29 dicembre 2009

Michael Balint (1896-1970)

Michael Balint era considerato un membro del gruppo indi
pendente dei teorici delle relazioni oggettuali nel Regno 
Unito.




Secondo Balint la pulsione per l'oggetto d'amore primario è alla base di praticamente tutti i fenomeni psicologi
ci. Il neonato desidera essere amato totalmente e incondizionatamente e quando una madre non offre un appropriato apporto educativo-affettivo il bambino dedica la sua vita 
alla ricerca dell'amore che gli è mancato durante l'infanzia. 


Secondo Balint, il difetto di base è la sensazione di molti pazienti che manca loro qualcosa. Come Ronald Fairbairn e Donald W. Winnicott, Balint sosteneva che questo deficit 
nella struttura interna fosse il risultato di insufficienze materne. Riteneva che. tutte le motivazioni psicologiche derivassero dalla mancanza di un adeguato amore materno.

A differenza di Fairbairn, tuttavia, Balint non abbandonò 
del tutto la teoria degli istinti.

Affermò che la libido, per 
esempio, cerca sia il piacere sia l'oggetto.

Lavorò inoltre con 
pazienti con gravi disturbi e, come Winnicott, ritenne che 
certi aspetti del trattamento psicoanalitico si svolgono a un 
livello più profondo di quello proprio delle ordinarie spiegazioni interpretative verbali.

Balint, pur accettando che 
una certa quota di materiale che coinvolge gli stadi psico - 
sessuali dello sviluppo possa essere interpretata dal punto di 
vista del conflitto intrapsichico, riteneva che nell'analisi 
sono rivissuti alcuni fenomeni preverbali e che la relazione 
stessa è decisiva nel trattare questo insieme di esperienze 
precoci.

Michael Balint (1896-1970)

Michael Balint era considerato un membro del gruppo indi
pendente dei teorici delle relazioni oggettuali nel Regno 
Unito.




Secondo Balint la pulsione per l'oggetto d'amore primario è alla base di praticamente tutti i fenomeni psicologi
ci. Il neonato desidera essere amato totalmente e incondizionatamente e quando una madre non offre un appropriato apporto educativo-affettivo il bambino dedica la sua vita 
alla ricerca dell'amore che gli è mancato durante l'infanzia. 


Secondo Balint, il difetto di base è la sensazione di molti pazienti che manca loro qualcosa. Come Ronald Fairbairn e Donald W. Winnicott, Balint sosteneva che questo deficit 
nella struttura interna fosse il risultato di insufficienze materne. Riteneva che. tutte le motivazioni psicologiche derivassero dalla mancanza di un adeguato amore materno.

A differenza di Fairbairn, tuttavia, Balint non abbandonò 
del tutto la teoria degli istinti.

Affermò che la libido, per 
esempio, cerca sia il piacere sia l'oggetto.

Lavorò inoltre con 
pazienti con gravi disturbi e, come Winnicott, ritenne che 
certi aspetti del trattamento psicoanalitico si svolgono a un 
livello più profondo di quello proprio delle ordinarie spiegazioni interpretative verbali.

Balint, pur accettando che 
una certa quota di materiale che coinvolge gli stadi psico - 
sessuali dello sviluppo possa essere interpretata dal punto di 
vista del conflitto intrapsichico, riteneva che nell'analisi 
sono rivissuti alcuni fenomeni preverbali e che la relazione 
stessa è decisiva nel trattare questo insieme di esperienze 
precoci.

28 dicembre 2009

Automutilazioni


Non fu il raptus di un artista tutto genio e 
sregolatezza.

E nemmeno l'effetto del 
clamoroso litigio con l'ex amico Gauguin per le strade di Arles. La rasoiata più famosa della storia dell'arte, quella del 23 dicembre 1888, quando Vincent Van Gogh si tagliò 
metà dell'orecchio sinistro, lo incartò, lo consegnò a Rachele, una prostituta del vicino bordello, andò a dormire a casa e il giorno dopo finì in 
manicomio, avrebbe avuto tutt'altre motivazioni.

Colpa 
del matrimonio, per una volta quello di un altro: il fratello 
Theo. In una lettera che Vincent ricevette poco prima di 
compiere l'insano gesto, Theo gli annunciava il suo fidanzamento, intollerabile per il pittore, che dipendeva da lui in tutto e per tutto. Insomma, la notizia avrebbe tanto sconvolto la mente già malata di Van Gogh da indurlo ad automutilarsi. 
O almeno questa è la tesi dello studioso Martin 
Bailey, anticipata ieri dal Sunday Times.

È, beninteso, soltanto una delle tante ipotesi: l'episodio è così affascinante che gli studiosi non daranno mai un taglio alla ridda di con
getture. Quel che è certo è che, diciannove mesi dopo 
quel Natale, Van Gogh fu più drastico e si sparò un colpo 
di pistola nel petto. E questa volta, come scrisse l'amico 
pittore Émile Bernard,«in tutta lucidità».

fonte: la Stampa del 28 dicembre 2009

Automutilazioni


Non fu il raptus di un artista tutto genio e 
sregolatezza.

E nemmeno l'effetto del 
clamoroso litigio con l'ex amico Gauguin per le strade di Arles. La rasoiata più famosa della storia dell'arte, quella del 23 dicembre 1888, quando Vincent Van Gogh si tagliò 
metà dell'orecchio sinistro, lo incartò, lo consegnò a Rachele, una prostituta del vicino bordello, andò a dormire a casa e il giorno dopo finì in 
manicomio, avrebbe avuto tutt'altre motivazioni.

Colpa 
del matrimonio, per una volta quello di un altro: il fratello 
Theo. In una lettera che Vincent ricevette poco prima di 
compiere l'insano gesto, Theo gli annunciava il suo fidanzamento, intollerabile per il pittore, che dipendeva da lui in tutto e per tutto. Insomma, la notizia avrebbe tanto sconvolto la mente già malata di Van Gogh da indurlo ad automutilarsi. 
O almeno questa è la tesi dello studioso Martin 
Bailey, anticipata ieri dal Sunday Times.

È, beninteso, soltanto una delle tante ipotesi: l'episodio è così affascinante che gli studiosi non daranno mai un taglio alla ridda di con
getture. Quel che è certo è che, diciannove mesi dopo 
quel Natale, Van Gogh fu più drastico e si sparò un colpo 
di pistola nel petto. E questa volta, come scrisse l'amico 
pittore Émile Bernard,«in tutta lucidità».

fonte: la Stampa del 28 dicembre 2009

23 dicembre 2009

Otto Kernberg, l'organizzazione borderline di personalita'

Otto Kernberg è forse il più influente teorico delle relazio
ni oggettuali degli Stati Uniti. Influenzato sia da Melanie 
Klein sia da Edith Jacobson, la sua teoria è largamente derivata dal lavoro clinico svolto con pazienti affetti da di
sturbo borderline di personalità  (leggi).




Kernberg dedicò grande attenzione alla scissione 
dell'ego e all'elaborazione di configurazioni buone e cattive del sé e degli oggetti.

Pur continuando a usare il modello strutturale, Kern
berg riteneva che l'es fosse composto di immagini del sé e 
degli oggetti e dall'affettività a essi associata. Gli impulsi 
appaiono solo per manifestarsi nel contesto dell'internalizzazione dell'esperienza interpersonale. Le relazioni buone 
e cattive con il sé e gli oggetti si associano, rispettivamente, alla libido e all'aggressività.

Le relazioni con gli oggetti 
sono non solo gli elementi costitutivi della struttura, ma an
che i fondamenti costitutivi degli impulsi. La bontà e la cattiveria delle esperienze relazionali precedono la catessi degli impulsi. In altre parole, gli istinti duali della libido e 
dell'aggressività sorgono dagli stati affettivi di amore e odio 
diretti verso gli oggetti.

Kernberg propose il termine organizzazione borderline 
di personalità per indicare la mancanza di un senso integra
to di identità, la debolezza dell'ego, l'assenza di integrazio
ne del superego, la fiducia su meccanismi di difesa primitivi 
e la tendenza a utilizzare il processo primario di pensiero. 
Suggerì uno specifico tipo di psicoterapia psicoanalitica per i pazienti borderline in cui  i meccanismi di transfert vengono precocemente interpretati nel processo.

Otto Kernberg, l'organizzazione borderline di personalita'

Otto Kernberg è forse il più influente teorico delle relazio
ni oggettuali degli Stati Uniti. Influenzato sia da Melanie 
Klein sia da Edith Jacobson, la sua teoria è largamente derivata dal lavoro clinico svolto con pazienti affetti da di
sturbo borderline di personalità  (leggi).




Kernberg dedicò grande attenzione alla scissione 
dell'ego e all'elaborazione di configurazioni buone e cattive del sé e degli oggetti.

Pur continuando a usare il modello strutturale, Kern
berg riteneva che l'es fosse composto di immagini del sé e 
degli oggetti e dall'affettività a essi associata. Gli impulsi 
appaiono solo per manifestarsi nel contesto dell'internalizzazione dell'esperienza interpersonale. Le relazioni buone 
e cattive con il sé e gli oggetti si associano, rispettivamente, alla libido e all'aggressività.

Le relazioni con gli oggetti 
sono non solo gli elementi costitutivi della struttura, ma an
che i fondamenti costitutivi degli impulsi. La bontà e la cattiveria delle esperienze relazionali precedono la catessi degli impulsi. In altre parole, gli istinti duali della libido e 
dell'aggressività sorgono dagli stati affettivi di amore e odio 
diretti verso gli oggetti.

Kernberg propose il termine organizzazione borderline 
di personalità per indicare la mancanza di un senso integra
to di identità, la debolezza dell'ego, l'assenza di integrazio
ne del superego, la fiducia su meccanismi di difesa primitivi 
e la tendenza a utilizzare il processo primario di pensiero. 
Suggerì uno specifico tipo di psicoterapia psicoanalitica per i pazienti borderline in cui  i meccanismi di transfert vengono precocemente interpretati nel processo.

22 dicembre 2009

La salute al tempo della crisi

Secondi alcune anticipazioni dello studio annuale del Censis e del Forum per la Ricerca Biomedica, gli effetti della crisi economica si fanno sentire anche sulla salute degli italiani.




Quasi una persona  su 5 (il 18%), in un anno, ha rinunciato per motivi strettamente economici a una o più prestazioni di carattere sanitario, soprattutto visite specialistiche e cure odontoiatriche, ma non soltanto. Con differenze notevoli tra i cittadini. Il dato, infatti, sale a circa il 21% tra i residenti nelle regioni del Centro, al 23,5% nel Sud, al 24,2% tra i 45-64enni, al 27,2% nelle grandi città, al 31% tra i meno istruiti. Sempre di più, inoltre, sembra si preferisca ricorrere al servizio sanitario pubblico, anche se talora con lunghe liste d'attesa.

I dati riferiti sono solo alcune delle anticipazioni dei risultati del Monitor del Forum per la ricerca biomedica e del Censis - che ogni anno fotografa il rapporto degli italiani con la salute e il Servizio sanitario nazionale - e che verrà presentato nei prossimi mesi. Le cifre indicano, dunque, che si è accentuato il ricorso a una strategia del rinvio delle prestazioni sanitarie meno urgenti.

Quasi il 21% degli intervistati ha anche ridotto l'acquisto di farmaci pagati di tasca propria: più del 23% dei 45-64enni, il 23,4% nel Mezzogiorno, il 28% dei residenti nelle grandi città, quasi il 29% dei meno istruiti. Oltre alle prestazioni sanitarie, quasi il 7% degli italiani ha dovuto fare a meno della badante, per sé o per un familiare, a causa della crisi. La percentuale sale al 7,7% al Sud e al 17,3% nelle città con 100-250 mila abitanti.

Nell'ultimo anno il 35% degli italiani si è rivolto alle strutture sanitarie pubbliche, accettando liste di attesa più lunghe, per ottenere prestazioni (analisi, visite mediche, cure) che in altri tempi avrebbero acquistato direttamente da strutture private, pagando di tasca propria. La percentuale sale al 40% tra gli anziani, al 41% tra i residenti nelle regioni del Centro, ad oltre il 47% tra le persone senza titolo di studio o con la sola licenza elementare.

Secondo il Censis si può prevedere che la domanda di prestazioni sanitarie pubbliche sia destinata ad aumentare anche nell'anno nuovo. "Rendere più efficiente la sanità pubblica, tagliando sprechi e sovrapposizioni, diventa quindi una priorità ineludibile per il 2010, perché ormai per molte Regioni è troppo alto il rischio di non riuscire più a finanziare la spesa per la sanità". E' c'è il rischio, denuncia il Censis, che l'affollamento delle strutture pubbliche determini, oltre che un ulteriore allungamento delle liste di attesa, un maggiore ricorso ai noti espedienti usati per accedere più velocemente alle prestazioni sanitarie, come le raccomandazioni e la corruzione. Già adesso quasi il 37% degli intervistati (oltre il 41% nelle regioni del Mezzogiorno) ritiene che sia aumentato negli ultimi tempi il ricorso alle 'conoscenze' per ottenere raccomandazioni e accelerare l'accesso alle strutture sanitarie pubbliche, e più del 25% pensa che sia aumentato il malcostume di fare regali alle 'persone giuste' per avere accesso a corsie preferenziali.

fonte:  Roma, 21 dic. (Adnkronos Salute)

La salute al tempo della crisi

Secondi alcune anticipazioni dello studio annuale del Censis e del Forum per la Ricerca Biomedica, gli effetti della crisi economica si fanno sentire anche sulla salute degli italiani.




Quasi una persona  su 5 (il 18%), in un anno, ha rinunciato per motivi strettamente economici a una o più prestazioni di carattere sanitario, soprattutto visite specialistiche e cure odontoiatriche, ma non soltanto. Con differenze notevoli tra i cittadini. Il dato, infatti, sale a circa il 21% tra i residenti nelle regioni del Centro, al 23,5% nel Sud, al 24,2% tra i 45-64enni, al 27,2% nelle grandi città, al 31% tra i meno istruiti. Sempre di più, inoltre, sembra si preferisca ricorrere al servizio sanitario pubblico, anche se talora con lunghe liste d'attesa.

I dati riferiti sono solo alcune delle anticipazioni dei risultati del Monitor del Forum per la ricerca biomedica e del Censis - che ogni anno fotografa il rapporto degli italiani con la salute e il Servizio sanitario nazionale - e che verrà presentato nei prossimi mesi. Le cifre indicano, dunque, che si è accentuato il ricorso a una strategia del rinvio delle prestazioni sanitarie meno urgenti.

Quasi il 21% degli intervistati ha anche ridotto l'acquisto di farmaci pagati di tasca propria: più del 23% dei 45-64enni, il 23,4% nel Mezzogiorno, il 28% dei residenti nelle grandi città, quasi il 29% dei meno istruiti. Oltre alle prestazioni sanitarie, quasi il 7% degli italiani ha dovuto fare a meno della badante, per sé o per un familiare, a causa della crisi. La percentuale sale al 7,7% al Sud e al 17,3% nelle città con 100-250 mila abitanti.

Nell'ultimo anno il 35% degli italiani si è rivolto alle strutture sanitarie pubbliche, accettando liste di attesa più lunghe, per ottenere prestazioni (analisi, visite mediche, cure) che in altri tempi avrebbero acquistato direttamente da strutture private, pagando di tasca propria. La percentuale sale al 40% tra gli anziani, al 41% tra i residenti nelle regioni del Centro, ad oltre il 47% tra le persone senza titolo di studio o con la sola licenza elementare.

Secondo il Censis si può prevedere che la domanda di prestazioni sanitarie pubbliche sia destinata ad aumentare anche nell'anno nuovo. "Rendere più efficiente la sanità pubblica, tagliando sprechi e sovrapposizioni, diventa quindi una priorità ineludibile per il 2010, perché ormai per molte Regioni è troppo alto il rischio di non riuscire più a finanziare la spesa per la sanità". E' c'è il rischio, denuncia il Censis, che l'affollamento delle strutture pubbliche determini, oltre che un ulteriore allungamento delle liste di attesa, un maggiore ricorso ai noti espedienti usati per accedere più velocemente alle prestazioni sanitarie, come le raccomandazioni e la corruzione. Già adesso quasi il 37% degli intervistati (oltre il 41% nelle regioni del Mezzogiorno) ritiene che sia aumentato negli ultimi tempi il ricorso alle 'conoscenze' per ottenere raccomandazioni e accelerare l'accesso alle strutture sanitarie pubbliche, e più del 25% pensa che sia aumentato il malcostume di fare regali alle 'persone giuste' per avere accesso a corsie preferenziali.

fonte:  Roma, 21 dic. (Adnkronos Salute)

18 dicembre 2009

Intervista a Galimberti, Annozero del 17/12/2009

Il video con l'intervista a Umberto Galimberti nella puntata di Annozero di ieri 17 Dicembre 2009, nel quale, a partire dal recente atto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio, lo stesso Galimberti esprime interessanti considerazioni a proposito delle personalita' carismatiche.

A tal proposito, leggi anche l'intervista rilasciata sempre da Galimberti a L'Espresso, luglio 2009





Aggiungo uno stralcio da un intervento, sul blog 'Psicologia contemporanea', in merito alle differenze tra personalita' carismatica e personalita' autoritaria, e fornisco, per chi volesse ulteriormente approfondire l'argomento, il link all'intervento ed ai commenti al post.

"... ho sempre fatto una distinzione tra "personalità carismatica", con questo termine intendendo il fascino suscitato da personaggi in grado di affascinare per doti ampiamente riconoscibili e riconosciute, e "personalità autoritaria", che mi sembra più calzante per i protagonisti di forme di vero e proprio culto della personalità entrate tragicamente nella storia o più sommessamente in molte microstorie della nostra epoca. Questa distinzione mi preme ancora, e molto, poichè penso che la "personalità autoritaria" si affermi su un terreno che è quello della vocazione egualitaria di certi gruppi, ossia proprio sulla eliminazione del carisma (o del merito) di alcuni."

Continua a leggere...

Intervista a Galimberti, Annozero del 17/12/2009

Il video con l'intervista a Umberto Galimberti nella puntata di Annozero di ieri 17 Dicembre 2009, nel quale, a partire dal recente atto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio, lo stesso Galimberti esprime interessanti considerazioni a proposito delle personalita' carismatiche.

A tal proposito, leggi anche l'intervista rilasciata sempre da Galimberti a L'Espresso, luglio 2009





Aggiungo uno stralcio da un intervento, sul blog 'Psicologia contemporanea', in merito alle differenze tra personalita' carismatica e personalita' autoritaria, e fornisco, per chi volesse ulteriormente approfondire l'argomento, il link all'intervento ed ai commenti al post.

"... ho sempre fatto una distinzione tra "personalità carismatica", con questo termine intendendo il fascino suscitato da personaggi in grado di affascinare per doti ampiamente riconoscibili e riconosciute, e "personalità autoritaria", che mi sembra più calzante per i protagonisti di forme di vero e proprio culto della personalità entrate tragicamente nella storia o più sommessamente in molte microstorie della nostra epoca. Questa distinzione mi preme ancora, e molto, poichè penso che la "personalità autoritaria" si affermi su un terreno che è quello della vocazione egualitaria di certi gruppi, ossia proprio sulla eliminazione del carisma (o del merito) di alcuni."

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17 dicembre 2009

Il comportamento nella malattia e il ruolo di malato

L'espressione comportamento nella malattia descrive le reazioni del paziente all'esperienza di essere ammalato. Gli 
aspetti del comportamento nella malattia sono talora stati de
finiti come ruolo di malato, che è il ruolo che la società 
attribuisce alla persona ammalata in quanto tale. Le caratte
ristiche del ruolo dell'ammalato comprendono fattori come 
l'essere dispensato da particolari responsabilità e il fatto che 
gli altri pensino che l'individuo cerchi aiuto per stare meglio.





Edward Suchman descrisse cinque fasi del comportamento 
nella malattia:
fase di percezione del sintomo, nella quale il 
soggetto si rende conto che qualcosa non va;
fase dell'assunzione del ruolo di ammalato, nella quale il paziente si rende 
conto di essere ammalato e di avere bisogno di un medico;
fase della presa di contatto con l'assistenza sanitaria, in cui l'individuo decide di rivolgersi a un medico;
fase del ruolo di paziente-dipendente, in cui il soggetto decide di trasferire al medico il controllo della propria salute e di seguire il trattamento 
prescritto e
fase della guarigione o della riabilitazione, in cui 
il paziente decide di abbandonare il ruolo di ammalato.


Il comportamento nella malattia e il ruolo dell'ammalato 
sono influenzati dalle precedenti esperienze di malattia del 
soggetto e dalle sue convinzioni culturali riguardo la malat
tia. Occorre valutare l'influenza della cultura sulla descrizione e la presentazione dei sintomi. Per alcuni disturbi le 
manifestazioni cliniche e la modalità con cui vengono riferi
ti variano poco fra le diverse culture, mentre per altri il 
modo in cui una persona affronta il disturbo può fortemente modificare la modalità secondo cui la condizione si manifesta.

Sono inoltre importanti i rapporti della malattia con 
le dinamiche familiari, le condizioni sociali e l'identità etnica. Gli atteggiamenti dei diversi individui e delle culture nei 
confronti della dipendenza e dell'impotenza causate dalla 
malattia influiscono notevolmente su come e se una persona cerca aiuto, così come intervengono fattori psicologici, 
quali il tipo di personalità e il significato che l'individuo at
tribuisce all'esperienza dell'essere ammalato.

Per esempio, 
soggetti diversi reagiscono in modi diversi, secondo il loro 
modo abituale di pensare, sentire e agire. Alcune persone vivono la malattia come una perdita opprimente, mentre al
tre la considerano come una sfida da superare oppure una 
punizione per qualcosa di cui si sentono colpevoli.

La Tabella seguente elenca gli aspetti essenziali da considerare nella va
lutazione del comportamento nella malattia e le domande 
che possono essere utili in tale valutazione.

Tabella

Valutazione del comportamento di malattia del soggetto

Precedenti malattie, soprattutto di gravità definita
Grado culturale di stoicismo
Convinzioni culturali relative a specifici problemi
Significati e convinzioni culturali relative al problema specifico 


Specifiche domande da porre per stimolare l'espressione del modello esplicativo del paziente:

1. Come definisce il suo problema? Come si chiama? Che cosa ritiene causi il suo problema?
3. Perché ritiene che sia iniziato proprio in quel momento?
4. Qual è l'effetto della sua malattia su di lei? Come agisce?
5. Quanto è grave? Avrà un decorso breve o lungo?
6. Che cosa la spaventa maggiormente della sua malattia?
7. Quali sono i principali problemi che le ha causato la sua 
malattia?
8. Quale tipo di trattamento pensa di dover ricevere? Quali sono 
i più importanti risultati che spera di ottenere con la terapia?
9. Che cosa ha fatto finora per trattare la sua malattia?

(Tratta da M Lipkin Jr: Psychiatry and medicine. In Comprehensive Textbook or 
Psychiatry, ed 5, Hl Kaplan, BJ Sadock, editors, p 1280, Williams & Wilkins, Baltimore, 1989.

link nel sito:
malattie psichiatriche
clinica in psichiatria

Il comportamento nella malattia e il ruolo di malato

L'espressione comportamento nella malattia descrive le reazioni del paziente all'esperienza di essere ammalato. Gli 
aspetti del comportamento nella malattia sono talora stati de
finiti come ruolo di malato, che è il ruolo che la società 
attribuisce alla persona ammalata in quanto tale. Le caratte
ristiche del ruolo dell'ammalato comprendono fattori come 
l'essere dispensato da particolari responsabilità e il fatto che 
gli altri pensino che l'individuo cerchi aiuto per stare meglio.





Edward Suchman descrisse cinque fasi del comportamento 
nella malattia:
fase di percezione del sintomo, nella quale il 
soggetto si rende conto che qualcosa non va;
fase dell'assunzione del ruolo di ammalato, nella quale il paziente si rende 
conto di essere ammalato e di avere bisogno di un medico;
fase della presa di contatto con l'assistenza sanitaria, in cui l'individuo decide di rivolgersi a un medico;
fase del ruolo di paziente-dipendente, in cui il soggetto decide di trasferire al medico il controllo della propria salute e di seguire il trattamento 
prescritto e
fase della guarigione o della riabilitazione, in cui 
il paziente decide di abbandonare il ruolo di ammalato.


Il comportamento nella malattia e il ruolo dell'ammalato 
sono influenzati dalle precedenti esperienze di malattia del 
soggetto e dalle sue convinzioni culturali riguardo la malat
tia. Occorre valutare l'influenza della cultura sulla descrizione e la presentazione dei sintomi. Per alcuni disturbi le 
manifestazioni cliniche e la modalità con cui vengono riferi
ti variano poco fra le diverse culture, mentre per altri il 
modo in cui una persona affronta il disturbo può fortemente modificare la modalità secondo cui la condizione si manifesta.

Sono inoltre importanti i rapporti della malattia con 
le dinamiche familiari, le condizioni sociali e l'identità etnica. Gli atteggiamenti dei diversi individui e delle culture nei 
confronti della dipendenza e dell'impotenza causate dalla 
malattia influiscono notevolmente su come e se una persona cerca aiuto, così come intervengono fattori psicologici, 
quali il tipo di personalità e il significato che l'individuo at
tribuisce all'esperienza dell'essere ammalato.

Per esempio, 
soggetti diversi reagiscono in modi diversi, secondo il loro 
modo abituale di pensare, sentire e agire. Alcune persone vivono la malattia come una perdita opprimente, mentre al
tre la considerano come una sfida da superare oppure una 
punizione per qualcosa di cui si sentono colpevoli.

La Tabella seguente elenca gli aspetti essenziali da considerare nella va
lutazione del comportamento nella malattia e le domande 
che possono essere utili in tale valutazione.

Tabella

Valutazione del comportamento di malattia del soggetto

Precedenti malattie, soprattutto di gravità definita
Grado culturale di stoicismo
Convinzioni culturali relative a specifici problemi
Significati e convinzioni culturali relative al problema specifico 


Specifiche domande da porre per stimolare l'espressione del modello esplicativo del paziente:

1. Come definisce il suo problema? Come si chiama? Che cosa ritiene causi il suo problema?
3. Perché ritiene che sia iniziato proprio in quel momento?
4. Qual è l'effetto della sua malattia su di lei? Come agisce?
5. Quanto è grave? Avrà un decorso breve o lungo?
6. Che cosa la spaventa maggiormente della sua malattia?
7. Quali sono i principali problemi che le ha causato la sua 
malattia?
8. Quale tipo di trattamento pensa di dover ricevere? Quali sono 
i più importanti risultati che spera di ottenere con la terapia?
9. Che cosa ha fatto finora per trattare la sua malattia?

(Tratta da M Lipkin Jr: Psychiatry and medicine. In Comprehensive Textbook or 
Psychiatry, ed 5, Hl Kaplan, BJ Sadock, editors, p 1280, Williams & Wilkins, Baltimore, 1989.

link nel sito:
malattie psichiatriche
clinica in psichiatria

16 dicembre 2009

Note sull'indirizzo psicodinamico in psichiatria

Sempre relativamente all'argomento "psicodinamica" rimandiamo anche ai seguenti post:
introduzione alla psicodinamica
diagnosi in psicodinamica

Indirizzo psicodinamico in psichiatria: comprende il grandissimo numero di osserva
zioni, esperienze, teorie e tecniche derivate dalla psicoanalisi freudiana e dai suoi successivi 
sviluppi, tutti più o meno distanti e diversificati rispetto al pensiero originario di Freud. 





Comuni a tale indirizzo possono essere considerati i seguenti punti:

presupposto fondamentale e' l'esistenza di una vita mentale inconscia, riconoscibile solo indirettamente attraverso i sintomi, i comportamenti, i pensieri,  e le tendenze della cui natura, significato e origine l'in
dividuo non è consapevole oppure e' consapevole solo in parte;


di analogo significato il rilievo assunto da quelli che vengono genericamente definiti traumi psichici (in senso lato) e dai corrispondenti conflitti, 
nella vita infantile e adulta in quanto fattori psicopatogeni, ed in particolar modo per carenze e vicende affettive incongrue nel rapporto madre-bambino della prima infanzia;


infine, il carattere fondamentalmente dinamico della vita psichica, nel senso di un continuo 
divenire e interagire di forze istintuali, risposte affettivo-emotive correlate agli 
eventi della realtà esterna oppure interna.

L'indirizzo psicodinamico si estende allo studio del rapporto medico-paziente che 
appare intriso e motivato da fattori inconsci o inavvertiti, interagenti reciprocamente tra paziente e medico nel favorire od ostacolare i comportamenti funzionali, ad esempio, 
al miglioramento e alla guarigione, alla comprensione e alla comunicazione interpersonale e all'integrazione tra farmacoterapia e psicoterapia.

Estensioni dell'indirizzo 
psicodinamico possono essere considerare diverse possibilità applicative (a loro volta psicoterapiche) 
verso il gruppo familiare, verso l'ambiente medico o verso il gruppo curante (la cosiddetta 
psichiatria di collegamento o "liaison-psichiatry") e nei confronti della preparazione e formazione dei medici, infermieri, degli assistenti sociali.


È indubbio che l'approccio psicodinamico puo' a buon titolo apparire un aspetto 
indispensabile all'attività clinica quotidiana dello psichiatra, dal momento che appare offrire prospettive ed 
ipotesi interpretative atte ad approfondire in maniera  più adeguata il mondo soggettivo e relazio
nale del paziente, soprattutto per quanto concerne le strutture intrapsichiche e le 
componenti psicogenetiche del comportamento disturbato dell'uomo.

Tale approccio 
- oltre a favorire maggior tolleranza, umanità e disponibilità alla percezione com
prensiva della sofferenza psichica - ha contribuito in modo innovatorio a valorizzare la storia individuale e il racconto dettagliato delle vicende personali ed esistenzia
li, dalla nascita alla vecchiaia, arricchendo enormemente il significato dell' anamnesi psicopatologica e biografica del paziente, nonché il significato della relazionalità 
terapeutica.

Note sull'indirizzo psicodinamico in psichiatria

Sempre relativamente all'argomento "psicodinamica" rimandiamo anche ai seguenti post:
introduzione alla psicodinamica
diagnosi in psicodinamica

Indirizzo psicodinamico in psichiatria: comprende il grandissimo numero di osserva
zioni, esperienze, teorie e tecniche derivate dalla psicoanalisi freudiana e dai suoi successivi 
sviluppi, tutti più o meno distanti e diversificati rispetto al pensiero originario di Freud. 





Comuni a tale indirizzo possono essere considerati i seguenti punti:

presupposto fondamentale e' l'esistenza di una vita mentale inconscia, riconoscibile solo indirettamente attraverso i sintomi, i comportamenti, i pensieri,  e le tendenze della cui natura, significato e origine l'in
dividuo non è consapevole oppure e' consapevole solo in parte;


di analogo significato il rilievo assunto da quelli che vengono genericamente definiti traumi psichici (in senso lato) e dai corrispondenti conflitti, 
nella vita infantile e adulta in quanto fattori psicopatogeni, ed in particolar modo per carenze e vicende affettive incongrue nel rapporto madre-bambino della prima infanzia;


infine, il carattere fondamentalmente dinamico della vita psichica, nel senso di un continuo 
divenire e interagire di forze istintuali, risposte affettivo-emotive correlate agli 
eventi della realtà esterna oppure interna.

L'indirizzo psicodinamico si estende allo studio del rapporto medico-paziente che 
appare intriso e motivato da fattori inconsci o inavvertiti, interagenti reciprocamente tra paziente e medico nel favorire od ostacolare i comportamenti funzionali, ad esempio, 
al miglioramento e alla guarigione, alla comprensione e alla comunicazione interpersonale e all'integrazione tra farmacoterapia e psicoterapia.

Estensioni dell'indirizzo 
psicodinamico possono essere considerare diverse possibilità applicative (a loro volta psicoterapiche) 
verso il gruppo familiare, verso l'ambiente medico o verso il gruppo curante (la cosiddetta 
psichiatria di collegamento o "liaison-psichiatry") e nei confronti della preparazione e formazione dei medici, infermieri, degli assistenti sociali.


È indubbio che l'approccio psicodinamico puo' a buon titolo apparire un aspetto 
indispensabile all'attività clinica quotidiana dello psichiatra, dal momento che appare offrire prospettive ed 
ipotesi interpretative atte ad approfondire in maniera  più adeguata il mondo soggettivo e relazio
nale del paziente, soprattutto per quanto concerne le strutture intrapsichiche e le 
componenti psicogenetiche del comportamento disturbato dell'uomo.

Tale approccio 
- oltre a favorire maggior tolleranza, umanità e disponibilità alla percezione com
prensiva della sofferenza psichica - ha contribuito in modo innovatorio a valorizzare la storia individuale e il racconto dettagliato delle vicende personali ed esistenzia
li, dalla nascita alla vecchiaia, arricchendo enormemente il significato dell' anamnesi psicopatologica e biografica del paziente, nonché il significato della relazionalità 
terapeutica.

8 dicembre 2009

Diversita' ed omofobia, educazione e prevenzione

Segnaliamo la recensione pervenutaci del libro:

L'identità  sessuale a scuola, Educare alla diversità  e prevenire l'omofobia
Ed. Liguori, Napoli
(A cura di Federico Batini e Barbara Santoni)




La diversità  non è soltanto quella culturale o di provenienza geografica. Come ci si può comportare quando uno studente viene chiamato “finocchio” e preso in giro per il suo orientamento sessuale? Come affrontare l’argomento dell’identità sessuale in classe? Omosessualità e transessualismo stanno diventando sempre più visibili all’interno della nostra società. Gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado discutono di questi argomenti sempre più spesso e cominciano a formare le loro opinioni e atteggiamenti in proposito. Parallelamente a una diffusione di informazioni distorte e parziali da parte dei media cresce la curiosità ma anche l’intolleranza verso le diversità sessuali e i casi di bullismo omofobico nei contesti scolastici, con conseguenze anche gravissime per chi ne è fatto oggetto. Pregiudizi sessuali e stereotipi di genere sono così diffusi nella nostra società che spesso insegnanti ed educatori sono a loro volta disinformati e impreparati ad affrontare questi temi. Questo libro raccoglie per la prima volta in Italia contributi scientifici da parte di professionisti impegnati in vari ambiti (clinico, sociale, pedagogico) su questi argomenti per dare una risposta a queste domande e fornire agli insegnanti strumenti teorici, metodi, attività e pratiche di intervento per la prevenzione del bullismo omofobico e l’educazione alle diversità sessuali. 

Autori del volume sono:
Federico Batini, Davide Dèttore, Antonella Montano, Luca Pietrantoni, Gabriele Prati, Barbara Santoni

Il libro è strutturato in due parti. La prima analizza la storia dei pregiudizi e della discriminazione verso persone omosessuali e transessuali e descrive la loro situazione attuale. Questa parte è divisa in tre capitoli:
PARTE I:
Cap. 1: Omosessualità  e omofobia oggi (Gabriele Prati – Luca Pietrantoni)
Cap. 2: Origini sociali, culturali e storiche dell'omofobia (Davide Dèttore)
Cap. 3: La questione “trans” (Barbara Santoni)
La seconda parte descrive la formazione psicologica della propria identità in adolescenti omosessuali e transessuali, le dinamiche del pregiudizio nei contesti scolastici e descrive delle modalità di intervento per prevenire il bullismo omofobico, educare alle diversità sessuali e gestire l'integrazione delle nuove famiglie, costituite da genitori omosessuali. Questa parte è divisa in quattro capitoli:
PARTE II
Cap. 4: Identità  sessuali diverse in adolescenza (Santoni - Montano)
Cap.5: Le dinamiche del pregiudizio e della discriminazione nei contesti scolastici (Prati - Pietrantoni)
Cap. 6: Educare alle diversità e prevenire il bullismo omofobico nelle scuole (Santoni - Batini) 
Cap. 7 - Comprendere la diversità delle famiglie. Cosa gli insegnanti dovrebbero conoscere
(Antonella Montano)

 Il volume è rivolto a insegnanti, a tutti gli operatori del lavoro sociale (psicologi, formatori, educatori, orientatori, animatori ecc.) e a tutte le persone interessate ad approfondire questi argomenti e ad avere degli strumenti operativi per affrontarli in contesti diversi.

27 novembre 2009

Negri, froci e giudei di Gian Antonio Stella

Il presente letto attraverso le lenti 
del passato, il difficile rapporto con 
l'altro esaminato assecondando il 
ritmo lugubre dell'odio e del 
determinismo razziale, cosa siamo 
diventati e cosa siamo destinati ad 
essere, in questo presente senza 
luce, aggredito dai fantasmi di 
un'epoca lontana. Gian Antonio 
Stella alle prese con la lugubre 
contemporaneità, in un libro 
(Negri, froci, giudei & co., Rizzoli, 
331 pagg., 19.,50 euro) amaro, 
istruttivo, feroce e profondamente 
radicato nelle viscere più nascoste 
dell'Italia odierna.  (Fonte: Anticipazioni da: 'La crociata contro il diverso', il Fatto Quotidiano di giovedi' 26 novembre 2009).



 Terapia dell'Avversione è il nome 
affibbiato a non meno di sei diversi sistemi per tentare di rendere 
un maschio "avverso" ai partner 
maschi. La maggior parte di tali 
tecniche comporta l'esibizione 
di una foto di un maschio nudo a 
un uomo nel momento in cui gli 
viene somministrata una scossa 
elettrica, o un attimo prima che 
gli siano provocati convulsioni o 
vomito indotti da medicinali.

Sebbene la maggior parte di tali procedimenti sia stata eseguita in isti
tuti dal nome rispettabile sia in 
Gran Bretagna che negli Stati Uniti, essi sono oggetto di imbarazzo 
professionale e derisione. Di solito essi comportano per il paziente un certo numero di scosse (al
meno una al giorno) finché egli 
non dice di essere "guarito", spes
so a un medico il quale in quel mo
mento è pronto a prescrivere 
un'altra puntura o un'altra scossa 
nel caso il paziente dicesse di non 
essere guarito.

Una variante di 
questa tecnica consiste nel mettere il paziente in una stanza buia, 
con le istruzioni di masturbarsi fi
no a raggiungere l'orgasmo e in 
quel momento gridare "Pronto", 
al che il dottore gira un interrut
tore che fa illuminare una foto di 
una "stupenda ragazza".

In un 
esempio particolarmente divertente, riferito da una clinica italia
na, il paziente viene sottoposto a 
diverse settimane di duro trattamento, dopo di che viene portato 
a sedersi a una scrivania al di là 
della quale un vecchio dottore 
con una lunga barba passa a mostrargli delle foto nude di "bellissimi maschi". A metà dell'esibizione il dottore allunga la mano 
sotto la scrivania e tasta il pene del 
paziente per controllare se si sta 
irrigidendo. Evidentemente ciò 
non è accaduto: il medico riferisce di aver ottenuto il cento per 
cento delle guarigioni.

(C.A. Tripp, psicologo e ricercatore a 
New York che fu anche collaboratore 
di Alfred Kinsey, in Paolo Pedote e Giuseppe Lo Presti, "Omofobia", 2003.) 


21 novembre 2009

La storia dei sogni

" È difficile per un analista pensare al lavoro con i suoi pazienti senza l'aiuto dei sogni.

 Sono rare infatti le analisi in cui mancano completamente sogni e comunque la loro assenza deve poter essere interpretata come un sintomo alla luce degli eventi emergenti nel transfert.



... il sogno è considerato oggi, molto più che nel passato, un fondamentale strumento di conoscenza.

Esso resta, come per Freud (1900), «la via regia per l'inconscio», ma le possibilità conoscitive che arricchiscono questo studio sono molto maggiori oggi rispetto al passato.

Freud aveva conferito al sogno, forse riduttivamente, il compito essenziale di soddisfare allucinatoriamente un desiderio rimosso.

Oggi le potenzialità di conoscenza e insight che può avere il sogno sono notevolmente aumentate in quanto, rispetto a Freud, è aumentata l'importanza che viene conferita al transfert.

È infatti quest'ultimo che, attraverso il sogno, può manifestarsi nei suoi aspetti più intimi.

Il sogno è stato da me definito come una «finestra» aperta sul transfert (Mancia, 2000), in questa misura diventando uno straordinario strumento di indagine di questa componente essenziale della relazione analitica.

Basti ricordare che Bion già negli anni sessanta aveva proposto per il sogno il compito di trasformare le esperienze emotive e sensomotorie della veglia in pensiero.

Tale processo trasformativo conferisce una continuità alla vita mentale nel passare dalla veglia, dominata da fantasie, al sonno, dominato dai sogni..."

tratto da:
'il sogno e la sua storia' (dall'attualita' all'antichita')

Mauro Mancia
Marsilio, Venezia, 2004

13 novembre 2009

La morte mi fa sorridere (Alda Merini)


«La fede? Non l'ho mai abbandonata, a volte in manicomio ho avuto la sensazione di percepire la presenza di Dio. Ma certo che con Lui talvolta mi sono anche arrabbiata, ne avrei tante da dirgli».

Alda Merini è morta il 10 novembre, a 78 anni, lasciando versi che ne fanno una delle poetesse italiane più importanti del '900.

L'avevo incontrata due mesi fa, a casa sua. Tra una sigaretta e l'altra, aveva parlato di tutto.

Ha paura di lasciare questo mondo? «No. La morte mi fa sorridere, come le altre paure. Anche l'amore spaventa. Le persone hanno paura di soffrire, quasi fosse una malattia da evitare. C'è persino chi si suicida per amore, una scelta incomprensibile. Non dovrebbe mai sfociare nel possesso, richiede rispetto. Certo comporta un rischio, la delusione, che va accettato in partenza».

È vero che si è innamorata anche del suo neuropsichiatra, il dottor G., del Pini di Milano e persino di un prete?
«Il mio medico era tutto, da lui dipendeva la mia salvezza dopo che mio marito, pensando che fossi pazza, mi aveva abbandonato là dentro. Il dottor G. mi diceva che la scrittura poteva essere la mia vera medicina. Però mi mettevano anche la camicia di forza e praticavano l'elettrochoc. Quando mi innamorai del prete, ero una ragazzina, mi facevo bella per lui, ma scelse un'altra».

La poesia quasi le faceva vincere il Nobel per la Letteratura. Ci sperava davvero?
«Non mi avrebbe cambiato la vita, ma non mi sarebbe dispiaciuto. Scrivere mi ha aiutato ad affrontare quella condizione di solitudine infinita che appartiene a ogni essere umano. Il manicomio era un lager, però là ho imparato il senso della libertà e non ho mai avuto dubbi che sarei uscita. Ma poi fuori che delusione. Almeno i matti erano simpatici».

Le piace l'Italia di oggi?
«lo sto bene dentro la mia casa, aperta a tutti, ed esco molto poco. Guardo il Paese dalla Tv, e lo ascolto dagli amici che me lo raccontano. Tutti parlano, scrivono, pubblicano e pochi leggono le poesie. Per sapere scrivere servono invece impegno, studio e talento, doti che forse mancano a questo Paese arrogante».

fonte: LA MORTE MI FA SORRIDERE , L'ultima intervista con lo poetessa: la paura, il Nobel e l'Italia, di Angelo Sarasi

La morte mi fa sorridere (Alda Merini)


«La fede? Non l'ho mai abbandonata, a volte in manicomio ho avuto la sensazione di percepire la presenza di Dio. Ma certo che con Lui talvolta mi sono anche arrabbiata, ne avrei tante da dirgli».

Alda Merini è morta il 10 novembre, a 78 anni, lasciando versi che ne fanno una delle poetesse italiane più importanti del '900.

L'avevo incontrata due mesi fa, a casa sua. Tra una sigaretta e l'altra, aveva parlato di tutto.

Ha paura di lasciare questo mondo? «No. La morte mi fa sorridere, come le altre paure. Anche l'amore spaventa. Le persone hanno paura di soffrire, quasi fosse una malattia da evitare. C'è persino chi si suicida per amore, una scelta incomprensibile. Non dovrebbe mai sfociare nel possesso, richiede rispetto. Certo comporta un rischio, la delusione, che va accettato in partenza».

È vero che si è innamorata anche del suo neuropsichiatra, il dottor G., del Pini di Milano e persino di un prete?
«Il mio medico era tutto, da lui dipendeva la mia salvezza dopo che mio marito, pensando che fossi pazza, mi aveva abbandonato là dentro. Il dottor G. mi diceva che la scrittura poteva essere la mia vera medicina. Però mi mettevano anche la camicia di forza e praticavano l'elettrochoc. Quando mi innamorai del prete, ero una ragazzina, mi facevo bella per lui, ma scelse un'altra».

La poesia quasi le faceva vincere il Nobel per la Letteratura. Ci sperava davvero?
«Non mi avrebbe cambiato la vita, ma non mi sarebbe dispiaciuto. Scrivere mi ha aiutato ad affrontare quella condizione di solitudine infinita che appartiene a ogni essere umano. Il manicomio era un lager, però là ho imparato il senso della libertà e non ho mai avuto dubbi che sarei uscita. Ma poi fuori che delusione. Almeno i matti erano simpatici».

Le piace l'Italia di oggi?
«lo sto bene dentro la mia casa, aperta a tutti, ed esco molto poco. Guardo il Paese dalla Tv, e lo ascolto dagli amici che me lo raccontano. Tutti parlano, scrivono, pubblicano e pochi leggono le poesie. Per sapere scrivere servono invece impegno, studio e talento, doti che forse mancano a questo Paese arrogante».

fonte: LA MORTE MI FA SORRIDERE , L'ultima intervista con lo poetessa: la paura, il Nobel e l'Italia, di Angelo Sarasi

9 novembre 2009

Psicopatologia di una nazione

La lunga citazione che segue e' tratta dal libro di Curzio Maltese: " La Bolla" (la pericolosa fine del sogno berlusconiano), Feltrinelli, Milano, 2009. Riporto parte della citazione di una intervista televisiva di Mauro Mancia, psicoanalista italiano recentemente scomparso, il quale parlava della psicopatologia di Berlusconi e degli aspetti legati al disturbo narcisistico di personalita', al meccanismo di identificazione proiettiva, e al problema dell'invidia.


In merito al problema narcisistico leggi anche il post sul narcisismo, rispetto all'identificazione proiettiva leggi anche il post: identificazione e proiezione.

"... I primi a spiegarmi perché Berlusconi "non stava bene" furono, dieci anni fa, due grandi psicoanalisti italiani, Mauro Mancia e Arnaldo Novelletto. Entrambi splendide persone, entrambi scomparsi da pochi anni. La diagnosi di Mancia era di un forte disturbo narcisistico della personalità. Andò a spiegarlo in televisione, in una puntata dell'Infedele di Gad Lerner, con il prevedibile effetto di scatenare il linciaggio da parte della corte da destra, con il solito codardo silenzio-assenso da sinistra.

A distanza di tempo, le parole di Mancia suonano profetiche:

"Berlusconi è un interessante caso di psicopatologia. Un narcisista estremo, che sostituisce la realtà con una propria visione. Ha modalità che noi riscontriamo spesso nell' esperienza clinica: per esempio, la negazione. Lui nega tutto quello che è evidente. Alla negazione è collegata la menzogna. La bugia costituisce la regola relazionale e alla base c'è un processo che noi chiamiamo 'di identificazione proiettiva' e che consiste in un' operazione della mente per cui parti proprie generalmente sgradevoli, negative, vengono proiettate, cioè messe nell'altro. Allora l'altro diventa il ricettacolo delle parti peggiori di sé. Questo è evidente quando Berlusconi attribuisce agli avversari i propri difetti, in primo luogo la menzogna".

In secondo luogo, si potrebbe aggiungere, le tentazioni autoritarie. Berlusconi ha proiettato per quindici anni in una sinistra "comunista" e "liberticida" che esisteva soltanto nella sua mente le proprie pulsioni autoritarie, la volontà non di prevalere sull'avversario, nel libero gioco democratico, ma di distruggere il nemico con qualsiasi mezzo. Quando il centrosinistra al governo è stato semmai fin troppo tenero con l'avversario, evitando con cura di varare una legge sul conflitto di interessi e una riforma televisiva liberale.

Ma dove il meccanismo di proiezione raggiunge il picco è riguardo al sentimento forse più forte provato nella vita da Berlusconi: l'invidia.

È ricchissimo, celebre, osannato, ma incarna tutte le invidie tipiche del borghese piccolo piccolo.

È invidioso di molti: di chi è più bello, più alto, più colto, di chi ha più capelli e di chi non ha bisogno di potere o danaro per conquistare una donna. Era invidiosissimo di Indro Montanelli, che mi confessò, con un certo pudore, di averlo capito troppo tardi. Ha sempre invidiato personalità affascinanti come Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari, per non parlare di Gianni Agnelli.

"Vive un complesso di inferiorità spaventoso, compensato con deliri da megalomane," era la sintesi di Mancia.

Sentimento che raggiunge il parossismo nei vertici internazionali, dove reagisce cercando di farsi notare, se non per il meglio, per il peggio: come quando urla "Mister Obamaaa!" infastidendo la regina d'Inghilterra, oppure fa cucù o le corna nelle foto di gruppo. Il suo è un complesso di inferiorità su vasta scala, fisico, psicologico, culturale.

Non ha mai imparato a usare l'italiano.

Si sforza di usare un eloquio forbito, a tratti manierato, con esiti ridicoli ("Mi consenta ... ").

Ha abolito il congiuntivo come Aldo Biscardi e ogni tanto si avventura in un latino maccheronico. Quante volte l'abbiamo sentito dire: "simul stabunt, simul cadunt", invece di cadent, immagino perché fa rima. Esausto in breve di tali voli pindarici, ripiega poi sulla barzelletta, il gioco di parole greve, il gergo aziendale. "Non ha mai avuto tempo di leggere molto," lo giustifica l'amico di sempre Fedele Confalonieri.

Ma quanto deve aver sofferto l'inferiorità, quest'uomo "piccolo, calvo, dotato dell' eleganza di un manichino dei grandi magazzini" (Mancia) per rendersi patetico agli occhi di tutti, e a settant'anni suonati, con la chirurgia estetica, i capelli appiccicati, il trucco pesante, le tenute sportive da cumenda giovanilista, i rialzi nelle scarpe già dotate di tacchi da far impallidire le Oba Oba del carnevale di Rio! Tanto ha sofferto da attribuire all'altro questa invidia così dura da sopportare: agli avversari politici - a cominciare dagli invidiati Montanelli, Caracciolo, Scalfari.

Tutta gente che a lui aveva, e ha, davvero nulla da invidiare.

"Chi lo invidia sta semmai dalla sua parte," ha scritto Michele Serra, "perché vorrebbe essere come lui."

Chi lo avversa in genere lo disprezza, o semplicemente misura la noia di doversi occupare da tanto tempo di un personaggio così mediocre.

Almeno Mussolini era geniale, e perfino Craxi, al confronto, sembra un gigante del pensiero politico. "

Curzio Maltese, La Bolla, Feltrinelli, Milano, 2009

Psicopatologia di una nazione

La lunga citazione che segue e' tratta dal libro di Curzio Maltese: " La Bolla" (la pericolosa fine del sogno berlusconiano), Feltrinelli, Milano, 2009. Riporto parte della citazione di una intervista televisiva di Mauro Mancia, psicoanalista italiano recentemente scomparso, il quale parlava della psicopatologia di Berlusconi e degli aspetti legati al disturbo narcisistico di personalita', al meccanismo di identificazione proiettiva, e al problema dell'invidia.


In merito al problema narcisistico leggi anche il post sul narcisismo, rispetto all'identificazione proiettiva leggi anche il post: identificazione e proiezione.

"... I primi a spiegarmi perché Berlusconi "non stava bene" furono, dieci anni fa, due grandi psicoanalisti italiani, Mauro Mancia e Arnaldo Novelletto. Entrambi splendide persone, entrambi scomparsi da pochi anni. La diagnosi di Mancia era di un forte disturbo narcisistico della personalità. Andò a spiegarlo in televisione, in una puntata dell'Infedele di Gad Lerner, con il prevedibile effetto di scatenare il linciaggio da parte della corte da destra, con il solito codardo silenzio-assenso da sinistra.

A distanza di tempo, le parole di Mancia suonano profetiche:

"Berlusconi è un interessante caso di psicopatologia. Un narcisista estremo, che sostituisce la realtà con una propria visione. Ha modalità che noi riscontriamo spesso nell' esperienza clinica: per esempio, la negazione. Lui nega tutto quello che è evidente. Alla negazione è collegata la menzogna. La bugia costituisce la regola relazionale e alla base c'è un processo che noi chiamiamo 'di identificazione proiettiva' e che consiste in un' operazione della mente per cui parti proprie generalmente sgradevoli, negative, vengono proiettate, cioè messe nell'altro. Allora l'altro diventa il ricettacolo delle parti peggiori di sé. Questo è evidente quando Berlusconi attribuisce agli avversari i propri difetti, in primo luogo la menzogna".

In secondo luogo, si potrebbe aggiungere, le tentazioni autoritarie. Berlusconi ha proiettato per quindici anni in una sinistra "comunista" e "liberticida" che esisteva soltanto nella sua mente le proprie pulsioni autoritarie, la volontà non di prevalere sull'avversario, nel libero gioco democratico, ma di distruggere il nemico con qualsiasi mezzo. Quando il centrosinistra al governo è stato semmai fin troppo tenero con l'avversario, evitando con cura di varare una legge sul conflitto di interessi e una riforma televisiva liberale.

Ma dove il meccanismo di proiezione raggiunge il picco è riguardo al sentimento forse più forte provato nella vita da Berlusconi: l'invidia.

È ricchissimo, celebre, osannato, ma incarna tutte le invidie tipiche del borghese piccolo piccolo.

È invidioso di molti: di chi è più bello, più alto, più colto, di chi ha più capelli e di chi non ha bisogno di potere o danaro per conquistare una donna. Era invidiosissimo di Indro Montanelli, che mi confessò, con un certo pudore, di averlo capito troppo tardi. Ha sempre invidiato personalità affascinanti come Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari, per non parlare di Gianni Agnelli.

"Vive un complesso di inferiorità spaventoso, compensato con deliri da megalomane," era la sintesi di Mancia.

Sentimento che raggiunge il parossismo nei vertici internazionali, dove reagisce cercando di farsi notare, se non per il meglio, per il peggio: come quando urla "Mister Obamaaa!" infastidendo la regina d'Inghilterra, oppure fa cucù o le corna nelle foto di gruppo. Il suo è un complesso di inferiorità su vasta scala, fisico, psicologico, culturale.

Non ha mai imparato a usare l'italiano.

Si sforza di usare un eloquio forbito, a tratti manierato, con esiti ridicoli ("Mi consenta ... ").

Ha abolito il congiuntivo come Aldo Biscardi e ogni tanto si avventura in un latino maccheronico. Quante volte l'abbiamo sentito dire: "simul stabunt, simul cadunt", invece di cadent, immagino perché fa rima. Esausto in breve di tali voli pindarici, ripiega poi sulla barzelletta, il gioco di parole greve, il gergo aziendale. "Non ha mai avuto tempo di leggere molto," lo giustifica l'amico di sempre Fedele Confalonieri.

Ma quanto deve aver sofferto l'inferiorità, quest'uomo "piccolo, calvo, dotato dell' eleganza di un manichino dei grandi magazzini" (Mancia) per rendersi patetico agli occhi di tutti, e a settant'anni suonati, con la chirurgia estetica, i capelli appiccicati, il trucco pesante, le tenute sportive da cumenda giovanilista, i rialzi nelle scarpe già dotate di tacchi da far impallidire le Oba Oba del carnevale di Rio! Tanto ha sofferto da attribuire all'altro questa invidia così dura da sopportare: agli avversari politici - a cominciare dagli invidiati Montanelli, Caracciolo, Scalfari.

Tutta gente che a lui aveva, e ha, davvero nulla da invidiare.

"Chi lo invidia sta semmai dalla sua parte," ha scritto Michele Serra, "perché vorrebbe essere come lui."

Chi lo avversa in genere lo disprezza, o semplicemente misura la noia di doversi occupare da tanto tempo di un personaggio così mediocre.

Almeno Mussolini era geniale, e perfino Craxi, al confronto, sembra un gigante del pensiero politico. "

Curzio Maltese, La Bolla, Feltrinelli, Milano, 2009

6 novembre 2009

Epidemiologia dei Disturbi dell'Umore

La prevalenza nel corso della vita dei Disturbi dell'Umore varia dal 2% al 25%; quella del Disturbo Bipolare è dell' 1-6,5%; quella del Disturbo Depressivo Maggiore negli uomini è del 2,6%-5,5% e, nelle donne, del 6%-11,8%.


In merito ai Disturbi Depressivi la loro prevalenza ( 9 - 20%) e' tale da renderli la patologia psichiatrica piu' frequente in assoluto.

Il Disturbo Depressivo Maggiore è inoltre più frequente tra gli individui separati o divorziati e in quelli affetti da patologie di natura non psichiatrica.

È da considerare comunque che il 10%-15 % dei pazienti diagnosticati inizialmente come affetti da Disturbo Depressivo Maggiore riceve in seguito una diagnosi definitiva di Disturbo Bipolare e che i Disturbi dell'Umore, infine, sono sempre più frequenti e colpiscono soggetti sempre più giovani specie per quanto riguarda il Disturbo Bipolare.

Nel 10-15% dei casi si verifica la complicanza più grave di tali Disturbi che consiste nel suicidio.
I tentativi suicidiari sono inoltre 41 volte più frequenti nei pazienti con depressione rispetto a quelli con altre diagnosi.
Il rischio che i tentativi suicidiari abbiano un esito fatale è maggiore negli uomini che nelle donne, in caso di recente perdita di una persona cara, di celibato o nubilato, nell'età avanzata, nella depressione grave specie con ansia, disperazione e/o sintomi psicotici (con allucinazioni imperative), in caso di pregressi tentativi di suicidio o di casi di suicidio in famiglia, di abuso di sostanze, e di pianificazione del suicidio e disponibilità di mezzi idonei a metterlo in atto (che possono fare apparire il paziente "migliorato" o guarito durante il periodo immediatamente precedente).

La Depressione ad insorgenza nel postpartum si osserva nel 10% dei casi; negli anziani si presenta in una percentuale di casi variabile dal 2% al 16%; sintomi depressivi sono presenti nel 30% degli adolescenti nei quali è frequente la comorbilità con l'abuso di sostanze e l'associazione con comportamenti antisociali.

La depressione compromette in misura grave le condizioni generali del paziente e il suo funzionamento lavorativo, familiare e sociale e comporta un aumentato tasso di morbilità e mortalità legato all'aumentato rischio di incidenti, all'abuso di sostanze e allo sviluppo di affezioni somatiche.

Epidemiologia dei Disturbi dell'Umore

La prevalenza nel corso della vita dei Disturbi dell'Umore varia dal 2% al 25%; quella del Disturbo Bipolare è dell' 1-6,5%; quella del Disturbo Depressivo Maggiore negli uomini è del 2,6%-5,5% e, nelle donne, del 6%-11,8%.


In merito ai Disturbi Depressivi la loro prevalenza ( 9 - 20%) e' tale da renderli la patologia psichiatrica piu' frequente in assoluto.

Il Disturbo Depressivo Maggiore è inoltre più frequente tra gli individui separati o divorziati e in quelli affetti da patologie di natura non psichiatrica.

È da considerare comunque che il 10%-15 % dei pazienti diagnosticati inizialmente come affetti da Disturbo Depressivo Maggiore riceve in seguito una diagnosi definitiva di Disturbo Bipolare e che i Disturbi dell'Umore, infine, sono sempre più frequenti e colpiscono soggetti sempre più giovani specie per quanto riguarda il Disturbo Bipolare.

Nel 10-15% dei casi si verifica la complicanza più grave di tali Disturbi che consiste nel suicidio.
I tentativi suicidiari sono inoltre 41 volte più frequenti nei pazienti con depressione rispetto a quelli con altre diagnosi.
Il rischio che i tentativi suicidiari abbiano un esito fatale è maggiore negli uomini che nelle donne, in caso di recente perdita di una persona cara, di celibato o nubilato, nell'età avanzata, nella depressione grave specie con ansia, disperazione e/o sintomi psicotici (con allucinazioni imperative), in caso di pregressi tentativi di suicidio o di casi di suicidio in famiglia, di abuso di sostanze, e di pianificazione del suicidio e disponibilità di mezzi idonei a metterlo in atto (che possono fare apparire il paziente "migliorato" o guarito durante il periodo immediatamente precedente).

La Depressione ad insorgenza nel postpartum si osserva nel 10% dei casi; negli anziani si presenta in una percentuale di casi variabile dal 2% al 16%; sintomi depressivi sono presenti nel 30% degli adolescenti nei quali è frequente la comorbilità con l'abuso di sostanze e l'associazione con comportamenti antisociali.

La depressione compromette in misura grave le condizioni generali del paziente e il suo funzionamento lavorativo, familiare e sociale e comporta un aumentato tasso di morbilità e mortalità legato all'aumentato rischio di incidenti, all'abuso di sostanze e allo sviluppo di affezioni somatiche.

3 novembre 2009

Suicidi in carcere


Sono 82 le persone morte nelle carceri italiane nel 2009 (secondo i dati di Ristretti Orizzonti). Nella maggior parte dei casi, suicidi; qualcuno morto per cause naturali. Quante di queste morti
si potevano evitare?

Aziz, marocchino, 34 anni, 03 gennaio 2009, Suicidio, Spoleto. Era al quarto piano nella sezione di media sicurezza. Si é impiccato.

Salvatore Mignone, 37 anni, 04 gennaio 2009,0micidio,Secondigliano (Na). In stato di semilibertà, stava rientrando in carcere quando e stato ucciso dai sicari.

Edward Ugwoj Osuagwu, 35 anni, I7 gennaio 2009, Suicidio, Alessandria. Partito dall'Olanda, era arrivato a Torino alla fine di aprile 2008 con un rosario, una Bibbia e la pancia piena di cocaina.

Rocco Lo Presti, 72 anni, 24 gennaio 2009, Da accertare, Torino. ll giorno prima della morte era divenuta definita la condanna per associazione mafiosa. Sarebbe stato colpito da un attacco cardiaco.

Detenuto croato, 37 anni, 26 gennaio 2009, Suicidio, Poggioreale (Na).
ll detenuto era seguito da uno psichiatra del carcere. La sera precedente al suicidio aveva chiesto, invano, di poter parlare con un medico.

Francesco Lo Bianco, 28 anni, 27 gennaio 2009...

fonte: il fatto quotidiano di oggi 3 novembre 2009 "Aziz e gli altri 81, il lungo elenco di donne e uomini entrati in carcere e usciti morti"

Tornare a vivere


"Fotografie di volti e corpi, immagini tratte dall'archivio delle certezze psichiatriche, pazzi, deliranti, idioti, prostitute, esistenze coattivamente devolute a costituire l'inconfutabile prova dll'esistenza scientifica di due universi, quello dei galantuomini e quello dei miserabili".

(Dalla prefazione al libro di Uliano Lucas, Fotografie di volti).

Giovanni Santi,
Tornare a vivere
Petruzzi Editore, Città di Castello, 2000

Clinica in psichiatria: Attacchi di Panico

L’attacco di panico viene descritto come un episodio durante il quale il soggetto sperimenta una sensazione di catastrofe imminente con paura di “impazzire” o di perdere il controllo o di morire, accompagnata da sintomi somatici diversi, tra i quali dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sensazione di soffocamento.

Ogni attacco dura, in media, da 20 a 30 minuti e costringe la persona colpita a cercare aiuto. Comunemente il paziente si reca in un pronto soccorso con il timore che i sintomi avvertiti (specie se respiratori o cardiaci) indichino una condizione di grave patologia che egli avverte come potenzialmente letale.

L'agorafobia rappresenta una condizione nella quale l'ansia viene provata nei confronti di luoghi aperti.

Il DSM-IV-TR vi equipara anche situazioni come lo stare in spazi e in mezzi di locomozione pubblici dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi o nei quali non potrebbe esserci aiuto in caso di sintomi di panico.

Conseguenza di cio' sono i comportamenti di evitamento (il soggetto si tiene cioe' lontano dai luoghi descritti) oppure una chiara riluttanza rispetto a tali situazioni, per paura (ansia anticipatoria) che provochino un attacco, o la necessita di procurarsi un accompagnatore.

E' quindi comune che questi soggetti tendano a restare chiusi in casa per uscirne solo in compagnia, cosa da cui derivano inevitabili difficolta per la loro vita, specie scolastica e lavorativa.

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sommario sul Panico

29 ottobre 2009

Battaglia sul testamento biologico

leggi anche nel sito:
DDL testamento biologico
i medici a proposito del testamento biologico
a proposito di idratazione e nutrizione
appello sul testamento biologico

La notizia è riportata da tutti i principali quotidiani nazionali. Si riapre la battaglia politica sul testamento biologico. Ieri la commissione Affari sociali ha votato sul discusso Ddl Calabrò approvato dal Senato. Lo scontro politico è molto aspro: Idv e Pd annunciano una durissima battaglia in Aula, mentre parti della maggioranza e la Chiesa insistono per mantenere inalterato il testo licenziato dal Senato.

«Si riparte - scrive La Stampa - dal biotestamento approvato al Senato, cioè la legge difesa dalla Cei e bollata da Fini come "norma da Stato etico". Ieri in commissione Affari sociali hanno votato a favore della proposta del relatore Di Virgilio (Pdl) 24 esponenti della maggioranza con l'Udc. Contrari 18 deputati, inclusa, a sorpresa, la teodem Paola Binetti. L'opposizione, dopo le aperture di Fini, puntava ad una riscrittura del testo licenziato da Palazzo Madama e ora insorge («vogliono lo scontro») mentre l'Idv minaccia l'ostruzionismo.»

«Il relatore - continua il pezzo - si dice pronto a prendere in considerazioni modifiche nel corso dell'iter del provvedimento alla Camera. "Siamo nel bicameralismo, non si può ignorare il lavoro di un ramo del Parlamento, che ha registrato ben settanta votazioni in un iter del provvedimento che è durato mesi - precisa -. Sono disponibile a migliorare il testo e a fare tutto il possibile per renderlo più vicino ai bisogni della gente"».

«La Commissione - conclude il quotidiano torinese - dovrebbe stabilire il 12 novembre come data ultima per la presentazione degli emendamenti. Restano comunque aperte le questioni più spinose, come il valore non vincolante delle Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) e la gestione del rapporto medico-paziente».

22 ottobre 2009

Sogno o son desto?

Una sorta di sonno 'artificiale', senza sonno, ovvero da svegli. Una pillola al posto di coperta e cuscino. Arriva dalle pagine di Nature una delle più sorprendenti novità nel campo della ricerca medica: la sperimentazione in Pennsylvania di un composto che riuscirebbe a far «riposare» il cervello pur rimanendo svegli. Le applicazioni, in un mondo sempre più «malato di sonno», potrebbero essere vastissime.


«Per chi considera il sonno un nemico - si legge sul quotidiano la Repubblica - si apre la strada per barattare una notte di riposo con una pillola. Una medicina capace di ridare smalto a una testa appesantita da troppe ore a occhi aperti è in sperimentazione all'università della Pennsylvania, a Filadelfia. Promette, manipolando gli enzimi del cervello, di mimare gli effetti del dormire, illuminando ancora di più notti già colonizzate da lavoro, studio o voglia di divertimento. E punta a risolvere quello che sembra essere diventato oggi uno dei problemi principali della società: restare svegli».

«Finora - continua l'articolo - della pillola contro la carenza di sonno hanno beneficiato alcuni topolini di laboratorio, sottoposti ai test preliminari nel corso degli ultimi mesi. Ma Ted Abel, il coordinatore dell'équipe di ricercatori americani, si rende perfettamente conto delle enormi potenzialità che il suo farmaco ha, andando a toccare, come spiega, "uno dei problemi più importanti della nostra società, cronicamente affetta da carenza di sonno". I risultati preliminari dei suoi studi sono pubblicati oggi su Nature».

«La mancanza di riposo - si legge ancora - riportavano a giugno i dati del congresso degli esperti di medicina del sonno americani, riguarda il 55 per cento degli adulti, che dorme non più di 7 ore contro le 8 consigliate. In Italia 41 milioni di persone usano il caffè per tenersi svegli, e in 4 milioni superano la dose massima consigliata di 5 tazzine al giorno, come segnalano i dati dell'Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione.

«La soluzione che Abel propone - conclude Repubblica - va a toccare l'ippocampo, l'area del cervello che interviene nel processo di memorizzazione, e una di quelle più compromesse dalla mancanza di riposo. "Abbiamo identificato - spiegano i ricercatori - il meccanismo attraverso il quale la mancanza di sonno altera il funzionamento dell'ippocampo. La carenza di riposo causa nel cervello l'aumento dell'enzima Pde4 che a sua volta distrugge la molecola cAmp, il cui ruolo è quello di rendere efficiente il processo di memorizzazione"».

fonte: repubblica

link nel sito: sonno e disturbi del sonno

14 ottobre 2009

Antidepressivi e neoplasie mammarie

Uno studio evidenza come la terapia psicofarmacologica a base di farmaci antidepressivi interferisce con la terapia a base di farmaci antineoplastici e favorisce la comparsa di recidive del carcinoma mammario.

Le donne che assumono Tamoxifene ( Nolvadex ) assieme ad alcuni farmaci antidepressivi, presentano un aumento del rischio di recidiva di tumore alla mammella, rispetto alle donne che assumono solamente il Tamoxifene.

I farmaci: Paroxetina ( Seroxat ), Fluoxetina ( Prozac ) e Sertralina ( Zoloft ) sono inibitori moderati-potenti del citocromo P2D6 ( CYP2D6 ), mentre gli antidepressivi come la Fluvoxamina ( Dumirox ), Citaloprom ( Seropram ) ed Escitalopram ( Entact ) sono considerati inibitori più deboli.

Gli inibitori CYP2D6 bloccano l’attivazione del Tamoxifene, un farmaco che trova indicazione nel trattamento del carcinoma mammario ER-positivo nelle pazienti in età postmenopausale.

Lo studio ha coinvolto circa 1.300 donne a cui era stato prescritto il Tamoxifene per il trattamento del carcinoma alla mammella nel periodo 2003-2005, e seguite per almeno 2 anni ( follow-up medio: 2,7 anni ).

Sono state messe a confronto 353 donne che avevano assunto potenti inibitori di CYP2D6, con 945 donne trattate solamente con Tamoxifene. Le donne che avevano assunto contemporaneamente inibitori CYP2D6 e Tamoxifene hanno presentato una percentuale di recidiva di tumore alla mammella del 13,9%, rispetto al 7,5% delle donne che hanno assunto solamente Tamoxifene.

I Ricercatori hanno compiuto un’ulteriore indagine da cui è emerso che le donne che avevano assunto Fluoxetina, Paroxetina e Sertralina presentavano una recidiva di cancro al seno del 16%, più che doppia rispetto alle donne in trattamento con il solo Tamoxifene.

Le donne trattate con inibitori CYP2D6 più deboli e con Tamoxifene hanno presentato una percentuale di recidiva dell’8%, senza un aumento del rischio tumorale.

Xagena Medicina, ASCO Meeting, 2009

8 ottobre 2009

Parto prematuro da farmaci antidepressivi


Le gestanti che prendono antidepressivi hanno il rischio raddoppiato di un parto prematuro. Inoltre il bebe' rischia maggiormente di dover rimanere in un reparto di terapia intensiva neonatale e puo' mostrare i segni dell'astinenza da questi farmaci. Lo dimostra uno studio diretto da Najaaraq Lund del Bandim Health Project in Guinea-Bissau, e pubblicato sulla rivista Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine.

La ricerca giustifica la necessita' di maggiore attenzione alla possibilita' che il feto venga esposto ai farmaci antidepressivi presi dalla madre.

Gia' in passato si era dimostrato che i farmaci antidepressivi possono oltrepassare la barriera della placenta e tracce di essi si ritrovano anche nel sangue del cordone ombelicale.

Poiche' una donna su dieci in gravidanza soffre di depressione non e' remota la possibilita' che segua una cura a base di antidepressivi, bisogna capire bene, dunque, se questi possano far male al feto.

L'esperta ha considerato 57.000 gravidanze e parti avvenuti presso la Aarhus University Hospital di Skejby, Danimarca tra 1989 e 2006. E' emerso che se la gestante era in cura con antidepressivi il rischio di un parto prematuro risultava radoppiato e comunque la donna partorisce in media 5 giorni prima rispetto a quelle che non prendono antidepressivi.

Inoltre il bebe' rischia di piu' di dover rimanere in un reparto di terapia intensiva neonatale e puo' mostrare i segni caratteristici dell'astinenza da farmaci (ittero, tremolii, infezioni, problemi respiratori).

Bisogna dunque valutare bene rischi e benefici di una terapia a base di antidepressivi nella donna in stato di gravidanza, concludono gli esperti.

(ANSA, 6 ottobre)

link nel sito:
gravidanza e farmaci anti depressivi
farmacoterapia ed allattamento

24 settembre 2009

Last Tango in Paris



Immagini dal film "Ultimo Tango a Parigi", Bernardo Bertolucci, 1972 - Colonna sonora del video: Gotan Project e Gato Barbieri.


link nel sito:
Relazioni uomo donna
Cinema e psichiatria

19 settembre 2009

Meta-analisi su psicofarmaci ed allattamento

Una metanalisi su psicofarmaci ed allattamento al seno.

(altri link nel sito: antidepressivi ed ansiolitici durante il periodo dell'allattamento )

Solo per i due terzi degli psicofarmaci attualmente in commercio, è stata valutata la sicurezza durante l’allattamento al seno.

È quanto emerge dalla revisione sistematica della letteratura medica condotta dai ricercatori del Laboratorio per la Salute Materno Infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano e pubblicata sul numero di settembre della prestigiosa rivista Pediatrics.

Sono stati analizzati 183 studi relativi a 62 psicofarmaci dei 96 disponibili (65%).

Per 34 psicofarmaci correntemente utilizzati (un terzo di quelli in commercio) non sono disponibili informazioni sulla loro sicurezza durante l’allattamento.

Considerando come sicuro per un lattante un farmaco che è assorbito attraverso il latte materno fino al 10% della dose assunta dalla mamma senza che compaia alcun effetto avverso, l’analisi ha evidenziato che solo 19 farmaci (31%) possono essere considerati sicuri durante l’allattamento al seno, 28 farmaci dovrebbero essere utilizzati con cautela; mentre 15 sono controindicati, come l’ansiolitico diazepam o l’antidepressivo citalopram, che inducono sonnolenza, irritabilità, coliche e ridotta suzione nel lattante.

L’uso dei farmaci deve essere sempre indicato dal medico e basarsi su evidenze di sicurezza ed efficacia. In alcune condizioni quali l’allattamento al seno, che deve essere sempre incentivato e solo raramente interrotto, la scelta del farmaco è spesso critica per la scarsa informazione disponibile e deve essere ponderata privilegiando quei pochi farmaci di dimostrata sicurezza.

Fonte: istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri

15 settembre 2009

Depressione e patologie neoplastiche

In merito a: depressione e patologia neoplastica.

La depressione non è mai un bene per la salute, ma quando a soffrirne è un malato di cancro il rischio è che le sue chance di farsi sopraffare della malattia siano molto più alte.

In media, addirittura del 25%, secondo l'analisi di 26 studi effettuata da ricercatori della British Columbia (Canada) e pubblicata sulla rivista 'Cancer'.

Analizzando i dati di quasi 9.500 pazienti e focalizzandosi sui tassi di sopravvivenza da uno a 10 anni, gli studiosi canadesi hanno rilevato che, fra i malati depressi, la percentuale di morti arriva a essere superiore del 39% rispetto a quella dei pazienti che non si fanno abbattere dalla malattia.

Gli autori precisano comunque che dovranno essere effettuati approfondimenti prima di affermare con certezza che esiste un collegamento fra 'male di vivere' e progressione di una neoplasia, anche se si sospetta che lo stress provocato dai disturbi psicologici possa avere un impatto sia sul corretto andamento delle terapie, sia sul sistema ormonale che regola anche lo sviluppo dei tumori.

fonte: adnkronos salute 15 settembre 2009

link nel sito:
patologia neoplastica e psicoterapia: uno studio
medicina mente - corpo

Malati di Internet (Web Addiction)

Ecco i sintomi per scoprire in anticipo se la passione per internet sta diventando patologica. Approfondisce il tema la Stampa.

«Ha solo dodici anni - racconta la Stampa - ma a Pechino è stato ricoverato a forza e sottoposto alla tortura dell'elettroshock: così i medici sono convinti di rimettergli la mente a posto e scongiurare il suo non invidiabile record: quattro giorni consecutivi appallottolato in un cybercafé, perpetuamente connesso, senza quasi toccare cibo e acqua. Sono milioni gli orientali e gli occidentali che hanno trasformato Facebook, Myspace, Youtube e Twitter in un'ossessione, prima, e in una forma di dipendenza, poi».

«Un centro specializzato di Seattle - continua l'articolo - battezzato ReSTART, ha elaborato la lista definitiva dei sintomi per capire se si è individui a rischio o si è già prigionieri delle sirene virtuali. Si naviga nel proprio sito preferito per contrastare lo stress e sentirsi un po' meglio. Giorno dopo giorno si passa sempre più tempo online, in un crescendo innaturale. L'umore non è quello solito, ma gli attacchi di rabbia diventano standard. Addio affetti e amici: li si trascura per stare incollati al pc. Non c'è attività capace di emozionare che non sia una di quelle provenienti dal Web. Si mente spudoratamente sul numero dei clic con cui si guarda il video preferito. Navigare diventa la scusa per mettere in secondo piano i compiti scolastici o le responsabilità di lavoro. Il pensiero corre sempre alle tentazioni del cybermondo, anche quando ci si dovrebbe concentrare su altro. Cresce il macigno dei sensi di colpa, perfino la vergogna, quando si è online e non si riesce a smettere. Si dorme sempre meno, perché la notte si tramuta nel momento magico delle evasioni internettiane. E, infine, insonnia a parte, ultimo indizio, che è un concentrato di segni psicosomatici. Può succedere di vedere se stessi in rapida e incontrollabile mutazione: bruschi cambiamenti in su o in giù di peso, emicranie via via più frequenti, dolori da mouse alla mano e al braccio».

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani


L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948

proclama

la presente Dichiarazione Universale dei Diritti Dell'Uomo come ideale da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo e ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
2. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale Paese o territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; La schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibiltà di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonchè della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

1. Ogni individuo accusato di reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie per la sua difesa.
2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetrato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, nè a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese.

Articolo 14

1. Ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, nè del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà privata sua personale o in comune con gli altri.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

1. Ogni individuo ha il diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.

Articolo 21

1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio Paese.
3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale nonchè alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un'esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, ad altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha il diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha il diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

1. Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari, ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria.
L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e la libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e della libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà in essa enunciati.