28 marzo 2009

Gruppi terapeutici e disturbi correlati a sostanze

Riceviamo e pubblichiamo l'articolo del dr. Denis Chies, psicologo clinico, dal titolo:

GRUPPI PSICOTERAPEUTICI CON TOSSICODIPENDENTI IN PROGRAMMA TERAPEUTICO- RIABILITATIVO COMUNITARIO.

La mia esperienza di conduzione del gruppo “T.”

Premessa

Ritengo che esercitare la professione di psicologo clinico con un’utenza di pazienti
tossicodipendenti sia un impegno lavorativo estremamente delicato, complesso, ma sovente molto gratificante sia sul piano personale, sia professionale. Tutto ciò ancor più se la professione avviene all’interno di un ambito contestuale e contingenziale quale è una Comunità terapeutica-riabilitativa, dotata di per sé di una sua propria complessità, e qualora, come nel mio caso, l’intento principale sia quello di operare secondo linee di condotta professionali congruenti con i paradigmi teorico-pratici gruppoanalitici.

Quanto segue è una ricerca di chiarimento personale sulla mia quadriennale esperienza di lavoro di psicologo all’interno del contesto terapeutico comunitario del Ce.I.S. di Belluno, con particolare attenzione ai risvolti della mia conduzione di un preciso e definito gruppo che ho chiamato “T”, dall’iniziale del suo nome.

L’idea è nata da una parte dell’impegno programmatico della mia Scuola di Specializzazione (la C.O.I.R.A.G., sede di Padova), che prevedeva la stesura di un elaborato critico su tematiche cliniche, dall’altra da un desiderio soggettivo di elaborazione e delucidazione personale anche rispetto a dubbi e incertezze, su quanto andavo via via attuando nel mio lavoro, parallelamente all’acquisizione delle conoscenze attraverso la frequentazione e approfondimento teorico della Scuola. Una pausa, quindi, per una riflessione affinché lo svolgimento del mio lavoro possa essere quanto meno dilettantistico e improvvisato e maggiormente programmato e fondato su una salda consapevolezza del mio agire terapeutico. In tutto questo, un ringraziamento sentito spetta alla prof.ssa Silvia Corbella, che con molto disponibilità ha contribuito a dedicarmi il suo tempo, le sue indicazioni e le sollecitazioni ad approfondimenti, oltre chè (cosa preziosissima) annotare ‘a specchio’ le imprecisazioni e le eventuali naturali trascuratezze di forma e, soprattutto, di contenuto.

Il presente lavoro è mirato con precisione al delineare ed evidenziare alcuni importanti aspetti concettuali e operativi della Gruppoanalisi da me sin ora acquisiti, così come sembrano emergere nell’evoluzione del gruppo psicoterapeutico con tossicodipendenti che sto conducendo nello specifico contesto di Comunità in cui svolgo la mia attività di psicologo clinico.

Il contesto terapeutico e finalità terapeutiche-educative

Intendo fare alcune premesse a proposito delle peculiarità, delle caratteristiche contestuali, e degli obiettivi di programma che il gruppo terapeutico in esame presenta. Ciò perché questi elementi distintivi complicano, inficiano per certi versi, o quanto meno relativizzano alcuni elementi della psicoterapia gruppoanalitica classica, implicando per il conduttore, viceversa, una flessibilità ed un eclettismo che a volte potrebbero apparire eccessivi.
Il chiarimento dei parametri contestuali sarà solo accennato, non volendomi dilungare
eccessivamente sui contorni, ma propugnandomi unicamente di delineare alcuni aspetti ed elementi fondamentali che rendono unico il modo di “far gruppo” in Comunità. Sarò perciò piuttosto sintetico, per certi versi solo allusivo; rimandando eventualmente indicazioni più precise nel prosieguo della trattazione.
Il gruppo in questione è condotto nella Comunità per tossicodipendenti dove lavoro, che afferisce al Sistema-Ce.I.S. di Belluno e che, quindi, segue le linee programmatiche del “Progetto Uomo”, così come sono state pensate e progettate da Don Mario Picchi.
Il mio ‘esserci’ nella struttura, professionalmente parlando, è reso particolare e complicato dalla presenza continua della mia persona, a scadimento della neutralità di intervento e a favore di una partecipazione più attiva nella quotidianità: molto frequenti sono gli episodi di condivisione di vita, a volte sin troppo confidenziale si presenta il rapporto con gli utenti.
Ogni gruppo psicoterapeutico si forma a seconda dell’arrivo temporale dei componenti in programma comunitario. La provenienza è solitamente l’“Accoglienza” e/o la “Prima-
Accoglienza”, strutture facenti parte integrale del “Sistema-Ce.I.S.” di Belluno, nelle quali gli utenti hanno operato idealmente, uno scalaggio adeguato della terapia psicofarmacologica e/o compensativa di crisi astinenziali (Subutex, Metadone, Antabuse, altro), con cui erano entrati dopo l’invio dei loro Ser.T.. All’entrata in gruppo ogni componente si presenta, quindi, in condizioni di relativamente adeguata: lucidità cognitiva , copertura minimale di terapia psicofarmacologica e/o di farmaci agonisti/antagonisti.
Attualmente in Comunità sono attivi quattro gruppi terapeutici, ciascuno con
approssimativamente 8-9 componenti. I gruppi possono essere definiti come “chiusi”, o meglio poco aperti a nuove entrate (eccezioni ve ne sono state e continueranno ad esserci, a motivo contingente e contestuale della politica organizzativa più generale del Sistema) e relativamente “a termine”, essendo il programma limitato ad un massimale di 18-19 mesi di percorso comunitario.
Gli obiettivi concertati a livello programmatico (e obbligatori mio malgrado, sia pur nella loro limitatezza) sono finalizzati a far sì che l’utente, componente del gruppo e che si trova a svolgere la fase comunitaria del programma terapeutico-riabilitativo, giunga ad una modifica quanto più interiorizzata e profonda del suo Stile di vita. Più nel dettaglio, lo scopo è che egli possa addivenire ad un’adeguata elaborazione del suo disagio interiore, ad un’incrementazione della gestione dello stesso, e così operare una emancipazione da schemi-copioni di coazione a ripetere connessi al reiterato tentativo di estinzione dei malesseri/ricerca di piacere attraverso l’uso-abuso di sostanze.
Parallelamente a ciò vi è il sollecito all’agevolazione di un miglioramento di funzionalità creativa interiore (soprattutto in fatto di sensibilità ai piaceri comuni e ‘sani’) e di schiettezza nell’espressività verbale dei disagi interiori. In sintesi, la finalità idealmente perseguita è che egli possa proporsi nella fase successiva di reinserimento sociale (da attuarsi nella struttura del Rientro,
anch’essa afferente Sistema), quale persona in grado di assumersi quantomeno una propria e autonoma responsabilità personale a livello decisionale nel progettarsi un’esistenza che sia il più gratificante possibile in assenza di consumo di sostanze stupefacenti. Ancor più nello specifico, si auspica il raggiungimento di una risoluzione, il più possibile interiorizzata, del legame compensativo coattivo attuato come consuetudine nella vita esterna durante la ‘carriera tossicomanica’, ovvero l’utilizzo di sostanze psicotrope e l’attuazione di atteggiamenti,
comportamenti e, più in generale, di stili di relazionalità improntati a logiche tossicomaniche di confusività, manipolazione e carente schiettezza comunicativa. Dinamiche, queste, che sono ragionevolmente da intendersi come copertura-fuga dai disagi e malesseri derivanti primariamente dal contatto con le loro soggettive (umane) problematiche e malesseri interiori. La funzione terapeutica opera, in tal senso, primariamente al miglioramento espressivo, ovvero ad una maggior spontaneità e sincerità, unitamente al favorire un più aderente contatto interiore introspettivo e riflessivo e, non da ultimo, come accennavo sopra, all’incentivazione del raggiungimento di una migliore e più affinata capacità funzionale di utilizzo e di apprezzamento di nuove e più salutari stimoli di realtà.
Questi punti delineati sinteticamente sono da ritenersi come macro-obiettivi, sorta di ideali di percorso terapeutico. Il lavoro in itinere durante i 18-19 mesi di programma comunitario ha naturalmente come focus di azione il raggiungimento di una molteplicità di sotto-obiettivi, variabili a seconda delle particolarità strutturali nella personologica dell’utenza, della sostanza di dipendenza e più in generale del grado di patologia retrostante alla sintomatologia di addiction. La realizzazione di traguardi di programma passa, inevitabilmente, attraverso una graduale instaurazione di Alleanza terapeutica, già di per sé onerosa in fatto di tempi, essendo sovente ostacolata da resistenze massicce per storie di pregressi vissuti abbandonici familiari. A questa tappa fondamentale (mai raggiunta completamente, ma sempre in fieri) segue il lento, a volte delicato, altre volte brusco, lavoro di rielaborazione biografica, particolarmente dei traumatismi vissuti (dei quali spesso manca anche una minima consapevolezza), delle idiosincrasie personali, dei blocchi affettivi, delle soggettive dinamiche ricorsive (includenti le forme di difesa inconsce perpetuate). E’un lavoro complesso e unico, nel quale lo sforzo è di coniugare un imprescindibile rispetto per la persona, ivi comprese le sue specificità caratteriali (dove la sintomatologia rappresenta il tentativo ‘migliore’ per un adattamento relativamente soddisfacente dell’individuo alla propria realtà) con obbligo morale e vincolo professionale di un’incisività terapeutica sovente multivariegata negli aspetti di elaborazione e approfondita nella ricerca di risoluzione in un tempo di azione ‘innaturalmente’ ristretto e angusto, che stride con una fattibilità adeguata dei proponimenti. Questioni di etica professionale, queste ultime considerazioni, che si legano ad implicazioni socio-politiche estremamente articolate, che qui non intendo prendere in esame.
Mi permetto di dare per scontata la comprensione del lettore circa le dinamiche di livello metapsicologiche che si attualizzano nel lavoro con il tossicodipendente e la trattazione della letteratura psicoanalitica che nel tempo si è sviluppata rispetto alle particolarità caratteriali, le origini e l’evoluzione della strutturazione del “soggetto tossicodipendente”. Altri sono i livelli di azioni e di argomentazione che lo psicologo clinico immerso nel contesto comunitario si trova ad
affrontare; tematiche, come accennavo, di livello più appariscente nella forma, che tuttavia non contrastano affatto con una comprensione psicodinamica più profonda, ma che anzi la implicano come imprescindibile. A me non resta che indicare, quali letture da ritenersi fondamentali per un approccio di comprensione e valutazione psicoanalitica della tossicodipendenza, i pregevoli lavori di Jean Bergeret, Carlo Zucca Alessandrelli, Luigi Zoja, Claude Olivenstein, tra i molti presenti in
letteratura.

Elementi di base nei gruppi terapeutici in Comunità

La conduzione dei gruppi terapeutici (da non confondersi con quelli strettamente educativi) spetta naturalmente in primis allo psicologo clinico. Nella composizione del dispositivo terapeutico un importante e incisivo contributo è dato dalla partecipazione agli incontri dall’educatore di riferimento del gruppo specifico, il quale contribuisce all’andamento del discorso. Il suo apporto è fondamentalmente focalizzato ad una propositività attiva agli incontri gruppali attraverso interventi di provocazione, chiarimenti di dati di realtà emergenti. Allo psicologo in ogni incontro gruppale è delegata la responsabilità di evidenziare quelle tematiche ravvisabili come potenzialmente affrontabili in quel dato momento dal gruppo in quella determinata situazione psicologica e dal componente del gruppo in quella specifica fase del programma. Sempre allo psicologo concerne la conduzione concreta degli incontri (la sua partecipazione agli incontri è imprescindibile, viceversa possono verificarsi assenze dell’educatore) e l’attenzione alle tematiche emergenti osservate da un vertice di osservazione gruppoanaliticamente orientato.
Per quanto riguarda gli aspetti del setting, gli incontri sono a frequenza di due volte la settimana e non oltrepassano, se non eccezionalmente, l’ora e mezza ciascuno. Il luogo di incontro è inderogabilmente (resistendo a tentativi più o meno velati, ma costanti, da parte dei componenti, di optare saltuariamente per contesti più agresti: il prato antistante) lo studio in Comunità.
Queste descritte sono solo alcune peculiarità tra le molte che potrei elencare rispetto alla mia funzione di psicologo conduttore di gruppi psicoterapeutici all’interno dell’iter terapeutico- riabilitativo comunitario. Quanto detto credo comunque possa ritenersi sufficiente per giustificare la mia presa di posizione iniziale, quanto a difficoltà etiche e professionali, e alla delicatezza con la quale proseguirò la narrazione cercando di delinearne i risvolti più nettamente gruppoanalitici del particolare gruppo che sto conducendo.

Mi sia concessa, a tale proposito, una postilla di disgressione, peraltro abbastanza estesa. Non sono sino ad ora riuscito di fatto a rinvenire alcuna trattazione che focalizzi l’intervento gruppoanalitico in contesti comunitari per tossicodipendenti. Ci sono, tuttavia, alcuni lavori che reputo interessanti che affrontano la tematica di gruppi psicoterapeutici ad orientamento analitico con tossicodipendenti, benché all’esterno dell’ambiente comunitario. In essi si possono intravedere degli agganci, dei punti di contatto, aderenze epistemologiche con il mio approccio. I gruppi GRF (Gruppi di Ripresa delle Funzioni) di Carlo Zucca Alessandrelli e ai gruppi supportivo-espressivi TDGMDS (Terapia Dinamica di Gruppo Modificata per Dipendenti da Sostanze) di Edward Khantzian, ad esempio; in quest’ultimo caso il target di intervento è precipuamente la dipendenza da cocaina. La mia esperienza gruppale, tuttavia, si differenzia molto da entrambi questi interventi gruppali. Gli autori citati operano, infatti, con un’utenza in condizioni di copertura farmacologica e/o di astinenziale piuttosto pesante, peraltro in condizioni strutturali piuttosto aperte (Ser.T. nel caso dell’autore italiano, Cliniche specialistiche nel caso dello statunitense). Contesti nei quelli larga parte dell’aspetto decisionale rispetto alla presenza/assenza ai gruppi e i livelli di profondità di partecipazione sono delegati alla decisione dell’utente. Gli obiettivi chiariti da questi autori sono relativi all’inizio di un percorso terapeutico di sostegno e motivazionale, piuttosto che ad una vero eproprio percorso terapeutico gruppoanalitico.

I gruppi che conduco, in virtù delle caratteristiche accennate, si caratterizzano e si differenziano, viceversa, per la presenza di un ‘contenitore’, per quanto flebile, dato dalla gruppalità estesa della Comunità, dei ‘confini’ del programma in atto (regole, obblighi, prescrizioni, divieti), delle migliori condizioni di lucidità cognitivo-emotiva e, non da ultimo, degli obiettivi terapeutici imprescindibili e di una certa profondità strutturale concertati premilinarmente.
Differiscono, i gruppi che ho in conduzione, anche, e soprattutto, dai gruppi terapeutici classici, come delineati nella teoria della Gruppoanalisi, in quanto implicanti una certa costrizione alla partecipazione, obiettivi pragmatici ben definiti e di portata piuttosto limitata, una conduzione maggiormente direttiva da parte del terapeuta, una relativa non apertura a nuovi ingressi (se non saltuariamente) e una temporalità piuttosto precisa e definita. In aggiunta credo sia necessario ricordare anche l’importante implicazione data dal fatto che i componenti dei differenti gruppi presenti in Comunità naturalmente condividano la normale esistenza comunitaria nelle scansioni extra-gruppali.
Quest’ultimo elemento risulta, a mio vedere, uno degli elementi più caratterizzanti il percorso terapeutico comunitario in generale e, conseguentemente, l’andamento della terapeutica gruppale.
E’ di fatto irragionevole pensare che possa essere mantenuta una distanza tra i componenti all’esterno degli incontri (così come è prescritta dalla teoria della Gruppoanalisi classica), dovendo essi convivere, abitare e trascorrere la loro esistenza all’interno dell’angusto perimetro della Comunità. La qualcosa si presta, pur tuttavia, anche ad interpretazioni di valenza terapeutica.
Essendo l’utenza in questione particolarmente carente nella capacità di darsi ‘limiti’ (qualsiasi essi siano), con una bassissima tolleranza alla frustrazione e con forti tendenze alla proiezione esterna dei propri malesseri, il dare (sia all’inizio degli incontri che nel prosieguo, particolarmente nei momenti di maggior difficoltà) la consegna del principio di massima privatezza di ciò che emerge in gruppo può essere vista come un primo passo alla creazione di un ‘contenitore interno’ di elaborazione. In realtà la prescrizione non vieta ai singoli componenti di condividere quanto in loro emerge con altri utenti esterni al loro gruppo, purché non si tratti di elementi derivanti dall’espressione della vita interiore dei compagni di gruppo. Alle eventuali (in verità sporadiche) trasgressioni del precetto viene data massima importanza in fatto di gravità e riportate in profonda e sentita discussione all’interno del gruppo di appartenenza. Colui che trasgredisce in proposito si trova a vivere invariabilmente una condizione di alta emotività, intrisa da segnali (a volte evidenti ed espliciti) di esclusione psicologica da parte del resto del suo gruppo. In tal senso il conduttore deve essere particolarmente attento a non istaurare dinamiche che portino ala costituzione del Capro espiatorio, ma viceversa agevolare un approfondimento e armonizzazione di quanto viene via via ad attuarsi.
Avendo prima precisato l’assenza da me rilevata di approfondimenti, come anche solo degli accenni ad interventi gruppoanaliticamente orientati in contesti comunitari per tossicodipendenti, mi auguro che questa mia elaborazione possa aprire spazi di discussione e contribuire ad un inizio di conoscenza e di futura collaborazione con colleghi che si trovino a lavorare in condizioni simili e con similare approccio teorico e obiettivi terapeutici.

Tutte queste precisazioni anticipate potrebbero risuonare come giustificazioni ad una mia carenza di coerenza etico-professionale quale conduttore gruppoanalitico. Ribadisco l’onestà di averle elencate unicamente al fine che possa venir dato il giusto peso alle asserzioni che seguiranno, e invero per far comprendere l’esigenza di una modulazione operativa e la conseguente difficoltà personale sul piano etico e professionale che l’attuazione dei gruppi terapeutici in queste condizioni contestuali porta necessariamente con sé, dal momento che l’ottica in cui vorrei idealmente collocarmi nel mio operare è quella gruppoanalitica.

Da ultimo ritengo che queste pagine di premessa posseggano una propria intrinseca validità e senso nel quadro di una coerenza epistemologica. Infatti, come insegnano i paradigmi di ricerca scientifica dell’odierna filosofia della scienza, delimitare il proprio oggetto di indagine, sia dal punto di vista dei parametri essenziali, sia degli obiettivi perseguiti, risulta essere un prerequisito imprescindibile per rendere i giudizi su tale oggetto sufficientemente validi, comprensibili e
condivisibili.

Mi permetto di aggiungere un’ulteriore osservazione provocatoria ad eventuali future aperture di riflessioni (peraltro, ripeto, personalissima in quanto non rilevata in letteratura) circa l’evoluzione terapeutica nella temporalità di un programma terapeutico-riabilitativo comunitario per tossicodipendenti. A mio parere, e in virtù della mia esperienza personale, essendo il contesto comunitario una sorta di condensato di stimolazioni educativo-terapeutiche, tenderei ad azzardare un proporzione di rapporto le scansioni di 3 mesi di programma a circa 1 anno di ‘normale’ vita esterna. In ciò sono plausibilissime le contestazioni. Una cordiale discussione con la prof.ssa Corbella mi ha spinto, in tal senso, a considerare che probabilmente questa mia considerazione (di per sé sufficientemente ragionevole) debba immettere al vaglio della valutazione il dato di fatto che i movimenti di cambiamento interiore profondi necessitino di una ‘naturale’ e improrogabile scansione temporale, non quantificabile, ma forse necessariamente più lunga, e che paradossalmente un’eccessiva frequenza e/o quotidiana frequentazione possa viceversa rafforzare la strutturazione delle difese inconsce individuali e gruppali.

Precisato ciò, e la conseguente relativizzazione del mio forse troppo categorico giudizio iniziale, pur tuttavia tenderei a considerare le mie note terapeutiche sul gruppo in esame come convalidate da una temporalità di programma che, proprio perché prevede una stimolazione terapeutica ed educativa così concentrata, permette loro una ragionevole comparazione con quanto emerge in un percorso terapeutico gruppale classico in tempi proporzionalmente molto più estesi, pur se indefinibili, con naturalmente le doverose differenze derivanti dalle specificità prima accennate.

Caratteristiche di base del gruppo “T.”, decorso del processo gruppale ed aspetti gruppoanalitici.

Il gruppo in esame nasce nel settembre 2007. Il nucleo fondante è di tre componenti, a cui andranno ad unirsi altri sei nel breve scorrere di un mese circa.
Come consuetudine al Ce.I.S. di Belluno ai ‘fondatori’ di ogni gruppo viene chiesto e sollecitato un primo atto di creatività: il suggerimento e la scelta successiva, in accordo con lo psicologo e con l’educatore di riferimento, di un nome da dare al gruppo in partenza. Tra il ventaglio di proposte è consuetudine mia dare maggior risalto a nomi che possano meglio alludere a simboliche che mettano in primo piano la forza curativa dell’immaginazione (a fronte di un estremo concretismo
del pensare tossicomanico). Mantengo oscuro in questo mio scritto il nome prescelto per garantire una obbligatoria privatezza professionale, denominandolo “T.” dall’iniziale del film da cui è stata presala denominazione, aggiungendo solo che il nome sul quale è caduta la scelta piuttosto unanime, sia derivato da un film di successo, e che la critica ha ampiamente valorizzato con recensioni lusinghiere. Un film denso di significati, che sono stati resi tangibili dalla visione dello stesso al gruppo esteso degli utenti della Comunità, cui è seguita una discussione collettiva allargata. E’ sembrato essere di immediata comprensione a tutti (sia a coloro che del gruppo avrebbero fatto parte, sia agli altri utenti della Comunità) come il tema portante del film fosse l’idea salvifica, che un gruppo di ebrei, delegò all’immaginazione quale forza in grado, in qualche modo, di rendere possibile la sopravvivenza allo sterminio nazista perpetuato poco prima e durante la seconda guerra mondiale; ciò in associazione diretta e parallela con le tensioni e le difficoltà che i componenti di questo gruppo stavano per approcciare riguardo ad una vittoria/sopravvivenza dal “lager della tossicodipendenza”.

A questo proposito (ulteriore inciso), è per me importante sottolineare e mettere in evidenza un fenomeno generale e costante che ho riscontrato durante la mia quadriennale esperienza lavorativa di psicologo in Comunità. Già durante la fase comunitaria vi è una esplicita comparazione intergruppale, sia in senso positivo, laddove la messa in evidenza della bontà attuale dell’andamento di taluni gruppi è confrontata con risvolti negativi di gruppi che stanno riscontrando serie difficoltà o presentano un’efficacia non del tutto adeguata e/o crisi fasiche, sia in senso negativo con conseguente vissuto di invidia e idealmente stimolo ad un avanzamento elaborativo. Questa dinamica permane solitamente anche nella fase del Reinserimento, che si attua nella struttura del Rientro (sempre del Ce.I.S. di Belluno). E’ una consuetudine per molti di loro rimanere per lungo tempo ancorati al nome del proprio gruppo terapeutico, e alla Storia (Corbella, 2003) che esso porta con sé, definendo sé stessi come “coloro che erano del gruppo tal dei tali, piuttosto che di un altro”; contrapponendo anzi sé stessi (e il loro gruppo) ad altri ragazzi appartenenti in contemporanea ad altri gruppi (“quelli del tal altro gruppo”). La fama e gli eventi legati a ciascun gruppo passato si prolungheranno, infine, e saranno utilizzati per moltissimo tempo dopo anche in Comunità da altri utenti, anche dopo la chiusura dello specifico gruppo. Questi ricordi ed accadimenti soprattutto in fasi critiche producono un’infusione di speranza e rappresentano la prova tangibile che gli sforzi per uscire dal dilemma della tossicomania possono essere portati a buon termine. Quanto detto evidenzia ancora una volta il valore della Storia del gruppo, nelle diverse accezioni di avvenimenti concreti come di vissuti generalizzati e condivisi, quale specifico importante elemento terapeutico del gruppo; storia che come vedremo sarà intessuta per il gruppo in questione di periodi connotati da determinati stati interiori e da episodi, per l’appunto concreti, che cercherò di descrivere in maniera sufficientemente esaustiva nel prosieguo e che saranno di fatto fondanti il germe e l’evoluzione dell’identità gruppale specifica.

Il gruppo “T.” si è chiuso nella sua completezza di organico verso metà ottobre dello scorso anno.
La composizione era di otto ragazzi maschi ed una femmina; l’età media oscillava attorno ai 26 anni, con un picco minimo di 19 anni e un massimo di 49. Rispetto allo stato civile, un solo sposato a fronte di 8 senza relazioni fisse. Relativamente omogeneo quanto a sostanze di dipendenza (1 alcolista puro, 2 alcolisti e poliassuntori di sostanze psicoattive, 6 tossicodipendenti strettamente di cocaina e/o eroina). In risalto vi era omogeneità per strutturazione personologica (nessuno all’apparenza inizialmente con caratteri di disturbo conclamato di personalità, anche se in seguito un utente ha dato modo di essere inquadrabile in una diagnostica di Disturbo di Personalità Istrionica, un altro in quella Depressivo-Masochistica). Una certa omogeneità, soprattutto, quanto a strutturazione identitaria: relativamente in tutti i componenti si evidenziava la presenza di un Sé piuttosto frammentato, con livelli di autostima bassissimi e difficoltà relazionali piuttosto complesse riguardo alla modulazione degli impulsi, una accondiscendenza reattiva a volte esasperata, problematiche gravi a livello di rapporto con figure genitoriali svalorizzanti e simil-simbiotiche, distacco emotivo-affettivo e blocchi dovuti presumibilmente ad un concatenarsi di traumi infantili peraltro non drammatici, ma continuativi e reiterati. Infine il gruppo, nei suoi componenti, si presentava piuttosto eterogeneo rispetto ad estrazione sociale familiare e culturale.
La concettualità che intendo utilizzare per la descrizione dell’evolversi terapeutico è ovviamente gruppoanalitica. Ritengo, perciò, prioritarie sia la dialettica Fusione-individuazione quale dinamica trasformativa dell’individualità di ciascun componente all’interno del gruppo, sia, parallelamente, l’analisi dello ‘stato delle cose’ da una prospettiva Di gruppo, e quindi delle linee portanti gruppali presenti nello svilupparsi del percorso terapeutico. In ciò seguendo le linee teoriche presentate sia da Silvia Corbella, sia da Claudio Neri in una loro mutua compenetrazione teorica.
Il mio vissuto personale del gruppo in fase di avvio, l’Oggetto mentale gruppo da me
fantasmatizzato, era molto beneaugurate per potenzialità che vi proiettavo a partire dalla descrizione e dai colloqui preliminari eseguiti con gli specifici componenti. A conferma di ciò sin dai primi incontri il clima del gruppo appariva sufficientemente vivace; la propositività dei componenti era più che adeguata; attiva la circolarità espressiva; ottimale il vissuto che percepivo di valorizzazione della potenzialità terapeutica degli incontri; sufficiente la spontaneità delle verbalizzazione, chiaramente su livelli tuttavia (cosa abbastanza abituale nell’utenza tossicomanica), di evidente resistenza; produttive le Catene associative intragruppali.

Forse anche grazie all’assetto del gruppo e all’età dei suoi componenti, presto prese avvio quello che secondo Claudio Neri può essere definito come lo Stato gruppale nascente, ovvero sembrò essere presente in maniera costante e significativa l’idea messianica di una salvezza attraverso il gruppo, un sentirsi (come emergeva anche da discorsi esterni agli incontri) gruppo e una certa perdita di caratteristiche individuali (relativa depersonalizzazione).
Di qui non tardò a presentarsi con contorni abbastanza netti e chiaramente definiti lo Stadio della comunità dei fratelli; ciò sin già dal terzo mese. In questo senso fiorirono, accanto a dinamiche di presentificazione di conflitti inter-relazionali, fondati sulla proiezione reciproca di parti di Sé non ancora riconosciute tra i diversi componenti, un senso di caratterizzazione sovra-individuale di sé stessi “come appartenenti al gruppo T.”, concomitatamente al presentarsi negli incontri di gruppo di elementi espressivi ed esperienziali che Silvia Corbella definisce come evidenzianti il Senso di appartenenza gruppale. Tutto questo, in compresenza dell’emergere e una base percepibile di relativa Diffrazione di transfert, resa palese dal manifestarsi di un gran numero di Transfert laterali e verticali rispetto alla mia persona e tra i componenti, che si verificò in un lasso di tempo che non superò i 2-3 mesi dalla nascita e fondazione del gruppo.
Particolarmente significativo risultò, in seguito al raggiungimento di questi passaggi trasformativi della gruppalità del T., l’emergere durante l’evolversi del gruppo di alcuni eventi concreti, di altri più simbolici, ma tutti decretanti l’evolversi di una Storia collettiva gruppale. Dinamica preconscia con effetti abbastanza tangibili fu la spontanea formazione di sottogruppi, che avvenne già dopo 3 mesi dall’avvio e che perdurò per un periodo di alcune settimane; sottogruppi che si trovarono a condividere particolare sintonie caratteriali, a volte opponendo una distanza psicologica tra loro, rendendo spesso le sedute gruppali intrise di un di un nervosismo e rivalità, del tutto inconsapevoli.
Questo evento non recò particolare disgregazione all’omogeneità del gruppo in generale, anche grazie alla puntuale messa in rilievo consapevole negli incontri di gruppo da parte mia e del co-conduttore delle dinamiche che andavano affiorando.
Fenomeno, che invece prese avvio a poca distanza da quello accennato, e di spessore di gravità forse più pericolosa, fu l’insaturarsi del Capro espiatorio. Fu indirizzato concretamente nei confronti dell’unica ragazza del gruppo e forse questo è stato determinato anche dal non aver tenuto conto in fase di avvio (per motivi anche strettamente di organizzazione a me superiore) dell’indicazione di Foulkes (1997), riferentesi al fatto che un gruppo si debba comporre in modo congruente con l’Arca di Noè: nessuno deve sentirsi solo, ognuno deve sentirsi parte di una coppia.
Le ragazze sarebbero dovute essere, quindi, quantomeno due (idealmente, comunque, un numero pari a quello dei ragazzi). Aleggiava e traspariva oggettivamente l’insinuazione (proiettiva, ma abbastanza plausibile) che la ragazza avesse allacciato un ‘discorso amoroso’ (un’infatuazione) con un ragazzo esterno al gruppo “T.”. Era per me chiaro intravedere in questa dinamica di ostilità l’emergere di un senso di ‘tradimento’ dell’oggetto-gruppo.

Il percorso elaborativo durò parecchie settimane e diede, dopo un trapasso di moti affettivi rivendicativi e, viceversa, di altri difensivi molto contriti e costernati a seguito del lavoro di disvelamento consapevole delle dinamiche proiettive di ciascun componente un esito molto favorevole con effetto estremamente integrativo del gruppo, anche se solo apparentemente risolutivi della condizione di sbilanciamento affettivo della ragazza, come vedremo. Infatti accanto a questi due ‘reperti storici’ di recupero sono, comunque, da menzionare almeno i due interruzioni di programma (dei quali uno fu della stessa ragazza che rivestì il ruolo di capro espiatorio, e che non seppe resistere alla tentazione di ributtarsi nell’avventura tossicomanica) che si sono susseguiti in tempi brevi. Questi abbandoni del programma (e del gruppo) e la conseguente opzione autodistruttiva, che i protagonisti scelsero, diedero uno scossone traumatico al gruppo, che necessitò di un lavoro di ricucitura psicologica molto faticoso e lungo. Ancora ora saltuariamente i due ragazzi sono ricordati e, se così si può dire, valorizzati quali esempi in negativo. In ciò essi rinforzano tutt’ora la coesione del gruppo e la motivazione al programma dei componenti rimasti.

La Storia del gruppo si intesse in progressione di sviluppo costantemente di eventi, anche se meno appariscenti di questi due, accennati per la loro evidenza concreta, ma che costantemente stanno ad implicare piccoli, ma significativi, movimenti trasformativi sia nelle dinamiche individuali, sia nelle relazioni interindividuali e, pertanto, gruppali. A volte li menziono consapevolmente durante gli incontri, cercando la condivisione. La finalità è il rinforzo (che avviene attraverso una reale obiettività) del senso di continuità storica ed evolutiva del gruppo. I risultati di queste mie azioni sembrano essere molto lusinghieri per gli effetti che emergono in fatto di coesione, affiatamento e schiettezza espressivo- espositiva in gruppo da parte più o meno di tutti i componenti delle problematiche più profonde, a volte sentite come vergognose e/o di cui hanno avuto in passato resistenze ferree alla possibilità di condivisione con chiunque e il cui unico rifugio era il territorio ‘franco’ dell’utilizzo di sostanze psicotrope.
Per gran parte di questa fase di transizione evolutiva del gruppo l’individualità dei componenti rimase, a ben vedere, nascosta sotto la coltre per certi versi omologante delle dinamiche del Protomentale del gruppo.
In termini bioniani l’assunto di base che sembrò pervadere e monopolizzare questa prima parte del percorso gruppale fu quello della Dipendenza. A conferma, venne accettata la proposta di uno dei componenti di definirmi, bonariamente, “capobranco” e per un periodo medio-lungo (qualche mese) fui io, e saltuariamente l’educatore, ad essere l’artefice delle aperture degli incontri.

Gradualmente, e con un lavoro di costante presa in carico di consapevolezza di quanto stava accadendo, il fattore protomentale passò in secondo piano, alternando brevi momenti di riemersione nei versanti di Attacco e fuga e, più di rado, di Accoppiamento.
Presto si giunse, a mio vedere, alla configurazione di un vero e proprio Gruppo di lavoro ben radicato però anche nelle sue componenti emotive, che lasciò maggior spazio all’evidenziazione delle individualità dei componenti, in un “ri-specchiamento” vicendevole tra i membri sempre più schietto e trasparente e con obiettivi sempre pur realistici.

Questo che ho descritto è l’attuale punto di arrivo del gruppo in questione a distanza di quasi otto mesi dalla sua costituzione.
In verità, talora gli assunti di base potenzialmente sembrano essere in riemersione, per poi rientrare dopo momenti di discussione aperta in tempi sempre più brevi, cosi come la coattività di schemi propri di ciascun componente del gruppo riappare per poi scomparire. Questo ad evidenziare quella sorta di ideazione temporale A spirale (Corbella, 2003), ovvero un riandare a dinamiche superate e poco salutari per riprendere l’impegno ad una crescita di integrazione profonda, temporaneamente interrotta, da dove si era giunti prima.
Quanto al fenomeno del Genius loci, descritto da Neri (2004), in questo gruppo lo definirei per ora ‘equamente delegato e distribuito’ tra i vari membri. Infatti si è assistito ad un continuo passaggio di ‘responsabilità’ (in maniera del tutto spontanea) da un membro agli altri, e in maniera abbastanza paritaria tra tutti. Questo in virtù di spinte evolutive proprie a ciascun membro e dei particolari fattori contingenti che il gruppo e l’individuo si è trovato (e si trova) a vivere.
Pertanto ciascun componente del gruppo ha potuto, per periodi transitori e non perduranti molto tempo, ricoprire questo importante ruolo e io ho sentito particolarmente fondamentale (sulla scia di quanto evidenziato in letteratura) tenerne presente l’importanza, quale risorsa gruppale utilissima alla regolazione e alla modulazione delle dinamiche del gruppo al fine di meglio indirizzare la mia attività di conduttore; ciò soprattutto nei periodi di transizione.
Chiaramente ancora tanto sarà da fare, molte le incertezze, altrettante le difficoltà da superare per riuscire a completare, anche se senza dubbio in maniera parziale, ma confacente agli obiettivi del programma, il percorso individuativo per i componenti di questo gruppo. Lo stato attuale del gruppo è a ben vedere ‘a metà del cammino’ di programma. Tuttavia, “chi ben comincia…”

NOTA

Rispetto al presente elaborato mi rendo conto che molto è stato vagliato e preso in considerazione, sia dal punto di vista di ricchezza concettuale, sia dalla prospettiva di un chiarimento delle fasi più importanti attraversate da gruppo. Del tutta tralasciata è stata (volutamente) la descrizione biografica e la specifica patologia delle singole persone che ne fanno parte, così come i contenuti espressi in gruppo e le dinamiche tra i componenti.
La cosa non è stata comunque casuale, ma è stata ponderata sulla finalità di questo scritto che vorrebbe essere un articolo di divulgazione scientifica, e conseguentemente presentarsi come abbozzo critico di riflessione, una descrizione sufficientemente esaustiva delle vicende di un percorso gruppale da una visuale operativa e osservativa di matrice gruppoanalitica nel particolare contesto di una Comunità terapeutico-riabilitativa.
La vastità di agganci che la teorizzazione gruppoanalitica implica avrebbe necessitato ben più che queste poche pagine, così come una illustrazione sintetica delle biografie, degli aspetti di personalità dei componenti del gruppo e delle loro particolari problematiche.
Lo scopo primario era, ripeto, offrire in maniera sufficientemente chiara, anche se piuttosto sintetica, la ricchezza di creatività professionale (e personale) e la necessità di un apporto culturale che la orienti, che porta con sè la conduzione in termini gruppoanalitici di un gruppo terapeutico per tossicodipendenti nel contesto articolato e complesso di Comunità terapeutico-riabilitativa. Forte in me era il desiderio di avere maggior trasparenza e consapevolezza del mio agire professionale. In questo mi sento soddisfacentemente risarcito degli sforzi.
La speranza è che dell’utilità che io ne ho tratto possano giovarsi anche i colleghi, che come me possano essere disorientati nell’ attraversare il guado melmoso e disorientante dello svolgimento della loro professione di psicologi in un contesto così difficile e complesso.
Se questo mio intento si avverasse, sarei portato a ritenermi ancor più gratificato…

Dott. Denis Chies

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