30 aprile 2008

La depressione atipica

Con il termine "depressione atipica" si intende un particolare sottotipo di disturbo dell’umore, caratterizzato essenzialmente da depressione con umore reattivo, un pattern stabile nel tempo di sensitività interpersonale e sintomi vegetativi inversi, quali iperfagia, ipersonnia ed estrema astenia; spesso la sintomatologia depressiva si accompagna ad una sintomatologia ansiosa rilevante, spesso attacchi di panico e manifestazioni fobiche.


Nella depressione atipica le caratteristiche cliniche includono sintomi ansioso-fobici, peggioramento serale, insonnia iniziale, ipersonnia spesso anche diurna e iperfagia con aumento di peso. A differenza dei pazienti con manifestazioni melancoliche, quelli con depressione atipica mostrano miglioramento dell'umore grazie a eventi potenzialmente positivi, ma spesso cadono in una depressione paralizzante per la più lieve avversità. La depressione atipica e i disturbi bipolari di tipo II si sovrappongono largamente.

Il concetto di depressione atipica iniziò a delinearsi negli anni ’50 ad opera dei ricercatori del St Thomas Hospital di Londra. Gli Autori evidenziarono che depressioni di lieve entità caratterizzate, sul piano clinico, da ansia critica e persistente, fobie, somatizzazioni, astenia e sintomi vegetativi inversi, in assenza di caratteristiche endogene.

La sindrome sembra esplicarsi su alcune dimensioni psicopatologiche transnosografiche tra le quali sono da considerare anche l’umore reattivo e la sensitività interpersonale, oltre ad ansia, aggressività e discontrollo degli impulsi. Tutti questi aspetti sintomatologici sono presenti nella depressione atipica ed avvalorano la necessità di mantenere distinto questo sottotipo diagnostico.

Nel complesso, le ricerche finora effettuate sembrano indicare l’autonomia della depressione atipica nell’ambito dei disturbi dell’umore, sulla base del profilo sintomatologico specifico; a tutt’oggi, comunque, sono scarse le informazioni sulla stabilità del decorso a lungo termine di queste forme.

Le forme depressive con caratteristiche atipiche rappresentano verosimilmente un sottotipo di disturbo bipolare II. I sintomi vegetativi inversi della depressione atipica potrebbero essere caratteristici di un sottotipo bipolare "attenuato", caratterizzato da fasi depressive protratte di tipo distimico, con prevalenti aspetti sintomatologici di iperfagia, ipersonnia e rallentamento motorio, che si alternano in modo irregolare a periodi di breve durata, di tipo estroverso-ipomaniacale, spesso scatenati da trattamenti antidepressivi, uso di sostanze stimolanti o alcol e da eventi di vita favorevoli.

La depressione atipica potrebbe essere collocata all’interno del cosiddetto "spettro attenuato di disturbo bipolare", che include tutte quelle forme di disturbo dell’umore con episodi depressivi accompagnati da episodi ipomaniacali o ciclotimia nelle fasi intervallari (disturbo bipolare di tipo II); oppure quei quadri ancora più sfumati dove si osservano brevi switch ipomaniacali indotti dal trattamento con antidepressivi, o tratti temperamentali premorbosi di tipo ipertimico o ciclotimico.

leggi: classificazione dei disturbi dell'umore

Nota importante:

Le informazioni riportate in questo sito e le note cliniche riferite non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza l'esplicito parere del proprio medico di fiducia. Il presente sito non svolge infatti funzioni che possano essere considerate come sostitutive di qualsivoglia attività diagnostica nè terapeutica.

29 aprile 2008

Borgna, i luoghi della follia


Nei luoghi perduti della follia, di Eugenio Borgna. La capacità di Eugenio Borgna di suscitare intricate tessiture di significati intorno al nucleo inafferrabile di un enigma, di un'avventura esistenziale, di un'esperienza di dolore o di sofferenza, di angoscia o di follia, circoscrive la cifra più peculiare del suo lavoro attuale e del lungo cammino che lo ha condotto alle odierne posizioni.

Quanto Borgna ci ha restituito in questi ultimi anni ha alle sue spalle un percorso e un'avventura di oltre quarant'anni, fatti di lezioni universitarie, seminari, conferenze, e poi ancora relazioni a convegni, articoli specialistici, saggi destinati a libri e riviste, interventi di ricerca o di battaglia. Solo una parte di questo immenso lavoro è confluita, a partire dalla fine degli anni ottanta, nei libri con cui si è segnalato all'attenzione di un pubblico sempre più numeroso.

Questa serie di libri è solo l'estratto di un'opera caratterizzata dal suo sforzo martellante di approfondimento, di ridefinizione, di verifica, di interrogazione. Un patrimonio che rischiava di restare consegnato alle biblioteche e agli archivi di riviste specialistiche e di periodici di argomento psichiatrico, psicologico, medico, talvolta filosofico o teologico.


Nei luoghi perduti della follia di Eugenio Borgna

Autore: Eugenio Borgna
Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Pagine: 520
ISBN: 8807104288
Data pubblicazione: Apr 2008

28 aprile 2008

La crisi

In ambito psicologico o psichiatrico il termine 'crisi' si riferisce a un momento della vita caratterizzato dalla rottura del­l'equilibrio precedentemente acquisito e dalla conseguente neces­sità di trasformare quegli schemi di comporta­mento che si rivelano ormai non più adeguati a far fronte alla situazione attuale.


Jaspers definisce la crisi come un punto di passaggio dove «tutto subisce un cambiamento subitaneo dal quale l'individuo esce trasformato».

In psicologia clinica ed in psicoterapia si distinguono crisi evolu­tive o di sviluppo intrinsecamente legate alla crescita di ogni individuo, quali l'adolescenza, la maturità e simili, e crisi acci­dentali, come una grave malattia, la perdita di una persona cara, o un cambiamento repentino nel la­voro.

Rapaport ha individuato tre condizioni che, associate fra loro, sono in grado di provocare uno stato di crisi:
1) il verificarsi di un evento impre­visto;
2) una connessione fra questo evento e prece­denti tensioni che avevano già determinato una si­tuazione conflittuale;
3) l'incapacità della persona di affrontare la crisi in modo adeguato servendosi dei suoi consueti meccanismi.

Sono state inoltre descritte le caratteristiche più importanti dello stato di crisi, fra cui:
1) una condizione di massima apertura al cambiamento, verso una soluzione posi­tiva o negativa;
2) una durata limitata nel tempo;
3) un cam­biamento sia affettivo che cognitivo;
4) un suo riproporsi se non viene risolta o se non trova una soluzione inadeguata.

Si parla di intervento sulla crisi in riferimento ad una forma di trattamento psicoterapico di breve durata, finalizzato a fornire sostegno e guida, a prevenire le possibili conseguenze dannose ed a creare le condi­zioni per una crescita personale, attraverso l'ela­borazione di nuove modalità per affrontare i pro­blemi insorti con il sopraggiunto evento di crisi.

leggi anche in merito a: psicoterapia breve

26 aprile 2008

Nevrosi traumatica e post-traumatica

Quella che veniva in passato definita nevrosi traumatica è una nevrosi che in­sorge al momento di un trauma e che si evolve seguendo due ipotetici percorsi: 1) o attivando una struttura nevrotica preesistente; 2) o determinando una fissa­zione del soggetto all'evento traumatico.


Alla base di questa fissazione concorrono due fattori: una sorta di 'scossa' del­l'organismo e uno spavento psichico dove il termine «"spavento" designa lo stato di chi si trova di fronte a un pericolo senza esservi preparato. Classicamente, la 'nevrosi traumatica' veniva differenziata da quelle che si definivano invece 'nevrosi attuali' per le ripetizioni caratteristiche del trauma nei sogni e nei sintomi. (vedi anche i post: le nevrosi e meccanismi di difesa nevrotici)

Con la definizione invece di 'nevrosi post-traumatica' si esprime, nella letteratura psichiatrica, un concetto che distin­gue:

1) una sindrome psicogena acuta, di solito immediatamente suc­cessiva al trauma dove si assiste ad uno stato crepuscolare della coscienza, a un'alterazione affettiva e comporta­mentale, e a sintomi vegetativi;
2) una sindrome psi­cogena tardiva che compare dopo un periodo di la­tenza asintomatico, con una serie di disturbi psichici interpretati come guadagno secondario della malattia, perché di solito durano fino al risarcimento ottenuto. Per que­sto è detta anche nevrosi da indennizzo o nevrosi da compensazione.

Nota importante:

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25 aprile 2008

Test e psichiatria

"... Il mercato dei test è piuttosto appetibile e ancora relativamente poco controllato. Tanto che - l'allarme arriva dall'Inghilterra - sono stati messi in commercio su Internet test che dovrebbero rivelare la predisposizione ad alcune malattie mentali, come la depressione e la schizofrenia. Ecco cosa ne pensa Gianpaolo Perna, psichiatra del San Raffaele: "Inutili, quando non dannosi. Inutili perché nessuna malattia mentale dipende da una variazione di un singolo gene e pericolosi perché rischiano di mettere in ansia una persona. Non a caso tutti i test genetici seri prevedono di essere somministrati in una struttura sanitaria dove vengono spiegati e dove è possibile usufruire di una consulenza psicologica. Quello che sarà presto possibile invece è avere test per verificare l'efficacia di alcuni trattamenti, come la depressione". Non a caso le linee guida dell'Istituto Superiore di Sanità prevedono il counseling genetico, ossia la presenza di un esperto per gestire tutte le informazioni sul test e sui suoi risultati. Il "fai da te" in questi ambiti è fortemente sconsigliato."

fonte: La Repubblica Salute, a proposito del test psynome per il disturbo bipolare (vedi il relativo post)

Lo psichiatra e il guru

Guru è un termine sanscrito che presso la religione induista ha il significato di maestro o precettore spirituale; si tratta di una figura molto importante nell'induismo, avente diritto al massimo rispetto ed alla venerazione poiché le scritture induiste da sempre considerano il guru come una incarnazione di Dio. Il guru è la guida spirituale a cui si rivolgono quanti intendono intraprendere una via che conduca alla conoscenza di sé.

L'etimologia del termine viene dalle radici gu ("oscurità") e ru ("svanire"), significando quindi colui che disperde l'oscurità.

Il termine si applica ironicamente a quelle persone a cui viene tribu­tato un rispetto oppure.un carisma ritenuto eccessivo.


Relativamente agli psichiatri, il termine 'guru' è stato riservato - in senso dispregiativo - a coloro i quali ritengono di aver realizzato ' La Verità' e di possedere, usualmente unici al mondo, la luce e l'esperienza.

Esistono tuttavia anche letture diverse, ed attribuzioni di diverso significato, al binomio psichiatra - guru; questa l'opinione di L. Caldironi (psychomedia):

"Di proposito quindi userò scambievolmente i termini di guru, maestro e psicoanalista (terapeuta), sottointendendo quindi con questi la funzione di “mediatore di guarigione” e tentando di rintracciarne alcune caratteristiche. ... Riguardo la relazione maestro-discepolo in Occidente si è ingiustamente evidenziata la componente regressiva come aspetto “patologico”, l’eccesso di sottomissione, come “diniego” dell’ostilità, la dipendenza, come irrisolti legami con la figura materna...
Ben consapevoli di questi rischi noi crediamo che questo rapporto possa offrire al discepolo la possibilità di sperimentare una relazione “sufficientemente buona” e lo aiuti ad introiettare esperienze costitutive...

... focalizzare in questa sede il passaggio del guru a “mediatore di guarigione”, come colui che favorisce trasformazioni in senso evolutivo e conoscitivo. Questo ruolo diviene sempre più prevalente e il guru, e a questo punto i suoi diversi sinonimi a seconda delle culture, è sempre più chiamato ad intervenire sulle sofferenze psichiche o somatiche di coloro che lo consultano.

...
Il guru, allora, come vero e proprio “catalizzatore”, facilita processi di guarigione ed il discepolo, il paziente, scivola via dalla condizione di malato, ma è visto ed immaginato come uomo impegnato in una difficile impresa esistenziale." (Leggi l'articolo)

leggi anche il post: culti e gruppi

24 aprile 2008

Fuga nella guarigione e nella malattia

In psicodinamica si parla di fuga nella guari­gione come difesa del paziente contro il lavoro di terapia. L'abbandono dei sintomi è solo tempora­neo e lo si riscontra, oltre che nei soggetti difesi, anche in quelli che attribuiscono una sorta di valore magico al terapeuta con cui instaurano di solito una relazione passivo-­dipendente.
Si parla invece di fuga nella malattia quando il paziente cerca nella malattia psichica il modo di sfuggire ai propri conflitti, riducendone la tensione con la formazione dei sintomi. La fuga nella malattia ha affinità con quello che si chiama anche guadagno secondario della malat­tia.


Il superamento stabile delle problematiche disfunzionali, e non quello momentaneo legato all’evitamento o alla fuga nella guarigione, è invece l'obiettivo vero della psicoterapia.

In psichiatria si parla anche di 'fuga psicogena' a pro­posito di un errare senza meta, pur di sfuggire a situazioni intollerabili, che possono essere esterne o interne.
Si parla invece di fuga delle idee a proposito di una produzione ideativa rapida e incalzante dove le as­sociazioni si instaurano con rapidi passaggi da un argomento all'altro, con nessi che tuttavia pos­sono essere colti perché non presentano l'illogicità del pensiero sconnesso. La fuga delle idee è un sintomo tipico della fase maniacale del disturbo bipolare.

La Sindrome di Pickwick

Tra i disturbi del sonno (vedi) un cenno alla Sinrome di Pickwick, attacco improvviso di sonno con contra­zioni muscolari e arresto respiratorio in soggetti obesi. Le crisi, che si ritengono conseguenti a iper­sensibilità dei centri respiratori, regrediscono con la perdita di peso.


“...e a cassetta sedeva, in uno stato di profonda sonnolenza, un ragazzo grasso e rubicondo, che un arguto osservatore avrebbe subito riconosciuto pel dispensiere ufficiale del contenuto della canestra...” (C. Dickens).
Questa è la prima descrizione che lo scrittore Charles Dickens (1812-1870) fa del suo indimenticabile personaggio Joe, il ragazzo, “meravigliosamente grasso” o “amabile individuo paffuto”, che consuma grandi quantità di cibo e ripetutamente cade addormentato in qualsiasi situazione ed a qualsiasi ora del giorno.

Esattamente 119 anni dopo il libro di Dickens, il Dr. Burwell ed i suoi Colleghi si rifecero a questo famoso personaggio letterario quando pubblicarono nel 1956 un analogo caso clinico dal titolo: “Extreme obesity Associated With Alveolar Hypoventilation; a Pickwickian Sindrome”. In questa interessante pubblicazione, meritevole di memoria storica fu coniata per la prima volta la terminologia “Sindrome di Pickwick”.

La sindrome di Pickwick è stata una delle prime forme di apnea da sonno ad essere descritta, ma tale sindrome rappresenta una patologia inquadrabile dal punto di vista clinico nella “Sindrome obesità-ipoventilazione”.

I suoi criteri diagnostici riconosciuti sono:
Obesità
• Disordini del respiro correlati al sonno
• Russamento rumoroso
Cefalea mattutina
Ipersonnolenza diurna
• Assenza di altre cause note di ipoventilazione (come una affezione respiratoria).

Bibliografia essenziale:

Dickens C. The Posthoumous Papers of the
Pickwick Club. Ed. Chapman, London, 1837.

Burwell CS, Robin ED, Whaley RD,
Bickelmann AG. Extreme obesity Associated With
Alveolar Hypoventilation; a Pickwickian Sindrome.
Am J Med, 21 (5): 811-818, 1956; reprinted in
Obesity Research Vol. 2, 4, 390-397, 1994.

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23 aprile 2008

Enciclopedia della psicoanalisi

Una guida ai concetti fondamentali ed alla terminologia della psicoanalisi. E, allo stesso tempo, per la completezza e accuratezza con cui sono illustrati tutti i termini della teoria psicoanalitica, uno strumento essenziale di consultazione per psicoanalisti, psicologi e psichiatri.


Nell'edizione completamente rivista per l'«Economica Laterza» si è tenuto conto degli sviluppi della terminologia e delle più recenti traduzioni dei classici della psicoanalisi.

Circa 400 concetti base della teoria psicoanalitica sono elencati in ordine alfabetico e seguiti dalla loro corrispondente traduzione nelle principali lingue straniere. Poche righe in corsivo definiscono sinteticamente il significato di questi concetti e ne chiariscono l'origine e l'evoluzione all'interno del pensiero di Freud e degli altri classici.

Jean Laplanche e Jean-Bertrand Pontalis sono tra i più grandi studiosi europei di psicoanalisi.
Il primo è stato presidente dell'Association Psychanalytique de France e titolare della cattedra di Psicoanalisi alla Sorbona. Il secondo è « agrégé» di Filosofia e fa parte dell'Association Psyhanalytique de France.

Titolo Enciclopedia della psicoanalisi
Autori Laplanche Jean; Pontalis Jean-Bertrand
Prezzo € 10,50

Dati 2005, XXX-331 p
Editore Laterza (collana Economica Laterza)

Psynome

" Arriva sul mercato Psynome, la prima analisi per individuare la predisposizione genetica alle malattie mentali
Potrebbe rivoluzionare la psichiatria. O rivelarsi del tutto inutile, se non addirittura dannoso. In ogni caso, negli Usa, il primo test per individuare la predisposizione genetica alle malattie mentali è già sul mercato. Nonostante le polemiche.

Si chiama Psynome, costa 750 dollari e si ordina su Internet. Il kit per raccogliere il campione di saliva su cui verrà eseguita l'analisi arriva direttamente a casa. Ne basta una goccia per svelare se nel Dna siano presenti le varianti genetiche connesse al rischio di sviluppare il disturbo bipolare, una patologia che altera pericolosamente i meccanismi dell'umore e colpisce in media l'1 per cento della popolazione adulta.

John Kelsoe, psichiatra genetista all'Università della California e padre di Psynome, sostiene che il test aiuterà pazienti e medici, riducendo drasticamente i tempi per la diagnosi della malattia, che oggi richiede in media sette anni. Analizzando il Dna di centinaia di famiglie, Kelsoe ha riscontrato che quando due particolari varianti del gene Gkr3 sono presenti nel patrimonio genetico, il rischio di sviluppare la patologia potrebbe raddoppiare.

Il condizionale, però, è d'obbligo. Perché, come ha dichiarato alla rivista 'Science' il genetista statunitense Francis Collins, capo del Progetto Genoma Umano, non è dimostrato quali siano i geni realmente coinvolti nel disturbo bipolare, che è considerato una malattia complessa, dove i fattori ambientali incidono quanto quelli genetici.

Anche gli scienziati britannici disapprovano la mossa commerciale di Kelsoe, che comunque prevede di vendere 30 mila gene test in cinque anni. "I geni individuati da Kelsoe potrebbero giocare un ruolo nel disturbo bipolare, ma la loro presenza nel Dna non significa che si svilupperà la malattia", commenta David Collier, psichiatra genetista all'Istituto di Psichiatria di Londra. "Al momento i test genetici applicati alla psichiatria, pur essendo interessanti per la ricerca di base, possono solo generare paure inutili nelle persone. Specie se venduti direttamente su Internet. Perché se i professionisti non sanno come interpretarne i risultati, figuriamoci i singoli pazienti".

(FONTE: L'Espresso del 11 aprile 2008)

vedi anche: la cura del disturbo bipolare

Inconscio

Il termine "inconscio" è stato utilizzato per la prima volta dal filosofo Eduard von Hartmann per indicare il principio della sua filosofia. Egli teorizzava l'esistenza di una zona inconscia, la cui esistenza fu ammessa successivamente anche da Kant. Schelling descrisse poi l'inconscio come un aspetto essenziale dell'esistenza umana: "Questo eterno inconscio... che si nasconde... e imprime alle azioni libere la sua identità"


Con il termine inconscio Freud intendeva un complesso di processi e contenuti che non affiorano alla coscienza e non sono quindi controllabili razionalmente. Egli riferì il termine ad una parte della mente in cui si trovano i contenuti psichici rimossi.

Il termine trova impiego come ag­gettivo per qualificare i contenuti non presenti alla coscienza, e come sostantivo per indicare una zona dello psichico.

Il concetto di inconscio è centrale in tutte le psicologie dinamiche per le quali i contenuti della coscienza sono derivati da processi che, in quanto sfuggono alla coscienza e sono ad essa precedenti, sono detti appunto «inconsci».

In psicoanalisi dunque l'inconscio è considerato sia da un punto di vista descrittivo che da un punto di vista to­pico. Nell'uso descrittivo, «inconscio» è un aggettivo che si riferisce a tutti quei contenuti psichici che non compaiono nell'orizzonte attuale della coscienza, mentre nell'uso topico l'inconscio è quel luogo dell'apparato psichico dove si tro­vano tutti quei contenuti a cui è stato rifiutato l'ac­cesso al sistema della coscienza per il tramite della rimozione.

leggi i post:
introduzione alla psicoterapia dinamica
setting, resistenze e transfert in psicoterapia

19 aprile 2008

Immagini di sogni


"... Esiste un tempo lontano
fuori del ricordo,
muto e non databile,
di cui non parlano narrazioni
né manuali di storia,
un tempo perduto
che a volte
il sogno
riesce a ritrovare."


Mauro Mancia, Il sogno e la sua storia

Affettività

L'affettività è l'ambito che definisce i sentimenti e le emozioni proprie dell'uomo nell'ambito della sue relazioni. Le più antiche considerazioni in merito risalgono a Platone, per il quale l'affettività è perturbatrice della quiete del­l'anima.


In psichiatria Bleuler parla di 'blocco affettivo' a proposito dell'incapacità di esprimere af­fetti per la contemporanea comparsa di due senti­menti contraddittori e come risultato di quella che definisce 'ambivalenza affet­tiva'.

In psicodinamica l'affettività è ridefinita a par­tire dalla dimensione inconscia che ne sposta radical­mente la forma di indagine. In questo ambito, inol­tre, al termine generico di affettività si preferisce quello specifico di 'affetto' adottato dai maggiori indirizzi di psicologia del profondo.

Il percorso di strutturazione degli affetti va dalla nascita sino alla maturità.
Un corretto e completo sviluppo dell'affettività e l'elaborazione di eventuali traumi o carenze affettive è fondamentale per la maturazione dell'individuo, in particolare in relazione allo sviluppo dell'autostima e dell'identità.

L'affettività può essere definita come:

appropriata, quando il tono emozionale è in armonia con l'idea, il pen­siero o le parole che l'accompagnano; an­che descritta come affettività ampia o comple­ta, in cui l'intero insieme delle emozioni è espresso in modo appropriato

inappropriata: disarmonia tra il tono emozionale e l'idea, il pensiero o le parole che l'accompagnano

coartata: disturbo dell'affettività che si manifesta con una grave riduzione dell'inten­sità del tono dei sentimenti esternati

ristretta o limitata: riduzione dell'in­tensità del tono dei sentimenti, meno grave ri­spetto all'affettività coartata, ma chiaramente ridotta

appiattimento dell'affettività: assenza, o quasi, di qualsiasi segno di espressione affettiva; voce monotona, faccia immobile

labilità affettiva: rapidi e improvvisi cambia­menti del tono affettivo emozionale, non corre­lati a stimoli esterni.

18 aprile 2008

Le immagini della bellezza


"...le immagini di bellezza tornano,
più forti di prima e,

anche se fosse solo per pochi
o solo per me,

andrebbe bene lo stesso."

Sull'insight

Il termine 'insight' letteralmente signi­fica «vedere dentro»: in italiano il termine è reso con «intuizione» o «illu­minazione». Con ciò si intende la risoluzione di un problema con un'idea improvvisa, vissuta come esperienza interiore, che permette di riconsiderare il problema stesso nella sua globalità, raggiungendo in breve la soluzione cercata.


In psicodinamica questo termine indica la capacità di capire la propria condizione psichica. In questo ambito si può distinguere un insight 'intellettivo', che è la capacità di capire razionalmente le proprie movenze psichiche, e un insight 'affettivo' che comporta appunto una parteci­pazione profonda. Il primo senza il secondo è inter­pretato come difesa (vedi) perché consente al sog­getto di capire e controllare aspetti di sé, senza però accedere ad una vera trasformazione terapeutica.

In ambito più strettamente psichiatrico, più che di insight si parla sovente di mancanza di insight, quando manca la sensazione di essere malati nono­stante l'evidenza dei sintomi, o quando si attribuisce a cause esterne la ragione della propria sofferenza.

16 aprile 2008

Le Sindromi di Munchausen e Polle

Oggi le sindromi vengono descritte come disturbi fittizi (vedi) con segni e sintomi fisici predominanti.

La patologia di Münchausen è una patologia 'apparente’ provocata volontariamente dal paziente stesso e che produce segni e sintomi simili ad altre e diverse malattie.

La sindrome di Münchausen per procura (detta anche sindrome di Polle) rientra nella tipologia di patologie conosciute col nome di patologie della cura (in tal caso si parla di ipercura).


L’espressione "Sindrome di Munchausen" fu utilizzata per la prima volta da Asher nel 1951 sulla rivista Lancet, per indicare soggetti che simulavano dei sintomi fisici o se li provocavano volontariamente sottoponendosi a interminabili trafile diagnostiche e persino a interventi chirurgici multipli anche invasivi.

La patologia nasce quasi sempre dall’esigenza del paziente di attrarre l’attenzione su di sé, di essere oggetto di cura da parte dei familiari e di “esistere”, agli occhi del proprio mondo relazionale, come "un eroe della malattia".

Una variante particolarmente perniciosa della malattia si verifica quando il paziente determina la sintomatologia patologica in un'altra persona, ed il più delle volte si tratta di madri nei confronti dei figli.

In questo caso la sindrome prende il nome di Sindrome di Munchausen per procura o di Polle dal nome vero del figlio di Munchausen morto in tenera età in circostanze misteriose.

L'espressione "Sindrome per procura (MSbP)" fu usata per la prima volta nel 1977 sempre sul Lancet dal pediatra inglese Meadow, per descrivere madri che simulavano o provocavano malattie nei figli allo scopo di attrarre su di sé l’attenzione.

Tale patologia rientra tra le forme di abuso all'infanzia, come patologia delle cure (incuria, discuria ed ipercuria). La sindrome per procura è la più grave forma di ipercura per la quale il bambino è sottoposto a continui e inutili accertamenti clinici e cure inopportune conseguenti alla convinzione errata e delirante del genitore che il proprio figlio sia malato. Si tratta di un serio disturbo di personalità nel quale i soggetti affetti dal disturbo spostano sui figli la loro convinzione di malattia, arrivando a sottoporli a continui accertamenti medici e cure inutili, giustificate esclusivamente dalle fantasie del genitore e dalle sue conoscenze mediche.

In queste situazioni inevitabilmente il bambino tende a colludere con il genitore, simulando uno stato di malattia: in buona sostanza la malattia diventa per il bambino una modalità per superare la paura di essere abbandonato o rifiutato, perchè il genitore continuerà ad occuparsi di lui finchè presenterà i sintomi, mentre il timore è che la guarigione coincida con un abbandono.

In tale condizione il bambino arriva a perdere la capacità di percepire correttamente le sensazioni che gli provengono dal corpo, fino a non essere più in grado di distinguere se i suoi sintomi sono reali, immaginati da lui o indotti dagli altri, con lo strutturarsi, come conseguenza, di un Sè fragile ed indifferenziato.

Le conseguenze più gravi di questo tipo di abuso emergono nel momento in cui il bambino cresce e diventa adolescente, entrando in una fase della vita che per definizione porta con sè una serie di problematiche legate al corpo. Il rischio è quello di continuare a percepire il proprio corpo come malato e di evolvere verso strutture psicotiche in cui sia centrale il sintomo dismorfofobico o quello ipocondriaco.

ultima modifica il 16 agosto 2008

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15 aprile 2008

Il delirio di negazione

Il delirio di negazione (o nichilistico) è basato sulla convinzione della non-esistenza di sé, o di una parte di sé, di una parte del proprio corpo oppure di tutto il mondo circostante. Si tratta il più delle volte, anche nse non sempre, di una forma di depressione delirante animata da idee di colpa inespiabile, di rovina irreparabile, di nega­zione corporea e simili.


In questo ambito rientra la cosiddetta sindrome di Cotard in cui il pa­ziente è convinto di dover vivere eternamente per poter espiare le sue colpe, oppure di di­sporre di una colpa così grande da dover ingombrare l'universo, o infine di essere privato di qualche suo organo o dell'intero suo corpo.

La sindrome di Cotard è un raro disturbo (circa 100 casi segnalati in letteratura) per cui il paziente è convinto di essere morto. Tale condizione fu così chiamata dal nome dello psichiatra francese Jules Cotard che ne descrisse la sintomatologia alla fine dell’ottocento, definendola appunto delirio di negazione e che si accompagnava a sentimenti di colpevolezza, negazione di parti del corpo ed anche, paradossalmente, ad intenzioni e ideazioni suicidarie.

L’eponimo sindrome di Cotard è stato introdotto da Seglas molti anni dopo la descrizione fatta da J. Cotard di casi di “melanconia ansiosa grave” . La sindrome oggi non è più considerata indissolubilmente legata alla depressione. Numerose osservazioni hanno descritto casi clinici con sintomatologia incompleta, nonché comparsa in differenti forme nosologiche; è inoltre una condizione osservata anche nei pazienti con schizofrenia e disturbo bipolare grave, ed anche come conseguenza di danno cerebrale.

I temi più costanti sono le affermazioni ipocondriache di non funzionamento d’organo, la negazione totale e assoluta riguardante parti del corpo o la persona in toto (“Non esisto”).

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14 aprile 2008

Liberamente (teorie della nascita)


"... Liberare la teoria della nascita dalla sua incontrovertibilità.

Prenderne gli aspetti positivi che potrebbero anche essere presi a prestito da altre teorie o confrontarsi...


Senza dogmi, ad occhi aperti e senza fanatismo indicare ... una via per la felicità, la serenità, l'accettazione, la presenza, il perdono, l'amore, la libertà.


...l'idea di "liberare" la teoria della nascita, di buttarla nel mare per vedere se nuota, perchè se continua a sguazzare nel laghetto, ben poco se ne può dire.


Suggerire la necessità della nascita, per ciascuno di noi.


L'occasione di iniziare a nuotare in un mare aperto e non in un lago e nemmeno in un cassetto..."

L'illusione del sosia

L'illusione è una alterazione percettiva per cui la percezione non si conforma alle caratteristiche dello stimolo de­terminando una discrepanza tra mondo fisico e mondo percepito.
L'illusione va distinta dall'allucinazione che è una falsa percezione in assenza di stimoli sensoriali adeguati, per cui è detta anche «perce­zione senza oggetto».


L'illu­sione, che di per sé non è indicativa di una partico­lare patologia, è comunque più facilmente riscontra­bile in alcuni disturbi dell'affettività e in certi disor­dini mentali, come negli stati confusionali o in quelli crepuscolari.

Le caratteristiche 'affettive' delle illusioni: Jaspers: «Quando si cammina da soli attraverso un bosco, impauriti, si scambia un tronco d'albero, un masso di roccia per una forma umana. Il malato melanconico, nell'angoscia di es­sere ucciso, vede nei vestiti attaccati al muro un ca­davere pendente. Un rumore indifferente gli dà l'impressione del tintinnare e dello stridere delle ca­tene con le quali dovrà essere incatenato. Queste illusioni così mutevoli quasi sempre risultano com­prensibili in base al contenuto delle emozioni».

Illusione del sosia (sindrome di Capgras): convinzione delirante che persone o ambiente non siano veramente loro, ma sosia che, come impostori, ne assumono ruolo e comportamenti.
Le prime descrizioni di questa sindrome risalgono al 1923 ad opera dello psichiatra francese Capgras; altri AA negli anni successivi hanno descritto casi analoghi.

In precedenza il fenomeno era stato riportato da Janet (1903) e da Sérieux (1911).

Il fenomeno consiste in una "forma complicata di errata identificazione", molto più caratteristica e specifica delle consuete errate identificazioni che si verificano nella schizofrenia.
Arieti riporta un caso abbastanza tipico che considera come parte di una sindrome paranoide, ed osserva che "da un esame della letteratura si ha l'impressione che i malati descritti potrebbero essere classificati o come schizofrenici paranoidi o come stati paranoidi"; in tal senso la sindrome di Capgras potrebbe essere più propriamente chiamata sintomo di Capgras.

Secondo gli studiosi dell'antropoanalisi, nell'esperienza del paziente con la sindrome di Capgras sono in gioco tre persone: il malato, l'alter (la persona nota al paziente) e l'alius (il sosia). Il paziente sposta i suoi affetti (di solito aggressivi) sull'alius mentre all'alter è risparmiato l'odio del paziente.
La persona nota (il coniuge, il padre, la madre) viene scissa nell'alter, che non è più presente nella disponibilità sensoriale del paziente, e nell'alius, che ha preso il posto dell'alter ed è, per questo, odiato dal paziente.

Nota importante:

Le informazioni riportate in questo sito e le note cliniche riferite non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza l'esplicito parere del proprio medico di fiducia. Il presente sito non svolge infatti funzioni che possano essere considerate come sostitutive di qualsivoglia attività diagnostica nè terapeutica.

12 aprile 2008

La cura


"..Sono certa che curandoci di questa forza fiduciosa ,
quel che sembrava morto non è più morto,
quel che pareva perduto non è più perduto,
quel che taluni hanno dichiarato impossibile è reso chiaramente possibile,

e la terra che pareva incolta stava solo riposando
riposava e attendeva che il seme benedetto arrivasse
portato dal vento
con divina velocità
e fortuna."

Clarissa Pinkola Estés, Il giardiniere dell'anima

La follia del dubbio (Folie du doute)

Il 'dubbio' è quella condizione di incertezza che rende momentanea­mente impossibile qualsiasi presa di posizione sul piano della conoscenza o dell'azione. In psichiatria la scuola francese aveva introdotto l'espressione follia del dubbio (o Folie du doute), oggi rubricata tra i disturbi a sfondo ossessivo-compulsivo, caratterizzata dalla presenza di dubbi persistenti e ripetitivi che alimentano l'esigenza di continue verifiche e controlli pur nella assoluta consapevo­lezza dello loro inutilità.


In seguito furono coniate altre definizioni per identificare il disturbo, come: "folie lucide" (Trelat); "pseudo-monomanie" (Delasiauve); "délire émotif" (Morel); "vertige mental" (Lasegue); "impulsions intellectuelles" (Ball); "obsessions" (Luys, Falret); "peurs morbides" (Béard); "idee fisse" (Buccola); "idea incoercibile" (Tamburini); "diatesi d'incoercibilità" (Tanzi); "imperatives ideas" (Hake-Tuke); "psychasthénie" (Janet).

Attualmente i termini usualmente utilizzati sono quelli di ossessione e compulsione, che hanno la loro derivazione etimologica dai sostantivi latini obsessio-onis e compulsio-onis, a loro volta derivanti dai verbi obsido-ere e compulso-are i quali definiscono rispettivamente l'assediare, l'occupare, il bloccare il primo, e lo spingere e la spinta a compiere un'azione il secondo, connotando gli aspetti essenziali e caratteristici del disturbo ossessivo compulsivo, e del disturbo di personalità ossessivo-compulsiva così come vengono classificati dalla psicopatologia odierna.

La prima descrizione viene attribuita ad Esquirol, che nel 1838 definì il disturbo come una forma di monomania, un delirio parziale nel quale un'attività involontaria, irresistibile e istintiva spingeva il paziente a compiere azioni che la coscienza respingeva ma che la volontà non riusciva a sopprimere. La monomania era, per Esquirol, "...essenzialmente la malattia della sensibilità; essa poggia interamente sui nostri affetti, il suo studio è inseparabile dalla conoscenza delle passioni; è nel cuore degli uomini ch'essa ha il suo luogo, è là che bisogna frugare per afferrarne tutte le sfumature..."

Nota importante:

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10 aprile 2008

Trattato sui Disturbi di Personalità


Trattato dei Disturbi di Personalità

(John M. Oldham, Andrew E. Skodol, Donna S. Bender)

Anno/Pagine: 2008 / pp. 1164

Risultato del lavoro di più di 70 autori questo è il trattato sui disturbi di personalità più completo e aggiornato.
Organizzato in sei parti – concetti di base, valutazione clinica, eziologia, trattamento, problemi e popolazioni particolari, nuovi sviluppi e indicazioni future – prende in considerazione le teorie più recenti e i risultati della ricerca ed è al tempo stesso una guida clinica e un testo di riferimento non solo per psichiatri, psicologi e medici ma anche per accademici e studenti.


Oltre settanta autori, tra cui:
J. F. Clarkin, C. R. Cloninger, P. Fonagy, G. O. Gabbard, J.G. Gunderson, E. R. Kandel, T.H. McGlashan, T. Millon, J. Paris, J.C. Perry, D. Westen

link: i disturbi della personalità

9 aprile 2008

Nei fumi della notte

Eccolo un bel momento di solitudine.

stasera mi fa così male lo stomaco che non posso nemmeno prendere quella maledetta pillola, è lei la responsabile. ...

avevo ancora 10 sigarette: il pacchetto l'ho buttato nel secchio, mi faceva venire la nausea solo a pensarci al fumo. devo ammettere che di momenti così ne ho passati tanti negli ultimi anni.

la differenza è che mi sentivo più sola allora che adesso...
ora spero non sia troppo tardi ma nella guarigione ci voglio mettere anche il fumo. smetto anche per misurare le mie forze. un modo come un altro per cominciare a volersi bene

... io ho una pila di libri sul comodino, ne leggo anche tre per volta, non so come faccio.

fuori i rumori della notte arrivano attutiti...

sarò un'altra senza quella sigaretta in mano?
... con quel gesto placo l'ansia, un'ansia che viene da quelle ferite a morte, un modo per eludere il dolore, per confondermi, per ingannare i mostri

...quanto male ho sentito poi.
ma questo è noto.

Arriva il giorno che si volta da un'altra parte, viene così, di girare di qua invece che di là, e allora quando soffrirò di nuovo lo farò senza sigaretta in bocca magari con più tenerezza accogliendo e lasciando andare via come le onde del mare.

... è passato il momentaccio ... a letto, a scivolare nel sonno.

Spengo la luce,
non ho più paura del buio.

Il giardiniere dell'anima


"..Sono certa che curandoci di questa forza fiduciosa ,
quel che sembrava morto non è più morto,
quel che pareva perduto non è più perduto,
quel che taluni hanno dichiarato impossibile è reso chiaramene possibile,

e la terra che pareva incolta stava solo riposando
riposava e attendeva che il seme benedetto arrivasse
portato dal vento
con divina velocità
e fortuna."

Clarissa Pinkola Estés

Solitudine

La solitudine è una condizione psicologica che nasce dalla mancanza di significativi rapporti interpersonali o dalla discrepanza tra le relazioni umane che un soggetto desidera avere e quelle che effettivamente ha, le quali possono essere insoddisfacenti per la loro natura, per il loro numero, o per incapacità del soggetto stesso a stabilire o a mantenere rapporti positivi e significativi con gli altri.

C'è un senso in cui la solitudine è un dato ineludibile dell'esistenza umana che non può mai uscire dal suo mondo e dal suo modo di percepire e vedere le cose; questa situazione, che la filosofia chiama solipsismo, sottolinea l'invalicabilità della coscienza personale.

C'è poi una solitudine scelta come stile di vita per favorire esperienze di senso ulteriore a quello comunemente condiviso, e una solitudine che deriva dalla percezione del mondo come ostile, negativo o indifferente e che induce a rifugiarsi presso di sé per aver tagliato i legami con tutto, l'esistenza trovandosi così nell'impossibilità di conferire altro senso a se stessa che non sia quello della prigionia nella propria individualità.

Queste tre forme di solitudine sono state descritte dalla fenomenologia come finitezza dell'esistenza, pienezza dell'esperienza e vuoto d'esperienza.

Perché questo è l'ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell'uomo - di noi e degli altri.
(C. Pavese, Saggi letterari)

Io sono una persona che sta molto sola; delle mie sedici ore di veglia quotidiane dieci almeno sono passate in solitudine. E non potendo, dopo tutto, leggere sempre, mi diverto a costruire teorie le quali, del resto, non reggono al minimo esame critico.
(G. Tomasi di Lampedusa, Letteratura inglese)

Stati limite e sindromi marginali

La sindrome marginale è una condizione, intermedia tra due classi, che sfugge all'attribuzione decisa all'una o all'altra. L'isolamento di queste en­tità cliniche dipende o dall'impossibilità di includerle nei quadri nosologici classici, o dal fatto che presen­tano presumibilmente un'eziologia multideterminata, o infine dalla presenza in profondità di conflitti di tipo psicotico mascherati in superficie da meccanismi di difesa di tipo nevrotico.


STATO MARGINALE TRA SCHIZOFRENIA E NEVRO­SI. È detta anche borderline o schizofrenia pseu­donevrotica. Il quadro clinico presenta in superficie uno stato d'ansia accompagnato da astenia e, talvolta, da timori ipocondriaci. In profondità si ritrovano i tratti tipici della schizofrenia con rigidità affettiva, diffi­coltà nei rapporti interpersonali, distacco dalla realtà e ritiro in se stessi.
Dal punto di vista psicodinamico si ritiene che esi­sta una situazione di tipo psicotico con produzione di meccanismi nevrotici, come ansie, fobie e ossessioni che, in certo modo, proteggono l'individuo dall'insorgere della psicosi.

STATO MARGINALE TRA SCHIZOFRENIA E DISTURBO BIPOLARE. Si situa tra le due grandi classi delle psicosi endogene. L'eziologia è articolata, nel senso che si ipotizza un processo schi­zofrenico in soggetti a sfondo maniaco-depressivo o viceversa. La sintomatologia è polimorfa anche perché complicata dalla ciclicità di fasi di inibizione con umore depresso e fasi espansive con umore euforico ed eccitamento psico­motorio.

STATO MARGINALE TRA DEPRESSIONI PSICOTICHE E NEVROTICHE. Questa forma presenta una mesco­lanza di sintomi nevrotici della depressione e mani­festazioni psicotiche tipiche della depressione maggiore (endogena). Insorge solitamente dopo episodi scatenanti che possono pro­durre una depressione reattiva che va ad presumibilmente ad aggiungersi a quella endogena. Questa forma marginale rivela un'alta tendenza alla cronicizzazione. Si è so­liti far rientrare in questo gruppo anche gli equivalenti nevrotici di tipo fobico, ossessivo, isterico, ne­vrastenico.

Nota importante:

Le informazioni riportate in questo sito e le note cliniche riferite non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza l'esplicito parere del proprio medico di fiducia. Il presente sito non svolge infatti funzioni che possano essere considerate come sostitutive di qualsivoglia attività diagnostica nè terapeutica.

8 aprile 2008

Psicoanalisi, le pulsioni e gli oggetti

"... Il punto focale delle teorie che si sono discostate da quella psicoanalitica tradizionale è stato il rifiuto - o, quanto meno, una riformulazione - della teoria freudiana delle pulsioni.
La critica a tale teoria è comunque da molti ancora considerata una resistenza al guardare coraggiosamente alla nostra eredità istintuale e biologica e pertanto le altre scuole vengono da questi generalmente ritenute più superficiali.
Ma è quanto meno dimostrabile che la teoria delle pulsioni non ha adeguatamente affrontato il tema delle relazioni oggettuali: ogni comportamento è infatti considerato - direttamente od indirettamente - al servizio di pulsioni ritenute fondamentali, o primarie, perchè sostanzialmente miranti alla conservazione della persona (come la fame) o della specie (per esempio il sesso).


Ne deriva che ogni comportamento sarebbe al servizio della gratificazione delle pulsioni e della tendenza fondamentale dell’organismo alla scarica dell’eccitazione dovuta alle pulsioni stesse; l’impossibilità dell’immediata gratificazione e scarica costringerebbe allo sviluppo del pensiero e ad altre funzioni dell’Io, generando un interscambio (commercio) con gli oggetti del mondo.

Quanto detto porta a concludere che se la gratificazione delle pulsioni fosse possibile senza oggetti, non nascerebbero nè l’interesse per essi, nè le relazioni oggettuali: l’attaccamento del bambino alla madre, per esempio, viene spiegato in relazione al ruolo che essa assume di fornitrice di esperienze di gratificazione istintuale.

Ciò che è interpersonale e sociale è considerato aspetto secondario, derivato e successivo della personalità: si sarebbe costretti a superare ciò che Freud chiama “odio primario per gli oggetti” dall’insuccesso del tentativo di scarica diretta delle tensioni.

Ma già nel 1958 gli Harlow avevano dimostrato ... come l’attaccamento del cucciolo al surrogato materno non derivasse dalla riduzione delle pulsioni primarie di fame e sete, bensì da un bisogno autonomo definito “benessere da contatto”: i cuccioli infatti non si attaccavano a “madri surrogato” di fil di ferro provviste di biberon, ma a quelle di spugna e senza cibo, e questo in special modo in situazioni di novità o in vista di pericolo, cioè in circostanze di bisogno di conforto e di sicurezza.

Queste scoperte costituirono una sfida ai modelli dell’attaccamento visto come riduzione omeostatica delle pulsioni, in quanto suggeriscono che il neonato è geneticamente predisposto ad attaccarsi ad entità principalmente capaci di fornire benessere, rassicurazione, conforto e che questa predisposizione sia precorritrice di un successivo bisogno di relazioni oggettuale di natura sempre più raffinatamente psicologica, per esempio il bisogno di una corrispondenza empatica da parte della figura materna.

....

Si tratta, secondo Winnicot, della capacità di mettersi nei panni altrui: cosa che se da un lato richiede l’appianamento dei confini tra il “me e l’altro”, sottende anche la possibilità di comprendere il diverso, capacità derivante dall’individuazione, che permette l’esperienza della separatezza dai propri oggetti.

Egli ritiene che tale capacità di empatia della madre determini la qualità della sua relazione più precoce con il bambino, relazione (ambiente materno di holding) che supera in importanza ogni altro fattore evolutivo.

Winnicot si sforzò a lungo di distinguere il vero, corrispondente alla realtà psichica, dal falso Sè, arrivando alla conclusione che il primo può svilupparsi solo in un ambiente materno adeguatamente empatico e sollecito, mentre in sua assenza si instaurerebbe il falso Sé (esemplificato dalla figura dell’attore che è completamente perduto quando non recita un ruolo e non è apprezzato e applaudito).

Stern (1980) conclude con le sue ricerche nel campo delle interazioni madre-bambino, che esistono prove sufficienti ad indicare che un forte rapporto non è creato dall’alimentazione, ma dalla condivisione e complementarietà esperienziale.

Quindi: non la gratificazione delle pulsioni è strumentale nel determinare la scelta delle persone per un investimento libidico, bensì un “sistema primario autonomo di attaccamento” relativamente indipendente dalle pulsioni della fame, sesso, aggressività... "

tratto da: Francesca Borghi, Sviluppo o disgregazione del Sè: Il Sè in evoluzione nei primi anni di vita

(leggi anche l'articolo su: la psicoanalisi tra pulsioni e relazioni d'oggetto)

Il 'lavoro' del lutto

Il lutto è uno stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell'esistenza. La perdita può essere di un oggetto esterno, come la morte di una persona, la separazione geografica, l'abbandono di un luogo, o interno, come il chiudersi di una prospettiva, la perdita della propria immagine sociale, un fallimento personale e simili.


Dal lutto, che comporta sempre un'identificazione con l'oggetto perduto, si esce attraverso un processo di elaborazione psichica, o «lavoro del lutto» che prevede:

uno stadio di diniego in cui il soggetto rifiuta l'idea che la perdita abbia avuto luogo,
uno stadio di accettazione in cui la perdita viene ammessa,
e uno stadio di distacco dall'oggetto perduto con re-investimento su altri oggetti della libido ad esso legata.

Il lavoro del lutto richiede un certo tempo per il ritiro degli investimenti libidici, e l'umanità ha sempre provveduto a occupare questo tempo con cerimonie e pratiche rituali.

Un blocco nel lavoro del lutto porta alla melanconia, che insorge quando il soggetto sente l'oggetto perduto come una parte ineliminabile di sé da cui non può separarsi se non separandosi da se stesso. In questo caso il dolore del lutto da normale diventa patologico.

vedi anche: la terapia del lutto

7 aprile 2008

Sull'autostima

L'azione di valutare sé stessi come insieme di determinate caratteristiche, nonché il giudizio risultante da questa valutazione (che viene fatta sulla base di criteri ottenuti dal confronto delle proprie caratteristiche con quelle di altri individui) è ciò che comunemente si definisce autostima.


William James l'ha definita come il rapporto tra il Sé percepito di una persona e il suo Sé ideale. Il Sé percepito equivale al concetto di sé, alla conoscenza di quelle caratteristiche, capacità, abilità, qualità che costituiscono il nostro bagaglio personale; il Sé ideale è l'immagine del tipo di persona che vorremmo essere.

Secondo James una persona il cui Sé percepito è molto diverso dal Sé ideale, inevitabilmente sperimenterà una bassa auto-stima. L'ampiezza della differenza tra come ci percepiamo e come vorremmo essere è infatti un indicatore importante del grado di soddisfazione che proviamo riguardo a noi stessi.

L'autostima si compone di diverse componenti, che insieme contribuiscono a creare un'immagine positiva di sé, utile per affrontare le sfide e le situazioni che la vita ci pone di fronte. Per esempio, l'amore e l'apprezzamento per se stessi, la sensazione di adeguatezza, la convinzione che non è necessario essere perfetti, l'attitudine a guardare il futuro in maniera efficace.

Come fenomeno intrapsichico, il giudizio di autostima è un sentimento associato all'osservazione delle proprie caratteristiche, e può andare dall'assoluto apprezzamento all'assoluto disprezzo.

Dal punto di vista psicodinamico, l'autostima si spiega come un appoggio di natura narcisistica che l'Io riceve dal Super-io.

Usualmente viene meno negli stati di depressione in cui l'individuo disprezza e svaluta se stesso, mentre aumenta negli stati maniacali dove si ha una sorta di 'ipertrofia' rispetto al mondo cir­costante. L'autovalutazione può dunque esprimersi come sopravvalutazione o come autosvalutazione o sottovalutazione per un'er­rata considerazione che ciascuno può avere di se stesso rispetto agli altri o alla situazione in cui di volta in volta si trova a vivere.

6 aprile 2008

Sui Disturbi Fittizi

I disturbi fittizi sono "caratterizzati da sintomi fisici o psicologici che sono intenzionalmente prodotti o simulati... per assumere il ruo­lo di ammalato". In questi disturbi i pazienti producono intenzio­nalmente segni di disturbi medici o mentali e riferiscono in modo sbagliato la propria storia clinica e i sintomi relativi.


L'unico obiettivo evidente del comportamento è di farsi considerare malato, senza un incentivo esterno. Per molte persone, il ricovero stesso è l'obiettivo primario e spesso co­stituisce una modalità di vita. I disturbi hanno una caratte­ristica compulsiva, ma i comportamenti sono considerati vo­lontari in quanto deliberati e diretti a uno scopo preciso, an­che se non possono essere controllati.

La prevalenza dei disturbi fittizi è sconosciuta, benché si pensi che siano più comuni di quanto si ritenga general­mente. Sembrano manifestarsi più frequentemente fra i maschi e tra i soggetti che lavorano in ospedale o nel cam­po dell'assistenza sanitaria in genere. Uno studio ha ripor­tato una frequenza del 9% di disturbi fittizi tra tutti i pa­zienti ricoverati in un ospedale; secondo un altro studio questi disturbi colpiscono meno del 3% di tutti i pazienti.

Le basi psicodinamiche dei disturbi fittizi sono poco note, perché è difficile ottenere la cooperazione di questi pazien­ti in un processo psicoterapeutico esplorativo. Essi possono affermare con insistenza che i loro sintomi sono fisici e, per­tanto, che un trattamento a orientamento psicologico è inu­tile. Descrizioni aneddotiche di alcuni casi indicano che molti dei pazienti hanno sofferto nell'infanzia di violenze o deprivazioni, con conseguenti frequenti ricoveri in ospedale durante le fasi iniziali dello sviluppo. In tali circostanze il ri­covero può essere considerato come una fuga da una situa­zione traumatica e il paziente può trovare una se­rie di persone che si occupano di lui con affetto ed interesse. Abitualmente l'anamnesi rivela che il paziente ha avvertito stabilmente uno oppure en­trambi i genitori come figure che lo rifiutano, incapaci di co­struire relazioni strette. Pertanto, il facsimile della malattia reale è usato per ricreare il desiderato e positivo legame ge­nitore-figlio.

I disturbi assumono la forma di una compul­sione ripetitiva - che ripete, cioè, il conflitto di base della necessità e della ricerca di accettazione e di amore, pur nel­la convinzione che queste esigenze non saranno appagate. Di conseguenza, il paziente trasforma il medico e i membri del personale nei genitori che lo hanno respinto.

Alcuni pazienti possono, per il tramite del disturbo, tentare inconsapevolmente di controllare traumi passati o recenti relativi a una grave malattia medi­ca o psichiatrica, o a un ricovero, assumendo il ruolo del paziente e rivi­vendo continuamente le esperienze dolorose attraverso ri­petuti ricoveri.

Molti pazienti hanno una scarsa formazione dell'identità e un'immagine del sé disturbata, aspetti caratteristici di al­cuni soggetti con disturbo borderline di personalità.
vedi anche, a proposito dei disturbi fittizi, il post a proposito della c.d. Sindrome di Munchausen.

Nota importante:

Le informazioni riportate in questo sito e le note cliniche riferite non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza l'esplicito parere del proprio medico di fiducia. Il presente sito non svolge infatti funzioni che possano essere considerate come sostitutive di qualsivoglia attività diagnostica nè terapeutica.

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5 aprile 2008

Disturbi del contenuto del pensiero

Un breve glossario ed un elenco - tra i sintomi in psichiatria - dei principali disturbi del contenuto del pensiero.


1. Povertà di contenuto: pensiero che dà poche informazioni a causa della sua indeterminatez­za, di vuote ripetizioni o di frasi oscure

2. Idea prevalente: convinzione erronea e irragio­nevole, persistente, mantenuta meno ferma­mente di un delirio

3. Delirio: erronea convinzione, basata su inferen­ze errate sulla realtà esterna, non compatibile con l'intelligenza e il retroterra culturale del pa­ziente, che non può essere corretta mediante il ragionamento. Il delirio può essere: congruente con l'umore: delirio con contenuto appropriato all'umore (p.es., un individuo depresso crede di essere responsa­bile della distruzione del mondo)
oppure: non congruente con l'umore: delirio con contenuto che non ha associazione con l'umore oppure è neutrale rispetto a esso (p.es., un paziente depresso ha deliri di con­trollo del pensiero o di trasmissione del pen­siero)

4. Egomania: patologico interesse per se stessi

5. Monomania: interesse eccessivo per un singolo oggetto

6. Ipocondria (vedi): esagerata preoccupazione per la propria salute, non basata su una patologia or­ganica reale, ma piuttosto su interpretazioni non realistiche di segni e sensazioni fisiche con­siderate anormali

7. Ossessione (vedi): persistenza patologica di un pensie­ro o di una sensazione irresistibili che non pos­sono essere eliminati dalla coscienza mediante uno sforzo logico; è associata ad ansia (definita anche ruminazione)

8. Compulsione: necessità patologica di mettere in atto un impulso che, se oggetto di resistenza, produce ansia; comportamento ripetitivo in ri­sposta a un'ossessione o eseguito seguendo cer­te regole, senza vero fine se non quello di preve­nire qualcosa che potrebbe accadere in futuro

9. Fobia: paura patologica persistente, irrazionale, esagerata e invariabile di alcuni tipi specifici di stimoli o situazioni; comporta un desiderio irre­sistibile di evitare lo stimolo temuto.
Si distingue tra le fobie:
a. Fobia specifica: paura circoscritta a un og­getto o a una situazione definiti (p.es., paura dei ragni o dei serpenti)
b. Fobia sociale: paura di subire umiliazioni in pubblico, come ad esempio paura di parlare, di esibirsi, o di mangiare in pubblico
c. Acrofobia: paura dei luoghi elevati
d. Agorafobia: paura dei luoghi aperti
e. Algofobia: paura del dolore
f. Ailurofobia: paura dei gatti
g. Eritrofobia: paura del rosso (in realtà indica la paura di arrossire)
h. Panfobia: paura di tutto
i. Claustrofobia: paura dei luoghi chiusi
j. Xenofobia: paura degli estranei
k. Zoofobia: paura degli animali
l. Fobia per gli aghi (paura persistente, intensa e patologica di essere sottoposti ad un'inie­zione).

4 aprile 2008

Epidemiologia del DAP

La concettualizzazione del disturbo di panico (vedi) può essere fatta risalire al concetto di sindrome del cuore irritabile, che fu notata nei soldati durante la guerra civile americana da Jacob Mendes DaCosta. La sindrome di DaCosta compren­deva molti dei sintomi psichici e somatici che sono ora in­clusi nei criteri diagnostici per il disturbo di panico.


Nel 1895 Freud introdusse il concetto di nevrosi d'ansia, che consisteva in sintomi acuti e cronici, psichici e somatici.
La nevrosi d'ansia acuta di Freud era simile al disturbo di pa­nico del DSM-IV.
Fu Freud per primo a notare la relazione fra attacchi di panico e agorafobia.

II termine "agorafobia" era stato coniato nel 1871 per la condizione in cui i pazien­ti sembrano avere paura di avventurarsi in luoghi pubblici senza essere accompagnati da amici o parenti.

Studi epidemiologici hanno riportato una prevalenza nel­l'arco della vita dell'1,5-5% per il DAP e del 3-5,6% per l'attaccodi panico (vedi).

Le donne sono da 2 a 3 volte più colpite degli uomini, an­che se una tendenza a sottodiagnosticare il disturbo di pani­co negli uomini potrebbe contribuire a questa distribuzione così sbilanciata.

L'unico fattore sociale identificato che potrebbe contribuire allo sviluppo di un disturbo di pani­co è una storia recente di divorzio o di separazione. Il distur­bo di panico si manifesta più spesso fra i giovani adulti (l'età media di esordio è di 25 anni), ma sia il disturbo di panico sia l'agorafobia possono svilupparsi a qualunque età.

La prevalenza nell'arco della vita dell'agorafobia è risul­tata variabile da un minimo dello 0,6% a un massimo del 6%. Il maggiore fattore alla base di tale eterogeneità delle stime è da correlare all'uso di criteri diagnostici e metodi di valutazione diversi. Sebbene studi sull'agorafobia in am­biente psichiatrico abbiano riportato che almeno tre quarti dei pazienti colpiti hanno anche un disturbo di panico, stu­di sull'agorafobia in comunità hanno rilevato che fino a metà dei soggetti manifesta agorafobia senza disturbo di pa­nico. Le ragioni alla base di reperti così divergenti non sono note. In molti casi l'inizio dell'agorafobia è successivo a un evento traumatico.

2 aprile 2008

Medicina tra mente e corpo

Psiconeuroimmunologia, effetto placebo e personalità

Il sistema nervoso e il sistema immunitario costituiscono due strutture all'interno del corpo. Fino a non molti anni fa, si riteneva che questi due sistemi agissero come entità parallele, ma indipendenti. Negli ultimi due decenni, invece, un numero piccolo ma crescente di eccellenti studi ha rivelato una serie di interazioni dirette tra i due sistemi e ha fondato il campo della psiconeuroimmunologia.



Le origini delle psiconeuroimmunologia possono essere tracciate sin dagli inizi di questo secolo. Oggi siamo consapevoli del fatto che una persona sottoposta a stress ripetuto o cronico può diventare sufficientemente immunosoppressa, dal punto di vista clinico, da essere a rischio - ad esempio - di malattie infettive. Alcuni studi hanno infatti correlato stress emotivi ad acutizzazioni di infezioni da virus e ad altre malattie di natura infettiva.

Uno studio ha poi segnato l'inizio dell'accettazione dei benefici quantificabili della psicoterapia per il trattamento del cancro, ed è stato pubblicato nel 1989: consisteva nel follow­up di lungo termine, di uno studio iniziato a metà degli anni Settanta. Nello studio iniziale, una serie di pazienti affetti da patologia neoplastica era stata scelta per essere sottoposta all'intervento standard e alla chemioterapia, da soli o in combinazione con una terapia di sostegno di gruppo. Al momento, i pazienti che partecipavano alla terapia di gruppo presentavano indici più elevati riguardo alla qualità della vita, rispetto a quelli sottoposti ai soli trattamenti medici.
Circa dieci anni dopo, nel tentativo di screditare le teorie sull'effetto della psicoterapia sulla mortalità, l'autore ha esaminato l'esito di lungo termine nei due gruppi, aspettandosi di non trovare differenze nel tempo medio di sopravvivenza. Con sua sorpresa, tuttavia, i pazienti nella te­rapia di gruppo erano sopravvissuti in media 18 mesi in più rispetto a quelli del gruppo di controllo, un effetto benefi­co superiore a quello di qualsiasi altro agente chemioterapeutico. Questo notevole risultato deve ancora essere rigorosamente riprodotto, ma costituisce una svolta nel campo della medicina del corpo e della mente.

Gli studi di psiconeuroimmunologia possono essere di difficile interpretazione, non solo per l'effetto placebo, ma anche perché l'atteggiamento mentale di un paziente può influenzare in modo determinante la sua ricerca di un trattamento e l'aderenza allo stesso. Un numero relativamente ridotto di studi di psico­neuroimmunologia ha cercato di controllato queste variabili, ma studi ben controllati sono sicuramente necessari per un'am­pia accettazione di questa disciplina nella comunità scienti­fica.

L’effetto placebo

Gli effetti dell'umore e del pensiero sui processi di malattia hanno avuto una lunga storia nel corso dei secoli.

Il potere inerente le interazioni medico-paziente è definito, in maniera forse un pò riduttiva, effetto placebo. È considerato talmente influente per l'esito delle terapie mediche che tutti i nuovi trattamenti devono essere confrontati in studi clinici condotti in doppio cieco, con un placebo, che è appunto un trattamento neutro dal punto di vista chimico. Non è raro che il gruppo placebo dello studio mostri una significativa risposta clinica positiva, presente a volte nel 50% dei pazienti, che va attribuita all'influenza dello stato mentale, dell'umore e dell'atteggiamento del paziente nei confronti della guarigione.

La crescente tendenza ad abbreviare i contatti con i pazienti minaccia di limitare il ruolo di tale 'effetto placebo' nella pratica clinica, con una conseguente disattenzione dalle conseguenze potenzialmente gravi e con la perdita di un trattamento altamente efficace. Negli ultimi decenni, il successo straordinario delle mo­dalità di trattamento biologiche e farmacologiche ha infatti ridotto l'accento sull'appello alle risorse intime del paziente nel­la pratica clinica.
La maggior parte dei clinici trascura perciò l'influenza dei fattori emotivi sulle comuni malattie organiche.


Personalità e malattia

La nozione generale di "personalità prona alle malattie" ha ricevuto una conferma scientifica, ma solo una specifica condizione è stata correlata in modo convincente con un particolare tratto della personalità: le coronaropatie sembrano essere infatti più comuni in soggetti con punteggi elevati su scale che misurano l'ostilità, un meccanismo che può essere basato sulle scariche di adrenalina che accompagnano gli scoppi d'ira.

Recenti evidenze hanno suggerito anche che la depressione può essere un fattore di rischio per un attacco cardiaco potente quanto cardiopatie, aritmie cardia­che e insufficienza cardiaca congestizia preesistenti. Eppu­re, la depressione spesso non viene riconosciuta e non vie­ne trattata da parte dei medici di base e dei cardiologi. Sono altresì necessari ulteriori studi controllati per confermare queste osservazioni.

La personalità generale prona alle malattie richiede naturalmente altri fattori, ambientali o genetici, per determinare malattie quali asma, colite ulcerosa e artrite reumatoide.

E' da considerare anche il rischio che i sostenitori ben intenzionati di un legame causale tra le emozioni e l'incidenza di malattia possano esagerare, al punto che persone affette da gravi malattie possono chiedersi se non ne sono state esse stesse la causa, per una "carenza di amore per se stessi" oppure per la "necessità di essere malati". La saggia applicazione di buon senso e sensibilità rimane, evidentemente, una dote cli­nica indispensabile.

leggi: medicina psicosomatica e malattie psicosomatiche

1 aprile 2008

200 post: La fine di una terapia

"... La fine di una relazione. La possibilità di realizzare l'immagine di sè, dell'altro, del rapporto che è esistito.



Così come, anche, la possibilità di cancellare, annullare, fare il vuoto.

La delusione, il dolore.
Oppure, il desiderio, la curiosità, l'interesse.

Relazioni che nutrono o madri che uccidono.

Latte e veleni.

L'affetto o l'indifferenza.


Tutte possibilità dell'essere umano."

Sulle Nevrosi

Una nevrosi è un disturbo cronico o ricorrente caratterizzato soprattutto da ansia.
Il disturbo viene avvertito o espresso direttamente oppure modificato attraverso meccanismi di difesa; appare come un sintomo, ad esempio un'ossessione, una compulsione, una fobia o una disfunzione sessuale. Anche se non viene usato nel DSM, il termine nevrosi è ancora presente nella lettera­tura.


Nella terza edizione del DSM si definiva disturbo nevrotico:
1) - Un disturbo mentale in cui il disordine principale è un sintomo o un gruppo di sintomi che angustiano il soggetto e che vengono ri­conosciuti dal soggetto stesso come inaccettabili ed estranei (ego­distonici).

2) - Il giudizio di realtà è nel complesso intatto.

3) - Il comporta­mento è in genere piuttosto disabilitante.

4) - Il disturbo, se non trattato, è relati­vamente persistente o ricorrente e non è limitato a una reazione transitoria nei confronti di eventi stressanti.

5) - Non sono dimostrabi­li fattori o eziologie organiche.

Nel DSM-IV nessuna classe diagnostica è defini­ta nevrosi; tuttavia, molti medici considerano nevrosi le se­guenti categorie:
disturbi d'ansia,
disturbi somatoformi,
disturbi sessuali e
disturbi distimici.

Il ter­mine nevrosi comprende dunque un ampio gruppo di disturbi con vari segni e sintomi. Pertanto, ha perso qualsiasi specificità, tranne che per indicare che il giudizio di realtà della perso­na e l'organizzazione della personalità sono intatti.

Tutta­via, una nevrosi può essere sufficiente, e di solito lo è, ad al­terare il funzionamento di una persona in numerose aree.

Nell'ICD-10 una classe definita "Disturbi nevroti­ci, correlati allo stress e somatoformi" comprende le se­guenti patologie:

disturbi d'ansia fobica,
altri disturbi d'an­sia (compresi il disturbo di panico, il disturbo d'ansia generalizzato e il disturbo ansioso-depressivo misto),
il disturbo ossessivo-compulsivo,
i disturbi dell'adattamento,
i disturbi dissociativi (conversivi) e
i disturbi somatoformi.

Inoltre, l'ICD-10 comprende la nevrastenia (o neuroastenia) come disturbo nevroti­co caratterizzato da faticabilità mentale e fisica, senso di in­stabilità generale, irritabilità, anedonia e alterazioni del son­no.

leggi anche il post: difese di tipo nevrotico