30 giugno 2008

Principi di etica in psichiatria

Il giuramento di Ippocrate, originario dell'antica Grecia e risalente al quarto secolo avanti Cristo, stabiliva un co­dice etico per i medici. Per seco­li, la maggior parte dei medici nell'Europa cristiana ha pro­babilmente seguito varie versioni dei principi di Ippocrate.


Sebbene la medicina sia stata praticata in qualche misu­ra in quasi tutte le culture a noi note, con medi­ci che esercitavano in civiltà antiche come quella egiziana e quella mesopotamica (e la medicina egiziana era famosa nell'antichità), l'idea che l'esercizio della medicina si basas­se su principi morali sembra essere peculiare del mondo oc­cidentale.

I principi etici sono alla base della pratica della medicina occidentale e forniscono un punto di partenza e una guida per decisioni complesse e spesso dolorose che ri­guardano gli esseri umani.

Tuttavia, forse nessuna branca della medicina è così interessata ai principi etici quanto la psichiatria. Il trattamento dei pazienti comporta il confron­to costante con dilemmi etici fondamentali, come ad esempio la limita­zione della libertà individuale oppure la somministrazione di farmaci a soggetti che non sono ritenuti in grado di rifiutare l'intervento.

Questi argo­menti illustrano il conflitto etico più diffuso in psichiatria, cioè quello tra autonomia e benefici, tra il diritto all'auto­determinazione del paziente e il dovere del medico di agire nel migliore interesse dei pazienti.

Poiché l'etica comporta una serie di principi-guida per decidere ciò che è giusto o sbagliato, bene o male, i medici sono spesso tentati di cercare risposte nei co­dici di etica professionale.

Tuttavia, tali approcci non risol­vono necessariamente i problemi che essi incontrano. I codici etici sono soggetti a cambia­menti e sono spesso ambigui: la legge inoltre non stabilisce sempre doveri positivi (cosa si dovrebbe fare) con la stessa ampiezza con cui lo fanno i criteri etici professionali. I doveri positivi del medico si basano su principi etici specifici, incluso il dovere di fare del bene o non fare del male, e sull'autonomia (il dovere di proteggere la li­bertà di scelta del paziente).

Altri principi etici derivano da specifici principi sottostanti, ivi compresi quelli che defini­scono i parametri del dire la verità, del fornire informazio­ni, del consenso informato, del diritto di ricevere e rifiutare il trattamento e dei doveri verso terzi (leggi anche: etica in psicoterapia).

A causa delle caratteristiche specifiche dei disagi mentali, i principi di fare del bene e dell'autonomia possono essere interpretati in psichiatria in molti modi contrastanti, che portano a conflitti potenziali o reali sui valori e sulle convinzioni relativi alle cure appro­priate.

vedi anche: rapporto medico - paziente
linee guida alla psicoterapia

29 giugno 2008

Psicoanalisti post-freudiani


“I comunisti – scrive Freud nel Disagio della civiltà – pensano di aver trovato la via per liberarci dal male. L’uomo è senza alcun dubbio buono, ben disposto verso il suo prossimo, ma l’istituzione della proprietà privata ha corrotto la sua natura… chi è escluso dal possesso necessariamente si rivela in odio al suo possessore. Se si abolisse la proprietà privata, se tutti i beni fossero messi in comune e tutti potessero prendere parte al loro godimento, malevolenza e ostilità tra gli uomini scomparirebbero (…) Non è affar mio la critica economica del sistema comunista; non posso sapere se l'abolizione della proprietà privata sia opportuna e proficua. Ma sono in grado di riconoscere che la sua premessa psicologica è un’illusione priva di fondamento. Con l’abolizione della proprietà privata si toglie al desiderio umano di aggressione uno dei suoi strumenti, certamente uno strumento forte ma, altrettanto certamente, non il più forte. Essa non è stata creata dalla proprietà, dominava quasi senza restrizione nei tempi primordiali, quando la proprietà era ancora estremamente ridotta, già si mostra nel comportamento dei bambini… costituisce il sostrato di ogni relazione tenera e amorosa tra esseri umani, con l’unica eccezione, forse, di quella tra la madre e il figlio maschio”. "

Non si tratta del Freud giovane: siamo nel 1929 dopo che nel 1905 in maniera apodittica e perversa aveva
codificato il bambino polimorfo cattivo e malato sin dall'origine.

Dopo l'origine della sessualità perversa del neonato (autoerotico e narcisista) Freud si allarga al sociale scrivendo che
la socialità tra gli esseri umani non è possibile, in quanto se ci si lascia andare il cannibalismo potrebbe emergere.

...Per fortuna che c'è la religione e la ragione..."


un commento, 27 maggio 2007

28 giugno 2008

Depressione in gravidanza e ritardi cognitivi

Le donne che in gravidanza soffrono di depressione sono piu' esposte al rischio di avere figli con ritardi nello sviluppo. E' quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori del Royal College of Midwives, secondo il quale le donne che in gravidanza soffrono di depressione hanno un rischio maggiore del 34%, rispetto a quelle sane, di avere bambini ritardati. (Leggi anche il post a proposito della diagnosi e della terapia dei disturbi depressivi in gravidanza.)

Nel loro studio, pubblicato su International Journal of Obstetrics and Gynaecology, i ricercatori inglesi hanno coinvolto 11.098 donne e i loro bambini, valutando il loro grado di depressione e associandolo, poi, con gli eventuali problemi di sviluppo manifestati dai loro figli. Da questa indagine è emerso che le donne con depressione persistente durante la gravidanza hanno il 50% in più di probabilità di avere bambini con disturbi e che sono anche più esposte delle altre ad avere stati depressivi post partum, un fattore di rischio che notoriamente favorisce ritardi nello sviluppo dei figli. Un rischio, che però, come è stato appurato dagli scienziati in questa ricerca, per il 34%, è associato unicamente alla depressione in gravidanza.

Tuttavia, ammettono gli scienziati, non è chiaro come la depressione prima del parto, piuttosto che quella che insorge dopo, possa avere un impatto negativo sullo sviluppo.

"Quello che conta - ha commentato Toity Deave, Centre for Child and Adolescent Health, University of the West of England - è aver scoperto che la depressione in gravidanza produce problemi per lo sviluppo cognitivo del bambino". Condizioni patologiche che, secondo i ricercatori, richiedono da parte dei medici la massima attenzione nell'identificare e valutare la depressione e i suoi effetti in una fase così delicata nella vita di una donna.

fonte: Apcom - virgilio notizie

ultima modifica agosto 2008

27 giugno 2008

Parola di psichiatra


L'interazione tra terapeuta e paziente, i meccanismi del transfert, ma anche i più diffusi pregiudizi sulla psicoterapia e il suo rapporto complicato con le moderne neuroscienze. A colloquio con Glen Gabbard, psichiatra e psicoterapeuta con la passione per il cinema.

Glen O. Gabbard accetta di partecipare alle conferenze soltanto nei fine settimana, perché dal lunedì al venerdì è occupato con i suoi pazienti. In ogni caso viaggia spesso per lavoro, e apprezza molto i trasferimenti oltreoceano, perché le nove ore di volo gli permettono di leggere e scrivere come non farebbe mai nel suo ufficio di Houston.

Psichiatra e psicoanalista di fama mondiale, Gabbard si definisce uno psicoanalista postfreudiano che crede nelle terapie relativamente brevi, nella flessibilità del terapeuta e nella necessità di adattarsi alla situazione dei pazienti.

Il suo sforzo maggiore come condirettore dell'«International Journal of Psychoanalysis» è trovare sistemi di comunicazione semplici e comprensibili a tutti.

I libri di G.O. Gabbard

Psichiatria psicodinamica Gabbard Glen O.,
2007, Cortina Raffaello
€ 52,00

Introduzione alla psicoterapia psicodinamica Gabbard Glen O.,
2005, Cortina Raffaello
€ 21,50

Amore e odio nel setting psicoanalitico Gabbard Glen O.,
2003, Astrolabio Ubaldini
€ 16,50

Cinema e psichiatria Gabbard Glen O.; Gabbard Krin,
2000, Cortina Raffaello
€ 28,00

Trattamento dei disturbi psichiatrici
Gabbard Glen O.; Atkinson Sue,
2000, Centro Scientifico
€ 123,95

fonte: Mente&Cervello, luglio 2008, n. 43 (L. Tondo)

26 giugno 2008

Raccontare i sogni


"Si fa psicoterapia per imparare a fare relazioni.

Si fa cultura con le relazioni e non viceversa.

Ogni tanto può darsi anche una citazione, perchè ti illumina in merito a qualcosa che volevi dire e che di dire non ti era riuscito.
Puoi allora metterti in bocca le parole di un altro.
Purchè siano prima diventate tue.


Cosa nè facile nè scontata.

Si fa fatica, infatti, a scrivere. A parlare. E a dire di sè.
Ogni volta si rischia, ci si espone, e poi -magari- rileggendosi o ripensando a ciò che si è detto, non ci si piace.

In una relazione devi mettere del tuo, prima di ogni altra cosa.
Magari persino evitando di ripetere cose che di certo sono tue.
Che rischiano tuttavia di negare quanto possa esserci di nuovo.

In una relazione occorre, quanto meno, riconoscere la specificità dell'altro.
Per farlo, bisogna poter conoscere e riconoscere la propria...

Dunque, perchè non iniziare col raccontare i propri sogni?"


"... Un giorno apri quella porta,
e lascia andar via l' anima,

osserva dal di fuori
l’altro te stesso che volta le spalle,
e che mai più ritorna.

Ancora regna il silenzio e il vuoto
e più non riesci a sentir voci.

Davanti a questa porta ancora chiusa,
di stanze vuote come l’anima
di chi
non sa più cos’è un sogno."

Assistenza psichiatrica in Italia

L'Italia, sul fronte dell'assistenza psichiatrica, rimane indietro rispetto agli altri Paesi dell'Unione Europea.

A dirlo a Milano è stato Mario Maj, presidente eletto dell'Associazione mondiale psichiatri (Wpa), a margine di una conferenza sui 30 anni della legge Basaglia. Secondo Maj «l'Italia è oggi purtroppo in ritardo rispetto ai Paesi europei più evoluti per quanto riguarda la diagnosi precoce e la terapia basata sulle evidenze di tutta la gamma dei disturbi alimentari non psicotici (dalle depressioni ai disturbi del comportamento alimentare)».

Così come è indietro «sulla pratica delle psicoterapie e degli interventi psicosociali, la cui efficacia è documentata dalla ricerca; la tutela della salute mentale nei bambini e negli adolescenti; l'intervento di formazione e di educazione nelle scuole sui temi della salute mentale; l'intervento nell'ospedale generale per i problemi di salute mentale delle persone ricoverate in medicina e chirurgia; la tutela della salute fisica delle persone con patologie mentali gravi; e gli interventi di sostegno basati sulle evidenze per le famiglie delle persone con patologie mentali gravi».

In risposta a questi problemi, gli esperti della società italiana di psichiatria hanno presentato a Milano undici proposte per migliorare l'assistenza nel nostro Paese.

Tra queste, quella di «rendere precoce e tempestivo il riconoscimento e trattamento dei disturbi mentali più gravi»; «rendere più appropriata la valutazione diagnostica e la scelta terapeutica»; «tutelare con più attenzione la salute fisica delle persone affette da disturbi mentali gravi e persistenti»; e «garantire il diritto alle cure, anche psichiatriche, per i cittadini maggiormente a rischio di esclusione sociale, come le persone detenute in carcere».

«Il ministero della Salute è essenziale che sia separato da quello del Welfare» ha invece sottolineato Alberto Siracusano, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), commentando la scelta di accorpare i due ministeri nel Governo Berlusconi, «La centralità della sanità dal punto di vista sociale è sotto gli occhi di tutti - ha detto Siracusano - quindi un ministero della Sanità autonomo è essenziale in una società moderna, per dare indirizzi e corrispondere alle esigenze dei cittadini.

Non esiste salute senza salute mentale, dunque tutto quello che riguarda la psichiatria deve essere necessariamente al centro dell'attenzione del nuovo ministro, che ci auguriamo sia una persona nel pieno delle sue forze politiche e delle sue competenze».

fonte: Corriere.it

25 giugno 2008

Kurt Lewin

Kurt Lewin conseguì il Ph.D. a Berlino. Negli anni Trenta si trasferì negli Stati Uniti e insegnò a Cornell, ad Harvard e al Massachusetts Institute of Technology. Adattò un approccio ispirato alla fisica in un concetto che definì teoria dei campi.


Un campo è la totalità delle parti coesistenti mutualmente interdipendenti. Il comportamento diventa una funzione delle persone e del loro ambiente, che nell'insieme costituiscono lo spazio vitale.

Lo spazio vitale è un campo in flusso costante che ha valenze o necessità che richiedono una soddisfazione.

Lewin applicò la teoria dei campi ai gruppi: le dinamiche di gruppo sono l'interazione fra i membri di un gruppo, ciascuno dei quali è dipendente dagli altri. Il gruppo è in grado di esercitare una pressione su una persona in modo da indurla a modificare un comportamento, ma a sua volta la persona influenza il gruppo quando il cambiamento si realizza.

24 giugno 2008

Lavorare in gruppo


"Senza nulla togliere alla singola individualità è innegabile riconoscere che siamo esseri sociali, nati con l'istinto all'unione e con il forte bisogno di condividere e di muoverci insieme verso una meta. Da qui l'importanza di far parte di un gruppo, dal gruppo famiglia, al gruppo di amici, al gruppo di lavoro, ma soprattutto di sentirsene parte.

Tra i tanti
significati della parola gruppo due sono par­ticolarmente interessanti. L'uno è rappresentato dal­l'immagine della "matassa arrotolata" ad evocare la molteplicità, la complessità e la pluralità dell'essere, e l'altro da quella del "nodo" ad evocare la vera natura del gruppo in cui la coesione e l'interdipendenza fanno sì che esso non si possa paragonare ad un qualsiasi insieme di persone.

"Insieme dinamico costituito da individui che si perce­piscono vicendevolmente come più o meno interdipen­denti per qualche aspetto" - così la definisce
Kurt Lewin, psicologo studioso delle dinamiche di gruppo. In particolare il gruppo ... si caratterizza per la presenza di uno scopo comune e specifico dal quale dipende la stessa appartenenza. I legami, diversa­mente da quanto accade nei gruppi di famiglia e di amici, sono cioè funzionali al raggiungimento dello scopo e spesso già pianificati.

In termini quantitativi, l'insieme di persone per definir­si gruppo in senso stretto deve essere composto, per un tempo significativo, minimo da 4 individui, in quanto con 2 si crea una coppia e in 3 è facile che i rapporti scivolino nell'accoppiamento di 2 con l'esclusione del terzo, e massimo da 15, in quanto al di sopra di tale soglia il grande gruppo si troverà necessariamente sud­diviso in tanti piccoli sottogruppi.
Questo numero diverso di persone diventa (tale) poi quando elabora, in maniera più o meno consapevole, obiettivi che provengono da altre parti, facendoli pro­pri con l'interazione e la relazione...


Esiste un solo e vero lusso, ed è quello dei rapporti umani.
A. de Saint Exupery


Perché il lavoro di gruppo possa raggiungere risultati innovativi e migliori da un punto di vista qualitativo e quantitativo esso deve comunque guardare ad una dimensione che oltrepassi l'individualità, spingendosi oltre, verso un prodotto che non sia pensato soltanto come l'esito di un'azione soggettiva ma che sia lo specchio dell'organizzazione interna del gruppo nella sua totalità.


Nel gruppo ... infatti bisogna essere consapevo­li che l'assunzione del compito significa assunzione di responsabilità individuale e collettiva allo stesso tempo.


Gli uomini sono le membra di un unico, grande corpo.
Seneca


Quattro sono le fasi di costruzione e sviluppo
.

La prima tappa è la formazione del gruppo, ossia la messa insieme delle unità singole che, per qualche ragione, hanno qualcosa in comune. Tale fase di orientamento è in genere caratterizzata dal bisogno di sentirsi inclusi, dalla tendenza alla confor­mità, dall'incertezza sulle regole, dall'assenza o vice­versa dall'eccesso di fiducia e dall'ansia riguardo scopi ed obiettivi...


È alla seconda fase che però bisogna prestare partico­lare attenzione in quanto è la fase più delicata, diffici­le e critica. Siamo cioè subito di fronte al momento del conflitto, condizione neces­saria affinché un aggregato di persone diventi un gruppo. Si tratta infatti di una fase così cruciale e veramente determinante per l'avanzamento del grup­po che non passa una volta per tutte. Essa può essere caratterizzata da un atteggiamento di sfida della volontà individuale rispetto a quella (collettiva)...


(Nella) terza fase emergono le norme di funzionamento ed i valori, e proprio la normazione del gruppo diventa momento qualificante per il gruppo stesso. È la fase di coesione, in cui di solito si riesce a fare focus su obiet­tivi e risultati, si accettano i riscontri, ci sono condivi­sione e fiducia.


La quarta fase, di strutturazione, è quella in cui il gruppo ... è maturo per poter ... agire e lavorare in gruppo in quanto grup­po. Il (gruppo) funziona in termini di compiti comuni e rela­zioni consolidate... ci si sente allineati sulla visione e sullo scopo e c'è comunicazione aperta.


(Il gruppo), una volta superate le varie tappe, può insomma diventare una vera comunità organizza­ta, con una sua propria intelligenza, un'intelligenza collettiva come potenzialità derivante dall'interazione e dalla mobilitazione delle intelligenze singole.

L'intelligenza collettiva è diversa dalla somma delle intelligenze individuali che la compongono, così come il gruppo è qualcosa di più, di altro rispetto alla somma delle sue parti. Ecco che il gruppo, quando raggiunge una stabilità psicologica ottimale, sviluppa quella che viene chiamata la
mente gruppale, in cui l'insieme delle capacità singole si potenziano recipro­camente.

Nessuno di noi è intelligente come tutti noi insieme.
Proverbio giapponese

Ma l'intelligenza collettiva non emerge in modo spon­taneo ed immediato, richiede tempo, disponibilità, buona volontà, equilibrio e maturità caratteriali, in una parola richiede impegno, a tutti i livelli. Far parte di un (gruppo) porta a moltiplicare i propri sfor­zi, perché mette alla prova, fa uscire allo scoperto, cimenta, ma alla lunga, grazie proprio alla potenza dell'impegno ed all'arte della collaborazione, il risul­tato non potrà che essere una fondamentale e positiva esperienza umana di crescita."

La nostra società è molto simile ad una vòlta di pietre. cadrebbe se esse non si sostenessero a vicenda, ed e proprio questo che la sorregge. Seneca

fonte: Lavorare in gruppo, L. Melli, Giornale mdella previdenza medica, 5, 2008

vedi i post:
terapia di gruppo
dinamiche di gruppo
wilfred bion

22 giugno 2008

Sintomi di astinenza da benzodiazepine

Il DSM-IV contiene un singolo elenco di criteri diagnostici per l'astinenza da qualsiasi sostanza sedativa, ipnotica e an­siolitica. Il medico può specificare "con alte­razioni percettive" se sono presenti illusioni, alterazioni del­la percezione o allucinazioni, ma il giudizio di realtà è con­servato. Due punti importanti da ricordare per quanto ri­guarda l'astinenza sono che anche le benzodiazepine sono associate a una sindrome da astinenza e che la sindrome da astinenza da barbiturici può essere pericolosa per la vita. L'astinenza da benzodiazepine può avere anche gravi com­plicanze mediche, quali crisi epilettiche.

La gravità dei sintomi di astinenza asso­ciati alle benzodiazepine varia enormemente a seconda del­la dose media e della durata dell'uso. Tuttavia, una sindro­me da astinenza lieve può far seguito anche a un uso da breve tempo di dosi relativamente basse.

Una sindrome d'astinenza significativa può verificarsi, con una certa pro­babilità, alla sospensione di dosaggi quali 40 mg al giorno per il diazepam, ad esempio, anche se 10-20 mg al giorno, assunti per un mese, possono anche scatenare una sindro­me d'astinenza quando il farmaco viene sospeso.

I sintomi d'astinenza insorgono generalmente due o tre giorni dopo la sospensione dell'uso, ma con i farmaci a lunga azione, quali il diazepam, la latenza prima dell'esordio può essere di cinque o sei giorni.

La sintomatologia comprende ansia, disforia, intolleranza per le luci intense e per i suoni forti, nausea, sudorazione, fascicolazioni muscolari e talvolta cri­si epilettiche (generalmente a dosaggi di 50 mg al giorno o più di diazepam).

Criteri diagnostici:
A. Cessazione (o riduzione) dell'assunzione di un sedativo, ipnotico o ansiolitico, il cui uso sia stato pesante e prolungato.

B. Due (o più) dei segni seguenti, che si sviluppano un periodo di tempo variabile da diverse ore ad alcuni giorni dopo che è stato soddisfatto il criterio A:

(1) iperattività autonomica (ad esempio, sudorazione o frequenza cardiaca superiore a 100)
(2) aumento del tremore alle mani
(3) insonnia
(4) nausea o vomito
(5) allucinazioni o illusioni transitorie visive, tattili o uditive
(6) agitazione psicomotoria
(7) ansia

C. I sintomi di cui al punto B. causano un disagio clinico significativo, oppure compromissione del funzionamento sociale o lavorativo.

vedi anche il post: ansiolitici benzodiazepine

21 giugno 2008

Uso degli psicofarmaci durante infanzia e adolescenza

Brevi cenni a proposito di un problema quanto mai complesso, quello inerente la prescrizione di psicofarmaci antidepressivi nei bambini, durante i periodi di infanzia ed adolescenza.


L'EMEA è l'Agenzia Europea dei Medicinali, un organo decentrato dell’Unione Europea con sede a Londra. Il suo compito principale è di tutelare e promuovere la sanità pubblica mediante la valutazione ed il controllo dei medicinali per uso umano. La sicurezza dei medicinali viene controllata costantemente dall’Agenzia tramite una rete di farmacovigilanza. Nel caso in cui vengano riferite reazioni negative che modifichino il rapporto rischi/benefici di un medicinale, l’EMEA prende i dovuti provvedimenti. L'aumento delle segnalazioni di suicidio ed aumento dell'agressività in bambini e adolescenti in trattamento con antidepressivi appartenenti, in particolare, alla classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI; es. venlafaxina - Efexor, Faxine), ha indotto l'EMEA a rivalutare i dati relativi all'impiego di questi farmaci in età pediatrica ed adolescenziale con l'obiettivo di chiarire il loro profilo di sicurezza in queste fasce d'età.

Il Comitato scientifico dell'EMEA si è pronunciato concludendo che, in base ai dati disponibili, nei bambini ed negli adolescenti trattati con antidepressivi il rischio di comportamento suicidario (tentativi ed ideazioni di suicidio) e di ostilità (comportamento aggressivo, oppositivo e rabbia) risulta significativamente aumentato. Va evidenziato che i dati che la Commissione ha valutato provenivano da studi registrativi, studi pubblicati in letteratura e studi osservazionali che hanno riguardato soprattutto l'impiego di questi farmaci nel disturbo depressivo maggiore e nel disturbo d'ansia, indicazioni non autorizzate nei bambini.

Nel bambino e nell'adolescente, è, invece, previsto il trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi ma solo per alcuni principi attivi (in Italia sertralina - es. Zoloft e fluvoxamina - es. Maveral).

La raccomandazione principale dell'EMEA è quella di non prescrivere a bambini ed adolescenti farmaci antidepressivi se non per le indicazioni registrate.

Nei casi in cui i medici dovessero decidere, in base alla necessità clinica di un singolo bambino o adolescente, di utilizzare questi farmaci, l'EMEA raccomanda di monitorare strettamente il paziente, soprattutto all'inizio del trattamento, informando i genitori affinchè venga rilevata tempestivamente la comparsa di comportamenti autolesivi o di aggressività.

Dopo il comunicato ufficiale dell'Agenzia Sanitaria britannica, anche l'Agenzia statunitense (FDA) ha espresso preoccupazione per l'aumento dei casi di suicidio o rischio di atti di violenza nei bambini e adolescenti in trattamento con antidepressivi.

I farmaci imputati appartengono alla classe terapeutica degli SSRI (gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina, un neurotrasmettitore cerebrale) e in particolare sono la paroxetina, la sertralina, la venlafaxina e il citalopram.

Tutti questi farmaci sono comunemente utilizzati per il trattamento dei disturbi depressivi maggiori dell'adulto, ma la cui efficacia e sicurezza nei bambini e negli adolescenti sono ancora da documentare in modo adeguato. In tale contesto, dove i rischi (gravi) superano i dimostrati benefici, l'Agenzia inglese ha vietato l'uso di questi farmaci, con la sola eccezione della fluoxetina, nei pazienti minori di 18 anni.

Dal canto suo la FDA americana, oltre a segnalare agli operatori sanitari i potenziali rischi, ha incaricato una commissione tecnica di esperti di valutare tutti i dati disponibili ed esprimere un giudizio entro i prossimi sei mesi.

I recenti provvedimenti sono conseguenti sia alla denuncia/testimonianza di alcuni genitori sia alla presentazione dei risultati di due studi clinici condotti con bambini e adolescenti con depressione maggiore.

In Italia, stime accurate circa l'entità della patologia nella popolazione pediatrica e la terapia farmacologica utilizzata non sono disponibili.

In considerazione, del numero di pazienti pediatrici in terapia con SSRI, della discutibile efficacia terapeutica di questi farmaci in questa popolazione e della gravità dei potenziali rischi è auspicabile che anche in Italia si proceda tempestivamente a definire in modo appropriato la dimensione del problema; valutare i benefici e i rischi dei trattamenti; stilare indicazioni per gli operatori sanitari e informazioni per i pazienti e le loro famiglie; monitorare in modo sistematico e duraturo la qualità delle cure che i bambini e gli adolescenti con disturbi psichici ricevono.

Per tutti coloro che volessero documentarsi a proposito di questo tema, fornisco il seguente link (anche mia fonte per questo post):

http://www.informazionisuifarmaci.it/

E' possibile anche leggere, in tema di psicofarmacologia, i seguenti post:
efetti collaterali degli antidepressivi triciclici
effetti collaterali degli antidepressivi SSRI
interazioni dei farmaci antidepressivi SSRI
interazioni farmacologiche triciclici

20 giugno 2008

Sessualità e farmaci psicotropi

I farmaci di più comune uso in psichiatria producono sovente inconvenienti e disfunzioni nell'ambito della sessualità. (vedi anche, più in dettaglio, il post su: antidepressivi e disfunzioni sessuali).


Uno dei principali e più precoci effetti collaterali dei farmaci antidepressivi è la riduzione del desiderio sessuale. Molti studi testimoniano che tale effetto si manifesta con la maggior parte di questi farmaci, anche se in misura diversa.

Inoltre, gli antidepressivi SSRI (serotoninergici) sono responsabili spesso di altri disturbi della sessualità, come ritardi della eiaculazione (SSRI).

Alcuni dei farmaci 'atipici' di più recente introduzione sembrano discostarsi da questa tendenza.

Gli antidepressivi riducono il desiderio per l’effetto sedativo indotto, ma anche perché incidono direttamente sui neurotrasmettitori coinvolti nel controllo dell’attività sessuale a livello del sistema nervoso centrale.

E' da tenere presente tuttavia che il calo del desiderio sessuale può essere anche sintomo della depressione, pertanto non è facile stabilire se il disturbo è dovuto al medicinale che si sta assumendo o alla malattia.

Se il calo è dovuto ai farmaci, il primo passo da fare è la riduzione sotto controllo medico del dosaggio dei farmaci impiegati.

19 giugno 2008

Depressione e diabete

Le persone affette da depressione hanno un rischio piu' alto di sviluppare la forma piu' comune di diabete rispetto alle persone non depresse, secondo un nuovo studio che fa luce sui possibili collegamenti tra le due patologie.

La connessione tra diabete di tipo 2, la forma della malattia strettamente connessa con l'obesita' e una vita sedentaria, potrebbe essere un po' come una strada a due sensi, dice lo studio: non solo il diabete puo' portare alla depressione, come ben noto ormai, ma anche la depressione puo' condurre al diabete.

I ricercatori hanno sottoposto a tre visite, fra il 2000 e il 2005, 6814 pazienti: a inizio studio per 4847 soggetti non era stata fatta diagnosi di depressione. Fra tutti pazienti, durante il follow up le avvisaglie di depressione sono state più nette per i soggetti con diabete di tipo II. I pazienti arruolati nello studio con diagnosi di depressione hanno evidenziato un 30% di possibilità in più rispetto agli altri, di sviluppare diabete di tipo II. La relazione fra depressione e diabete di tipo II è da ricercare presumibilmente nel rapporto conflittuale con il cibo e la scarsa propensione per l’attività fisica. Sono necessari ulteriori studi per determinare quali strategie comportamentali adottare per intervenire su uno scorretto stile di vita e ridurre, quindi, il rischio diabete di tipo II e depressione. La ricerca è stata condotta presso la University School of Medecine di Baltimora.

Già nel 2001, al congresso annuale dell'American Diabetes Association, il dr. Greg Nichols, ricercatore alla Kaiser Permanente Center for Health Research di Portland (USA), aveva affermato che la prevalenza della depressione nelle persone affette da diabete è circa due volte superiore a quella nella popolazione generale. E nonostante il diabete in alcuni casi sia causa di depressione, a volte è anche vero il contrario.

"...circa il 75 percento delle volte, la depressione era stata diagnosticata una media di quattro anni prima della diagnosi di diabete" ha affermato il dr. Nichols "Questo significa che la depressione causa il diabete? La depressione è immunosoppressiva. Così, nelle persone predisposte, la depressione può provocare il diabete". Più verosimilmente, secondo Nichols, la depressione è una componente della "sindrome di insulino resistenza", che è una costellazione di disturbi che includono il diabete, l'obesità e i disturbi cardiovascolari che sono più comuni tra le persone meno sensibili agli effetti dell'insulina.

Secondo il Dr. Patrick Lustman, ricercatore al Washington University School of Medicine, St. Louis (USA), considerato la principale autorità nel collegamento tra diabete e depressione, il concetto può essere assimilato a quello per cui la sindrome di fatica cronica può causare una varietà di problemi mentali, fisici ed emozionali. Lustman e i l suo team hanno dedicato più di un decennio a dimostrare, tra le altre cose, che la depressionè è collegata ad uno scarso controllo glicemico nei pazienti diabetici.

I pazienti depressi mostrano un peggiore controllo glicemico rispetto ai pazienti non depressi" dice il dr. Mary de Groot, stretta collaboratrice del dr. Lustman alla Washington University "abbiamo anche notato una moderata associazione tra la depressione e le complicanze del diabete. Essa è infatti risultata associata con un maggior numero di complicanze diabetiche ed una maggior gravità delle stesse".

Il team del dr. Lustman prevede che la depressione possa colpire circa il 20 percento dei diabetici. Dal momento che la depressione può avere effetti negativi sulla gestione del diabete, tutti gli esperti sono risultati d'accordo sul fatto che il trattamento della depressione come dei disordini ad essa collegati è almeno importante quanto la terapia stessa del diabete.

Anche lo stress psicologico apre le porte al diabete per gli uomini.

Sono questi i risultati di uno studio condotto dagli esperti del Karolinska Institute di Stoccolma (Svezia), pubblicato sulla rivista 'Diabetic Medicine'.

Per lo studio, che ha riguardato 2.127 uomini e 3.100 donne nati fra il 1938 e il 1957, e' stato richiesto a tutti i partecipanti di sottoporsi a test del sangue per misurare i livelli di glucosio e a esami dello stato psicologico per rilevare eventuali problemi di ansia o stress. Dopo dieci anni dalla prima 'chiamata', i volontari sono stati sottoposti una seconda volta a questi test.

Dalle osservazioni dei risultati e' emerso che gli uomini con il piu' alto livello di stress psicologico corrono un rischio piu' alto di 2,2 volte di incappare nel diabete rispetto a quelli meno ansiosi o depressi.

Analisi piu' approfondite hanno dimostrato che il collegamento fra questi due elementi e' indipendente dall'eta', dall'indice di massa corporea, dalla storia familiare di diabete, dalla presenza del vizio del fumo e dall'inattivita' fisica e che le donne ne sono invece immuni.

"Questo fenomeno - spiegano gli autori della ricerca - potrebbe essere il risultato del danno che lo stress apporta alla capacita' del cervello di regolare il rilascio di ormoni 'chiave' nell'insorgenza del diabete, oppure dell'influenza negativa che la depressione puo' avere sulla dieta e sugli stili di vita: e in questo le donne sono meno 'chiuse' degli uomini. Tendono a parlare di piu' e a cercare aiuto, senza rifugiarsi nell'alcol o nel cibo".


fonte: AGI SAlute
progetto diabete. org
sanita news

leggi:
medicina mente - corpo
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psicosomatica


Convegno sulla depressione puerperale

Il 26 giugno a Roma si svolgerà, all’interno del SANIT 2008, il convegno “Si guarisce dalla depressione post partum: costruire una cultura della maternità”.

L’associazione che ha percepito il forte interesse suscitato dal tema della depressione puerperale (vedi) affrontato già nel precedente convegno del 6 dicembre 2007 ha deciso di proseguire nell’analisi di un problema che riguarda un significativo numero di puerpere e che in alcuni casi evolve in una grave patologia.

Scopo del convegno è quello di creare una rete tra le diverse figure professionali che operano e svolgono attività pratiche volte al trattamento e alla prevenzione del rischio di depressione post-partum, per costruire insieme una cultura della maternità.

Interverranno il Prof. V. Mastronardi (Prof. Titolare Psicopatologia Forense dell’Università Sapienza), la Prof.ssa R. Cerbo (Neuropsichiatra Università Sapienza di Roma), il Prof. C. Donadio (Capo del Dipartimento Materno-Infantile dell’Az. Osped. S. Camillo Forlanini), il Prof. G. Oliva (Prof. Ass. Dip.Tutela della salute della Donna e della Vita nascente dell’Università Cattolica A. Gemelli) e gli operatori dell’associazionismo qualificato rappresentato dalle associazioni: I diritti civili nel 2000 – Salvabebè/Salvamamme, Il Melograno, Essere Donna, ATINA Onlus, Apeiron- SIPs-Coirag.

CONVEGNO: SI GUARISCE DALLA DEPRESSIONE POST PARTUM: LA CULTURA DELLA MATERNITÀ
Il 26 giugno 2008 alle ore 14,30, Sala 3 del palazzo dei Congressi Eur al SANIT , Roma

fonte: cybermed

18 giugno 2008

Bion

"Scarta la tua memoria, scarta il tempo futuro del tuo desiderio; dimenticali entrambi in modo da lasciare spazio ad una nuova idea. Forse sta fluttuando nella stanza in cerca di dimora un pensiero, un'idea che nessuno reclama."


WILFRED BION (1897-1979)

Wilfred Bion ampliò il concetto kleiniano di identificazione proiettiva in modo da includere un processo interpersonale in cui il terapista si sente forzato dal paziente a svolgere un particolare ruolo nel suo mondo interiore.

Inoltre Bion svi­luppò l'idea che il terapista deve contenere ciò che è stato proiettato dal paziente, in modo da elaborarlo e rinviarlo al soggetto in forma modificata; secondo Bion un processo analogo si realizza fra madre e figlio.

Inoltre egli osservò che gli aspetti "psicotici" e "non psicotici" della mente fun­zionano simultaneamente come suborganizzazioni.

Proba­bilmente Bion è soprattutto noto per l'applicazione delle idee psicoanalitiche alle dinamiche dei gruppi. Ogni volta che un gruppo esce dal proprio compito, si deteriora in uno dei tre assunti di base: la dipendenza, l'accoppiamento e lo scontro-fuga. (vedi anche il post: terapia di gruppo)

Opere:
"Esperienze nei gruppi";
"Apprendere dall'esperienza";
"Gli elementi della psicoanalisi";
"Attenzione e interpretazione";(Armando);
"Il cambiamento catastrofico" Loescher; "
Memoria del futuro" Ed. Cortina.


17 giugno 2008

Tra depressione e demenza

Alcuni pazienti affetti da patologia depressiva presentano anche sintomi di com­promissione delle funzioni cognitive, che possono essere dif­ficili da distinguere dai sintomi della demenza; si pone quindi la necessità di una diagnosi differenziale tra demenza e depressione spesso non agevole.


Il quadro cli­nico del disturbo depressivo nel paziente anziano è talora denominato pseudodemenza, sebbene il termi­ne disfunzione cognitiva correlata alla depressione sia prefe­ribile e più adatto. In genere, i soggetti con disfunzione cognitiva correlata alla depressione hanno gravi sintomi depressivi, hanno maggiore coscienza dei loro sintomi di quanto non abbiano i pazienti dementi e spesso hanno un'anamnesi positiva per episodi depressivi.


Decorso clinico e anamnesi:

Nel disturbo depressivo:
la famiglia è sempre conscia del disturbo e della sua gravità
l'esordio può essere datato con una certa precisione
Sintomi di breve durata prima che si ricorra al medico
Rapida progressione dei sintomi dopo l'esordio
Frequente anamnesi positiva per disturbi psichiatrici precedenti

Nel deterioramento cognitivo:
La famiglia spesso non è conscia del disturbo e della sua gravità
L'esordio può essere datato solo in modo approssimativo
Sintomi solitamente di lunga durata prima che si ricorra al medico
Lenta progressione dei sintomi per tutto il decorso
Anamnesi solitamente negativa per disturbi psichiatrici precedenti

Disturbi e comportamento clinico

Disturbo depressivo:
I pazienti di solito si lamentano molto della perdita delle funzioni cognitive
I pazienti si lamentano di perdita delle funzioni cognitive in modo dettagliato
I pazienti pongono l'accento sulla loro disabilità
I pazienti sottolineano gli errori
I pazienti si impegnano poco a eseguire compiti anche semplici
I pazienti solitamente comunicano un forte senso di disagio
Alterazioni dell'affettività spesso generali
Perdita di capacità sociali spesso precoce e importante
Comportamento spesso incongruente con una grave alterazione cognitiva
Infrequente accentuazione dei disturbi durante la notte

Deterioramento cognitivo:
I pazienti di solito si lamentano poco della perdita delle funzioni cognitive
I pazienti si lamentano di perdita delle funzioni cognitive in modo vago
I pazienti tendono a nascondere la loro disabilità
I pazienti gioiscono dei successi per quanto banali
I pazienti si impegnano molto a eseguire compiti anche semplici e si servono di note, calendari, ecc. per comportarsi adeguatamente
I pazienti spesso non sembrano preoccupati
Affettività labile e superficiale
Capacità sociali spesso conservate
Comportamento solitamente compatibile con una grave alterazione cognitiva
Frequente accentuazione dei disturbi durante la notte

Caratteri clinici correlati ai disturbi di memoria, cognitivi e intellettivi

Depressione:
Attenzione e concentrazione spesso ben conservata
Risposte a tipo "Non so" tipiche
Nei test di orientamento, i pazienti danno spesso risposte tipo "non so"
Grave perdita della memoria per eventi recenti e remoti
Comuni vuoti di memoria per periodi o eventi specifici
Accentuata disparità nell'esecuzione di compiti di analoga difficoltà

Demenza:
Attenzione e concentrazione spesso compromesse
Frequenti risposte approssimative
Nei test di orientamento, i pazienti spesso scambiano cose insolite per cose note
Perdita della memoria per eventi recenti più grave di quella per eventi remoti
Insoliti vuoti di memoria per periodi specifici
Simile incapacità di eseguire compiti di analoga difficoltà.


Fonte: CE Wells: Pseudodementia. Am J Psychiatry, 136:898, 1979.

16 giugno 2008

Considerazioni sul termine 'paranoia'

La c.d. paranoia è una psicosi cronica caratterizzata da un delirio più o meno siste­matizzato, dal predominio dell'interpretazione, dalla assenza di deterioramento cognitivo e che, in generale, non evolve verso la demenza. Il termine rimanda a parola greca che significa follia, scon­volgimento della mente, ed è usato da lungo tempo in psichiatria. Tale termine oggi non è più incluso nella terminologia internazionale ufficiale relativa alle patologie mentali, essendo stato sostituito dal concetto più generale, ma più chiaramente definibile, di Disturbo Delirante.


Il disturbo delirante è definito come una malattia psichiatri­ca in cui i sintomi predominanti sono rappresentati da deli­ri. Il disturbo delirante veniva quindi in precedenza definito "paranoia" o "disturbo paranoide". Questi termini, tuttavia, implicano in modo non corretto che i deliri hanno sempre un contenuto persecutorio e ciò non è sempre vero. I deliri nel disturbo delirante possono anche essere di grandezza, erotici, di ge­losia, somatici e misti nel loro contenuto principale.

Il disturbo delirante va distinto dai disturbi dell'umore; anche se i pazienti con disturbo deli­rante possono avere un tono dell'umore congruo con il con­tenuto dei deliri, non mostrano tendenza alla generalizza­zione dei sintomi affettivi che è invece propria dei disturbi dell'umore.

Analogamente, i pazienti con disturbo delirante si diffe­renziano da quelli schizofrenici per la natura non bizzarra del contenuto dei loro deliri. I soggetti con disturbo delirante inoltre mancano di altri sintomi pro­pri della schizofrenia, come importanti allucinazioni, ap­piattimento affettivo e sintomi addizionali relativi a un di­sturbo del pensiero.

Nel 1863 Karl Ludwig Kahlbaum usò il termine paranoia e caratterizzò il disturbo come non comune, ma ben definito; Kahlbaum definiva la condizione come un'affezione par­ziale che colpiva l'intelletto, ma non altre aree di funziona­mento mentale. I pazienti con paranoia, secondo Kahl­baum, sono caratterizzati da un persistente sistema deli­rante che resta relativamente stabile per tutta la durata del­la malattia.

È noto che la paranoia, che nella psichiatria tedesca del XIX secolo tendeva a comprendere tutto l'insieme dei deliri, ha acquistato un senso ancor più preciso ed una estensione più limitata nel XX secolo, soprattutto sotto l'influen­za di Kraepelin. Kraepelin indicava infatti come 'paranoia' una condizione patologica caratterizzata dall'adesione a un sistema di credenze illusorio, senza alcun apparente deterioramento delle altre facoltà intellettuali, a prescindere dal fatto che tali credenze avessero o meno a che vedere con un complesso di persecuzione. Anche se la definizione di Kraepelin non è più usata, l'uso del termine "paranoico" in senso ampio sopravvive nella terminologia psichiatrica.

Eugen Bleuler, che coniò il termine schizofrenia, è respon­sabile dell'ampliamento del gruppo di persone che possono rientrare nella diagnosi di schizofrenia. Bleuler pensava tuttavia che la paranoia, se considerata forma distinta dalla schizofrenia, fosse una condizione così rara da non meritare una categoria diagno­stica separata.

Continuano a sussistere tuttavia, tra le diverse scuole, delle divergenze in merito all'estensione di questo quadro nosografico.

leggi anche:
delirio e deliroide
la follia a due

15 giugno 2008

Depressioni e patologia cardiovascolare


Cuore e cervello sono legati indissolubilmente. Lo studio di alcuni acidi grassi ha permesso per la prima volta di tracciare una linea tra depressione e patologia cardiovascolare. E' stato infatti dimostrato che i pazienti con cardiopatia vascolare ischemica hanno una composizione di acidi grassi all’interno delle membrane piastriniche sovrapponibile a quella di casi di depressione.

Se l’indagine dovesse essere approfondita e confermata si tratterebbe della prima dimostrazione ‘biochimica’ della relazione tra patologie cardiovascolari e depressione.

La notizia nel corso del Seminario Internazionale ‘Brain and Heart’ presieduto da Kary Mullis premio nobel per la chimica e promosso dal Centro Ricerche Nutrizione Città di Castel San Pietro Terme e da OSC Healthcare .

Connessioni fra Depressione e Patologia Coronarica

Si ritiene in linea generale che molti fattori di mortalità cardiovascolare possano essere legati ad una serie di disordini mentali, comportamentali e psicologici. Molti studi dimostrano che la sola depressione è associata con almeno un raddoppiamento di rischio cardiovascolare, indipendentemente dall’età e da altri fattori di rischio cardiaco.

Da una parte la disabilità acuta che subentra dopo una cardiopatia, oltre alla perdita di un ruolo sociale e di indipendenza, è associata con una sostanziale incidenza di depressione maggiore.

Dall’altro lato l’associazione di fattori quali l’apatia, la perdita di attività fisica, l’abuso di alcool associati alla depressione possono predisporre l’individuo alla malattia cardiaca.

fonte:
Disturbi cardiaci: sempre più una questione di testa
Valentina Alfieri

leggi anche:
medicina psicosomatica
medicina mente - corpo

12 giugno 2008

Un articolo divulgativo sugli antidepressivi

Gli antidepressivi
Che cosa sono
Sono farmaci che innalzano il tono dell’umore; quando si è depressi, infatti, l’umore è molto “basso”, si tende a vedere tutto nero, non si riescono più a provare sentimenti di gioia e piacere, si è indifferenti a tutto ciò che accade intorno. Gli antidepressivi correggono questo squilibrio riportando l’umore al suo stato normale... I principi attivi con effetto antidepressivo sono decisamente molti, ma si possono dividere in 4 classi principali, di ciascuna si citano solo le molecole più note.
Triciclici: imipramina, amitriptilina, desipramina, nortriptilina, clomipramina, maprotilina, trimipramina.
Inibitori delle monoamino-ossidasi (IMAO): farmaci storici ormai in disuso
Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI): fluoxetina, citalopram, paroxetina, sertralina, fluvoxamina.
Atipici: oxitriptano, mianserina, trazodone, nefazodone, mirtazapina, venlafaxina, reboxetina.
vedi il post: antidepressivi SSRI e cura della depressione con i farmaci

Come funzionano
Le cause della depressione non sono ancora note ma si sa che a questa malattia è associato lo scarso funzionamento di alcuni neurotrasmettitori cerebrali (molecole che inviano i segnali), in particolare dopamina, noradrenalina e serotonina. I farmaci antidepressivi, con meccanismi diversi da classe a classe, aumentano la quantità di neurotrasmettitori disponibili a livello cerebrale, in modo da rinforzarne e prolungarne l’azione. Tuttavia questa è solo una spiegazione parziale: è noto infatti che la completa azione antidepressiva compare circa un mese dopo l’inizio della cura, mentre l’effetto biochimico sui neurotrasmettitori è immediato. L’efficacia dei farmaci antidepressivi, quindi, si esplica anche attraverso altre “strade” ancora da scoprire, questa è l’unica ipotesi che può giustificare i tempi di latenza.
...
Gli antidepressivi triciclici inibiscono la ricaptazione della noradrenalina e, in parte, anche della serotonina. In questo modo le molecole restano più a lungo a contatto con i neuroni e continuano ad inviare i loro segnali.
Gli IMAO bloccano gli enzimi (MAO) che dovrebbero degradare i neurotrasmettitori; cambia il metodo ma il risultato è lo stesso dei triciclici. Le MAO però, non sono presenti solo a livello cerebrale e svolgono importanti funzioni in tutto l’organismo, perciò l’uso di questi farmaci non selettivi è stato abbandonato, per gli eccessivi effetti secondari.
Gli SSRI sono i farmaci più recenti, come dice il nome agiscono in maniera selettiva solo sulla serotonina e questo fa sì che inducano minori effetti collaterali.
Esistono poi i farmaci atipici, in quanto diversi tra loro e da tutti gli altri antidepressivi, sia per struttura chimica che per meccanismo d’azione. La venlafaxina blocca la ricaptazione di serotonina e, con potenza 5 volte inferiore, quella della noradrenalina. Il trazodone è un antagonista molto debole della ricatturazione della serotonina, mentre mostra anche azione agonista sui recettori serotoninergici 5-HT1.

Effetti collaterali
Confusione mentale, problemi di memoria e di concentrazione sono piuttosto comuni con tutti gli antidepressivi, ma possono essere interpretati come parte della sindrome depressiva, specie nei pazienti anziani.
Triciclici: sedazione marcata, ipotensione ortostatica, sonnolenza, astenia, ansia, agitazione, stato confusionale, secchezza del cavo orale, vertigini, stitichezza, ritenzione urinaria, tachicardia, aritmie, visione indistinta, difficoltà di accomodazione visiva, tremori, aumento di peso, rischio di convulsioni tonico-cloniche, ginecomastia, galattorrea, alterazioni della libido, iperidrosi. Tanti effetti indesiderati derivano dalla scarsa specificità d’azione di questa classe di farmaci che possiede anche una consistente attività antistaminica e anticolinergica (antimuscarinica).
IMAO: sedazione o eccitazione, ipotensione posturale, incremento di peso, tremori, insonnia, iperidrosi, vertigini, mal di testa, blocco dell’eiaculazione, debolezza, secchezza del cavo orale, stipsi, visione confusa.
SSRI: nausea, vomito, mal di testa, disfunzioni sessuali, impossibilità ad eiaculare.
Trazodone: sedazione, ipotensione, priapismo, tachiaritmie ventricolari.
vedi in dettagli i post: effetti collaterali degli antidepressivi SSRI e effetti collaterali dei farmaci triciclici

Interazioni
Fenitoina, acido acetilsalicilico, scopolamina, fenotiazine, neurolettici, metilfenidato e alcuni steroidi (inclusi i contraccettivi orali) sono tutti farmaci che potenziano l’effetto degli antidepressivi triciclici. In caso di contemporanea assunzione di uno di questi principi attivi la dose di triciclici andrà ridotta per evitare fenomeni di tossicità. Al contrario i barbiturici, gli antiepilettici e il fumo di sigaretta ne diminuiscono l’efficacia. I triciclici a loro volta potenziano gli effetti anticolinergici dei farmaci antipsicotici e antiparkinson. La fluoxetina innalza le concentrazioni ematiche dei triciclici a livelli tossici, il rischio è particolarmente elevato perché i valori si mantengono elevati anche per alcuni giorni dopo la sospensione della fluoxetina.
L’uso di MAO inibitori non selettivi, associato a farmaci (levodopa) simili alle catecolamine o a cibi contenenti tiramina (formaggi stagionati) può provocare gravi crisi ipertensive.
vedi anche: interazioni farmacologiche dei farmaci SSRI

Avvertenze
Tutti i farmaci antidepressivi amplificano l’effetto sedativo dei tranquillanti e delle bevande alcoliche: queste associazioni andrebbero evitate.
Intossicazione acuta in seguito a overdose è possibile sia con i triciclici sia con gli IMAO, l’avvelenamento è potenzialmente letale e deve essere trattato urgentemente in ospedale.
A causa del rischio di interazioni tossiche, nei pazienti in terapia con un IMAO il passaggio ad un qualsiasi altro farmaco antidepressivo (anche un altro IMAO) deve avvenire dopo una sospensione del trattamento di almeno 2 settimane.

Controindicazioni
Per la loro capacità di indurre tachicardia e aritmie i triciclici sono controindicati in pazienti con cardiopatie, alterazioni della conduzione cardiaca o in terapia con farmaci che deprimono l’attività cardiaca. Devono essere somministrati con cautela negli uomini affetti da ipertrofia prostatica e nei pazienti con ipertensione oculare o glaucoma.
Gli inibitori delle MAO sono controindicaticati nei casi di insufficienza epatica.
Particolare attenzione nella scelta del farmaco va posta nei pazienti in terapia con un antipertensivo: molti farmaci antidepressivi, infatti, possono indurre ipotensione che, in questi casi, risulterebbe potenziata.

fonte: Elisa Lucchesini, dica33.it

leggi anche:
depressione, psicofarmaci e/o psicoterapia
antidepressivi ed insorgenza di episodi maniacali
limiti dell'efficacia degli antidepressivi (depressioni resistenti)
lo studio di Kirsh sugli antidepressivi
il libro del professor Lalli sulla depressione
Agenzia Italiana del Farmaco, farmaci e truffe



11 giugno 2008

Droga, sentimenti, sostanze.info

«C'è una droga che uccide i sentimenti?» Le domande scorrono on-line, sul sito sostanze.info.

«Esiste una droga che uccide i sentimenti?», «La cocaina rende cattivi?» Chi fa tali domande non ha un nome, non ha un età. Ma le sue parole usano il gergo dei giovani e mostrano le preoccupazioni di chi ha vicino la droga. E forse ne ha paura.

Il servizio comunale fiorentino, che fa parte della campagna contro la droga, partita l’anno scorso dalla società della salute, fa un bilancio dei suoi click.


GLI ACCESSI AL SITO. Sono state 16.300 le persone che hanno visitato il sito, 59.258 sono stati gli accessi alle pagine. E soprattutto, 162 sono le domande che sono arrivate agli esperti del centro. Hanno riguardato un po’ tutte le droghe: cocaina (26%), cannabis (21%), anfetamine (19%). Ma anche alcol (14%) e psicofarmaci (6%).

«È difficile trovare oggi un’informazione corretta sulle droghe, soprattutto on line – spiega Stefano, che lavora presso il sito - noi cerchiamo di dire a queste persone come stanno le cose». Ma non si tratta di un contatto unidirezionale: «Il sito è vivo: vengono lasciati i messaggi, noi rispondiamo e si accodano di solito tantissimi commenti di altre persone interessate». Si tratta di un pubblico che va dalle citazioni di Edelberg a quello che ti dice: «Il mio amico finisce lo stipendio a maiale». Ma è difficile dare un’identità. Forse ciò che rende il sito così cliccato è proprio la possibilità di dire e chiedere senza il timore di essere giudicati.


Per il consumo di droghe, la Toscana è in linea con la media nazionale, ma sul consumo delle bevande alcoliche (70%) è sopra la media con l’85%. La diffusione di cannabis è intorno al 24 % . Il trend è invece in aumento per quanto riguarda la cocaina.

La campagna del comune continuerà. Testimonial del sito è la ragazza in stile fumetto con camicia e scaldamuscoli a pois rossi. «Non sono da comunità, sono da community», dice la vignetta che la accompagna.


Per tutte le informazioni è possibile consultare il sito. Non disperate se non arriverà nell’immediato la risposta alla vostra domanda: ci vorranno al massimo tre giorni.


fonte: Federica Sanna - http://corrierefiorentino.corriere.it/

Alterazioni dell'umore e umore disforico

Il primo passo nella diagnosi differenziale dell'umore disforico è assicurarsi che l'alterazione dell'umore non sia causata da una condizione medica generale o dall'uso di sostanze.

Leggi la pagina del sito su disforia e depressione.

10 giugno 2008

La storia di Anna O.


"Lucy Freeman, autrice di numerosi volumi, ha da sempre dedicato al suo interesse principale, la psicoanalisi e la psichiatria, grandissima parte del suo impegno. E se di questo volume le saranno certamente grati i numerosi lettori non specialisti, non ne apprezze­ranno meno l'utilità gli psicologi e gli storici della medicina.

Sotto la sua lente d'ingrandimento emergono via via i veri lineamenti di una famosa "paziente" conosciuta nella letteratura psicoanalitica col nome di
Anna O.: Bertha Pappenheim. Un volto riacquista vivezza, viene individuata una personalità ben precisa di cui sino a ora si conoscevano solamente gli scarni elementi della breve storia clinica.

Di lei si può dire che è stata la pietra an­golare nella formazione delle scoperte e delle teorie di Freud, che tuttavia non l'ha mai conosciuta personalmente: ne aveva solamente sentito parlare, con tutti i particolari del "caso" medico, da un suo collega e amico, Josef Breuer, che l'aveva assistita e curata.

Ma Freud ebbe l'immediata intuizione di quello che poteva significare per la psiche umana la rivoluzionaria scoperta di Breuer e lo convinse a collaborare con lui agli
Studi sull'isteria, in cui si trova appunto il famoso saggio su Anna O. In base a quelle scoperte, a cui si ag­giunsero altre esperienze e conoscenze, Freud delineò una prima ipotesi sui motivi per i quali nelle persone insorgono turbe emotive e sul modo in cui si possono guarire.

II metodo usato da Lucy Freeman per esporre questa appassionante materia è pienamente adeguato al caso della celebre paziente: l'Autrice ci conduce direttamente al capezzale delle sue sofferenze e ci presenta il suo medico, Breuer appunto, a quel tempo assai giovane ma affermato e molto ricercato negli ambienti eleganti e colti della capitale austriaca.


Seguiamo cosí nel suo divenire la "
cura con le parole": le reazioni della ragazza, straordinariamente intelligente e dotata, e i suoi curiosi sintomi isterici che ora sembrano spe­gnersi, ora riesplodono con violenza, mentre il giovane medico ne viene len­tamente catturato. Giorno dopo giorno si reca al letto della malata, fino al­l'ultima volta quando assiste, impietrito dallo sgomento, all'inatteso sbocco della' cura. E abbandona precipitosamente la sua paziente.

Nella seconda parte del libro inaspettatamene il lettore non si trova piú dinanzi una ragazza sofferente, bensí una donna interamente dedita all'impegno in campo sociale, creatrice e direttrice a Francoforte di un centro in cui trovano rifugio le ragazze ebree piú povere istradate alla prostituzione.


E qui Lucy Freeman ricostruisce le vicende che costituiscono la vita quotidiana di
Bertha Pappenheim fino alla morte.

Nella terza parte del libro, infine, l'Autrice prova a spiegare le ragioni per cui la ragazza isterica di un tempo si è tra­sformata in una filantropica e attiva femminista e sostenitrice di riforme sociali, con un lavoro di scavo che è reso possibile dall'analisi puntuale condotta sui fatti e le testimonianze anche minute di questa esistenza.


Ne risulta una biografia affascinante in cui finalmente appare non piú fram­mentato, nella sua continuità lineare lo storico "caso". E Anna O., la paziente di Breuer e Freud, ritrova tutta la concretezza della sua umanità."

Karl Menninger, M.D. - Il caso clinico di Anna O.

LUCY FREEMAN
LA STORIA DI ANNA O.
(Biografie - Epistolari)
Feltrinelli, Milano, 1979

9 giugno 2008

Considerazioni sull'Umore Depresso

Come noto, l'umore depresso è uno dei sintomi più comuni osservabili nel­l'ambito psichiatrico, ed è una componente di molte malattie psichiatriche. Per la diagnosi differenziale delle varie condizioni depressive è importante considerare il contesto in cui la depressione si manifesta e il raggruppamento e la durata dei sintomi.


Una delle valutazioni diagnostiche differenziali più difficili in psichiatria è distinguere tra i disturbi dell'umore e quelle che sono le conseguenze fisiologiche dirette di una con­dizione medica generale. Un grande numero di condizioni mediche generali causano depressione. Se è presente una grave compromissione cognitiva, si dovrebbe prendere in considerazione la Demenza Con Umore Depresso. Spesso, solo il tempo, le va­lutazioni successive e i trattamenti continuativi confermeranno se un parti­colare quadro clinico è meglio spiegato da una Demenza Con Umore De­presso o da un Episodio Depressivo Maggiore con gravi sintomi cognitivi (vedi anche il post sulla diagnosi diffrenziale tra depressione e demenza).

Si devono escludere anche le sostanze e gli effetti collaterali dei farmaci.

La depressione può essere parte di una sindrome di astinenza (per es., cocaina). L'umore de­presso è frequentemente concomitante con l'intossicazione e l'astinenza; se l'umore depresso è motivo di attenzione clinica e va al di là di quanto si riscontra di solito nel­l'intossicazione o nell'astinenza dfa sostanze, può essere appropriata una diagnosi di Di­sturbo dell'Umore Indotto da Sostanze. (Si richiede di solito un periodo di astinenza per determinare se l'umore depresso si risolve una volta che gli effetti della sostanza svani­scono). Si suggerisce di aspettare "circa un mese" dopo la cessazione dell'uso della sostanza per vedere se i sintomi dell'umore si risolvono spon­taneamente, sebbene l'intervallo di tempo effettivo vari a seconda della so­stanza e della situazione clinica. Se i sintomi del­l'umore persistono dopo un ragionevole periodo di attesa, allora un Di­sturbo Indotto da Sostanze è improbabile e la diagnosi è Disturbo dell'U­more primitivo.

Il passo successivo della diagnosi differenziale è determinare se i sin­tomi dell'umore sono parte di un Disturbo dell'Umore (per es., Episodio De­pressivo Maggiore). Un Episodio Depressivo Maggiore richiede una durata minima di almeno 2 set­timane dell'umore depresso, per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno. Inoltre l'umore depresso deve essere accompagnato da almeno quat­tro sintomi aggiuntivi durante lo stesso periodo di tempo (per es., modifica­zioni dell'appetito o del peso, del sonno, del livello di attività motoria, e idee suicide).

Date le sue importanti implicazioni per il trattamento, la principale di­stinzione concettuale nella sezione dei Disturbi dell'Umore è tra depressione monopolare e depressione bipolare. I successivi tre passi nell'albero decisionale servono a identificare quei soggetti il cui quadro clinico attuale è de­pressivo ma il cui decorso globale è caratteristico di uno dei Disturbi Bipo­lari. I sintomi depressivi accompagnati da un'anamnesi di Episodi Maniacali indicano il Disturbo Bipolare I, gli Episodi Ipomaniacali con Episodi De­pressivi Maggiori indicano il Disturbo Bipolare II, e i sintomi depressivi cro­nici che si alternano con periodi ipomaniacali giustificano una diagnosi di Disturbo Ciclotimico.

Per i quadri clinici depressivi monopolari, la diagnosi specifica dipende dalla presenza di Episodi Depressivi Maggiori, nel qual caso la diagnosi è di Disturbo Depressivo Maggiore. Il Disturbo Di­stimico è caratterizzato da depressione cronica che è al di sotto della soglia sintomatologica per un Episodio Depressivo Maggiore.

A seconda delle circostanze, l'umore depresso che si manifesta in rispo­sta ad un fattore stressante può essere caratteristico di disturbi diversi.

Se il fattore stressante è la morte di una persona cara, si dovrebbe considerare il Lutto (che non è un disturbo mentale).

Se i sintomi depressivi sono partico­larmente gravi o prolungati, allora una diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore può essere più appropriata anche se la depressione si manifesta dopo la perdita di una persona amata.

Per altri fattori stressanti (per es., la perdita del lavoro), se la reazione depressiva soddisfa appieno i criteri per un Disturbo dell'Umore specifico (per es., Disturbo Depressivo Maggiore), allora si pone questa diagnosi.

Le reazioni di disadattamento che non soddisfano i criteri diagnostici per Depressione Maggiore si classificano come Disturbi dell'Adattamento (con umore depresso).

E' da ricordare infine che la tristezza non è la depressione, e che è parte normale della vita quotidiana; l'esistenza di una condizione di tristezza non giustifica una diagnosi di depressione a meno che non comporti disagi o compromissioni clinicamente significativi.

6 giugno 2008

Sintomi fisici e disturbi mentali

I problemi inerenti la necessità clinica di differenziare sintomi fisici dovuti a patologie organiche e sintomi fisici nell'ambito delle patologie di natura psichiatrica tendono a ricevere insuf­ficiente attenzione da ambedue i versanti, quello medico e quello psichiatrico. Questo può portare a diagnosi er­rate da entrambe le parti.


Vi sono tre modi di interpretare i sintomi fisici non giustificati:

1) i sintomi sono causati da una condizione medica generale sottostante che non si è an­cora manifestata con reperti obiettivi chiaramente distinguibili;

2) i sintomi fisici risultano meglio spiegabili con un di­sturbo mentale (per es., Disturbo di Conversione, Disturbo di Panico, Di­sturbo Depressivo Maggiore); oppure

3) i sintomi fi­sici sono prodotti intenzionalmente dal soggetto (Disturbi Fittizi).

Per determinare se un sintomo fisico ingiustificato è da attribuire a un Disturbo Somatoforme, per prima cosa bisogna prendere in considerazione ed escludere la presenza di una condizione medica generale; è da ricordare inoltre la necessità di stabilire se tale condizione me­dica generale può essere ritenuta totalmente responsabile della situa­zione del paziente: an­che allorché il clinico stabilisce che la condizione medica generale può essere responsabile dei sintomi del paziente, i fattori psicologici possono giocare un ruolo di primo piano sull'esordio e sul decorso della malattia, nonché sulla risposta del paziente al trattamento.

I clinici spesso dimenticano che molti soggetti con una varietà di altri di­sturbi psichiatrici possono, e molto spesso ciò accade, presentare un quadro clinico conformato sulle loro lamentele fisiche. Di conseguenza, l'appro­priata diagnosi viene spesso mancata o perché l'individuo è con­centrato sui sintomi fisici, o perché il clinico trascura certi sintomi psichiatrici meno evidenti che potrebbero caratterizzare la sindrome.

Molti casi di Di­sturbo Depressivo Maggiore, Disturbo di Panico, Disturbo d'Ansia Genera­lizzato che si manifestano con sintomi fisici vengono in questo modo trascurati, specialmente nelle strutture sanitarie di medicina generale, ma anche nel setting psichiatrico.

Quando un soggetto presenta dei sin­tomi fisici atipici o ingiustificati, bisogna quindi essere particolarmente ac­curati nel ricercare l'eventuale presenza degli appropriati disturbi mentali.

Per esempio, quando un soggetto presenta dispnea, mancamenti e pal­pitazioni ingiustificati, è fondamentale domandare se i sintomi si manife­stano in occasione di crisi di panico.

La diagnosi differenziale di Disturbo Fittizio si basa sul fatto che il paziente produce consapevolmente i sintomi. Se si tratta di un Disturbo Fittizio, il paziente risulterà consapevole della falsità della sintomatologia (e probabilmente simulerà il quadro clinico in modo più convincente sulla base della lettura di testi medici).

La diagnosi appropriata sarà invece di Disturbo di Conversione allor­ché il soggetto crede davvero che sia presente una sintomatologia neurolo­gica e si sente nella impossibilità di muovere, ad es., un arto. Nella pratica, potrà essere difficile valutare le motivazioni e stabilire in che punto si collocano nel continuum tra la simulazione deliberata e la produzione inconsapevole di sintomi.

Una condizione di Ipocondria sarà caratterizzata più dalla preoccupazione legata alla convinzione di avere qualche grave malattia nascosta che da quella per i sintomi in sé.

Inifine, il Disturbo da Dismorfismo Corporeo corrisponde a una preoccupa­zione patologica legata all'idea di avere qualche grave difetto nell'aspetto fisico.

4 giugno 2008

Diagnosi dei Disturbi di Adattamento


I Disturbi dell'Adattamento (vedi il relativo post) devono essere differenziati da:

1) - Disturbo Post-traumatico o Acuto da Stress
Richiede la presenza di un fattore estremo di stress, e comporta sintomi caratteristici come pensieri intrusivi, evitamento, dissociazione e attivazione neurofisiologica ("arousal").

2) - Lutto
E' caratterizzato da una reazione alla perdita di una persona amata che corri­sponde a quanto ci si può ragionevol­mente aspettare. Si fa diagnosi di Di­sturbo dell'Adattamento se i sintomi ri­sultano in eccesso rispetto a quanto ci si potrebbe ragionevolmente aspettare (vedi anche il post sul lutto patologico).

3) - Reazioni non patologiche allo stress
Sono reazioni caratterizzate da sintomi che rien­trano nei limiti di quello che ci si può aspettare data la natura del fattore di stress, e che non portano a menoma­zioni o limitazioni clinicamente significative.

3 giugno 2008

Diagnosi differenziale della Personalità Evitante

Criteri di Diagnosi Differenziale per il Disturbo Evitante di Personalità(vedi); il Disturbo Evitante di Personalità deve essere differenziato da:

1) - I comportamenti di evitamento che si possono riscontrare nel Disturbo di Panico con Agorafobia:
(tipicamente in questi casi il comportamento evitante inizia dopo l'esordio de­gli Attacchi di Panico e può variare a seconda della loro frequenza e intensità).

2) - Sentimenti di inadeguatezza, ipersensibilità alle critiche, e bisogno di rassicurazione che si riscontrano nel Disturbo Dipendente di Personalità:
(è questa una condizione caratterizzata dalla presenza di esigenze di essere accuditi, piuttosto che dall'evi­tamento delle situazioni di umilia­zione o di rifiuto).

3) - La condizione di isolamento sociale che si riscontra nel Disturbo Schizoide di Personalità e nel Disturbo Schizotipico di Personalità (vedi):
(è caratterizzata da uno stato di soddi­sfazione per l'isolamento sociale o per­sino da una certa preferenza per l'iso­lamento sociale).

4) - La riluttanza a fidarsi degli altri nel Disturbo Paranoide di Personalità:
(è motivata dal timore che qualche informazione personale possa essere utilizzata con intenti dannosi, piutto­sto che dal timore di rimanere in im­barazzo).

5) - Infine. è da ricordare che esistono Modificazioni della Personalità Dovute a Condizioni Mediche Generali:
(è una modificazione della personalità correlata agli effetti diretti di una condizione medica generale).

2 giugno 2008

Fibromialgia e sindrome fibromialgica

La sindrome fibromialgica (SF) rappresenta una con­dizione clinica di frequen­te riscontro nella pratica clinica. Si tratta di una sin­drome dolorosa cronica ad eziologia sconosciuta ca­ratterizzata da dolore mu­scolo-scheletrico diffuso.


La diagnosi di SF si basa sui criteri classificativi del­l'American College of Rheumatology (ACR) del 1990, e pertanto sulla pre­senza, da almeno tre mesi, di dolore muscolo-schele­trico diffuso e di almeno 11 dei 18 tender points evo­cabili alla digitopressione. Nella pratica clinica un paziente che ha 7-8 tender points viene considerato fibro­mialgico a tutti gli effetti.

I pazienti affetti da SF riferiscono una va­rietà di altri sintomi clini­ci. Questi sintomi com­prendono ansia, depressio­ne, cefalea, alterazioni del sonno, astenia, rigidità mattutina, parestesie agli arti, toracalgie atipiche, co­lon e vescica irritabile. Questi sintomi sono in­fluenzati da alcuni fattori come gli stress psicofisici e i distur­bi del sonno. In circa la metà dei pazienti i sintomi appaiono dopo una sindro­me simil-influenzale, o uno stress di tipo fisico o psi­chico. Circa il 30% dei pa­zienti fibromialgici presen­tano disturbi psicologici, in prevalenza di tipo ansio­so-depressivo.


La presenza di questi sin­tomi è importante non tan­to per la diagnosi ma per la valutazione di una corret­ta strategia terapeutica che deve tenere nella dovuta considerazione i sintomi nella loro complessità, la qualità di vita del pazien­te e/o la disabilità che la malattia determina nel pa­ziente.


Se il paziente viene abbandona­to a se stesso e non tratta­to in maniera appropriata, si concentra solo sui pro­pri sintomi, si convince che da tale situazione non riusci­rà più a venirne fuori, assume un at­teggiamento di passività per cui perde gradualmen­te i propri contatti sociali e lavorativi, diventa sedenta­rio decondizionando la pro­pria muscolatura fino al­l'insorgere di stati ansioso ­depressivi significativi.


Nessun trattamento è uni­formemente efficace in tut­ti i pazienti; le strategie te­rapeutiche che consistono in trattamenti farmacologi­ci e non farmacologici devono essere individualizza­te sul paziente, e il clinico può avere la necessità di provare differenti modalità terapeutiche prima di otte­nere un miglioramento ot­timale dei sintomi del pa­ziente.


Gli antidepressivi, gli op­pioidi, i farmaci antinfiam­matori non steroidei, i se­dativi, i miorilassanti sono solo alcuni dei numerosi farmaci che sono stati e che vengono utilizzati nel trat­tamento della sindrome fi­bromialgica.
I risultati otte­nuti con il solo trattamen­to farmacologico sono spes­so deludenti e spesso i pa­zienti necessitano di una politerapia farmacologica che agisca su differenti li­velli del processo di perce­zione del dolore.

Un ap­proccio integrato di tipo comportamentale, farma­cologico e non farmacolo­gico può in molti casi dare notevoli soddisfazioni; ma risulta importante, oltre a stabilire la diagnosi di SF, definire le condizioni fisi­che e psicologiche del pa­ziente stesso, educarlo alla malattia e stabilire un pia­no terapeutico con obietti­vi ragionevoli da raggiun­gere.

aggiornamento, 12 giugno 2008

(AGI) - Parigi, 12 giu. - I medici, anche esperti reumatologi, spesso la prendono per una forma di ipocondria prettamente femminile, donne che giunte a una certa eta’, alle soglie della menopausa, si lamentano di dolori insistenti alle articolazioni, debolezza, il classico ‘mal di testa’, sentendosi prescrivere un blando antidepressivo, magari con un’aria un po’ di sufficienza. Invece spesso e volentieri la malattia c’e’ davvero, e non e’ da ridere: la fibromialgia e’ una malattia reumatica che colpisce i muscoli causando un aumento di tensione muscolare: tutti i muscoli (dal cuoio capelluto alla pianta dei piedi) sono in costante tensione... la fibromialgia e’ un fenomeno in crescita e numericamente non piu’ trascurabile.

‘Ormai su dieci pazienti - conferma il reumatologo Guido Valesini, a Parigi per seguire il congresso Eular - quattro hanno la classica artrosi, ma quattro hanno la fibromialgia, una malattia che puo’ essere associata ad altre patologie gravi’.

Solo da pochi anni la fibromialgia e’ uscita dal cono d’ombra: fino a dieci anni fa non la si diagnosticava neanche, essendo i medici convinti si trattasse di sintomi di tipo psicogeno.

Oggi esistono dei farmaci, soprattutto i miorilassanti, che agiscono sulla manifestazione ‘periferica’ della FM cioe’ sulla contrattura muscolare, e farmaci che potenziano l’attivita’ della serotonina che agiscono invece su uno dei meccanismi ‘centrali’ della malattia.

In sostanza, spiega Valesini, ‘diamo ai malati degli antidepressivi, ma non perche’ come si riteneva una volta i loro sintomi sono dovuti alla depressione, ma perche’ questi farmaci inibiscono le contrazioni muscolari dolorose che non fanno dormire il malato, e a loro volta ingenerano altre contrazioni. (fonte: AGI)

fonte: Sindrome fibromialgica, disturbi fisici e psicologici, C. Ciocci - P. Sarzi Puttini, Il giornale della previdenza medica, n.4, 2008

leggi anche i post su: sindrome da fatica cronica e medicina mente - corpo