30 maggio 2008

Lentamente muore


"Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta la musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare."


Pablo Neruda

Disturbi dell'alimentazione

Sintomi differenti associati con l'a­limentazione sono le variazioni del peso e dell'appetito e le abbuffate di cibo.

Poiché le modificazioni del peso e dell'appetito sono comunemente causate da condizioni mediche generali, il primo pensiero dovrebbe essere sempre quello di escludere altre malattie internistiche prima di supporre che i sintomi siano psichiatrici. Questo specialmente quando la perdita o l'aumento di peso sono di notevoli pro­porzioni e si manifestano insieme ad altri sintomi fisici. Inoltre, le modifica­zioni dell'appetito e del peso sono anche fre­quentemente causate dall'uso di sostanze farmacologiche: in effetti, una delle princi­pali ragioni per la non accettazione di molti farmaci psicotropi (per es., anti­depressivi triciclici, neurolettici) è la paura dell'aumento di peso che comunemente accompagna il loro uso (vedi il post sugli effetti collaterali dei farmaci antidepressivi triciclici e SSRI).

Dal momento che le modificazioni dell'appetito e gli aumenti o le per­dite di peso sono così comuni in diversi disturbi psichiatrici, essi sono rela­tivamente aspecifici nel fornire indizi per la diagnosi differenziale.

Quindi ci si deve affidare alle caratteristiche degli altri sintomi del quadro clinico e alla relazione temporale con essi per decidere qual è la spiegazione più adeguata per la modificazione dell'appetito o del peso.

Per esempio, un soggetto non mangia per il delirio che il cibo sia avvelenato (come nel Disturbo Delirante), per un sentimento di inutilità o per una perdita del piacere di mangiare (come nell'Episodio Depressivo Maggiore), o come conseguenza di una di­minuzione dell'appetito o dell'essere "troppo indaffarato" (come nell'Episo­dio Maniacale)?

In alcuni soggetti, la perdita o l'aumento di peso sono associati ad un quadro clinico specifico di gravi distorsioni dell'immagine corporea e/o di abbuffate.

Il DSM-IV comprende una sezione separata per i Disturbi dell'Alimentazione o DCA (Anoressia Mentale, Bulimia Nervosa) che sono caratterizzati da comportamenti alimentari specifici associati con eccessivo interesse per l'immagine corporea.

Nell'Anoressia Mentale, la paura patologica di essere grassi causa una perdita di peso spesso pericolosa. Alcuni soggetti con Anoressia Nervosa si dedicano ad abbuffate o all'uso di pur­ganti, mentre altri raggiungono un peso basso esclusivamente con il digiuno e l'attività fisica eccessiva.

Diversamente rispetto all'Anoressia Nervosa, i soggetti con Bulimia Nervosa hanno un peso normale o lievemente supe­riore. Essi si dedicano a cicli di abbuffate compensate dall'uso di metodi inappropriati per contrastare gli effetti del loro eccessivo apporto calorico (per es., vomito auto-indotto, abuso di lassativi, digiuno, attività fisica ec­cessiva).

Infine, è importante ricordare che le preoccupazioni sull'aspetto del corpo, sull'aumento e sulla perdita di peso e sulle esigenze dietetiche sono aspetti quasi ubiquitari della vita nel mondo moderno e di solito non giustificano di per sé una diagnosi di disturbo mentale. ­

29 maggio 2008

La diagnosi differenziale dei disturbi d'ansia

Per poter correttamente fare diagnosi di disturbo d'ansia è necessario anzitutto escludere una condizione medica generale o l'uso di sostanze come causa dell'ansia; quando questa si manifesta in episodi distinti con inizio improv­viso ed è accompagnata da diversi sintomi somatici (per es., palpitazioni, re­spiro corto, vertigini) e cognitivi (paura di impazzire o di avere un at­tacco di cuore), viene diagnosticata come "attacco di panico".


I rimanenti passi per la diagnosi differenziale sono de­terminati dal contenuto dell'ansia. È importante nella valutazione determi­nare di che cosa il soggetto ha paura, quali situazioni sono evitate, e se l'ansia è una reazione ad un fattore stressante.

Nel Disturbo di Panico, Con o Senza Agorafobia, l'ansia è correlata alla paura di avere altri attacchi di pa­nico e alle possibili conseguenze di questi attacchi.

L'Agorafobia Senza Anamnesi di Disturbo di Panico è simile tranne che per il fatto che il sog­getto non ha mai avuto attacchi di panico conclamati ed ha invece paura di avere sintomi a tipo di panico che però non raggiungono la soglia di un at­tacco di panico (per es., svenire, perdere il controllo sfinterico).

L'Ansia Sociale, la Fobia Semplice e il Disturbo Os­sessivo-Compulsivo sono correlati, rispettivamente, alla paura dell'umiliazione sociale, alla paura di essere esposti ad oggetti o situazioni circoscritte (per es., al­tezze, sangue, ascensori, ragni), e alla paura dello scatenamento di rimugi­nazioni ossessive (per es., contaminarsi, fare male a qualcuno).

Nell'Ipocon­dria e nel Disturbo da Dismorfismo Corporeo, l'ansia è correlata alla preoc­cupazione di avere una malattia grave o un difetto corporeo.

Il Disturbo d'Ansia Generalizzato è una categoria residua per l'ansia e la preoccupa­zione croniche difficili da controllare. Diversamente dal Disturbo di Panico, l'ansia in questa condizione non ha una qualità ingravescente, a tipo di at­tacco, con un inizio e una fine brusche.

Esistono infine tre disturbi che descrivono l'ansia che si mani­festa in risposta ad un fattore stressante. Due di questi (Disturbo Acuto da Stress e Disturbo Post-traumatico da Stress) richiedono un fattore stressante con pericolo di vita o di gravi lesioni, mentre per il Disturbo dell'Adatta­mento il fattore stressante può essere meno grave.

28 maggio 2008

Diagnosi dei sintomi di evitamento

Tale comportamento è un sintomo quando è basato su paure irrealistiche o quando comporta di­sagio o compromissione significativi. Si tratta di un sintomo quasi ubi­quitario e aspecifico, che rappresenta la manifestazione associata di molti di­sturbi. La valutazione di questo sintomo richiede la determinazione delle specifiche circostanze che innescano l'evitamento.


Alcune note inerenti i criteri di diagnosi differenziale dei disturbi di evitamento.

Il primo passo è determi­nare se il soggetto ha avuto attacchi di panico o sintomi tipo panico e se gli attacchi o i sintomi di panico sono la causa dell'evitamento: in questo caso la diagnosi è Disturbo di Panico Con Agorafobia (per gli attacchi di panico) o Agorafobia Senza Anamnesi di Disturbo di Panico (per i sintomi a tipo di panico).
I soggetti associano il rischio di avere un attacco di panico con par­ticolari luoghi o situazioni che poi diventano stimoli condizionati con un'alta probabilità di innescare ulteriori attacchi. Essi allora evitano queste situazioni "di innesco" nello sforzo di ridurre la possibilità di avere attacchi di panico o sintomi tipo panico.

L'evitamento nella Fobia Sociale è correlato alla paura dell'imbarazzo sociale. Questo evitamento avviene in due forme (sebbene alcuni soggetti si situino in una posizione intermedia tra le due). L'ansia di prestazione della Fobia Sociale riguarda l'evitamento di attività in pubblico (per es., parlare, mangiare) che possono essere svolte con facilità in privato e a casa propria. La forma generalizzata include virtual­mente ogni situazione che comporti interazione sociale, e in molti casi può risultare virtualmente identica al Disturbo Evitante di Personalità.

Le Fobie Specifiche (fobie semplici) probabilmente comportano qualche interazione tra paure e timori personali e l'insorgenza di esperienze nega­tive che li rinforzano. Alcuni soggetti con Disturbo Os­sessivo-Compulsivo apprendono che l'evitamento di certe situazioni scate­nanti previene l'inizio di ossessioni (per es., evitare di stringere la mano ri­duce le ossessioni di contaminazione).

Nel Disturbo Post-traumatico da Stress e nel Disturbo Acuto da Stress, il soggetto evita la situazioni che gli ri­cordano in qualche modo il fattore stressante (per es., somiglianze, rumori forti, tremori).

Molti altri disturbi psichiatrici possono avere come manifestazione associata l'evitamento (per es., un paziente delirante può evitare di uscire a causa dei suoi deliri o dei suoi timori immotivati).

ultima modifica agosto 2008

27 maggio 2008

Evoluzione della malattia


malattia come:

"anormale condizione dell'organismo

causata da alterazioni organiche o funzionali

ad andamento evolutivo
verso la morte,
la guarigione

o una nuova, diversa condizione di vita"
...

26 maggio 2008

Farmaci e truffe

Disastro colposo per la messa in commercio di farmaci non perfetti. Si apre un nuovo filone nell'inchiesta piemontese sull'Agenzia per i farmaci (AIFA). Ventidue medicine in commercio sono sospettate di essere dannose per la salute dell'uomo. Il farmacologo Silvio Garattini chiede che siano resi nomi i nomi delle specialità: "E' da incoscienti lasciare in giro farmaci a rischio per i cittadini e non dire quali siano".

Su alcuni foglietti illustrativi contenuti nelle medicine qualche controindicazione sarebbe stata soppressa per rendere più facile ottenere la licenza di vendita.

Nell'occhio del ciclone alcuni funzionari 'infedeli' dell'Aifa, che avrebbero chiuso un occhio in cambio di laute mance. Secondo il gip, "la gravità del comportamento di certuni che non esitano a tutelare gli interessi commerciali della società produttrice dei farmaci a scapito delle conseguenze per la salute dei pazienti, è emblematica".

Ci sarebbero anche psicofarmaci a base di principi attivi che, scaduti i canonici dieci anni del brevetto, dovevano essere nuovamente sperimentati con tutti i crismi, ma che sono stati proposti con modalità poco convincenti. Si parla di società che hanno svolto le analisi preparatorie all'estero, in Ucraina, con modalità poco sicure; di pratiche sbrigate dall'Aifa troppo celermente; di dossier compiacenti.

Una speciale commissione d'inchiesta composta da tre saggi istituita dal sottosegretario alla salute Ferruccio Fazio affincherà i magistrati piemontesi nell'inchiesta. Agli arresti da un paio di giorni sono finiti in otto: due i corrotti, alti dirigenti dell'Agenzia per i farmaci; sei i corruttori, dipendenti di case farmacautiche o di agenzie di intermediazione.

Il procuratore di un'azienda farmaceutica indagato per corruzione ha confessato di aver passato dei soldi ad un presunto dipendente dell'Aifa per rendere più facile l'iscrizione nel prontuario. "Ho ricevuto regali - ha detto l'imputato - ma non ho fatto niente contro la salute dei cittadini".

fonte: repubblica, 26 maggio 2008

Disturbi mentali da stress

I fattori psicosociali di stress sono importanti nella patogenesi di tutti i di­sturbi mentali, ma il loro ruolo eziologico specifico risulta determinante solo in alcuni di essi.


Vi sono due disturbi che possono essere dia­gnosticati solo quando il soggetto è rimasto esposto ad un fattore estremo di stress. Il Disturbo Post-traumatico da Stress è caratterizzato dal fatto di rivi­vere ripetutamente la situazione stressante, dall'evitamento degli stimoli che richiamano l'evento, e da un quadro di aumentata attivazione nervosa (arousal). II Disturbo Acuto da Stress riguarda quelle reazioni simili che du­rano meno di 1 mese e che si manifestano subito dopo l'esposizione a qual­che fattore di stress.
(Se la reazione ad uno stress estremo è di proporzioni psicotiche, viene fatta invece diagnosi di Disturbo Psicotico Breve con Rile­vanti Fattori di Stress.)

Molti clinici hanno dei dubbi circa la relazione tra i Disturbi dell'Adat­tamento e le altre condizioni che così spesso risultano precipitate dalla presenza di qualche fattore psicosociale di stress.

I Disturbi dell'Adattamento vengono diagnosticati nei casi in cui la risposta maladattiva al fat­tore di stress causa disagio o menomazione clinicamente significativi, ma non incontra i criteri per nessun altro disturbo specifico del DSM. Al contrario, quando risultano soddisfatti i criteri per un disturbo DSM specifico, quel disturbo viene senz'altro diagnosticato, a prescindere dalla presenza o as­senza di qualche fattore di stress associato; tale regola è stata più volte oggetto di critica.

Per esempio, se si manifesta una reazione depressiva in risposta alla perdita del lavoro o alla notizia di una grave malattia, la diagnosi sarà Disturbo Depressivo Maggiore tutte le volte che il quadro soddisferà pienamente i criteri per l'Episodio Depres­sivo Maggiore. Una reazione depressiva meno grave, ma ciononostante cll­nicamente significativa, potrebbe invece essere diagnosticata come Disturbo dell'Adattamento con Umore Depresso.

Il lutto rappresenta la reazione a un tipo specifico di fattore psicosociale di stress (cioè la perdita di una persona amata), ma non viene considernto un disturbo mentale perché le reazioni di questo tipo sono da considernre normali, anche se clinicamente significative. Quando la sofferenza appare più grave o più prolungata rispetto alle caratteristiche del lutto, allora può risultare più appropriata una diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore (oppure di Disturbo dell'Adattamento).

Nota importante:

Le informazioni riportate in questo sito e le note cliniche riferite non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza l'esplicito parere del proprio medico di fiducia. Il presente sito non svolge infatti funzioni che possano essere considerate come sostitutive di qualsivoglia attività diagnostica nè terapeutica.

25 maggio 2008

L'anima dei Neuroni (convegno)

Ma i neuroni hanno l'anima?
Cosa ha a che vedere l'umano sentire con i neuroni e con le sinapsi?


Il tema domina da trent'anni la riflessione di neurofisiologi e filosofi, ma oggi diviene qualcosa di sensibilmente diverso da una semplice disputa accademica, ancorchè di importanza fondamentale per la ricerca in biomedicina. Ora è una questione molto più concreta, poichè la neurologia ha acquisito la capacità di 'leggere' le funzioni cerebrali con le tecniche di neuroimaging, e di 'vedere' cosa accade quando si soffre, quando ci si innamora, quando si vede qualcosa di bello.

E di questo si occupa, da sempre, Semir Zeki, professore di neurobiologia all'University College of London, e che in particolare studia l'arte come uno degli strumenti privilegiati per consocere il cervello e le sue funzioni.

Semir Zeki è a Vercelli il 31 maggio prossimo, invitato dall'Ordine dei Medici della città per discutere di 'Anima e Neuroni. Pensiero etico ed estetico', assieme ad altri scienziati quali Piergiorgio Strata, Michele di Francesco, Alberto Oliviero.

Semir Zeki ha cominciato la sua carriera presso l'University College di Londra studiando medicina e poi focalizzando il suo interesse sull'anatomia. Tra il 1967 e il '69 è stato research associate al NIMH di Washington e poi assistant professor di anatomia nel Wisconsin. E' quindi tornato all'University College dove, dal 1987, è professore di Neurobiologia.

info:
ORDINE PROVINCIALE MEDICI CHIRURGHI E ODONTOIATRI DI VERCELLI
13100 VERCELLI
CORSO MAGENTA 1
tel. 0161 256256/256356 fax 0161/256156

24 maggio 2008

Terapia del disturbo di adattamento

La psicoterapia è il trattamento indicato per i disturbi dell'adattamento. La terapia di gruppo può rivelarsi particolarmente utile per coloro che hanno vissuto situazioni di stress analoghe. La terapia individuale può offrire l'opportu­nità di esplorare il significato dell'evento stressante per ogni individuo in modo da poter rielaborare i traumi precedenti. Dopo la conclusione della terapia, i pazienti talvolta emergono da un disturbo dell'adattamento più forti che nel periodo premorboso, benché in tale periodo non fosse evidente al­cuna patologia.

Poiché nel disturbo dell'adattamento può essere chiara­mente delineato un fattore stressante, spesso si ritiene che la psicoterapia non sia indicata e che il disturbo regredirà spon­taneamente. Tale opinione non considera che molti soggetti esposti allo stesso fattore stressante non sviluppano sintomi simili e che la risposta è patologica. La psicoterapia può aiu­tare il soggetto ad adattarsi al fattore stressante quando que­sto non è reversibile né limitato nel tempo e può servire come intervento preventivo se il fattore stressante cessa.

Lo psichiatra che tratta un disturbo dell'adattamento deve essere particolarmente attento ai problemi del guada­gno secondario. Il ruolo dell'ammalato può essere premian­te per alcune persone normali che hanno avuto un po' di esperienza con la capacità della malattia di liberarsi dalle re­sponsabilità. Pertanto, l'attenzione, l'empatia e la compren­sione del terapista, che sono necessarie per il successo, pos­sono diventare premianti di per sé, rafforzando pertanto i sintomi. Si dovrebbero analizzare tali considerazioni prima di iniziare una psicoterapia intensiva. Quando si è già stabi­lito un guadagno secondario, la terapia diventa difficile.

Un tipo di terapia breve, l'intervento sulla crisi, è volto ad aiutare la persona con disturbo dell'adattamento a risolvere rapidamente la situazione me­diante tecniche di sostegno e modificazione ambientale. La frequenza e la durata delle sedute per l'intervento sulla crisi variano a seconda delle esigenze del singolo; possono essere necessarie sedute giornaliere, per periodi ovviamente limitati nel tempo. ­

23 maggio 2008

Incidenza dei disturbi d'ansia e depressivi

Almeno l’8 degli italiani soffre di un qualche disturbo psichiatrico: per l’1,5% si tratta di depressione, per il 2,2% di ansia, per l’1-2% di disturbo bipolare e per l’1,2% di disturbi alimentari. Questi i dati emersi ieri a Roma nel corso del convegno “La psichiatria del nuovo millennio”.

I disturbi psichiatrici in Europa: si stima che l'1% della popolazione europea (circa 5 milioni di persone) sia colpito da una malattia grave, come ad esempio la schizofrenia o il disturbo bipolare. Tuttavia solo il 6% delle risorse sanitarie Ue viene dedicato alle malattie psichiatriche (che rappresentano il 20% di tutte le patologie).

Anche l'ansia miete molte 'vittime': "colpisce il 2,2% degli italiani (quattro volte di più le donne) gli attacchi di panico lo 0,3%, l'agorafobia lo 0,2%. Mentre i disturbi alimentari fanno penare almeno un volta nella vita l'1,2% degli italiani, in particolare lo 0,4% per anoressia, lo 0,3% per bulimia e lo 0,3% per il 'binge eating', le abbuffate di cibo".


La depressione è la quarta causa di disabilità al mondo per l'adozione di stili di vita non sani o pericolosi, che conseguono a stato patologico.

fonte: 22 maggio 2008, http://www.ilbisturi.it

21 maggio 2008

L'efficacia dei farmaci antidepressivi

Secondo lo studio, in precedenza riferito (vedi il post cura della depressione con farmaci antidepressivi), pubblicato su Plos Medicine sembra che nella maggior parte dei casi le persone trattate con antidepressivi non beneficiano di effetti positivi degni di nota.


I ricercatori di varie università degli Stati Uniti e del Canada hanno infatti condotto una metanalisi sui principali studi clinici relativi ad alcuni farmaci antidepressivi approvati per la commercializzazione negli USA da FDA - l'autorità regolatoria che vigila sui farmaci in commercio in America - l'equivalente dell'EMEA in Europa o dell'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) in Italia - da cui emerge che l'efficacia di questi medicinali non risponde agli standard previsti dalla comunità scientifica.

Gli autori dello studio, guidati da Irving Kirsch dell'Università di Hull (UK) ha preso in esame 35 studi clinici (5 relativi a fluoxetina, 6 a venlafaxina, 8 a nefazodone e 16 a paroxetina) che hanno coinvolto in totale 5.133 pazienti, di cui 3.292 hanno ricevuto uno di questi medicinali e 1.841 il placebo.

Il risultato è il seguente: pare non esista una correlazione tra l'attenuazione dei sintomi e la somministrazione del farmaco tale da soddisfare i criteri del National Institute of Clinical Excellence (NICE) ovvero livelli di efficacia che giustifichino la somministrazione del farmaco rispetto al placebo. Pare che si sia evidenziata solo una piccolissima differenza, giudicata clinicamente non rilevante, tra l'assunzione del farmaco e del placebo persino nei pazienti con un livello di depressione molto grave.

Gli autori dello studio concludono che gli antidepressivi di nuova generazione non dovrebbero essere assunti, almeno non da quanti soffrono di depressione di livello da basso a moderato per una semplice ragione: i rischi superano i benefici.

leggi anche i post: antidepressivi ssri e interazioni farmacologiche dei farmaci antidepressivi ssri

Kirsch I et al. Initial severity and antidepressant benefits: A metaanalysis of data submitted to the Food and Drug Administration. PLoS Med 2008; 5(2): e45.

Innamorarsi


... parole, frammenti di conversazioni, esseri umani che parlano, scrivono, ascoltano, sentono.

... ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.

"Ma d'altra parte erano due vagabondi. Non so cosa voglia dire, so che avevano gli stessi occhi."

"tutto procede e vedo volti che cambiano e a volte dunque mi pare anche che tutto quanto valesse proprio la pena..."

"e avete parlato e avete scritto:
gli ho regalato le vostre parole, con i vostri nomi, perchè io non le avevo..."

"un'immagine ritrovata degli anni che non ricordavo aver mai vissuto
... c'era davvero qualcosa da salvare."

"poi hanno bisogno di sapere che esiste la possibilita di essere cosi belli ...
Magari di diventarci se la vita per un po` di tempo non lo ha permesso...
Che fortuna la nostra. "


uomini senza sogni.
senza fantasia, senza ricordi.

magari, anche senza dolore.
e senza delusioni.

privi di affetti.

non sanno cos'è la poesia.

ciechi, non vedono quello che sono.
nè quello che hanno intorno.

privi di gambe e di braccia, non sanno stringerti in un abbraccio. nè camminare.

non hanno che la bocca, ma sono privi di parola.
oppure, pieni di parole vuote.

non guardano più le nuvole, non alzano mai gli occhi al cielo.
o, se lo fanno, non riescono a vedere nulla.
non i corvi, nè l'airone.
solo la pioggia.

mai le loro lacrime.

non sono più capaci di perdersi.
non sono più capaci di innamorarsi.

(immagini e pensieri nella terapia di gruppo)

18 maggio 2008

La parola 'depressione'

"L’essere umano dà per scontato il potere comunicativo delle parole senza rendersi conto che esse possono perdere il loro significato più pregnante per diventare nebulose vaganti nel nostro cervello. Il destino della parola “depressione”, usata in mille modi e lasciata, unica, a coprire (male) concetti che possono essere molto distanti fra loro.

COS’E’ LA DEPRESSIONE - In linea di massima questo termine indica una caratteristica comune a tanti stati diversi, ossia una situazione interiore in cui il soggetto ... non prende precisamente la vita come una felice avventura. A parte questo elemento, le situazioni interiori e a volte esteriori a cui la parola fa riferimento sono spesso molto lontane fra loro.

Depressione può indicare uno stato d’animo normale. Spesso il sostantivo è usato come sinonimo di malinconia, non la “melanconia” dei vecchi psichiatri, ma quella sfumatura crepuscolare del nostro intimo che insorge di tanto in tanto anche solo quando si ripensa al passato o ad una situazione che ci genera nostalgia, quel passaggio della nostra esistenza in cui abbiamo necessità di rivolgere la nostra attenzione all’interno di noi stessi piuttosto che al mondo esterno.

Depressione a volte sostituisce la parola “lutto“. Vivere il dolore di una perdita è un processo necessario che implica un percorso maturativo alla fine del quale riusciamo a organizzare la nostra vita senza la persona amata e con in più la consapevolezza dei nostri limiti temporali.

In questi casi l’uso della parola porta ad una patologizzazione di eventi di vita naturali, insinuando sottilmente che tutto quello che non è positivo, piacevole, allegro sia automaticamente negativo e malato. Rischiamo quindi di arrivare a vergognarci di affrontare situazioni dolorose perché il dolore non è considerato un bene; rischiamo oltretutto di non accettare le persone a noi vicine nel momento in cui siano loro ad attraversare i tratti in salita della propria strada.

QUANDO SI PARLA DI MALATTIA - Parlando invece di situazioni patologiche vere e proprie non abbiamo una situazione migliore.

La parola depressione può indicare una vera e propria malattia, oppure un sintomo di altre malattie, può indicare una fase di un disturbo molto più complesso, o può essere usato impropriamente per indicare qualunque problema psichiatrico...

La malattia depressiva è un insieme complesso di segni e sintomi, alcuni dei quali strettamente fisici, che talvolta può non avere proprio il sintomo di cui condivide il nome e per questa ragione può non essere riconosciuta come tale. Come ogni patologia in campo medico, per poterne fare diagnosi questi vanno valutati nel loro insieme perché ciascuno di essi da solo non ha significato.

... Si tratta di un sintomo piuttosto comune in medicina, non è esclusivo appannaggio del campo psichiatrico.

Quando parlo di una fase di una malattia più complessa mi riferisco al disturbo bipolare, che è caratterizzato da oscillazioni eccessive di molti parametri (fra cui anche l’umore)...

fonte: Le mille facce della parola “depressione” di Donatella Lai (giornalettismo.com)

16 maggio 2008

Affetti (le relazioni interpersonali)


Affetti (natura e sviluppo delle relazioni interpersonali)
a cura di: M.Ammaniti e N. Dazzi
Biblioteca di cultura moderna Laterza
Laterza, Bari, 1990

"... Anche al di fuori di qualsiasi contesto terapeutico, noi passiamo la vita a curarci reciprocamente...

...esiste un'abitudine. basata su un pregiudizio scientista, di pensare all'affetto come connotazione di una rappresentazione.
A mio parere, le cose non stanno così, l'affetto cioè non è una connotazione emotiva in cerca di una rappresentazione.
Molto spesso si tratta proprio del contrario: un'esperienza affettiva è in attesa o alla ricerca di una rappresentazione.

Si pensi ai Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello: sei personaggi sono alla ricerca di rappresentazione, sospesi tra la vita e la morte, e chiedono un'altra forma di esistenza.
"

da: André Green, La comunicazioni degli affetti nella clinica, uno dei saggi contenuti nel libro.

Disturbi dell'adattamento

Nel DSM-IV i disturbi dell'adattamento sono definiti come "sintomi emozionali o comportamentali clinicamente significativi" che si sviluppano "in risposta a uno o più fattori stressanti psicosociali identificabili".

I sin­tomi devono manifestarsi entro 3 mesi dall'inizio del fatto­re stressante.
La reazione deve essere sproporzionata ri­spetto alla natura dello stress oppure vi deve essere una si­gnificativa compromissione del funzionamento sociale o la­vorativo.

Non si deve porre diagnosi di disturbo dell'adatta­mento se la reazione soddisfa i criteri per un altro specifico disturbo d'ansia o dell'umore .

I sintomi del disturbo di solito si risolvono entro 6 mesi, benché possano durare più a lungo se prodotti da un fattore stressante cronico o che abbia conseguenze persi­stenti. Pertanto, i disturbi dell'adattamento sono reazioni disadattative di breve durata a ciò che si può vivere come una calamità personale, ma che in termini psichiatrici si definisce fattore stressante.

L'organizzazione della personalità contribuisce a determinare le rispo­ste sproporzionate ai fattori stressanti.

Difficoltà in una relazione intrafamiliare possono causare un disturbo dell'adattamento che coinvolge l'intero sistema familiare; specifici stadi dello sviluppo - come l'inizio della scuola, l'abbandono della casa, il matrimonio, la nascita di un figlio, l'insuccesso nel raggiungere mete lavorative, l'abbandono della casa da par­te dell'ultimo figlio e il pensionamento - sono spesso asso­ciati a un disturbo dell'adattamento.

Cruciale per la comprensione del disturbo dell'adattamento è la conoscenza di tre fattori: la natura del fattore stressan­te, i significati consci e inconsci del fattore stressante e la vulnerabilità preesistente del paziente.

E' da tenere costantemente presente il fatto che un disturbo di personalità può rende­re un soggetto vulnerabile al disturbo dell'adattamento.

Il medico deve eseguire una dettagliata esplorazione dell'esperienza del soggetto nei confronti del fattore stres­sante. Spesso alcuni individui attribuiscono tutta la colpa a un particolare evento, quando un fatto meno ovvio può es­sere più importante in termini di significato psicologico per il paziente.

DIAGNOSI

Sebbene per definizione i disturbi dell'adattamento siano conseguenti a un fattore stressante, non sempre i sintomi iniziano immediatamente. Secondo il DSM possono tra­scorrere fino a tre mesi tra il fattore stressante e l'insorgen­za dei sintomi e non sempre questi ultimi recedono appena cessa il fattore stressante. Se il fattore stressante persiste, il disturbo può diventare cronico.

Può manifestarsi a qualsia­si età e i suoi sintomi variano considerevolmente; negli adul­ti sono più comuni gli aspetti depressivi, ansiosi o misti.

Il quadro clinico del disturbo dell'adattamento può va­riare notevolmente. Il DSM-IV elenca diversi tipi di disturbo dell'adattamento:

1) Sviluppo di sintomi emozionali e comportamentali in risposta a uno o più fattori stressanti che si manifestano entro 3 mesi dall'inizio del fattore, o dei fattori stressanti.

2) Questi sintomi o comportamenti sono clinicamente significativi come evidenziato da uno o l'altro dei seguenti:
(a) grave disagio che va al di là di quanto prevedibile in base all'esposizione al fattore stressante
(b) compromissione significativa del funzionamento sociale o lavorativo (o scolastico)

3) Una volta che il fattore stressante (o le sue conseguenze) son superati, ì sintomi non persistono per più di altrì 6 mesi.

Il Disturbo di Adattamento può essere:

Acuto: se l'alterazione dura per, meno di 6 mesi
Cronico: se l'alterazione dura per 6 mesi o più

I disturbi dell'adattamento sono codificati in base al sottotipo:

Con umore depresso
Con ansia
Con ansia e umore depresso misti
Con alterazione della condotta
Con alterazione mista dell'emotività e della condotta

La prognosi complessiva del disturbo dell'adattamento è ge­neralmente favorevole con un trattamento appropriato. La maggior parte dei pazienti torna al livello di funzionamento precedente entro 3 mesi.

vedi anche il post sulla diagnosi differenziale del disturbo di adattamento

Nota importante:

Le informazioni riportate in questo sito e le note cliniche riferite non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza l'esplicito parere del proprio medico di fiducia. Il presente sito non svolge infatti funzioni che possano essere considerate come sostitutive di qualsivoglia attività diagnostica nè terapeutica.

15 maggio 2008

Il dolore del passato


"...una seduta intensa quella di ieri...

la sofferenza della ragazza, della quale non conosco il nome,
che per un attimo si è fatta tangibile,
mi sembrava quasi di poterla toccare...


mi sono venute le lacrime agli occhi davanti a quel dolore,

che diventava ogni minuto di una intensità quasi insostenibile.


tante sensazioni si sono intrecciate:
la voglia di dirle qualcosa ma senza saper cosa,
la voglia di abbracciarla...


poi le immagini proposte, che hanno contenuto quel dilagare di sofferenza....


credo che in lei ho visto quel dolore che in passato mi ha attanagliato,

quello che sembra non aver fine,

quello che sembra senza speranza ma che poi in fondo una speranza la contiene...


è questo che avrei voluto farle sentire."

14 maggio 2008

Intelligenza ed allattamento

Sempre maggiori sono le evidenze sul fatto che i bambini allattati al seno diventano più intelligenti di quelli che sono allattati con latte artificiale.


I ricercatori della Canada's McGill University hanno riscontrato infatti che i neonati allattati al seno presentano, in epoca successiva, livelli di Q.I. (quoziente intellettivo) significativamente maggiori rispetti a quelli allattati con latte artificiale. Lo studio di circa 14000 bambini è l'ultimo di una serie di studi che ha riscontrato un tale legame positivo.

I ricercatori, evidentemente per una questione di dubbio di matrice cartesiana, sono incerti se tale riscontro sia collegabile alle caratteristiche fisico-chimiche del latte materno o al legame affettivo che si struttura tra la madre e il bambino durante il periodo di allattamento.

Il professor Michael Kramer ha infatti dichiarato: "A lungo termine, l'allattamento naturale sembra migliorare per i bambini lo sviluppo cognitivo". Ma ha altresì aggiunto: "Anche se la differenza nelle modalità di allattamento appare come nesso di causalità, non è ancora chiaro se le osservate diversità cognitive dell'allattamento al seno sono determinate da alcune componenti del latte materno o se sono legate all'occasione del 'contatto fisico' ed alle interazioni relazionali inerenti il seno."

Si è ipotizzato che alcuni acidi grassi trovati nel latte materno siano in grado di stimolare l'intelligenza, ma è quanto mai probabile che la relazione tra aspetto fisico ed emotivo dell'allattamento al seno possa condurre a cambiamenti permanenti nello sviluppo del cervello e delle funzioni cognitive. I ricercatori hanno anche suggerito che l'allattamento al seno possa aumentare l'interazione verbale tra madre e bambino, che a sua volta potrebbe aiutare lo sviluppo.

francesco giubbolini, siena


leggi anche il post sulla teoria dell'attaccamento

fonte: BBC News

13 maggio 2008

Le patologie psichiatriche più diffuse

Le malattie psichiatriche più diffuse, così come spiega Alberto Siracusano, presidente della Società italiana di psichiatria, sono “la depressione, l’ansia, i disturbi della personalità, i problemi alimentari (DCA, disordini del comportamento alimentare) e quelli collegati all’uso e abuso di alcol e sostanze stupefacenti, nonché al controllo degli impulsi“.

(leggi anche i post: sommario di clinica psichiatrica con i link alle pagine del blog su specifiche patologie;

sommario sulla depressione
sommario su psicofarmaci
sommario di psicodinamica
sommario sul panico
)
leggi anche, nel sito: psichiatria e malattie psichiatriche (considerazioni generali)

A questi si aggiungono la depressione post-partum e altri disagi declinati ‘in rosa’.

Da un’indagine della società di psichiatria emerge come, rispetto ai pazienti già in cura, nei nuovi accessi si dimezzano i disturbi dell’area psicotica (’solo’ per il 14%) e aumentano al contrario i disturbi d’ansia (26%) e d’umore (21%).

Negli ultimi 30 anni sono mutati anche i fattori di rischio che non sono più medico-biologici e genetici ma anche psico-sociali e ambientali.

Siracusano sottolinea come “passano circa 18 mesi prima che un giovane paziente arrivi alla diagnosi e passi al trattamento”. Il proposito è quello di “definire percorsi specifici per ciascun problema, abbattendo la ‘latenza’ fra primi sintomi e diagnosi“.

fonte: blog scienze.com


Delirio e deliroide

Il delirio è un'idea oppure un insieme di idee che, pur non avendo nessuna corrispondenza con i dati della realtà, non cedono né agli argomenti della logica né alle disconferme che derivano dall'esperienza. Di importanza fondamentale nella visione del mondo del delirante, tali idee risultano incomprensibili e non condivisibili alle persone che appartengono al suo stesso ambito affettivo e culturale.


Si distingue solitamente un delirio lucido, dove il soggetto è presente nella realtà in cui vive, da un delirio confuso che insorge e si accompagna ad un'alterazione evidente dello stato di co­scienza.

Jaspers distingue tra idee simildeliranti (deliroidi) e vere e proprie idee deliranti: le prime sono alla base dei deliri cosiddetti comprensibili perché riconducibili a con­tenuti psichici che in qualche modo li giustificano, come ad esempio un delirio di rovina in una patologia depressiva, le seconde si trovano alla base dei deliri incomprensibili che sono per Jaspers quelli tipici della schizofrenia e dei disturbi schizofrenici.

Di condizione deliroide parla Kretschmer a proposito del delirio paranoico che non evolve in schizofrenia, ma si cristallizza 'incistandosi' quale 'nucleo psicotico' nella personalità dell'individuo sen­za conivolgere l'intero ambito dell'ideazione.

leggi anche il post sul delirio di negazione

12 maggio 2008

Relazioni uomo donna



"Se si tratti di relazione uomo donna o di altro, se si tratti di sessualità o meno, se sia realizzazione o castrazione.

Se si costringa o ci si costringa oppure si proponga "vita di relazioni, affettività e sessualità nel rapporto umano uomo-donna".


Se è investimento sessuale o se non lo è.


Se si tratti di costringere il bello nel brutto piuttosto che il contrario.


Cioè se esista davvero - oppure no - l'affettività. La sessualità. La relazione.

Quale sia la motivazione inconscia delle cose.

Quale la natura di ogni specifico essere umano.
"



"Se l'affettività, la sessualità, la relazione le sentiamo dentro di noi, ci appartengono, sono qualcosa di nostro che vive al di là della disponibilità dell'altro.


Un attimo di tristezza per chi se ne va, per chi fugge da sè stesso, preda delle paure, paura dell' affettività, della sessualità.


Rimango a guardare con tristezza mentre si allontana, ha la schiena curva, la pelle piena di rughe, il passo pesante.


Un' immagine triste."



"... ti ho amato davvero.
senza la tua voce senza il tuo sguardo senza la carezza delle parole, senza te..

mi avvio per la strada desolata.


voglio incontrarti.


accoglimi come hai già fatto una volta.
"

11 maggio 2008

Da Apuleio a Canova, Amore e psiche

"... Vi erano in una città un re e una regina. Questi avevano tre bellissime figliole. Ma le due più grandi, quantunque di aspetto leggiadrissimo, pure era possibile celebrarle degnamente con parole umane; mentre la splendida bellezza della minore non si poteva descrivere, e non esistevano parole per lodarla adeguatamente."

(Apuleio)



Amore e Psiche è un gruppo scultoreo realizzato da Antonio Canova nel 1788, esposto al Museo del Louvre a Parigi. Ne esiste una seconda versione (1800-1803) conservata all'Ermitage di San Pietroburgo in cui i due personaggi sono raffigurati in piedi ed anche una terza (1796-1800), sempre esposta al Louvre. Delle tre versione, la prima è la più famosa.


Antonio Canova

Le figure sono rappresentate nell'atto subito precedente al bacio, un momento carico di tensione, ma privo dello sconvolgimento emotivo che l'atto stesso del baciarsi provocherebbe.

*****

L'amore è la forma più alta in cui si esprime il 'ci' dell''esser­ci', ossia la sua originaria apertura: "...l'esser se ­stesso dell'amore non è un "io", ma un "noi".

Lo spa­zio dell'amore è abolizione di tutti i luoghi, così come il tempo si raccoglie nell'istante eterno che oltrepassa le scansioni temporali del presente, futuro e passato.

Persino il linguaggio subisce una trasformazione perché "... la dualità dell'amore non ha bisogno di alcun rischiaramento, perché, in sé e per sé, è già essa stessa luce. Essa non ha bisogno di alcuna dimostrazione, né può in alcun modo essere dimostrata. Essa è "esserci (Dasein)" interamente svelato e non ha bisogno di essere rivestito, come appunto fa il linguaggio".

"... L'immotivazione dell'amore, che alla ragione appare come irragionevolezza, è pro­prio il suo fondo, la sua "ragione" e la sua giustifi­cazione". (Binswanger, 1942)


Psiche è parola greca, ed etimologicamente significa 'soffio'; è il soffio che anima e vivifica il corpo.

I latini tradussero il termine con 'anima' mantenendo il dualismo platonico di anima e corpo laddove vige la distinzione tra mentale e fisico.

Con la nascita della psicologia scientifica nel secolo XIX il termine 'anima' fu abbandonato, perché gravido di implicanze filosofiche e morali, per adottare il termine 'psiche', più neutro e più tec­nico.

8 maggio 2008

Depressione e sensi di colpa

Il senso di colpa è uno stato affettivo conseguente a un atto che viene considerato reprensibile, per ragioni che possono essere più o meno adeguate, oppure un senso diffuso di indegnità personale senza riferimento a un atto preciso di cui la persona si accusi.
E' da sottolineare il fatto che la parola 'senso' va usata con riserva poiché il soggetto può non sentirsi colpevole a livello di esperienza cosciente.



In psichiatria il senso di colpa è spesso il tratto costitutivo dell'esperienza depressiva; in particolare , la prospettiva fenomenologica della psichiatria ha colto nell'esperienza della colpa uno dei motivi della depressione maggiore (depressione grave).

Bor­gna: "Le espressioni di colpa depressive si possono distinguere in colpa morale (quando ci sia la co­scienza di avere violato norme fondamentali su istanze comuni al contesto sociale e culturale in cui si vive), in colpa religiosa (quando si abbia la co­scienza di non avere rispettato norme legate ai con­testi di fede in cui si crede) e in colpa esistenziale (quando il vivere stesso è sentito come fonte di colpa inso­stenibile)".

La fenomenologia della colpa, che è al centro della condizione di depressione, si spiega in base alla sen­sazione di chiusura al futuro che fa del passato, in cui la colpa è stata commessa, un tempo inoltrepassabile ed ineludibile:

"La colpa - scrive ancora Borgna - non si cancella dunque dalla coscienza malinconica: si fa avvenimento che si inserisce, una volta per tutte, nella storicità del paziente; nella misura in cui si dissolve ogni speranza del riscatto della colpa e scompare dall'orizzonte temporale la dimensione del futuro che, sola, consente di oltrepassare gli eventi del passato. "

rif.: E. Borgna, I conflitti del conoscere, Feltrinelli, Milano, 1988

ultima modifica 11 agosto 2008

7 maggio 2008

Psicoterapia e biologia

"... Abbiamo bisogno di vedere per credere, e le implicazioni biologiche di una relazione affettiva con una funzione stabilizzante sul tono dell’umore o di regolazione emotiva, come può realizzarsi in una psicoterapia, a livello di circuiti e centri cerebrali, cominciano ad essere svelate e confermate dalle immagini ottenute con le nuove tecniche di visualizzazione cerebrale.

E’ possibile dunque studiare la biologia della relazione e della psicoterapia, superando la visione storicamente dicotomica del rapporto mente-corpo e mente-cervello? “Molti sono rimasti sorpresi e colpiti a riguardo - afferma Massimo Biondi, direttore del Dipartimento di Scienze psichiatriche e Medicina psicologica dell’Università “La Sapienza” di Roma - in realtà questa non è una novità dal punto di vista concettuale, senz’altro lo è dal punto di vista della concreta visualizzazione degli effetti che una psicoterapia ha di fatto sul cervello. Vi è una serie crescente di evidenze che potrebbe suggerire come esista un comune principio organizzatore delle diverse terapie, farmacologiche e psicoterapiche, e una matrice finale comune di esse, sebbene attuate secondo metodi differenti”...

... Abituati a rappresentarci biologicamente i fenomeni mentali in termini di neuroni, sinapsi e molecole, può sembrare un paradosso avanzare l’ipotesi, sostenuta da Biondi in più occasioni, che “la terapia più biologica a livello fine neuronale, di plasticità molecolare, di rimodulazione di circuiti e reti neurali, non sia in realtà quella farmacologica, bensì la psicoterapia”. Siamo ancora in una fase sperimentale, condotta principalmente nel campo dei disturbi ansiosi e delle sindromi depressive...

... Alla biologia della relazione e della psicoterapia nonché ai meccanismi neurofisiologici dell’intersoggettività sarà dedicata la conferenza “Neurobiologia dell’esperienza interpersonale”, in programma a Roma, il 12 e il 13 settembre, presso l’Università S. Tommaso D’Aquino, con gli interventi di Massimo Biondi e Vittorio Gallese, neurofisiologo del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, esperto dei meccanismi di rispecchiamento ed empatia. "

fonte: La Stampa, Galassiamente, Biologia delle relazioni interpersonali, R. Miceli

6 maggio 2008

La depressione anancastica

Con la dizione ‘depressione anancastica’ si indica una forma di depressione accompagnata da tensione, angoscia ed idee ossessive in individui la cui personalità premorbosa è di tipo rigido oppure ossessivo; il termine deriva dal fatto che la compulsione, dal latino “compellere” (costringere) è chiamata anche anancasmo, dal greco “ananke” (violenza, costrizione), ed è - come noto - un comportamento ripetitivo od un’azione mentale che ha lo scopo di opporsi fantasticamente agli effetti dei vissuti ossessivi nel tentativo di prevenirne o a ridurne il disagio attraverso quelli che si definiscono cerimoniali di difesa.


Si tratta quindi di una situazione clinica nella quale è evidente il riscontro di manifestazioni ossessivo-compulsive associate a manifestazioni depressive; tale situazione nella pratica clinica è una evenienza piuttosto frequente: in studi recenti la frequenza dei sintomi depressivi in pazienti affetti da Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è compresa tra il 13 e il 75% e la depressione risulta la patologia associata più frequente (vedi il rif. bibliografico a fondo pagina).

Nella maggior parte dei casi la sintomatologia depressiva insorge solo successivamente all'esordio del disturbo ossessivo compulsivo mentre soltanto in circa il 10% dei casi i due disturbi presentano un esordio contemporaneo. La patologia può comunque iniziare indifferentemente sia con sintomi depressivi che ossessivo-compulsivi.

I pazienti depressi con fenomeni di tipo anancastico raramente tuttavia presentano un quadro ossessivo compulsivo completo, così come - pure - piuttosto rare risultano essere in realtà le compulsioni.

Si tratta usualmente di un disturbo ossessivo a decorso episodico; ne scaturisce l'ipotesi che il DOC che presenta questo tipo di decorso, del resto tipico di alcuni dei disturbi dell'umore, possa essere una sorta di depressione "mascherata" dalla presenza del disturbo ossessivo-compulsivo, in sintonia con il concetto di "depressione anancastica" utilizzato in passato.

Black DW, Goldstein RB, Noyes R Jr, Blum N. Psychiatric disorders in relatives of probands with obsessive-compulsive disorder and co-morbid major depression or generalized anxiety. Psychiatry 1995;5:37-41.

Vedi anche il post su: classificazione dei disturbi dell'umore, depressione reattiva, depressione atipica, personalità ossessivo compulsiva

Nota importante:

Le informazioni riportate in questo sito e le note cliniche riferite non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza l'esplicito parere del proprio medico di fiducia. Il presente sito non svolge infatti funzioni che possano essere considerate come sostitutive di qualsivoglia attività diagnostica nè terapeutica.

Depressione psicogena (depressione reattiva)

Breuler:"... attenuatasi la dolorosa disperazione sulla propria disgrazia, riasciugate le lacrime, quando il peggio sembra superato, lo sventurato si ritrova come impietrito, non ha più gli interessi di prima, niente più lo può rallegrare e avvincere, i familiari gli sono indifferenti, la vita ha perduto ogni attrazione, le percezioni hanno perso rilievo e plasticità."


La depressione reattiva è uno stato depressivo strettamente legato ad un avvenimento doloroso ma con un'intensità e durata sproporzionate rispetto alla "normale" reazione di fronte a simili eventi. Elemento principale che caratterizza questo disturbo è un sentimento di tristezza vissuto a livello cosciente e con estrema partecipazione. Generalmente non si presentano invece perdita di autostima, sensi di colpa o di inadeguatezza (se non realistici).

Non è sempre facile distinguere questo tipo di depressione dalla 'depressione nevrotica', poiché chi soffre di quest'ultima forma tende a reagire in senso depressivo di fronte a situazioni ed eventi stressanti. La differenziazione si basa principalmente sulla diretta ed inequivocabile connessione tra l'inizio della sintomatologia e l'evento scatenante.

Tanto la sintomatologia quanto il decorso e la prognosi hanno caratteristiche variabili, da quadri clinici di lieve entità e breve durata, a forme la cui gravità e profondità raggiungono i limiti di un episodio di depressione endogena, e sino a forme che tendono a cronicizzarsi.

L'andamento della patologia sembra dipendere più dalla struttura di base della personalità e dal significato emotivo soggettivo del trauma, che dalla sua oggettiva entità e durata.

In questo tipo di disturbo il trattamento è prevalentemente, se non esclusivamente, psicoterapeutico e lo scopo principale è quello di favorire una normale reazione all'evento doloroso scatenante.

Per questo tipo di disturbo, la maggior parte degli autori ritiene superfluo l'uso di farmaci antidepressivi, a meno che il quadro clinico non assuma le caratteristiche di un grave disturbo depressivo.


*****

Altri approfondimenti

La depressione reattiva, o psicogena, trova dunque la sua spie­gazione in motivi psicologici riconoscibili.

Il caso tipico è quello della depressione reattiva ad un'esperienza vissuta come perdita. Tale è, ad esempio, il lutto, la delusione, l'insuccesso, la frustrazione. In questi casi il criterio di diagnosi è basato su un concetto di normalità statistica relativo all'esistenza di un rap­porto tra causa ed effetto che è ritenuto eccessivo, oppure inadeguato.

Sulla base di fattori di personalità e di mecca­nismi psicodinamici si ritiene di poter distinguere tra la suddetta reazione depressiva (o depressione reattiva) e la depressione ne­vrotica (distimia), dove la motivazione non è chiaramente individuabile e si confonde con la biografia del paziente ed il suo assetto di personalità.

Tali distinzioni non sono condivise da tutti gli orientamenti psichiatrici, ma sono tuttavia mantenute e continueranno ad esserlo finché non si perverrà ad una definizione più soddi­sfacente del concetto di endogeno, alla base della depressione grave (o endogena).



vedi anche:
depressione atipica
classificazione dei disturbi dell'umore

Nota importante:
Le informazioni riportate in questo sito e le note cliniche riferite non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza l'esplicito parere del proprio medico di fiducia. Il presente sito non svolge infatti funzioni che possano essere considerate come sostitutive di qualsivoglia attività diagnostica nè terapeutica.

4 maggio 2008

L'idea di una trasformazione


"... E’ difficile rendere l’idea di una trasformazione radicale a chi un’idea non ce l’ha,
neppure pallida;

è difficile spiegare un processo trasformativo...

né io sono disposta a farlo,
perché facendolo compio un’operazione intellettuale, pertanto riduttiva,
che mi porta nella direzione esattamente contraria a quella dove desidero andare.


L’amore non si racconta, l’amore si fa...
per cui:

trovare una risposta bella, chiara, semplice, breve,
utile solo a soddisfare le brame di certezza, di comprensione e di tempi brevi,
toglie valore all’esperienza affettiva."

3 maggio 2008

Il fenomeno del déjà vu

Tra quelle che si definiscono paramnesie l'esperienza del déjà vu è una situazione nuova che viene però percepita come «già vista». Tale espe­rienza, detta anche falso riconoscimento, è spesso vissuta con la sensazione di sapere cosa accadrà dopo. Il déjà vu è dunque la sensazione di aver vissuto precedentemente un avvenimento oppure una situazione che si sta verificando.


Il termine fu creato dallo psicologo francese, Emile Boirac nel libro L'Avenir des sciences psychiques ("Il futuro delle scienze psichiche").

L'esperienza del déjà vu è accompagnata da un forte senso di familiarità, ma di solito anche dalla consapevolezza che non corrisponde realmente ad una esperienza vissuta (e quindi si vive un senso di "stranezza): l'esperienza "precedente" è perlopiù attribuita razionalmente ad un sogno, mentre in altri casi c'è la ferma sensazione che l'esperienza sia davvero accaduta nel passato.

Fenomeni di déjà vu sono frequentemente de­scritti nel disturbo di conversione nel quale l'e­sperienza può durare ore o giorni, mentre negli in­dividui normali permane al massimo qualche se­condo.

La sensazione di familiarità del déjà vu può essere spiegata: come un'errata generalizzazione di esperienze passate applicata a una situazione che ri­sulta parzialmente somigliante; come la persevera­zione di uno stato emotivo precedentemente causato da una difficoltà di adattamento al contesto pre­sente; come il ricordo di fantasie inconsce riattivato dalla situazione attuale.

Simili al déjà vu sono il déjà entendu (la sensazione di aver già sentito qualcosa), il déjà fait (quello che sta succedendo è già accaduto in precedenza) il déjà pensé come sensazione di aver già formulato in passato il medesimo pensiero.

Per tentare di spiegare scientificamente il fenomeno, una possibile ipotesi generale sembra essere quella di una sensazione di familiarità (e quindi: "già visto") falsa, e cioè dovuta ad una alterazione (patologica o momentanea; selettiva o pervasiva) delle funzioni cognitive di attenzione e memoria. Questo senso di familiarità, ad alto valore emotivo, si può talora estendere a tutti gli elementi presenti in quel momento nell'ambiente percepibile, anche se nuovi.

Il déjà vu è un fenomeno molto comune. In una ricerca del 2003 Alan Brown, psicologo alla Southern Methodist University, ha stimato che il 60% della popolazione abbia avuto almeno una volta nella vita un'esperienza di tal genere.

È stata trovata una correlazione clinica tra déjà vu e disturbi mentali come ad esempio i disturbi d'ansia, in particolare inelle situazioni di attacchi di panico. Tuttavia, la più forte associazione patologica del déjà vu è con l'epilessia del lobo temporale, ovvero con una affezione di tipo strettamente neurologico.

L'esperienza invece di jamais vu, detta anche misco­noscimento, è un'esperienza in cui il soggetto percepisce situazioni a lui ben note come estranee. Può verificarsi nella schizofrenia, in alcune crisi epilettiche, in stati di tossicità oppure di affaticamento. Rientrano in questo campo il convincimento che individui o cose abbiano subito improvvisi cambiamenti o vere e proprie trasformazioni, o abbiano cambiato totalmente fisionomia (vedi, a tale proposito, il post sulla sindrome di Capgras, o Illusione del Sosia).

2 maggio 2008

La natura di ogni uomo

Saranno state le cinque e mezzo, ho visto spuntare il sole che è andato a bucare la nebbia.
Ho visto le rose all'inizio dei filari delle viti.

Mi è venuto in mente di quella che doveva essere, all'alba, la natura di ogni uomo:
Bellezza e Sostanza.



"...Il bambino, in tenera età, è tutto inconscio, non conosce bugia e la seduzione perché non ha ancora ben strutturato la coscienza, né sviluppato la sessualità ... è innegabile la sanità di fondo del bambino... fantasia, sensibilità, vitalità e fiducia totale nell’altro, sono le qualità del bambino..."

"Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.


Quando il bambino era bambino, non sapeva d'essere un bambino.

Per lui tutto aveva un'anima, e tutte le anime erano tutt'uno.


Quando il bambino era bambino, su niente aveva un'opinione.

Non aveva abitudini.
Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via.

Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino, era l'epoca di queste domande:

Perché io sono io, e perché non sei tu?

Perché sono qui, e perché non sono lí?

Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?

La vita sotto il sole, é forse solo un sogno?
Non é solo l'apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro?
C'é veramente il male?
E' gente veramente cattiva?

Come puó essere che io, che sono io, non c'ero prima di diventare?

E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?


Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e mela, ed é ancora cosí.


Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere.
Ed é ancora cosí.

Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed é ancora cosí.


A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora piú alta, e in ogni cittá, sentiva nostalgia di una cittá ancora piú grande.
E questo, é ancora cosí.

Sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com'é ancora oggi.


Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne.
Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.


Quando il bambino era bambino, lanciava contro l'albero un bastone, come fosse una lancia.

E ancora continua a vibrare."

"Lied Vom Kindsein" — Peter Handke.

Nostalgia

Il termine 'nostalgia' fu introdotto da J. Hofer nella 'Dissertatio medica de nostalgia' nel 1688.


Il termine esprimeva in origine il dolore con­nesso al desiderio di tornare in un luogo lontano.

Tale termine ebbe fortuna sia in ambito scientifico sia in ambito filosofico con Kant, che spostò il rife­rimento del dolore nostalgico dall'ordine dello spazio a quello del tempo, ovvero al tempo della giovinezza: «La nostalgia propria degli Svizzeri, la quale li coglie quand'essi sono so­spinti in altri paesi, è l'effetto dell'aspirazione, su­scitata dal ritorno delle immagini della serenità e delle compagnie giovanili, verso quei luoghi, dove essi godevano le gioie semplici della vita; ma essi poi, dopo una visita a quei luoghi, si trovano molto delusi nella loro aspettativa, e così anche guariti; ritengono che ciò sia perché colà tutto si è profon­damente alterato, ma in verità è perché non vi ritro­vano più la propria giovinezza» (Kant, 1798).

Dal punto di vista psicologico e psicoanalitico la nostalgia rientra nelle c.d. sindromi da separazione e può evolvere in una condizione depressiva, anche se, come scrive S. Vec­chio, il sentimento della nostalgia può svelarsi come «una di­mensione che interviene direttamente, da protago­nista, sulla scena analitica aprendo squarci e finestre su quel mondo della lontananza che, sul calco delle esperienze dolorose e vitali della separazione-indivi­duazione, si propone come l'asse referenziale di un sentimento complesso.» (1989).

biblio:
Kant I., Antropologia pragmatica (1798), Laterza, Bari, 1969
Vecchio, S., Nostalgia. Scritti psicoanalitici, Lubriana, Bergamo, 1989