4 marzo 2008

Gli antidepressivi curano la depressione?

Una notazione critica in merito all'efficacia terapeutica dei farmaci anridepressivi. In uno studio inglese emergono dubbi sulla reale efficacia degli antidepressivi in merito alla cura della depressione.

LONDRA - Gli antidepressivi, assunti da milioni di persone che soffrono di depressione, non produrrebbero effetti significativi. Il dubbio viene insinuato dal quotidiano britannico «Independent», che dedica la sua apertura allo studio condotto dall'equipe del professor Irving Kirsch, dell'Università di Hull, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista on line «Public Library of Science (PLoS) Medicine». Lo studio, ha precisato il ricercatore, è stato presentato alla FDA (l'ente americano per il controllo sui farmaci) e sarà sottoposto anche alle autorità regolatorie europee.

Diversi antidepressivi, stando alla ricerca, indurrebbero miglioramenti «minimi» rispetto al placebo (il farmaco «finto» che viene somministrato come termine di paragone nelle sperimentazioni) valutabili in due punti sulla «scala Hamilton della depressione», una specie di classifica della gravità della malattia che si compone di 51 punti. Questo è stato sufficiente perchè le molecole in questione ottenessero l'autorizzazione alla commercializzazione anche in Gran Bretagna ma, sottolinea il giornale,anche se l'Istituto nazionale per l'eccellenza clinica (Nice) stabilisce che sono necessari tre punti sulla scala Hamilton per stabilire una differenza clinica significativa. Il Nice ha approvato l'uso commerciale perchè si è basato sui dati di sperimentazione pubblicati, da cui risultavano effetti terapeutici molto più vistosi. «Stando ai risultati - ha osservato il professor Kirsch - non sembrano esserci grandi motivi per prescrivere gli antidepressivi se non alle persone affette da depressione grave».

La popolarità degli antidepressivi, introdotti alla fine degli anni ottanta, è schizzata alle stelle, scrive l'Independent, dopo le campagne in cui le industrie farmaceutiche assicuravano che si trattava di prodotti sicuri e con minori effetti collaterali rispetto ai vecchi antidepressivi triciclici. Questi antidepressivi sono noti come inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI).

Un interessante commento in merito alla ricerca è quello del professor Nicola lalli, psichiatra e psicoterapeuta dell'Università La Sapienza di Roma (www.nicolalalli.it):

“Per comprendere l’importanza di questa ricerca bisogna tener presente che quasi tutte le riviste psichiatriche sono sovvenzionate dalle case farmaceutiche, il che rende inevitabile una collusione, definita come il ‘dirty little secret’ da alcuni psichiatri a orientamento biologico”, spiega ancora l’esperto che ha sentito la necessità, ripercorrendo un lungo viaggio nella storia, nell’antropologia culturale, nelle neuroscienze, nella clinica, nella letteratura e nell’arte, di riportare alla luce nel suo libro "'Dal mal di vivere alla depressione' (Magi Editore) le vere caratteristiche della depressione e le sue possibili cause. “Convinto che solo una comprensione approfondita, priva di ideologie e di pregiudizi, possa fornire una valida risposta a quella che è stata definita come ‘la malattia del secolo’.

“La documentazione di J.Kirsh e collaboratori condotta attraverso un complesso studio di meta-analisi è assolutamente valida e ha avuto il merito fondamentale di evidenziare i trucchi utilizzati dalle case farmaceutiche che, complici psichiatri compiacenti ed istituzioni scientifiche altrettanto compiacenti, cercano di immettere sul mercato sempre nuove molecole di antidepressivi – sottolinea ancora l’esperto - Molecole antidepressive che secondo le case farmaceutiche sono sempre più efficaci per il semplice motivo che i farmaci antidepressivi, come tutti i farmaci, sono protetti da un brevetto che permette di poter imporre il prezzo del prodotto”. “Fortunatamente questi brevetti, dopo un periodo di tempo che varia dai 15 ai 20 anni a seconda delle nazioni, scadono e quindi per le case farmaceutiche scade anche ‘la gallina dalle uova d’oro’ e hanno pertanto necessità di proporre nuove molecole che ovviamente godono di nuovo del privilegio del brevetto e che ovviamente debbono avere un minimo di efficacia in più di quelli precedenti”, prosegue. “Se vogliamo un esempio concreto, possiamo considerare il fenomeno del Prozac, definita come la ‘pillola della felicità’ e prescritta in centinaia di milioni di pezzi, ma che una volta scaduto il brevetto (nel 2006) è diventato semplicemente ‘fluoxetina’ producibile da qualsiasi casa farmaceutica, il che ha prodotto un abbassamento notevole dei prezzi”, sottolinea ancora Lalli.

“Quindi possiamo affermare che dopo la pubblicazione del lavoro di Kirsh e collaboratori, d’ora in poi le regole per valutare e validare l’opportunità di somministrare gli antidepressivi e l’efficacia degli stessi, debbono essere profondamente cambiate”. Ma prosegue l’autore: “Va cambiata profondamente la cultura che ha supportato fin ora la possibilità che falsificazioni così evidenti siano state accettate dagli organismi che dovrebbero avere funzioni di garante, dalle società di psichiatria e dal mondo accademico e che inevitabilmente hanno permeato la cultura di milioni di pazienti che non avevano nessuna possibilità di conoscere la verità e quindi di potersi difendere''.


Fonti: ADNKronos, Rcs Quotidiani Spa

leggi anche il post su: cura della depressione con l'elettroshock

francesco giubbolini, psichiatra - siena

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