sentitissimo ringraziamento per la loro serena disponibilità e per l’armoniosità della collaborazione che costantemente hanno offerto, e tutt’ora elargiscono; sintonia collaborativa che ritengo sia verosimilmente basata su di una simpatia personale reciproca e su un’affinità strettamente professionale in fatto di prospettive cliniche e terapeutiche. L’orientamento clinico da ognuno di noi è genericamente analitico, il dott. Lezzi, oltretutto, più specificamente gruppoanalitico, essendo egli allievo e analizzando del prof. Resnik; la qualcosa facilita molto le comunicazioni arricchendo più agevolmente l’approccio pratico. Non da ultimo terrei a sottolineare, quale dato che concretizza l’affermazione precedente, il fatto che al termine di ogni gruppo sia consuetudine immancabile, che io e la collega tirocinante psicologa, la dott.ssa Castelli (la quale stila un canovaccio di quanto ha trovato espressione negli incontri), ci si ritrovi nello studio del primario del CSM, dott. Lezzi. Con questi e il mio tutor, dott. Meneghel, si discute e si rielabora quanto emerso a caldo nell’ultimo incontro di gruppo. Le finalità sono essenzialmente centrate a fare il punto della situazione individuale di ogni componente e del gruppo in generale. Le prospettive di discussione abbracciano sia l’anamnesi e l’attualità individuale (negli aspetti contestuali e psicopatologici), che l’omologa condizione gruppale, ovvero la delucidazione del concatenarsi di una creazione di una propria “storia” specifica di gruppo, la rielaborazione delle contingenti problematiche a livello di terapeutica, così come in emersione, e la chiarificazione con le adeguate anticipazioni possibili, delle tematiche che potrebbero trovare sviluppo nel futuro immediato e a lungo termine. Il tutto, è chiaro, allo scopo fondamentalmente mirato ad un perfezionamento dell’intervento terapeutico, implicante eventualmente graduali modificazioni e/o cambianti di strategia, secondo le esigenze che potrebbero, eventualmente, presentarsi.
Un’attività di super visione continua e in-progress, questa, che porta con sé una ricchezza di incommensurabile valore, sia per l’andamento è l’evoluzione del gruppo e dei componenti che vi partecipano, sia per la crescita professionale e personale nostra, quali conduttori del gruppo.
Il progetto, ovvero le linee essenziali su cui è strutturato, troverà chiarimento nel prosieguo dell’elaborato. Anticipo che una prima parte (Capitolo 1) si focalizza ad un’illustrazione dei passaggi programmatici dell’iniziativa, includendo l’esplicitazione dei criteri e le modalità di selezione dei componenti del gruppo, come anche dei parametri gruppali, cioè delle caratteristiche peculiari di questo particolare gruppo psicoterapeutico, fortemente determinato dal tipo di psicopatologia (e soprattutto dal grado di intensità della stessa) di cui sono portatori i membri che lo compongono; in tal senso, in questa prima parte dell’elaborato, è stato dato spazio ad una delucidazione delle caratteristiche diagnostiche dei partecipanti e accennato alle finalità terapeutiche più generali. La seconda parte dell’elaborato (Capitolo 2) è stata, invece, destinata a
descrivere le modalità pratiche e di conduzione del gruppo, oltre ad esplicitare quanto è venuto ad emergere lungo l’iter degli incontri sino ad ora attuato, sia da un punto di vista delle dinamiche
individuali, che gruppali. In questa descrizione hanno trovato spazio anche considerazioni grupponalitiche, peraltro estremamente poco aderenti alla attualità concreta, ma viceversa per ora ravvisabili soprattutto nella fantasmatizzazione ‘intuitivo-terapeutica’ dei conduttori, e soprattutto in emersione dagli incontri di supervisione con il primario e il tutor.
Consapevolmente in posizione marginale le annotazioni biografiche dei singoli componenti: una loro perlomeno sufficientemente esaustiva presentazione avrebbe necessitato di uno spazio oltremodo vasto. Viceversa hanno trovato posto, accanto ad una sintesi diagnostica, le caratteristiche individuali e di patologia psichiatrica, gli aspetti personologici e biografici, così come sono via via emersi nell’hic et nunc delle situazioni gruppali più significative.
L’elaborato termina con una necessaria, per quanto stringata e succinta, parte conclusiva, nella quale espongo alcune mie considerazioni personali (e professionali) tratte da quest’esperienza di tirocinio; considerazioni che premetto sono connotate da una valenza molto positiva per l’estrema gratificazione che sto percependo, sia sul piano maturativo professionale, sia su quello più strettamente personale.

Capitolo 1

Il gruppo: target di intervento, metodica di selezione, peculiarità diagnostiche dei componenti, strumentalità di intervento e finalità terapeutiche

La proposta che a suo tempo (febbraio 2008) presentai al primario consisteva nel progetto di creazione di un gruppo psicoterapeutico per l’utenza di referenza del CSM-Nord, Ulss 9 di Treviso, del quale mi proposi come conduttore. L’idea così grossolanamente definita fu puntualmente affinata, precisata e formalizzata con il primario e il mio tutor nella strutturazione di un gruppo terapeutico che riuscisse a concretizzarsi quale punto di riferimento costante e a lungo termine per un target di utenza psichiatrico preciso e definito nelle particolarità e con finalità terapeutiche altrettanto scrupolose e dettagliate.
Si decise programmaticamente di concedere maggior opportunità partecipativa ai soggetti che potessero più proficuamente trarre giovamento dagli incontri gruppali. In questo parve ragionevolmente fondata la presunzione che fossero necessarie specifiche qualità psicologiche strutturali nei componenti del futuro gruppo. Tra le molte, quelle rilevate come fondamentali furono anzitutto la presenza di una adeguata funzionalità dell’Io, ovvero di un’apprezzabile potenzialità riflessiva e introspettiva, di una sufficiente tolleranza alla frustrazione e di una soddisfacente capacità elaborativa a livello cognitivo; parallelamente, requisito forse ancor più imprescindibile, la presenza di una disfunzionalità psicopatologica che non invalidasse gravemente la partecipazione terapeutica al gruppo, ma che anzi fosse garanzia di continuità, costanza e di relativa adeguatezza comunicativa.
Essendo il CSM-Nord referente di molte diverse strutture terapeutiche presenti nel territorio(Centro Diurno, Appartamenti Protetti, Struttura del “24 ore”, Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta), si decise di allargare la possibilità di far parte del gruppo a tutta l’utenza, ferme restando le precisazioni prima accennate.
Rispetto alla metodica di selezione dei componenti fu assegnata massima importanza ad una serie di colloqui individuali con i potenziali componenti al fine sia di determinare la loro confacenza ai criteri prima accennati, sia ad un ritorno informativo agli stessi sufficientemente esauriente circa le modalità, gli scopi e i dettagli pratici degli incontri. La messa in atto di questo stadio iniziale del
progetto segnò in effetti l’avvio ufficiale del percorso terapeutico.
In questo frangente di prologo introduttivo si decise di far compartecipare ai colloqui preliminari la collega, dott.ssa Castelli, al fine di ottimizzare la sua conoscenza pregressa dei pazienti, essendo elle stata per un periodo di diversi mesi tirocinante post-lauream all’interno del CSM, e in considerazione del fatto che la stessa sarebbe stata parte integrante del progetto in qualità di osservatrice partecipante agli incontri di gruppo.
Questa fase introduttiva al percorso gruppale fu, in verità, molto impegnativa e dispendiosa in fatto soprattutto di tempo e di delicatezza per la scelta da attuare. Concordemente a quanto via via veniva ad elaborarsi negli incontri di supervisone con gli psichiatri referenti, venne naturalmente a rendersi concreto un esito di inclusione di alcuni soggetti e, viceversa, di esclusione di molti altri (per i quali, invero, si stanno valutando soluzioni più confacenti alle loro caratteristiche personali e, soprattutto, psicopatologiche). Dal ventaglio di pazienti presentatoci venne data preferenza, come accennato sopra, al sottogruppo che meglio aderiva ai criteri di maggior proficuità terapeutica rispetto allo strumento gruppale.
Il gruppo non avrebbe dovuto oltrepassare le 8-9 unità iniziali. Sul piano della composizione appariva, alla data di inizio, nella prima settimana di aprile c.a., come piuttosto omogeneo per sesso(di 8 componenti, 3 erano maschi e 5 femmine); l’omogeneità risultava preservata per l’età media, che si aggirava sui 38 anni (con un’oscillazione dai 27 ai 72), così come per status scolastico(relativamente medio-basso) e per derivazione socio-culturale (tutti i componenti erano di origine trevigiana). Naturalmente l’eterogenicità risultava viceversa a carico dei disturbi psicopatologici dei componenti, pur essendo ovviamente a carico esclusivamente dell’affettività.
Nel dettaglio, a prescindere dalle considerazioni generiche prima accennate, i disturbi psicopatologici (comunicazione personale del primario) risultano inquadrabili, compenetrando ai criteri del DSM IV-TR (2002) una valutazione dignostica di una maggior ampiezza concettuale, per ciascun utente (n.b. i nomi sono di fantasia) come: per Monica di un Disturbo Schizoaffettivo nel quadro di un Disturbo Dipendente di Personalità, per Noemi di Psicosi Schizofrenica nel quadro di un Disturbo Isterico-Dissociativo di Personalità, per Serena di Psicosi Schizofrenica Disorganizzata, per Fabrizio di Psicosi Schizofrenica nel quadro concomitante di Disturbo Ossessivo di Personalità, per Giovanni di Psicosi Schizofrenica di tipo Residuale, per Massimo di Psicosi Depressiva in un quadro di Disturbo Depressivo di Personalità (Typus Melancholicus), per Samuela di Disturbo Border-Line di Personalità a livello psicotico, per Claudia, infine, di Disturbo Delirante nel quadro di un Disturbo Paranoide di Personalità. Ritengo essenziale, ovviamente, suggerire il rimando ad una lettura dell’accennata nosografia da una prospettiva interpretatitiva psicodinamica, così come hanno fatto, ad esempio, Mc Williams (1999) e con ancora maggiore profondità e puntualità Gabbard (2002), e in tal modo seguire il nostro approccio di comprensione e, conseguentemente, di intervento psicoterapeutico.
Nell’insieme del gruppo sembra emergere, a ben vedere, un elemento di estrema fragilità nella strutturazione del Sè dei componenti: una indefinitezza nei parametri soggettivi interiori che viene a palesarsi concretamente in comportamenti, atteggiamenti, vissuti e articolazioni di pensiero alquanto instabili e precari. Pur tuttavia, a prescindere da considerazioni che di primo acchito potrebbero risultare pessimistiche, se ancorate al mero dato diagnostico, e in virtù forse, anche, dalla ‘indovinata’ copertura psicofarmacologica che presumibilmente garantisce un’adeguata e peraltro non esagerata compensazione delle acuzie, il gruppo nella sua globalità ha sin da subito presentato soddisfacenti livelli di collaborazione e di disponibilità ad una messa in discussione personale.
A fronte dell’estrema fragilità intrapsichica dei soggetti e della frammentarietà di un Sé particolarmente scisso, il centro dell’attenzione terapeutica è stato intravisto nel potenziare e fare evolvere quello che Bion (1992) definisce come Apparato per pensare, postulato come una sostanzialmente funzione di relazione intersoggettiva inserita in un campo (il gruppo in questo caso). Nello specifico si tratta di sviluppare un trapasso da stato caotico di incoerenza interiore ad una affinata capacità emotiva e di pensiero funzionale alla significazione dei vissuti intimi.
In tal senso, è emersa evidente l’esigenza, ancor meglio la necessità, di strutturare (come vedremo in dettaglio nel Capitolo 2) un setting e modalità di approccio terapeutico che fossero estremamente flessibili e ‘delicati’. Sin dalla fase di progettazione ci si è, perciò, focalizzati ad un
intervento che fosse massimamente attento e rispettoso del soggettivo equilibrio esistenziale che i componenti presentavano, compatibilmente con l’aderenza epistemologica al precetto psicoanalitico che intende la sintomatologia psicopatologica quale “miglior adattamento soggettivo alle caratteristiche socio-contestuali dell’individuo durante la propria esistenza”. Priorità estrema si è data, cioè, alla preservazione di una gradualità di espressione del disagio interiore al fine di garantire la continuità e costanza partecipativa dei diversi componenti al percorso gruppale.
Attenzione massimale è stata centrata alla relativa salvaguardia delle difese inconsce utilizzate dai singoli pazienti (Ping Nie-Pao, 1984). L’obiettivo è, invero idealmente, una loro modifica nel tempo, un loro affinamento verso forme difensive superiori, più mature e meglio articolate, che possano dare luogo ad un rafforzamento e ad un armonizzazione individuativa del Sé e quindi portare ad un affinato e sereno equilibrio interiore. Ciò tuttavia nella sicurezza del rispetto della loro personale ed individuale possibilità elaborativa contingenziale; nella preservazione, cioè, di inutili e soverchianti, eventualmente difficilmente gestibili e scarsamente rinvenibili come psicoterapeuticamente ricostruttivi, afflussi di angosce e di malesseri interiori.
Le finalità terapeutiche intraviste a lungo termine e solo accennate come idealmente perseguibili sono, nella prospettiva di intervento gruppoanalitico che intendiamo utilizzare, attuabili e raggiungibili tenendo conto di due principali indirizzi di lavoro. Anzitutto la direzionalità del percorso gruppale rispetto all’evoluzione/progressione elaborativa dei componenti nella loro
singolarità soggettiva all’interno del gruppo terapeutico nei termini semiologici del concetto gruppoanalitico di Fusione-Individuazione, così come postulato da Silvia Corbella (1988, 2003), parallelamente ad una considerazione puntuale e attenta delle dinamiche Di gruppo, seguendo in ciò la descrizione teorica di Wilfred Bion, nella rielaborazione aggiornata di Claudio Neri (1995).
A livello di iter progettuale sembra ragionevole asserire che, come ci si era prefissi primariamente, questo periodo iniziale sia servito quantomeno a chè i componenti abbiano elaborato interiormente la percezione immaginativa e simbolica del gruppo quale “oggetto fantasmatico” di riferimento, un ancoraggio sicuro e costante a cui fare appiglio nella loro sofferenza quotidiana. Seguendo Neri, potremmo dire che, a livello di Processualità del gruppo, sembrano esserci le premesse di base per il raggiungimento a breve tempo della fase dello Stato
gruppale nascente, che passa attraverso le sottofasi di Attesa messianica, di Illusione gruppale e di Depersonalizzazione. L’Attesa messianica si costituisce attorno ad un idea salvifica, implicante una persona vista come salvatrice, l’analista (il conduttore del gruppo nel mio caso); l’Illusione gruppale, risponderebbe viceversa ad un desiderio di sicurezza, di preservazione dell’unità dell’Io minacciata, spostando tuttavia il meccanismo di preservazione dall’individualità soggettiva al gruppo, e in tal modo spostando l’asse di salvaguardia: per dirla con Anzieu (1998) ciò rappresenterebbe una reazione costruttiva all’angoscia e allo smarrimento totali e implicherebbe una condizione iniziale di nascita e di sviluppo sia individuale, che di gruppo; i fenomeni legati alla Depersonalizzazione all’interno di un gruppo a questi livelli di strutturazione, implicherebbero viceversa dei vissuti di perdita dei confini del proprio Sé, e un estendersi fenomenologico di percezioni e sensazioni dalla propria individualità alla gruppalità estesa.
Non mi soffermerò a dilungarmi oltre nella descrizione di questi concetti, rinviando in ciò il lettore alla trattazione degli Autori citati. Basti accennare al fatto che con il concetto di Stato nascente è segnato un inizio di “…presa di consistenza dello spazio comune, vissuto anche come fonte di senso e luogo di appartenenza” (C. Neri, 1995 : 46); dove “… ogni membro non solo si mette in sintonia con … stati mentali comuni, ma viene catturato da essi” (ibidem : 49). Le vicende dei singoli individui, in questa prospettiva, cominciano a collocarsi consapevolmente all’interno del reticolo di significati interindividuali e storici della vita di gruppo.
Obiettivamente, il raggiungimento di un simile risultato, che sembra essere in compimento imminente, appare come gratificante e lusinghiero per l’attività psicoterapeutica con un’utenza così fragile a livello di strutturazione identitaria e pertanto così portato ad irruzioni non elaborate di materiale inconscio.
La prosecuzione dell’intervento terapeutico, il raggiungimento di risultati più maturi, sia in senso di rielaborazione interiore, che di crescita maturativa del gruppo, abbisogna di uno sguardo che abbracci orizzonti temporalmente estesi. Si è ancora naturalmente molto lontani da quello che Bion definisce come Gruppo di lavoro. Il gruppo nella globalità sembra agire in questa terminologia bioniana, ancora in un Assunto di base di Dipendenza.
L’evoluzione, nel senso di una sua progressione positiva e maturativa, necessita, cioè, di una inderogabile ammissione di garanzia di pazienza terapeutica, tempi lunghi e costanza continua; importantissima quest’ultima per agevolare anzitutto un ‘abitudine’ ad un atteggiamento che contempli uno sguardo interiore direzionato ad una sempre più fine e articolata analisi introspettiva e riflessiva. Strumentalità psicologica, questa, che si presume possa essere veicolo e lo strumento più confacente ad cambiamento interiore profondo e duraturo.
Sono, tutti gli aspetti citati in questo capitolo per il loro valore sia ad un livello precauzionale, che di progettualità, elementi di base per il lavoro psicoterapeutico di gruppo. Essi sono stati preliminarmente concordati con il primario del CSM e il mio tutor nel programmare l’avvio del presente progetto di percorso gruppale, e fanno costantemente da substrato alle discussioni di supervisione post-gruppo. In tal senso, possono essere visti come dei “binari” dislocati per una direzionalità di “viaggio”, che presenterà “stazioni” intermedie ed eventuali inconvenienti e/o arricchimenti. Fuori di metafora, essi sono indiscutibilmente i criteri fondamentali su cui basare il nostro lavoro; i paletti concettuali entro cui porre le divagazioni e gli approfondimenti
dell’evoluzione della terapeutica del gruppo e degli individui che ne fanno parte.
I risultati più letteralmente ad evidenza terapeutica, nella relativa sicurezza che emergeranno, saranno riscontrabili ed evidenziabili viceversa solo in un futuro relativamente lontano nella loro più pregnante significatività. Per ora, come si vedrà dal prosieguo, se ne avvertono solamente (ma non è assolutamente poca cosa) le avvisaglie…

Capitolo 2

L’intervento psicoterapeutico di gruppo: setting, modalità di conduzione e aspetti evolutivo-terapeutici individuali e gruppali

La presente parte di elaborato è dedicata ai risvolti più pratici e clinicamente concreti del procedere del lavoro gruppale. Se, infatti, nella prima scansione ho mantenuto una prospettiva teorico-astratta, considerando preminente l’elenco e la dissertazione delle premesse progettuali e terapeutiche, ora mi prefiggo di dilatare la trattazione alle particolarità concrete del gruppo in questione e degli episodi-dinamiche più significative emerse durante la progressione degli incontri, fermo restando la priorità ad una visione storica della evoluzione gruppale, della quale intendo chiarire e soffermarmi con maggior dettaglio sugli episodi ed eventi più importanti..
Comincerò, allora, dal chiarimento delle caratteristiche peculiari del Set fisico e di cornice degli incontri, per poi continuare con il definire ed esplicitare le particolarità dello specifico Setting di intervento psicoterapeutico adottato e attuato programmaticamente.
Il gruppo si riunisce settimanalmente presso la Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta “Aurora”, situata in prossimità del centro di Treviso. La posizione della Comunità viene ad essere operativamente il centro intermedio, a livello strettamente geografico, tra le strutture di referenza del CSM Treviso-Nord, dalle quali provengono i componenti. A questa facilitazione funzionale azzarderei ad aggiungere anche una valenza di ordine simbolico: la definizione “terapeutica” della struttura che ospita il gruppo implicherebbe, a mio parere, anche una semantica di stimolazione alla comprensione delle valenze di cura degli incontri e agevolerebbe, pertanto, una migliore apertura ad una messa in discussione e una predisposizione di atteggiamento mentale più in generale a raccogliere nel miglior modo il senso preciso degli appuntamenti. Credo, poi, sia da non trascurare che la Comunità rappresenta, o ha comunque rappresentato, una tappa esistenziale molto importante per la gran parte dei componenti nel loro tragitto di “cura”. La quasi totalità dei membri del gruppo ha, infatti, trascorso una fase comunitaria, sia pur individualmente variabile nei tempi di permanenza. Sembra, quindi, lecito pensare che la CTRP possa essere tutt’ora connotata dagli interessati come situazione contestuale rassicurante per conoscenza pregressa e in tal modo avere una valenza rafforzativa in termini di elemento di contenimento-contenitore per il passaggio trasformativo profondo, che ci auspichiamo possa realizzarsi.
Gli incontri si tengono in una stanza collocata nella parte alta dell’edificio. Uno spazio che, visto anche il percorso di corridoi e scalinate che lo separa dalla zona di aggregazione più importante, risulta relativamente abbastanza appartato, insonorizzato e, pertanto, adeguatamente in grado di offrire intimità e privatezza alle comunicazioni.
Gli appuntamenti gruppali si tengono invariabilmente dalle 10.45 alle 11.45 di ogni martedì.
Qualche rara eccezione al prolungamento (peraltro limitato a 5-10 minuti) è stata, e sarà eventualmente concessa; non altrettanto l’orario di inizio. La finalità che motiva il rigore dell’orario, in special modo dell’inizio degli incontri, è di far sì che questo aspetto di ‘rigidità’ di definizione del setting possa veicolare la graduale interiorizzazione di un capacità di limite e, in tal modo, agire di contrasto alla confusività interiore che fa da corollario causale del malessere dei componenti. Sporadici, a questo proposito, sono fino ad ora stati i ritardi; ragionevolmente più consuete le dimenticanze e la necessità di stimolazione al ricordare loro gli appuntamenti da parte degli operatori delle diverse strutture di afferenza.
L’inizio degli incontri, dopo l’accennata selezione attraverso i colloqui individuali, è stato sancito da un incontro definibile come “Pre-gruppo”. La riunione introduttiva ha avuto come focus un chiarimento informativo dell’iniziativa, di per sé già abbozzato negli incontri individuali. Sono state esplicitate le caratteristiche di questo particolare gruppo: il suo essere per definizione spazio di sincerità, di autenticità e di rispetto per il desiderio-bisogno di espressione di ognuno dei componenti (nessuno avrebbe dovuto sentirsi obbligato ad intervenire controvoglia); l’avere, quale oggetto di discussione, particolarmente i pensieri e le associazioni del momento (“tutto ciò che ad ognuno passa per la mente”), come anche i ricordi personali (e di gruppo), via via affioranti, senza la necessità di un rigore logico e discorsivo; la grande importanza che sarebbe stata deputata ai vissuti e più in generale alle emozioni-affetti legate al raccontarsi; la priorità inderogabile della presenza e la costanza partecipativa, se non altro fisica agli incontri. Quest’ultimo elemento è stato ribadito come importantissimo: lo sforzo che veniva chiesto ai componenti era di rompere l’inerzia di un aderire a scelte di svincolamento dall’impegno, in virtù del rilievo che avrebbe avuto l’“ esserci”, anche se solo in ascolto per la progressione maturativa di sé stessi e del gruppo in generale. Sono state, infine, rese note e presentate la mia funzione di conduttore, ovvero di facilitatore e stimolatore dei discorsi, così come quella della mia collega osservatrice partecipante, di interveniente saltuaria per richieste di approfondimento; la stessa, è stato anche chiarito, avrebbe annotato i contenuti più importanti, come sarebbero emersi durante gli incontri. Questo importante compito la collega, dott.ssa Castelli, si trovò a svolgerlo da una posizione contestuale molto particolare, dovuta, come accennavo in precedenza, alla familiarità pregressa con i componenti, acquisita durante il semestre di tirocinio post-lauream concluso da poco. Una familiarità, quest’ultima, che non è sembrata comunque fin da subito ostacolare la sua funzione, ma che anzi ha agevolato in buona misura il vissuto di confidenzialità e fiducia verso i conduttori e verso il gruppo da parte dei componenti.
Si diceva in apertura che il gruppo sarebbe stato caratterizzato da una estrema delicatezza di intervento da parte dei conduttori, come anche di particolare flessibilità del setting, intenso nel senso più generale. A questo proposito, una delle deroghe più importanti, finalizzata primariamente ad ottimizzare l’aggancio e l’Alleanza terapeutica è stata la concessione, in special modo a Serena e Samuela, di scegliere autonomamente la propria disposizione fisica nel gruppo. Ovvero, chiarendo loro che idealmente il gruppo avrebbe dovuto disporsi a cerchio, veniva loro delegata la responsabilità di decidere dove posizionarsi: se nel perimetro a cerchio o esternamente ad esso.
L’opzione parve essere indovinata per la significatività degli effetti. Se, infatti, nei primi incontri entrambe si posero all’esterno (particolarmente Serena), gradualmente avvicinarono il loro posizionamento, fino a trovar collocazione, come avviene attualmente, perfettamente nello spazio della linea del cerchio gruppale. Questi comportamenti sono, come vedremo più avanti per le dinamiche gruppali e soggettive dei componenti, da connettersi ad una lenta, ma eloquente evoluzione della presa di confidenza e di fiducia nel gruppo, a fronte di un prevedibile sentimento di timore e di angosce distruttive che la gruppalità, quale condizione speciale e “non-conosciuta”, inevitabilmente a vario grado potenzialmente sollecita. Parimenti concesse, altra deroga in virtù della flessibilità, le interruzioni del gruppo da parte, in special modo, di Samuela e Claudia.
Assenze per uscita dal gruppo, che costantemente sono avvenute (e tutt’ora avvengono) in distacchi che invariabilmente si risolvono con il ritorno dopo qualche minuto. Le interruzioni, in quest’ultimo periodo, hanno una variabilità di una-due volte per ogni incontro per entrambe le donne, mentre viceversa all’inizio la frequenza era molto maggiore: poteva accadere che le due si assentassero anche per tre-quattro volte in un incontro.
Queste due accennate Modificazioni della tecnica misurano e decretano, a mio veder, per l’appunto la flessibilità di cui parlavo sopra, ovvero il rispetto per la sovente precaria capacità di tolleranza all’angoscia che alcuni componenti manifestano strutturalmente, che, pur tuttavia non esula e non esime dal consapevole sforzo terapeutico di indirizzarne un miglioramento.
La gradualità prefigurata si è manifestata per ognuno dei partecipanti, come anche per le dinamiche di gruppo più in generale, su aspetti e risvolti abbastanza precisi; elementi che a questo punto dell’elaborato sento di dover includere e darne trattazione. Verranno prese in considerazione alcune dinamiche particolari e peculiarità anamnestiche dell’individualità dei componenti e, congruentemente a questa analisi, i più importanti aspetti gruppali concomitanti.
All’inizio, per alcuni incontri, il gruppo disegnò, per dirla con Janine Puget (1996), delle Configurazioni esplicitamente difensive. Un breve e buffo inciso anticipa e chiarisce adeguatamente. La consegna del primo incontro fu che la collocazione ideale dei componenti sarebbe dovuta essere a cerchio. Di fatto si creò un evidente ‘serpentone’ informe, in cui i conduttori si trovarono relegati in una posizione di esclusione, resa tangibile dall’essere completamente distaccati fisicamente dal resto del gruppo. Una breve interpretazione dell’evento, il chiarimento dell’atteggiamento generale, bastò invero a far sì che i componenti rettificassero il loro posizionamento, senza comunque per questo dar luogo ad una disposizione perfettamente a cerchio, ma unicamente abbozzandola. Solamente da qualche incontro il gruppo si dispone in un cerchio relativamente ottimale.
In termini bioniani l’atteggiamento difensivo gruppale sembrò essere inquadrabile nell’ emergere dell’assunto di base di Attacco-fuga. I conduttori furono, cioè, oggetto di ostilità, come anche di svalutazione da parte della quasi totalità dei componenti a livelli ancor più evidenti che il “lapsus non-verbale” sopra descritto. Particolarmente Claudia, portatrice di elementi paranoici, trovò una propria veste all’interno del gruppo quale leader, esplicitamente dichiarato, di denigrazione e di vera e propria svalutazione delle potenzialità terapeutiche degli incontri gruppali. Con altre modalità, per lo più traslate nella postura e negli atteggiamenti, un significativo deprezzamento dello “strumento” gruppo veniva comunque trasmesso e reso percepibile anche da altri componenti.
Il silenzio e la chiusura espressiva e verbale di Maurizio, lo sguardo trasognato di Noemi, i discorsi vertenti sulla propria autodistruttività di Giovanni (del tutto inappropriata e prematura rispetto alla maturità del gruppo), così come l’espressione investigativa di Serena e la tensione muscolare e di movimenti facciali di Samuela, stavano tutti ad attestare una predisposizione quanto meno guardinga e scarsamente fiduciosa.
In questa fase l’azione che sembrò più utile adottare fu un contenimento degli affetti che i gruppo si trovò ad esprimere in maniera piuttosto accesa e scarsamente attenta nella decodifica, a cui seguì una delicata interpretazione nei termini di strategia difensiva, avente una propria ragionevolezza nelle condizioni e nei trascorsi drammatici dei singoli individui. Relativa eccezione fu sin da subito la presenza e propositività in gruppo di Monica. Ella generosamente concesse ai conduttori e al gruppo nella sua globalità la propria disponibilità ad una facilitazione della discorsività degli incontri. I suoi interventi, sovente spontanei, si susseguirono in maniera frequente, non senza peraltro una coloritura valutativa dicotomica dei vissuti: da una versione estremamente pessimistica e autosvalutativa di sé stessa, delle proprie condizioni psicologiche, delle proprie potenzialità di crescita personale, e conseguentemente della terapia di gruppo, ad un’esagerata positività a proposito delle proprie potenzialità, come anche dell’utilità da lei intraviste negli incontri gruppali, quali strumento di miglioramento personale e di armonizzazione interiore.
Lungo il percorso di incontri venne, in maniera naturale, a palesarsi uno spettro di diversificate situazioni dinamiche gruppali e, concomitanza, ovviamente, le più disparate problematiche soggettive dei singoli componente. Questo è riconducibile, a mio parere, sia al potenziamento di dinamiche più profonde e sovraindividuali, sia al complicato e indescrivibile intreccio di schemi di relazionalità intragruppale propri dell’individualità di ciascuno dei membri all’interno del percorso di gruppale. In tal senso gli incontri di supervisione post-gruppo con il primario e il tutor, come anche le immediate discussioni con la collega alla fine di ciascun gruppo, furono, e continuano naturalmente ad essere tutt’ora, indiscutibilmente uno strumento irrinunciabile per un svolgimento soddisfacentemente proficuo della conduzione. La migliore e più approfondita conoscenza che i colleghi possiedono circa i componenti, sia della loro storia biografica e di anamnesi psicopatologica, sia delle più precise dinamiche interiori, arricchisce e contribuisce, infatti, a chè gli interventi siano sempre adeguatamente calati nel contesto di una consapevolezza dei limiti, dei bisogni e delle potenzialità del gruppo in generale e degli individui più in particolare.
E’ da puntualizzare tutto ciò particolarmente rispetto all’elaborazione/risoluzione delle difficoltà nelle quali mi sono inevitabilmente imbattuto, a scansioni temporali differenti, particolarmente in relazione ad alcuni particolari componenti. Mi riferisco, in questo, al fattore controtransferale, che viene a presentarsi, inevitabilmente, in ogni relazione terapeutica, e la cui consapevolezza può esprimersi come il quid di eccellenza per le sue potenzialità di utilizzo terapeuticamente favorevole, versus distruttivo qualora esso venga ignorato o sottostimato.
Claudia, in questo, è stata inizialmente la complicanza maggiore, sia a livello dialogico, che gruppale. Difficoltoso è stato, ed è tutt’ora oggetto di supervisione, il raggiungimento da parte mia di una giusta distanza terapeutica dai suoi ‘attacchi’. La tendenza di questa donna di agire meccanismi difensivi di “Identificazione proiettiva” risulta talmente pervasiva e costante che sollecita un mio lavoro continuo di monitorizzazione personale per non scendere nella collusività controtransferale distruttiva da lei inconsciamente cercata. La sua fortissima tendenza a recitare un ruolo di preminenza a volte sembra complicare la vita del gruppo e la fluidità del suo progredire, ma paradossalmente potrebbe essere tuttavia intesa come elemento stimolante le dinamiche gruppali, sempre che sia costantemente direzionata con adeguate azioni interpretative e di assegnazione di senso verso una soddisfacente comprensione e rispetto delle alterità presenti nel gruppo.
Il lavoro di modularizzazione professionale che sto cercando di ottimizzare con Claudia può essere intravisto come esempio chiarificatore della complessità, con cui ci si viene a misurare all’interno del lavoro psicoterapeutico gruppoanalitico. Lo “Scilla e Cariddi” dell’individualità dei componenti, dell’esistenza di profonde e irrinunciabili dinamiche gruppali, dei vissuti tranfert/controstransferali terapeuta-singolo componente e dei molteplici omologhi movimenti transferali laterali tra i partecipanti (la Dimensione orizzontale del transfert, come postulata inizialmente da Foulkes, 1977, ovvero il fenomeno di Transfert laterale nella rivisitazione terminologica attuale), rendono bene la considerazione di un universo terapeutico caleidoscopico, composto da molteplici aspetti e sfaccettature. La consapevolezza della loro esistenza e della loro mutevolezza risulta essere, per quanto molto complessa, un requisito indispensabile e inderogabile per una fruttuosa conduzione.
Progettualmente, la direzione decisa si indirizza al rispetto dell’individualità, ma
compatibilmente (e non a discapito) della gruppalità. La prospettiva di intervento è finalizzata, a tutti gli effetti, a chè vi possa essere una progressione terapeutica individuale, che si arricchisca e si imponga attraverso l’ottimizzazione degli stimoli dati dalla gruppalità; stimoli gruppali che, naturalmente, per alcuni possono estrinsecarsi come resistenze al cambiamento, per altri come agevolatori di crescita personale. Comunque sia, essi sono elementi validissimi di elaborazione verso quell’armonizzazione interiore, obiettivo primo dell’intervento psicoterapeutico gruppale, che Napolitani definisce Sana gruppalità interiore (1987).
L’attenzione, in poche parole, si focalizza nella contemporaneità di due prospettive mutuamente convergenti e intersecantesi: le individualità soggettive dei componenti e le dinamiche sovraindividuali del gruppo esteso. Il tutto in un muto autocompenentrarsi nell’ardua direzionalità del mantenimento di un adeguata fluidità di progressione evolutivo-maturativa, sia del gruppo, sia degli individui che lo compongono.
Se questa disgressione è vera per Claudia, altrettanto può dirsi per tutti gli altri componenti del gruppo. Claudia, come ho accennato sopra, sembra evidenziare in gruppo una dinamica ruotante nel dilemma tra l’essere “prima attrice” escludente gli altri e il bisogno di ascolto e di aiuto ad una comprensione profonda e rivitalizzante della sua sofferenza interiore. Il lavoro con lei è, per questi motivi di base, finalizzato anzitutto ad una sua soddisfacente presa di consapevolezza delle proprie rigide attitudini espressive, come anche dei movimenti interiori che la spingono a proiettare elementi interiori all’altro da sè. Con lei Il focus principale di intervento è attualmente la stimolazione ad un’accettazione profonda della consapevolezza di essere ella stessa, inconsciamente, il motore di giudizio (difensivo) degli altri. Dopo il raggiungimento di questo obiettivo, si può ragionevolmente presumere che possa giungere, quale traguardo a intermedio per una risoluzione ottimale delle proprie disarmonie interiori, ad una capacità di apprezzamento estensivo dell’alterità degli ‘altri’, altrimenti da lei intesi dicotomicamente come privi di alcun valore o, viceversa, come figure di investimento mitizzate.
Monica, invece, sembra presentare ben altre problematiche interiori. In lei sembra palesarsi una forte disistima personale, un profondo introietto di sé come persona bisognosa e dipendente dagli altri e una relazionalità, correlatamente, fortemente improntata alla passività con l’‘altro’; il tutto a fronte di potenzialità di crescita molto evidenti. Nei suoi riguardi l’attenzione dell’intervento è indirizzata alla sollecitazione dei movimenti maturativi in fatto di ridefinizione identitaria (nel senso di maggiore positività valutativa). In questa prospettiva, uno strumento che per lei sembra essere particolarmente utile ed efficace pare rinvenibile nell’invito, costantemente proposto sia dai conduttori che dagli altri componenti, ad una sua riconsiderazione degli aspetti profondi di sé da sempre relegati in secondo piano e sottoposti a pesante svalutazione. Sul piano relazionale una certa importanza è riscontrabile nelle dinamiche interazionali con Claudia. L’incremento della capacità di propositività e sicurezza interiore di Monica sembrano, infatti, rafforzarsi e incrementarsi a mezzo del contrasto relazionale con l’alterigia espressiva di Claudia. Con quest’ultima sembrerebbe essersi instaurato un vitalissimo, anche se piuttosto conflittuale, Transfert laterale. C’è la convinzione(supportata negli incontri di supervisione dai colleghi), che questa spinta dialettica intragruppale vada rinforzata, ed eventualmente comunque contenuta. Per Monica si attende che questa nuova Relazionalità oggettuale possa essere interiorizzata in profondità. La qualcosa potrebbe portare ad una conseguente modificazione e arricchimento strutturale dei confini del suo Sè. L’obiettivo specifico a breve termine per Monica è il raggiungimento di una sia pur relativa autonomia affettivo-emotiva, che trovi la base in una positiva, ancorché ragionevolmente fondata, stima personale. Traguardo mediano da raggiungere, in una prospettiva a più lungo termine, è ritenuto essere l’affinamento della capacità dell’Io all’autoreferenzialità di giudizio valoriale rispetto alla propria persona.
Altro componente, altro discorso. Questa volta un maschio: Massimo. Egli è apparso sin dal primo incontro di gruppo in una posizione ancorata ad un evidente difensivismo passivo, fatto di una chiusura espressiva oltremodo esagerata e denotato da un espressività verbale limitata ad osservazioni senza alcuna accezione personalistica (asserzioni ‘diplomatiche’ prive di una referenzialità connotante una propria autonomia personale di giudizio: “tutto bene”, “abbastanza”, “dipende”…). Un atteggiamento difensivo, questo, che sembra gradualmente, a distanza di 4 mesi di lavoro terapeutico, in via di distensione. Da qualche settimana Massimo sta cominciando ad esprimersi in maniera significativamente sempre più sciolta. I suoi interventi stanno sempre più assumendo una coloritura valoriale e affettiva, che sembra rimandare alla sua unicità personale.
Così come, parallelamente, attraverso i contenuti proposti nei suoi interventi ai gruppi sembrerebbe evidenziarsi, sebbene con estrema gradualità, un netto miglioramento della sua propria definizione identitaria. E’ da rimarcare in lui una costanza significativa a livello di partecipazione ai gruppi.
Benché in posizione decentrata e per certi versi apparentemente marginale, la sua comprensione razionale e condivisione affettiva dei discorsi proposti in gruppo dai suoi compagni si è da subito resa evidente da una espressività non-verbale molto caricata ed esplicita (consuete le sue mimiche facciali, coerentemente con le profondità di sentito). I fattori di miglioramento sono ravvisabili, nel suo caso, nell’incremento della fiducia nello strumento gruppale e nei conduttori e nell’affievolimento delle cariche ansiogene e inibenti, espresse in massimo grado soprattutto nei primi incontri, per una presumibile migliorata confidenzialità con il gruppo. Da segnalare per lui, quale significativo elemento agevolatore la sua relazionalità all’interno del gruppo, un’alleanza trasversale (anche qui un Tranfert laterale) piuttosto carica di complicità, instaurata con un componente, Fabrizio. Costui, pur essendo portatore di aspetti problematici differenti, anche se non minori a livello di intensità di sofferenza, sembra denotare caratteristiche personologiche che ben compensano, e per certi versi complementano, le carenze e mancanze di Massimo. La sintonia e la complicità tra i due è spesso resa percepibile da semplici, ma significativi sguardi di intesa, da frasi allusive ad una semantica da loro tenuta in riservatezza e da una certa condivisione di propositi di vita. I due, tra l’altro, vivono a strettissimo e vitale contatto in un appartamento protetto.
Da ultimo, terrei a dare descrizione di almeno un altro componente del gruppo, Samuela.
Ragazza trentacinquenne di bel aspetto. Molto femminile nei modi e nell’abbigliamento.
Fortemente inibita, tuttavia, nelle relazioni sociali. Si percepisce in lei una carica di angoscia che pare, anche durante semplici conversazioni esterne agli incontri di gruppo, possa quasi debordare e sfuggire al suo controllo. Samuela giunge puntualmente, ogni martedì mattina, da una struttura deputata all’assistenza di soggetti gravi in fatto di scompenso psichiatrico e conseguentemente da una situazione di assistenza estremamente vigile e rigida. La sua problematica di base sembra essere legata a dei traumatismi acuti e ripetuti durante l’infanzia e l’adolescenza (si parla di reiterate violenze sessuali intrafamiliari). Molto conflittuale sembra essere il suo rapporto con il maschile, vissuto come contemporaneamente attraente e pericoloso. Samuela ha una figlia di nove anni, avuta dal suo ex-marito, verso cui nutre un affetto profondo e a volte da lei gestibile con difficoltà per l’intensità percepita. Il suo inserimento nel gruppo è stato reputato come consono in virtù delle potenzialità che sembrano essere in lei presenti, e che se valorizzate nell’espressione darebbero luogo a miglioramenti molto importanti sul piano clinico e di reinserimento nella vita sociale. Di fatto, così pare essere. Da un inizio di incontri, caratterizzati da vissuti di altissima ansietà e irrequietezza, caratterizzati da una sua frequenza altissima di interruzioni e uscite dal gruppo e da mordicchiamenti continui del labbro inferiore, denotanti in maniera esplicita la sua tensione emotiva, Samuela sta gradatamente acquistando una capacità di presenza agli incontri di gruppo sempre più tranquilla e rilassata. Sta costantemente dimostrando, tra l’altro, di essere in via di acquisizione di una sempre maggior tolleranza dei sentimenti di sofferenza, derivanti soprattutto dalla reminescenza di ricordi personali. L’affrancamento, o meglio la presa di una giusta distanza, dall’afflusso di pathos esagerato e ingestibile è ancora da maturare ampiamente, ma è significativo che da qualche incontro abbia dimostrato di agganciare tematiche da sempre intessute di vissuti angosciosi, sapendo darsi un proprio limite all’approfondimento o continuazione di espressione, in concomitanza con la sensazione di essere o meno capace di gestire adeguatamente la sofferenza loro connessa. L’azione terapeutica è con lei particolarmente delicata e, in larga parte, tutt’ora arrestata ad un contenimento affettivo, introduttivo all’instaurazione di una Compliance terapeutica ottimale.
I risultati sono tuttavia significativi in fatto di fiducia, e ottimistici rispetto a futuri potenziamenti nella capacità di filtro elaborativo della sofferenza e di funzionalità introspettiva; aspetti questi ultimi che si intuisce essere come obiettivi di base importantissimi per un percorso di gruppo a lungo termine. E’ da precisare, che comunque le sue dissertazioni rimangono tutt’ora limitate e semplici nell’articolazione elaborativa, come pure i suoi interventi nei gruppi, ancora notevolmente fuori tempo e contesto alla discorsività gruppale degli altri compagni. Elemento terapeutico che si ravvisa per lei importantissimo è il raggiungimento, peraltro ancora in fieri, ma in costante miglioramento, di una soddisfacente fiducia nel gruppo, a fronte dei vissuti angoscianti iniziali. Si presume, inoltre, che altrettanto fondamentali siano stati, e siano ancora a tutt’oggi, gli elementi rivalorizzanti la sua autostima che il gruppo sembra trasmetterle, oltre chè il piacere/sollievo dalla sofferenza interiore (una Catarsi per certi versi), che è reso possibile dalla condivisione dei vissuti all’interno del gruppo (per lei gli incontri sono diventati a tal punto importanti, che in gruppo ha confidato comincia a contemplare l’appuntamento già il lunedì mattino).
Attraverso queste poche pagine ho cercato di delucidare brevemente le situazioni contestuali e le condizioni cliniche e terapeutiche di solo quattro componenti del gruppo. Vorrebbero essere, queste stringate osservazioni, unicamente dei tratteggi, degli schizzi pittorici, dei frames, che possano essere sufficienti a dare una raffigurazione concreta e condivisibile di una situazione di lavoro di per sé inesplicabile.
E’, questo percorso di psicoterapia di gruppo con pazienti psichiatrici approcciato con una metodologia gruppoanalitica, a tutti gli effetti una realtà di intervento estremamente complesso, variegato, in costante progressione, e pertanto unica e ineffabile nella sua essenzialità, ma peraltro concreta nei risultati di cambiamento interiore e di sollievo dal malessere esistenziale per i pazienti che vi partecipano, oltre chè maturativo in fatto di ricchezza professionale, ma anche personale, per chi lo conduce.

Conclusioni

Condurre una psicoterapia di gruppo in ambito psichiatrico è a tutti gli effetti un compito difficile e spinoso. A renderlo tale sono soprattutto le caratteristiche e le particolarità dei componenti. Soggetti che hanno strutturato, loro malgrado in maniera quanto più adattiva alle circostanze di vita, un Sé precario, fragilissimo ed estremamente suscettibile ai moti inconsci, dei quali hanno una padronanza di gestione e una comprensione di significato concretamente del tutto carente. La qualcosa trova effetti in una condizione gruppale molto poco ‘affidabile’ nel rigore, ma viceversa necessitante indifferibilmente di un alto grado di flessibilità e di rispetto in termini di delicatezza di impostazione tecnica.
L’esperienza gruppoanalitica che sto attualmente svolgendo mi ha, comunque, dato modo di appurare che plausibili e moderate variazioni di tecnica (Set contrattuale e di cornice pratica e Setting di dispositivo teorico) possono rendere il compito fattibilissimo, sia in fatto di costanza di percorso da parte dei partecipanti, sia negli aspetti di incisività maturativa-ristrutturante, ovvero terapeutica. Sono portato a credere, anzi, (ma premetto la mia tendenziosità di giudizio) che la complessità psicopatologica dell’utenza in questione trovi nella ‘geografia’ semantico-interpretativa e di intervento terapeutico psicoanalitico (nel nostro caso gruppoanalitico) l’ideale, o perlomeno più soddisfacente, complementarizzazione terapeutica per finezza di significazione e acutezza di azione.
L’approccio psicoanalitico, nelle sue varianti grupponalitiche, considero essere, in altre parole, da intendersi come la prospettiva più proficua per un intervento massimamente efficace e di ristrutturazione interiore da psicopatologie, in questo caso invalidanti dal punto di vista psichiatrico, ma estensibile a disagi di altra svariate altre ‘qualità’ e ‘intensità’. Penso alle tossicodipendenze, come alle problematiche di coppia, disfunzioni nell’evoluzione adolescenziale, tematiche legate alla mediazione culturale nell’immigrazione, etc.
Tornando allo specifico dell’elaborato (l’approccio gruppoanalitico alle problematiche psichiatriche gravi), considero tuttavia inderogabile un’implicazione allegata alla serie di già discusse Modificazione della tecnica (v. Capitolo 1). Mi sto riferendo in questo alla necessità imprescindibile di concessione-ammissione di tempi oltremodo più lunghi rispetto alla terapia classica. Estensione che trova, invero, un di per sé gia validamente motivo nella comparazione della gravità della destrutturazione dello psichismo, molto più accentuata nel caso dei pazienti che sto seguendo.
I risultati terapeutici, benché in questo mio caso non possano ancora ritenersi concreti, vista la limitata temporalità di percorso, si stanno dimostrando soddisfacentemente lusinghieri e danno modo di ipotizzare prospettive ottimistiche per l’evoluzione del gruppo e dei suoi componenti.
L’obiettivo implicito di questo mio elaborato, ma via via esplicitato sin dalle prime pagine, era di cercare di rendere attraverso questa mia breve trattazione una sufficiente comprensione della delicatezza e dell’estrema complessità che una conduzione gruppoanalitica con un utenza così particolare trova inevitabilmente a confrontarsi. L’esperienza di conduzione di gruppo che sto svolgendo mi permette di dire che, a mio modo di vedere, un requisito importantissimo al fine di renderla ottimale in fatto di incisività terapeutica sia rinvenibile in una soddisfacente padronanza di quella che definirei “lucida creatività”. Ovvero di una capacità di essere, all’atto del condurre, soddisfacentemente al di fuori di una sterile rigidità, ma capaci viceversa di cogliere e intrecciare, in un modo per certi versi intuitivo, un sollecito all’espressione, come all’approfondimento delle problematiche più interessanti la con testualità del gruppo e degli individui che lo formano; lucida, in quanto delimitata dai ‘paletti’ teorici di impostazione teorica e, paradossalmente, razionale nella programmazione e nelle finalità.
Se questa ‘macro-finalità’ fosse stata da me raggiunta, sarei portato ad esserne già di per sé ampiamente soddisfatto. La gratificazione è tuttavia ancor più accresciuta, questa volta sul piano personale, dalla felicità di poter osservare dei cambiamenti, dei depotenziamenti, anche solo in sfumature, a delle condizioni soggettive di sofferenza concreta perniciosa e costante, di cui sono portatori le sfortunate persone che afferiscono a strutture di cura psichiatriche, e dal poterla condividere con i lettori in questo mio scritto.
Penso che la descrizione di una seduta, scelta per la sua alta intensità e significatività, possa rendere molto più condivise con il lettore le emozioni gratificanti da me vissute, che tanti discorsi astratti. Si tratta del quindicesimo incontro; a distanza quindi di approssimativamente 4 mesi dall’avvio del gruppo. La protagonista è Serena, della quale non ho fatto menzione finora, ma che a sprazzi sta offrendo materiale molto interessante in fatto di ripresa delle funzioni interiori (soprattutto a carico dell’Io).
Durante questo incontro avviene qualcosa di sorprendente. Sta parlando Monica (di cui rimando la descrizione fatta al Capitolo 2). Esprime molto malessere, piange in maniera molto sentita, raccontando del disagio che il lavoro nell’azienda vivaistica (lavoro su accompagnamento sociale) a suo dire gli trasmette. Emergono vissuti depressivi: un senso di incapacità a far fronte alle difficoltà che l’impiego presenta e il sentirsi inadatta a reggerne l’intensità. Se ne esce, ad un tratto, tra singhiozzi, con la frase “non potrò mai farcela nella vita… io non ho anima!”. Qui accede la sorpresa che tanto ha colpito me, come la mia collega. Interviene spontaneamente Serena, da sempre molto taciturna (i suoi pochi interventi sono stati per lo più effettuati in seguito a nostro invito), con una frase di ritorno a Monica di un valore che ho immediatamente sentito come incommensurabile. Serena si rivolge a Monica con un atteggiamento partecipe e dice: “perché Monica dici di non avere anima…? La tua anima in questo momento è nelle tue lacrime… Non dovresti essere così impaurita… Lascia che il pianto ci sia… Verrà il tempo del sorriso…!”.
La commozione, devo ammetterlo, è tutt’ora vivida in me mentre scrivo, a distanza di circa due settimane dall’avvenimento…

dr. Denis Chies

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