31 marzo 2008

L'amore e il peccato

E se lo psicoterapeuta s'innamora davvero della propria paziente (...) e cede all'impulso amoroso, intrattenendo rapporti sessuali? Accade? E accade molto o poco frequentemente? E perché succede? E che succede poi ai due partner? Possono venirne a capo? E come? La pratica psicoterapica si fonda su una relazione che, fondamentalmente, è una relazione amorosa basata sull'astinenza, condizione necessaria per la mentalizzazione degli accadimenti relazionali.


Ma con una frequenza superiore a ciò che si immagini (...), l'astinenza viene infranta, e fin dagli albori della psicoanalisi, a partire da Breuer che fugge di fronte all'amore di Bertha Pappenheim (la "Anna O." degli "Studi sull'isteria"), vi è sempre stata grande reticenza fra gli addetti ai lavori a trattare della questione, tanto che il grave ritardo con cui si iniziò a studiare il controtransfert (oggi ritenuto dai più lo strumento principe per la comprensione del paziente) può essere collegato alla paura di affrontare il desiderio amoroso del terapeuta.

Desiderio che fu concretamente agito anche da personaggi illustri, quali Jung, Ferenczi, Aichorn, Jones, Groddeck, Rank, Steckel, Tausk, Reich, Allendy, Radò, Hartmann, Frieda Reichmann che sposerà il proprio paziente Erich Fromm.

Gli autori intendono rompere la reticenza e aprire la discussione, patrocinando l'abbandono della paura di pensare l'amore del terapeuta, che deve sentirsi libero di sperimentare fino in fondo anche il desiderio, pur senza agirlo.

scheda di Roccato, P., L'Indice 1993, n.11

Titolo: Se l'amore in sé non è peccato. Sul desiderio dell'analista
Autori: Krutzenbichler Sebastian H., Essers Hans
Traduttore: Mainoldi C.
Editore: Cortina Raffaello
Data di Pubblicazione: 1993
Collana: Minima
ISBN: 887078231X
ISBN-13: 9788870782318
Pagine: 172
Reparto: Psicologia


30 marzo 2008

Amore primario

...l'amore di controtransfert, che, se esiste prima del transfert, non potrà essere distrutto dalle altrui negazioni e annullamenti.


"...Il discorso veniva tuttavia ulteriormente complicato dall’idea, espressa da molti, secondo cui, in fondo, “...ciascuno di noi ama autenticamente solo una volta, ed ogni amore successivo non è che una ripetizione, un surrogato” (Stekel, 1912, cit. in Krutzenbichler - Essers).

In sintonia con questa affermazione anche Balint, nel 1935, riprenderà il concetto di ‘transfert primario’ espresso da Ferenczi nel 1909, teorizzando ‘l’amore primario’, ovvero il desiderio primario di essere amato incondizionatamente.

E non finisce qui: “...la situazione analitica non è una semplice riproduzione della situazione di vita, e men che meno dell’infanzia” (Grunert, 1989, cit. in Krutzenbichler - Essers ). Ovvero: se da una parte, nell’amore di transfert, si ripropone un vissuto regressivo, è pur vero che, d’altra parte, l'essere umano adulto intraprende un serio tentativo di stabilire una relazione affettiva evoluta con l'altro, e precisamente con lui."

per l'articolo completo e la bibliografia leggi le pagine del sito su relazioni d'oggetto e transfert e controtransfert

Terapia del lutto (elaborazione del lutto)

Poiché le reazioni al lutto possono evolvere in una sindro­me depressiva o in un lutto patologico, spesso sono utili consulenze specifiche per chi ha subito una perdita.

La te­rapia del lutto è una pratica sempre più importante. In se­dute programmate con regolarità, la persona in lutto è in­coraggiata a parlare della propria perdita e dei propri sentimenti. Mol­te persone in lutto hanno difficoltà nel riconoscere ed espri­mere la rabbia o i sentimenti ambivalenti sperimentati e devono essere rassicurati sulla normalità di questi senti­menti.


Durante la terapia del lutto si instaura normalmente un legame con il terapista; tale legame fornisce un supporto provvisorio alla persona in lutto fino a quando non matura un senso di fiducia sul futuro. Il terapista incoraggia gra­dualmente il paziente ad assumere nuove responsabilità e a sviluppare un senso d'autonomia.

Per aiutare ad elaborare un lutto, il terapista deve essere a proprio agio nel trattare gli aspetti della morte e deve essere in grado di gestire le possibili ed intense reazioni emotive, come la tristezza, la rabbia, il senso di colpa e di autodenigrazione. Inoltre, la terapia del lutto richiede che il terapista sia atti­vo ed aiuti il paziente a ri-assumere gradualmente le proprie decisioni, so­prattutto quelle che lo conducono verso l'indipendenza.

Non è necessario che la terapia del lutto sia condotta con modalità di trattamento individuale; anche una terapia di gruppo può risultare efficace. Gran parte di coloro cha hanno vissuto una grave condizione di lutto afferma di essersi isolato dagli amici e dalla vita sociale e, perciò, pro­va sensazioni di isolamento e solitudine. I gruppi garantiscono contatti sociali e sostegno emoti­vo; in ultima analisi, permettono ai loro membri di rientra­re adeguatamente nella società.

La necessità di tale tipo di terapia proviene, in parte, dalla riduzione dell'unità della famiglia. In prece­denza, le famiglie numerose erano in grado di fornire il supporto emotivo e la guida necessari nel corso del perio­do di lutto.

leggi anche il post su: lutto normale

29 marzo 2008

L'originaria dimensione affettiva

"...Dato dunque per scontato questo originario assetto sano di colui che davvero può definirsi analista diamo ugualmente per scontato un analogo originario assetto sano dell’analizzando, il quale ha tuttavia perduto (anche se solo in parte) tale originaria dimensione affettiva per le vicissitudini della propria esistenza.


E’ importante sottolineare che tale perdita è sempre solo parziale: non esiste persona tanto malata da essere assolutamente indifferente.
E’ che l’affetto residuo di ciascuno è come mascherato, distorto.

Si potrebbe enumerare una quantità infinita di manifestazioni affettive in ognuna delle quali ciò che è più evidente è “quanto manca" di affetto, ma in ognuna delle quali è evidente – anche se meno – che comunque di affetto c’è n’è ancora.

Basta pensare ai sintomi. L’esistenza dei quali ci fa dire talora che forse è proprio il sintomo, con la residua valenza affettiva che trasporta, a salvare le persone dall’indifferenza, costringendole a confrontarsi con l’impossibilità dell’indifferenza, che esiste perché esiste quella originaria dimensione di sanità di cui parlavamo.

L’uomo nasce sano; poi, si può ammalare; ma poiché mantiene l’originale, ancestrale memoria della propria originaria dimensione sana non si rassegnerà mai all’incurabilità della propria malattia.

Se è convinto che sanità e malattia non possono che ritrovarsi nel contesto delle relazioni interpersonali allora cercherà qualcuno che lo curi e potrà trovare l’opportunità di guarire."

Salute mentale e normalità

Considerazioni sommarie sul concetto di normalità e sua relazione con il concetto di salute.
Esiste da sempre un'estrema diffi­coltà a definire i concetti di salute mentale e normalità. In passato si dava per scontato che la salute mentale potesse es­sere definita come l'opposto della malattia mentale e, sulla base di tale presupposto, l'assenza di una grossolana psicopa­tologia veniva fatta corrispondere alla normalità.


Attualmen­te si dubita dell'utilità di tale assunto ed è diventato sempre più importante elaborare concetti e defini­zioni precisi di salute mentale e normalità. I molti principi teorici e clinici che definiscono la normalità rientrano in quat­tro diverse prospettive funzionali.

Benché ogni prospettiva sia unica e abbia la propria definizione e descrizione, tali pro­spettive si completano l'un l'altra e insieme rappresentano tutti i possibili approcci delle scienze sociali alla normalità.

Le quattro diverse pro­spettive proposte conside­rano la normalità come benessere, utopia, media e processo.

Normalità come benessere
La prima prospettiva corrisponde all'approccio medico-psi­chiatrico tradizionale al problema del benessere e della ma­lattia. La maggior parte dei medici equipara la normalità alla salute. Un comportamento viene considerato nei limiti della normalità quando non siano presenti segni manifesti di psicopatologia. Se il comportamento potesse es­sere riportato su una scala, la normalità rappresenterebbe di gran lunga la porzione più ampia del continuum e all'anor­malità non rimarrebbe che la piccola porzione restante.

Questa definizione di normalità corrisponde al modello tradizionale del medico che cerca di liberare il paziente da segni e sintomi facilmente osservabili di malattia. Per un tale medico, la mancanza di segni e sintomi equivale a benesse­re; in altre parole, in un tale contesto il benessere corrispon­de a un ragionevole, più che a un ottimale, stato funzionale.

Normalità come possibilità e prospettiva
La seconda definizione concepisce la normalità come un in­sieme armonioso e ottimale dei diversi elementi dell'apparato mentale, che culmina in un funzionamento ottimale. Una tale definizione emerge chiaramente quando psichiatri o psicanalisti parlano della persona ideale o quando discu­tono dei criteri che utilizzano per approntare un trattamen­to efficace e degli obiettivi della terapia.

Normalità come media
Una terza prospettiva viene comunemente usata negli studi statistici: essa si basa sul principio ma­tematico della curva a campana. In questo approccio si con­sidera normalità come ciò che corrisponde alla porzione in­termedia e i due estremi come devianti. Tale approccio descrive ogni persona in termini di valutazione generale. La variabilità è concepita solo nel contesto del gruppo e non a livello della singola persona.

Normalità come processo­
La quarta prospettiva mette in rilievo il fatto che il com­portamento normale è il risultato finale di diversi sistemi che interagiscono reciprocamente. Sulla base di questa defi­nizione, i cambiamenti che avvengono nel tempo rivestono un ruolo fondamentale nella definizione di normalità.
In al­tre parole, la prospettiva di normalità-come-processo dà particolare rilievo ai cambiamenti o ai processi, più che a una definizione trasversale di normalità.
Si tratta dunque di un concetto che sottolinea la capacità e l'occasione del raggiungimento di una maturità fun­zionale in età adulta e l'utilizzo di riferimenti a studi longitudinali, i quali sottolineano i seguenti parametri:

l. Pressoché totale assenza di psicopatologie grossolane, di gravi difetti fisici o di malattie fisiche gravi.
2. Superamento senza grossi ostacoli dei precedenti compi­ti dello sviluppo.
3. Capacità di affrontare in modo flessibile le situazioni af­fettive e di risolvere i conflitti a queste collegati in modo attivo e con un certo grado di successo.
4. Relazioni oggettuali relativamente buone.
5. Sensazione di appartenere a un ambiente culturale più ampio, di cui vengono accettati valori e norme.­

28 marzo 2008

La compliance (aderenza al trattamento)

La compliance, definita anche aderenza, è il grado in cui un paziente segue le raccomandazioni cliniche del medico. Esempi di compliance sono il rispetto degli appunta­menti, l'inizio e il completamento del programma di terapia e l'esecuzione dei cambiamenti indicati a livello comportamentale. Un comportamento collaborativo dipende dalla specifica situazione clinica, dalla natura della malattia e dal programma terapeutico.
In generale, circa un terzo dei pa­zienti segue strettamente il trattamento, un terzo aderisce solo in qualche caso ad alcuni aspetti di esso e un terzo non lo segue mai.


Esistono numerose variabili in grado di modificare, in positivo o in negativo, il grado di aderenza al trattamento. Ad esempio, un'elevata complessità del regime terapeutico, associata alla necessità di numerosi cambiamenti comportamentali, sem­bra essere associata a una mancata compliance. La compliance è mi­gliorata da alcune caratteristiche del medico, come l'empatia ed un atteggiamento tollerante.

Il rapporto medico-paziente è il più importante fat­tore nel campo della compliance. Quando il medico e il sog­getto hanno priorità e opinioni diverse, diversi stili di co­municazione (compreso un differente modo di concepire le indicazioni terapeutiche) e diverse aspettative mediche, la com­pliance del paziente diminuisce. Essa può essere aumentata se il medico spiega all'interlocutore l'importanza dell'esito di un particolare trattamento e sottolinea che il rispetto del­le raccomandazioni aiuterà a conseguire quel risultato.

La mancata compliance è spesso associata a medici che vengono per­cepiti come scostanti e poco empatici. Inoltre, risulta as­sociata al fatto che il medico chieda informazioni senza dare risposte e non spieghi la diagnosi o la causa della sintoma­tologia in atto. Se il medico è consapevole dell'insieme del­le opinioni, dei sentimenti e delle abitudini del paziente e sa guadagnarsi il suo appoggio nella scelta del regime terapeu­tico, otterrà un miglioramento della compliance.

Le strategie consigliate per migliorare la compliance pre­vedono che si chieda direttamente ai pazienti di descrivere che cosa credono che non vada in loro, che cosa ritengono che debba essere fatto e che cosa capiscono di ciò che il me­dico ritiene debba essere fatto e quali credono siano i rischi e i benefici del trattamento prescritto.

Talvolta, invece di fare errori, i soggetti modificano deli­beratamente il regime terapeutico - ad esempio, non recan­dosi agli appuntamenti o assumendo i farmaci secondo mo­dalità diverse da quelle prescritte. Nei casi in cui l'interes­sato può subire pressioni contrastanti, oppure può non aver capito del tutto le indicazioni del medico, diventa necessario raggiungere un compromesso con il soggetto, cioè stipulare ciò che è stato definito un "contratto" (a tale proposito, leggi anche il post su: consenso informato in psicoterapia).

In questo caso, il medico e il paziente stabili­scono insieme ciò che si aspettano l'uno dall'altro. Questo approccio implica che il contratto possa essere modificato e che il paziente sia rassicurato dal fatto di poter proporre, in­sieme al medico, suggerimenti per migliorare la compliance.­

27 marzo 2008

Differenze tra diagnosi medica e psichiatrica

La diagnosi può essere definita come lo studio dei segni e dei sintomi dei disturbi e della loro classificazione quali en­tità patologiche. Poiché l'eziologia di molti disturbi medici è stata chiarita e sono disponibili specifiche terapie, una dia­gnosi medica spesso permette di dedurre l'eziologia di un disturbo e aiuta anche a scegliere le specifiche procedure te­rapeutiche.
Nel complesso, la diagnosi psichiatrica ha seguito la tradizione me­dica secondo cui la diagnosi stessa e la valutazione stanno alla base delle fasi iniziali dell'incontro tra medico e paziente.


D'altra parte, il ruolo della diagnosi in psichiatria non è uguale a quello degli altri campi della medicina; a differen­za dei disturbi medici, l'eziologia di molte sindromi psichia­triche non è ancora del tutto chiara e il trattamento è spes­so empirico. Pertanto, la diagnosi formale in psichiatria non implica necessariamente la conoscenza di specifici fattori eziologici né facilita le scelte terapeutiche.

Malgrado questi limiti, una valutazione accurata ha un ruolo rilevante in psichiatria. L'esperienza clinica ha dimo­strato che, in base a tale valutazione, è possibile prevedere con un certo grado di accuratezza la risposta del paziente alle terapie. Chiaramente, i medici devono valutare accuratamente tali casi per scegliere l'appropriata te­rapia e anche per differenziare tra i pazienti che necessitano di una terapia farmacologica e quelli che posso­no essere trattati esclusivamente con forme di psicoterapia.

Un'altra differenza fra il ruolo della diagnosi in medicina generale e in psichiatria deriva dalla maggiore complessità della valutazione psichiatrica.

La valutazione dei pazienti medici comprende la classificazione diagnostica del loro di­sturbo e, la scelta dell'appropriato metodo di trattamento. La valutazione psichiatrica si estende oltre queste considerazio­ni; il trattamento psichiatrico spesso coinvolge l'esplorazione di aspetti diversi delle personalità dei pazienti, che, a loro volta, richiedono allo psichiatra di comprendere il paziente in profondità. Pertanto, a parte i criteri che di solito servono come base delle diagnosi formali (p.es., la presenza di speci­fici sintomi), gli psichiatri nel corso della valutazione devono valutare la qualità delle relazioni dei pazienti con gli altri; e devono valutare il grado in cui i pazienti sono in grado di soddisfare le loro esigenze personali. Anche le tipi­che modalità di adattamento dei pazienti e la forza delle loro difese psicologiche costituiscono dati importanti.

I medici hanno molti strumenti con cui diagnosticare e trattare i disturbi dei pazienti. Tali strumenti vanno da approfondite indagini di laboratorio a metodiche radio­grafiche molto sofisticate. Anche se le facoltà di medicina e i corsi di specializzazione forniscono una base di conoscen­ze utile per acquisire capacità complesse ed essenziali per l'esercizio della professione medica, una di queste è spesso insegnata in modo superficiale: si tratta della capacità di svi­luppare un efficace rapporto medico-paziente, che richiede una solida conoscenza della complessità del comportamen­to umano e una rigorosa attenzione alle occasioni di collo­quio e di ascolto delle persone.

Per diagnosticare e trattare il disturbo di una per­sona ammalata il medico deve imparare ad ascoltare. A molti medici addestrati a essere soprattutto attivi ed autocontrollati l'atto di ascoltare può apparire come un comportamento inadeguato. Uno dei compiti fon­damentali di qualsiasi scuola di medicina sarebbe quello di aiutare il me­dico ad acquisire la capacità di prestare attivamente ascol­to, sia a ciò che il medico e il paziente si dicono, sia al flus­so sotterraneo dei sentimenti inespressi che intercorrono fra i due. Se il medico presta continuamente attenzione non solo al con­tenuto del colloquio (cioè, quello che dicono il paziente e il medico), ma anche al modo in cui esso si svolge (il processo, ossia ciò che il paziente o il medico non dicono con le paro­le, ma che viene comunicato in molti altri modi), si accor­gerà che la comunicazione tra due persone si realizza con­temporaneamente a diversi livelli. Se il medico è sensibile agli effetti che la storia, la cultura, l'ambiente e la psicolo­gia hanno sul rapporto con il paziente, si rende conto di la­vorare con un individuo la cui personalità ha molteplici sfu­mature e non con una sindrome patologica.

Quando l'arte della capacità di ascoltare attivamente non ven­gono capite, rispettate e trasmesse, ai medici non vengono insegnati i rudimenti della capacità di stabilire un rapporto adeguato con i loro pazienti e la cura del soggetto ne risul­ta inevitabilmente compromessa.

26 marzo 2008

Sul colloquio psichiatrico

Uno degli strumenti diagnostici più importanti che il medico ha a disposizione è la capacità di condurre il colloquio con il paziente. Un colloquio condotto con attenzione permette di raccogliere i dati necessari per capire e relazionarsi con il paziente e, nel contempo, di aumentare la comprensione da parte di quest'ultimo e la sua accettazione delle indicazioni del medico.


Tutti i colloqui hanno tre principali componenti, ognuna delle quali richiede capacità particolari: la fase iniziale, il colloquio stesso e la fase conclusiva; il colloquio inoltre si svolge secondo quattro dimensioni - in­staurazione del rapporto, valutazione delle condizioni men­tali del paziente, diagnosi ed indicazioni terapeutiche .

In generale, il medico deve comunicare un at­teggiamento non critico, mostrarsi interessato, partecipe e cordiale, altrimenti è possibile che non riesca a ottenere informazioni che potrebbero rivelarsi fondamentali e che precluda al paziente l'occasione della terapia.

Molti fattori influenzano il contenuto e il processo del col­loquio. La personalità e il carattere del paziente influenzano in modo significativo le reazioni e il contesto emozionale in cui si svolge il colloquio. Il tipo di domande e le indicazioni pro­poste dipendono dalle diverse situazioni cliniche.
Lo stile, l'orientamento e l'esperienza del medico influenzano significativamente il colloquio.

Il colloquio psichiatrico ha due obiettivi principali: il riconoscimento dei determinanti psicologici del comporta­mento del paziente e la comprensione dei suoi sintomi.

E' possibile conseguire tali obiettivi utilizzando due stili di colloquio: quello intro­spettivo, o psicodinamico, e quello orientato alla valutazio­ne dei sintomi, o descrittivo. Il colloquio introspettivo tende a porre l'accento sulla scoperta e sull'interpretazione dei conflitti, delle ansie e delle difese inconsce; l'approccio orientato sulla valutazione dei sintomi da rilievo alla classifi­cazione dei disturbi e delle disfunzioni del paziente, definiti sulla base di specifiche categorie diagnostiche. Questi due tipi di approccio non si escludono a vicenda e, in realtà, pos­sono essere compatibili.

La diagnosi psichiatrica (vedi) può essere effettuata in modo più preciso indagando su dettagli quali i sintomi del soggetto, il decorso della malattia e la storia familiare, sen­za trascurare la personalità, la storia dello sviluppo e i con­flitti profondi del paziente.

Vedi anche il post sulla diagnosi psicodinamica.

24 marzo 2008

Sull'interpretazione

L'interpretazione è lo strumento fondamentale della psicoterapia dinamica. E' lo strumento curativo, l'agente terapeutico per eccellenza, ed è una comunicazione "vera" creata nella mente del terapeuta a partire dalla propria teoria del funzionamento e dello sviluppo della psiche.


Scopo dell'interpretazione è l'integrazione personale, che si realizza nel momento in cui il paziente modifica il suo modello di riferimento integrando quegli elementi che, presenti ma non consapevoli, diventavano nodi conflittuali e fonti di sofferenza. L'interpretazione, con i suoi contributi esplicativi, comunica essenzialmente il significato di elementi affettivi così che il paziente possa recuperare tale funzione psichica al suo interno.

L'interpretazione è dunque attribuzione di significati e qualifica la psicoterapia dinamica distinguendola da tutte le altre forme di psicoterapia.

L'interpretazione in psicodinamica si colloca a metà strada tra la spiegazione causale delle scienze naturali e la comprensione fenomenologica. Come la spiegazione, infatti, l'interpretazione terapeutica tenta di stabilire una connessione causale fra gli eventi, e come la comprensione, oltre a non essere suscettibile di una verifica sperimentale, si situa nello spazio intersoggettivo del rapporto terapeuta-paziente.

Le interpretazioni possono riguardare il contenuto per rivelarne il significato latente oppure il rapporto terapeuta-paziente, le resistenze che si oppongono al tentativo di render consci i processi inconsci, il transfert per evidenziare quanto dei propri contenuti inconsci venga attribuito al terapeuta.

vedi anche i post:
introduzione alla psicoterapia dinamica
il setting in psicoterapia

23 marzo 2008

Marco Lombardo Radice, nessun atto violento

Nel suo lavoro di neuro-psichiatra, sia nella sua attività di ricerca che in quella clinica, si concentrò sulle problematiche dei bambini e degli adolescenti. Marco Lombardo Radice, nato nel 1948 a Roma, medico e neuropsichiatra presso l' Università di Roma, nel 1984 ha fondato l'Associazione per il sostegno e il trattamento di minori con problemi psicologici e psichiatrici. E' morto nel 1989.


Nel 1991 è stata pubblicata, postuma, "Una concretissima utopia", una raccolta di saggi ed interventi sulla sua attività professionale curata da Marino Sinibaldi, da cui è stato tratto il film "Il grande cocomero", di Francesca Archibugi, con Sergio Castellitto.

Di Marco Lombardo Radice riporto alcuni brani, tratti da 'Una concretissima utopia', a proposito della formazione in psichiatria e psicoterapia:

"Da un punto di vista umano e terapeutico cio' che conta veramente e' ... la capacita' di 'sentire' correttamente la richiesta profonda del paziente e di rispondere ad essa o - ma e' poi lo stesso - la capacita' di sentire quali interventi vengano invece suggeriti dall'ansia, dall'aggressivita' o dal panico dell'operatore stesso".

"L'assenza di inganno e mistificazione e' gia' terapeutica ed e' comunque la base su cui progressivamente ridurre, fino ad eliminare, i casi in cui non si e' in grado di fornire una risposta vera ai bisogni del paziente. A nostra esperienza, se il lavoro 'interno' dell'operatore e' stato svolto correttamente, nessun atto sara', o sara' sentito, violento".

LOMBARDO RADICE M.
CONCRETISSIMA UTOPIA
LINEA D'OMBRA, 1991

22 marzo 2008

Definizione di "stress"

Una "reazione emozionale intensa a una serie di stimoli esterni che mettono in moto risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva" è la definizione di stress.


Se gli sforzi del soggetto falliscono perché lo stress supera le capacità di risposta, l'individuo è sottoposto a una vulnerabilità nei confronti della malattia psichica, di quella somatica o di entrambe.

Il termine, largamente usato anche nel linguaggio corrente con significati spesso in contrasto tra loro, è stato introdotto in biologia da W. B. Cannon, ma solo successivamente ebbe una definizione univoca grazie a H. Selye, secondo cui «lo stress è la risposta non specifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata ad esso» (1971).

La richiesta comprende una gamma molto ampia di stimoli, detti agenti stressanti, mentre la risposta biologica, che è sempre la stessa, è la conseguenza di una reazione difensiva nell'organismo.

Tale reazione difensiva e adattiva, denominata emergenza o anche sindrome generale di adattamento, è caratterizzata da una fase di allarme con modificazioni biochimiche ormonali, da una fase di resistenza in cui l'organismo si organizza funzionalmente in senso difensivo, e da una fase di esaurimento in cui avviene il crollo delle difese e l'incapacità di adattarsi ulteriormente. Secondo Selye lo stress non può e non deve essere evitato perché costituisce l'essenza stessa della vita, perciò non è una condizione patologica dell'organismo, anche se in alcune circostanze può produrre patologia, come quando lo stimolo agisce con grande intensità e per lunghi periodi (vedi il post sui disturbi da stress e la pagina del sito sul disturbo post-traumatico da stress).

L'importanza delle emozioni nelle reazioni di stress ha originato il concetto di stress psicologico che differisce da quello fisiologico in quanto la risposta dipende dalla valutazione cognitiva del significato dello stimolo.

Esistono definizioni di stress in base all'intensità dello stimolo, altre formulate in base alla qualità della risposta fisiologica, altre ancora che descrivono lo stress in base al costo richiesto all'individuo dalla sua modalità specifica di affrontare i problemi e rispondere all'ambiente.

Oltre agli stress psicofisiologici determinati da un eccesso di stimolazione, sono descritti anche gli stress psicosociali la cui dinamica prevede:

1) una situazione esterna caratterizzata da difficoltà interpersonali, sociali o individuali quali solitudine, abbandono, fallimento lavorativo, eccessive richieste di rendimento e simili;

2) una risposta interna che trova le sue espressioni nell'ansia, nella colpa, nell'ira o nella depressione;

3) un comportamento esterno, suscitato da quella risposta ora adeguata e realistica, ora inadeguata, con liberazione di impulsi incontrollati di natura psichica o funzionale psicosomatica. Lo stress, infatti, è riconosciuto da tutti come elemento predisponente le sindromi psicosomatiche (vedi la pagina del sito sulle malattie psicosomatiche).

Bibliografia essenziale: SELYE H., Stress senza paura (1971), Rizzoli, Milano, 1976.

21 marzo 2008

Le cure inutili della depressione

Nuovi studi criticano la correttezza di diagnosi e terapia dei disturbi depressivi.

"... Si fa presto a dire depressio­ne. E si fa male. Perché una cosa (seria) è la malattia che risucchia la voglia di vivere senza causa apparente. Il «male oscuro», come l'hanno chiamato. Altra cosa è il malessere, anche acuto, che si prova di fronte a una pagina a caso di quel catalogo sen­za fine intitolato «avversità della vi­ta». Confondere i piani è molto più di un problema linguistico. Può di­ventare una catastrofe clinica.



So­stiene uno studio pubblicato l'anno scorso sugli Archives of General Psy­chiatry che una persona su quattro di quelle cui è stata diagnosticata una depressione negli Stati Uniti è soltanto triste, lotta per uscire da qualche sabbia mobile esistenziale. Tra i suoi autori c'è anche Michael B. First, della Columbia University, curatore del Dsm IV, la bibbia della psichiatria.

E se non bastasse l'uso troppo disinvolto della diagnosi, an­che la terapia è oggi sotto accusa. I più popolari antidepressivi, rivela uno studio apparso a febbraio su Plos Medicine (dopo uno simile sui New England Journal of Medicine di gennaio), funzionano poco meglio di un placebo per le depressioni medio-lievi. Un segreto custodito dalle case farmaceutiche, come la ricetta dalla Coca-Cola, non ren­dendo pubblici i test con risultati scoraggianti. Ma che, una volta sve­lato oltreoceano, investe, come uno tsunami al ralenti, anche l'Italia.

Dal 2000 al 2006, secondo i dati elaborati (...) dall'istituto superiore di sanità, le prescrizioni di antidepressivi di seconda generazio­ne (gli SSRI, inibitori selettivi della ri­captazione della serotonina) sono aumentate dei 182 percento. Triplicate le depressioni in sei anni?

Il pro­fessor Silvio Garattini, il più noto far­macologo italiano, lo esclude. «Le aziende farmaceutiche» dice il diret­tore del Mario Negri «sono state molto brave nell'usare lo stesso termi­ne per situazioni diverse. Un conto è la malattia che va trattata, altro conto sono le risposte reattive ad av­venimenti negativi, come la perdita di una persona cara, un licenziamen­to o un grave problema finanziario, che si affrontano senza pillole. Cer­to, se sono tutte depressioni, le ven­dite si moltiplicano». Per lui la so­vrastima potrebbe essere anche su­periore a quella Usa. E insiste sullo studio di Plos: «Dubbi c'erano già in letteratura, ma non sono stati con­siderati...».


Fonte: Il Venerdì di Repubblica, 21.3.2008, R. Staglianò

Vedi anche i post: depressione e elettroshock e gli antidepressivi curano la depressione?
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18 marzo 2008

L'intervento sulla crisi

Quello che si definisce comunemente intervento sulla crisi è una terapia breve, limi­tata alla risoluzione di una condizione di crisi che spinge un paziente a con­sultare un terapeuta.

Una crisi è una risposta ad eventi specifici vissuta come uno stato doloroso, è una condizione circoscritta nel tempo ed è caratterizzata da una fase iniziale, nella quale aumen­tano l'ansia e la tensione, seguita da un'altra fase nella quale si mettono in movimento i meccanismi di soluzio­ne dei problemi. Tali meccanismi possono avere successo o meno, a seconda che essi siano adattativi o disadattativi.

La crisi tende a mobilizzare forti reazioni che aiutano il soggetto ad alleviare il disagio e a ritornare allo stato di equilibrio emotivo che esisteva prima del suo esordio. Se ciò avviene, la crisi può essere superata ma, in più, la per­sona impara come usare le reazioni adattative.

Inoltre, col superamento della crisi, il paziente può trovarsi in uno sta­to mentale migliore, diverso rispetto a quello precedente l'esor­dio delle difficoltà psicologiche. Se tuttavia il paziente si serve di reazioni disadattative, lo stato doloroso si intensi­ficherà, la crisi peggiorerà e avrà luogo un deterioramento regressivo, che produrrà sintomi psichiatrici. Tali sintomi, a loro volta, potranno cristallizzarsi in un modello di com­portamento nevrotico, che ridurrà la capacità del paziente di funzionare liberamente.

In tal senso le crisi psicologiche si possono considerare come dei punti di svolta, sia positivi sia negativi.

Le indicazioni per una psicoterapia di intervento sulla crisi sono la storia di una situazione specifica insorta recentemente che ha causato ansia, un evento precipitante che ha intensi­ficato l'ansia, una chiara evidenza che il paziente si trova in uno stato di crisi psicologica come precedentemente defini­to, una seria motivazione a superare la crisi, un potenziale per ottenere un adattamento psicologico uguale o superiore a quello esistente prima dello sviluppo della crisi e un certo grado di profondità psicologica - cioè la capacità di ricono­scere le cause psicologiche delle attuali difficoltà.

La tera­pia richiede una comprensione delle psicodinamiche coin­volte e la consapevolezza di come siano responsabili della crisi.

La durata dell'intervento sulla crisi varia da una o due sedute a di­versi incontri in un periodo di uno o due mesi.

I requisiti per l'intervento sulla crisi comprendono lo stabilire rapidamente un rapporto con il paziente, volto a creare un'alleanza terapeutica; riesaminare i passi che hanno con­dotto alla crisi; comprendere le reazioni disadattative che il paziente sta usando per affrontare la crisi; focalizzarsi solo sulla crisi; imparare a usare modi adattativi per af­frontare le crisi; evitare lo sviluppo di sintomi; usare i sen­timenti positivi verso il terapeuta in modo tale da trasformare il lavoro in un'esperienza di ap­prendimento; insegnare al paziente come individuare quelle dinamiche che verosimilmente potranno produrre future crisi e concludere l'intervento non appena risulti evidente che la crisi è stata risolta e che il paziente comprende con chia­rezza tutti i passi che hanno condotto al suo sviluppo e alla sua risoluzione.

Il risultato della terapia della crisi riguarda la ca­pacità del paziente di divenire meglio equipaggiato per affrontare le future situazioni critiche. Inoltre questa esperienza terapeutica rende gli individui capaci di raggiungere un livello di funzionamento emotivo supe­riore a quello precedente l'esordio della crisi. In tal senso, pertanto, l'intervento sulla crisi non è solo terapeutico, ma anche preventivo.

17 marzo 2008

Fatica cronica (Chronic Fatigue Syndrome)

Nel 1988 è stata identificata la cosiddetta sindrome da fatica cronica - da stanchezza cronica - (CFS), una condizione caratterizzata da grave stanchezza disabilitante e disturbi del sonno e della concentrazione. Il disturbo è classificato nell'ICD­10 come una condizione mal definita di eziologia sconosciu­ta sotto il titolo Malessere e fatica ed è suddiviso in astenia e disabilità non specificata.




16 marzo 2008

Psicodinamica e Psicologia dinamica

Principi generali di psicologia dinamica: tale denominazione raggruppa quelle correnti psicologiche che ritengono i meccanismi psicogenetici alla base della costruzione psichica.


Il termine è stato introdotto da Freud per caratterizzare l'indirizzo delle sue ricerche: «Noi non deduciamo la scissione psichica da una congenita incapacità alla sintesi dell'apparato psichico, ma la spieghiamo dinamicamente, attraverso il conflitto di forze psichiche contrastanti, riconoscendo in essa il risultato di un'opposizione attiva dei due raggruppamenti psichici tra loro».

Il punto di vista dinamico comporta il riferimento alla nozione di conflitto, che rinvia in ultima analisi a un dualismo pulsionale, dove, oltre agli antagonismi delle pulsioni, si fa riferimento alle forze contropulsionali e ai meccanismi di difesa (vedi) dalla cui interazione deriva il comportamento umano. La sistemazione teorica di tali concetti implica la postulazione di una metapsicologia che preveda una struttura psichica che, nel caso della psicoanalisi, ipotizza un Super-io, un lo e un Es, e uno sviluppo psicologico articolato in fasi o stadi evolutivi. A queste fasi corrispondono le tappe dell'evoluzione biologica e psicologica.

Appartengono alla psicologia psicodinamica le altre teorie psicologiche che si rifanno, nella considerazione della psiche, al concetto di energia e di conflitto tra forze opposte. Il concetto di dinamica è entrato a far parte anche della psicologia generale e sperimentale, dove viene associato a tutti quei fattori psichici, quali bisogni, tendenze, istinti, che fanno parte della motivazione del comportamento umano. Il modello concettuale proprio dell'approccio psicodinamico ha improntato aree di ricerca in psicologia sociale e negli studi sulle dinamiche di gruppo (vedi).

Il punto di vista dinamico è stato assunto da G. W. Allport per il quale «alcune definizioni della psicologia mettono l'accento sull'esperienza, alcune sul comportamento, altre ancora sulle relazioni psicofisiche, alcune sui processi mentali consci, altre sull'inconscio, altre ancora sulla natura umana» (1955).

Partendo da questo quadro d'insieme Allport conclude: «Desidero dimostrare che un'adeguata psicologia del divenire non può essere espressa esclusivamente in termini di stimolo, eccitazione emotiva, associazione e risposta. Essa richiede dei principi soggettivi e interiori di organizzazione del tipo indicato dai termini di "sé" o "io". Che si impieghino o meno queste parole è un fatto di scarsa importanza, purché, nel definire lo sviluppo della personalità, si dia pieno riconoscimento ai principi dinamici che esse implicano» (1955).

Rif. bibliografico: ALLPORT G. W., Divenire: fondamenti di una psicologia della personalità (1955), Editrice Universitaria, Firenze, 1963.


(vedi anche i post su: psichiatria dinamica)

ultima modifica settembre 2008

12 marzo 2008

Lo stress, il conflitto e l'ansia

Il fatto che un evento sia percepito come stressante dipende dalla sua natura ed anche dalle risorse della persona, dalle sue difese psicologiche e dai suoi meccanismi di reazione. Tutto ciò coinvolge l'ego, un'astrazioneche serve per definire il processo attraverso il quale una persona percepisce, pensa e agisce sulla base di eventi esterni o di impulsi interni.
Un individuo il cui ego funziona in modo appropriato è in bi­lancio adattativo sia con il mondo esterno sia con quello interno; se l'ego non funziona in modo adeguato e lo sbi­lanciamento risultante persiste abbastanza a lungo, la per­sona avverte l'ansia cronica.

Sia che tale squilibrio sia esterno, fra le pressioni del mondo esterno e l'ego del soggetto, oppure interno, fra gli impulsi della persona e la coscienza, esso determina un conflitto. I conflitti causati da eventi esterni sono di solito interperso­nali, mentre quelli causati da eventi interni sono intrapsi­chici o intrapersonali. Una combinazione di entrambi è pos­sibile. I con­flitti interpersonali e intrapsichici sono in effetti di solito combinati, poiché gli esseri umani sono sociali e i loro prin­cipali conflitti sono solitamente con gli altri individui.

Sintomi psicologici e cognitivi dell'ansia.

L'esperienza dell'ansia ha due componenti:
1) la consape­volezza delle sensazioni fisiologiche (come palpitazioni e sudorazione) e
2) la consapevolezza di essere nervosi o spa­ventati.
L'ansia può essere inoltre accresciuta dal senso di ver­gogna.

Oltre agli effetti motori e viscerali, l'ansia colpisce il pen­siero, la percezione e l'apprendimento. Essa tende a pro­durre confusione e distorsione della percezione, non solo quella del tempo e dello spazio, ma anche delle persone e del significato degli eventi. Tali distorsioni possono interfe­rire con l'apprendimento riducendo la concentrazione, la capacità di richiamo di nozioni apprese e limitando la capa­cità di correlare un oggetto con un altro, ossia di fare asso­ciazioni.
Un importante aspetto delle emozioni è rappresentato dai loro effetti sulla selettività dell'attenzione. Gli individui ansiosi tendono a selezionare certi aspetti del loro ambien­te e a trascurarne altri, nello sforzo di provare che sono giu­stificati nel considerare la situazione temibile e nell'agire di conseguenza. Se giustificano falsamente la loro paura, la loro ansia viene aumentata dalla risposta selettiva, stabilen­do un circolo vizioso di ansia, percezione distorta e ulterio­re ansia. Al contrario, se falsamente rassicurano se stessi at­traverso un pensiero selettivo, l'ansia appropriata può esse­re ridotta e possono non riuscire ad assumere le necessarie precauzioni.

vedi anche i seguenti post e le pagine del sito:

breve glossario sull'ansia
considerazioni generali sull'ansia
classificazione dei disturbi d'ansia
ansia generalizzata o nevrosi d'ansia
psicoterapia dell'ansia

disturbi da stress (acuto e post-traumatico)

Lo stress, il conflitto e l'ansia

Il fatto che un evento sia percepito come stressante dipende dalla sua natura ed anche dalle risorse della persona, dalle sue difese psicologiche e dai suoi meccanismi di reazione. Tutto ciò coinvolge l'ego, un'astrazioneche serve per definire il processo attraverso il quale una persona percepisce, pensa e agisce sulla base di eventi esterni o di impulsi interni.
Un individuo il cui ego funziona in modo appropriato è in bi­lancio adattativo sia con il mondo esterno sia con quello interno; se l'ego non funziona in modo adeguato e lo sbi­lanciamento risultante persiste abbastanza a lungo, la per­sona avverte l'ansia cronica.

Sia che tale squilibrio sia esterno, fra le pressioni del mondo esterno e l'ego del soggetto, oppure interno, fra gli impulsi della persona e la coscienza, esso determina un conflitto. I conflitti causati da eventi esterni sono di solito interperso­nali, mentre quelli causati da eventi interni sono intrapsi­chici o intrapersonali. Una combinazione di entrambi è pos­sibile. I con­flitti interpersonali e intrapsichici sono in effetti di solito combinati, poiché gli esseri umani sono sociali e i loro prin­cipali conflitti sono solitamente con gli altri individui.

Sintomi psicologici e cognitivi dell'ansia.

L'esperienza dell'ansia ha due componenti:
1) la consape­volezza delle sensazioni fisiologiche (come palpitazioni e sudorazione) e
2) la consapevolezza di essere nervosi o spa­ventati.
L'ansia può essere inoltre accresciuta dal senso di ver­gogna.

Oltre agli effetti motori e viscerali, l'ansia colpisce il pen­siero, la percezione e l'apprendimento. Essa tende a pro­durre confusione e distorsione della percezione, non solo quella del tempo e dello spazio, ma anche delle persone e del significato degli eventi. Tali distorsioni possono interfe­rire con l'apprendimento riducendo la concentrazione, la capacità di richiamo di nozioni apprese e limitando la capa­cità di correlare un oggetto con un altro, ossia di fare asso­ciazioni.
Un importante aspetto delle emozioni è rappresentato dai loro effetti sulla selettività dell'attenzione. Gli individui ansiosi tendono a selezionare certi aspetti del loro ambien­te e a trascurarne altri, nello sforzo di provare che sono giu­stificati nel considerare la situazione temibile e nell'agire di conseguenza. Se giustificano falsamente la loro paura, la loro ansia viene aumentata dalla risposta selettiva, stabilen­do un circolo vizioso di ansia, percezione distorta e ulterio­re ansia. Al contrario, se falsamente rassicurano se stessi at­traverso un pensiero selettivo, l'ansia appropriata può esse­re ridotta e possono non riuscire ad assumere le necessarie precauzioni.

vedi anche i seguenti post e le pagine del sito:

breve glossario sull'ansia
considerazioni generali sull'ansia
classificazione dei disturbi d'ansia
ansia generalizzata o nevrosi d'ansia
psicoterapia dell'ansia

disturbi da stress (acuto e post-traumatico)

11 marzo 2008

I meccanismi di difesa 'maturi'

Un meccanismo di difesa è una funzione propria dell'Io attraverso la quale questa istanza psichica si protegge da eccessive richieste libidiche o da esperienze di pulsioni troppo intense, che non è in grado di fronteggiare direttamente. La teorizzazione dei meccanismi di difesa è mutuata dall'esperienza clinica di vari psicoterapeuti, nell'osservazione delle più comuni reazioni dei pazienti ad esperienze particolarmente penose o considerate insuperabili, ma anche nei confronti di situazioni relazionali comuni, che però creano difficoltà nell'integrare la sfera delle pulsioni e quella morale. Un meccanismo di difesa entra in azione con modalità al di fuori della sfera della coscienza: di fronte ad una situazione che genera eccessiva angoscia, ad esempio, l'Io ricorre a varie strategie per fronteggiare l'estrema portata ansiosa dell'evento, con lo scopo preminente di escludere dalla coscienza ciò che è ritenuto inaccettabile e pericoloso. Raramente i meccanismi di difesa intervengono separatamente: nella maggior parte dei casi sono combinati per fronteggiare l'evento o l'effetto sotto più profili.

I meccanismi di difesa sono anche funzioni di un Io stabile e maturo, dal momento che servono a gestire le comuni richieste pulsionali (ambientali o interne, operate da istanze psichiche) in rapporto all'altrettanto comune coscienza morale o alle individuali capacità di fronteggiare reazioni affettive (sia considerate "positive" che "negative"). Si tratta perciò di funzioni fondamentali per l'adattamento, per operare quell'ideale compromesso fra pulsione e morale culturale di cui Freud si occupò a lungo nella determinazione delle cause della nevrosi. I meccanismi di difesa non dovrebbero essere intesi sempre e comunque come "patologici". Nei casi in cui i meccanismi di difesa vengano impiegati in senso disadattivo, sono riscontrabili le più comuni forme di disturbo mentale (si veda in proposito i post sui meccanismi di difesa nevrotici, meccanismi di difesa narcisistici e quello sui meccanismi di difesa immaturi.

Questi i meccanismi di difesa che vengono considerati "maturi":

Altruismo
La persona si dedica a un'esperienza vicariante rap­presentata da un servizio per gli altri, costruttivo e istintualmente gratificante. L'altruismo comprende una formazione reattiva benigna e costruttiva. Si di­stingue dall'altruismo remissivo, in cui vi è rinuncia alla gratificazione diretta o ai bisogni istintivi in favo­re della soddisfazione delle esigenze degli altri a dan­no del sé, e in cui la soddisfazione può dare piacere solo vicariamente attraverso l'introiezione.
Anticipazione
L'anticipazione realistica o la pianificazione di un fu­turo disagio interno diretto a uno scopo implica un'attenta pianificazione o una preoccupazione e una previsione prematura, ma realistica, di possibili conseguenze disastrose e negative.
Ascetismo
Gli effetti piacevoli delle esperienze sono eliminati. C'è un elemento morale nell'assegnare valori a pia­ceri specifici. La gratificazione deriva dalla rinuncia e l'ascetismo è diretto contro tutti i piaceri di base per­cepiti consciamente.
Soppressione
È caratterizzata da una decisione conscia o semiconscia di posporre l'attenzione verso un impulso o un conflitto conscio. I problemi possono essere delibera­tamente esclusi, ma non sono evitati. II disagio viene riconosciuto ma è minimizzato.
Sublimazione
Vengono raggiunte la gratificazione degli impulsi e la ritenzione degli scopi, ma il proposito o l'oggetto vengono spostati da qualcosa che avrebbe potuto es­sere socialmente reprensibile a qualcosa socialmente accettabile. La sublimazione permette di incanalare gli istinti, piuttosto che bloccarli o dirottarli. I senti­menti sono riconosciuti, modificati e diretti verso un oggetto o uno scopo significativo, e si ha una mode­sta soddisfazione degli impulsi.
Umorismo
L'umorismo permette l'espressione manifesta dei sen­timenti e dei pensieri senza disagio personale né im­mobilizzazione e non causa effetti spiacevoli negli al­tri. Permette alla persona di tollerare o persino di met­tere a fuoco ciò che è troppo terribile per essere sop­portato; è diverso dall'arguzia, una forma di sposta­mento che comporta la distrazione dal problema af­fettivo.­

9 marzo 2008

News Attacchi di Panico

Attacchi di Panico e coronaropatie

La comparsa di attacchi di panico è connessa ad un aumento del rischio di coronaropatie ed infarti susseguenti nei soggetti più giovani.

La complessa correlazione fra cuore e mente è stata recentemente oggetto di un acceso dibattito, la maggior parte del quale focalizzato sul rapporto fra depressione e coronaropatie, ma relativamente poche ricerche su larga scala hanno preso in considerazione i disordini d'ansia, ed ancor meno era finora noto sulla correlazione fra timor panico e cardiopatie.

Quanto rilevato può essere dovuto sia ad un'errata diagnosi differenziale iniziale fra attacco di panico e coronaropatia, sia ad un vero e proprio maggior rischio di base di coronaropatie nei giovani che soffrono di questi disturbi.

L'aterogenesi causata dall'attivazione del simpatico nell'attacco di panico viene mascherata da una più predominante aterogenesi da invecchiamento nell'anziano, il che maschererebbe il rischio relativo attribuito al panico nelle fasce più anziane.

(Eur Heart J. 2008; 29: 2981-8)


Un libro sul Panico


Sono tra i due e i tre milioni gli italiani tra i 16 e 45 anni che soffrono di attacchi di panico spesso cronici. Un disturbo diffuso anche tra i giovanissmi. Occasione per puntare i riflettori su questa patologia è stata la presentazione del libro 'Panico' (di Sorrentino e Tani).

Per gli attacchi di panico “esiste una predisposizione genetica, ma ci sono anche fattori ambientali scatenanti, a partire dallo stress”. Ma si tratta di disturbi da cui “è possibile guarire”.

“Alcune malattie possono rendere la vita un vero inferno, come per il disturbo da attacchi di panico”. In questo caso, “l'aspetto più duro è che nell'intervallo tra un attacco e l'altro il soggetto sta benissimo ma vive, proprio per questo, nel terrore della prossima crisi, nella terribile alternanza tra un mondo 'normale' ed un mondo che non riesce a controllare”.

5 dicembre 2008


link (nel sito)

Attacchi di Panico

8 marzo 2008

Decorso e prognosi del DAP

Brevi note sul decorso e sulla prognosi del Disturbo da attacchi di Panico.
Il DAP esordisce in genere nella tarda adole­scenza o all'inizio dell'età adulta, anche se è possibile che inizi nella fase iniziale dell'adolescenza o nella mezza età.
Alcuni dati implicano un aumento degli eventi stressanti psicosociali in concomitanza con l'inizio del disturbo, anche se nella maggior parte dei casi non può essere identificato alcun fattore stressante psicosociale.

Il disturbo in generale, se non trattato, è cronico, anche se il suo decorso è variabile sia fra i pazienti sia nell'ambito del singolo individuo.

Gli studi disponibili sull'osservazione a lungo termine sono difficili da interpretare perché non sono stati controllati gli effetti dei trattamenti.
In ogni caso, il 30-­40% dei soggetti sembra non avere sintomi a lungo termine, il 50% circa ha sintomi sufficientemente lievi da non presen­tare una significativa compromissione della propria vita e il 10-20% circa continua ad avere sintomi significativi.

Dopo il primo o i primi due attacchi (vedi) i pazienti pos­sono presentarsi relativamente poco preoccupati nei confron­ti della propria condizione; tuttavia, con il ripetersi degli at­tacchi i sintomi possono divenire un motivo di preoccupazio­ne importante. I pazienti possono cercare di mantenere segre­ti i sintomi, causando in tal modo nelle famiglie e negli amici preoccupazioni relative a modificazioni inspiegabili del comportamento. La frequenza e la gravità degli attacchi sono variabili: gli attacchi possono presentarsi più volte al giorno o meno di una volta al mese.

La depressione può complicare il quadro sintomatologi­co nel 40-80% dei casi, come stimato da vari studi.
Nel 20-40% dei soggetti si sviluppa una dipendenza dall'alcool e da altre sostanze e si può sviluppare anche un disturbo ossessivo-­compulsivo.
Le prestazioni scolastiche e lavorative e le in­terazioni familiari sono tipicamente compromesse.
I pazien­ti con un buon funzionamento premorboso e una breve du­rata dei sintomi tendono ad avere una buona prognosi.

Nella maggior parte dei casi, la concomitante sintomatologia agorafobica (vedi) sembra dovuta al disturbo di panico. Se questo viene trattato, l'agorafobia spesso migliora.

7 marzo 2008

La Melanconia (o Melancolia)

1. Stato d’animo di vaga tristezza, spesso alimentato dall’indugio rassegnato o addirittura compiaciuto, nell’ambito di sentimenti d’inquietudine o delusione.
2. Anticamente, l’umor nero, uno dei quattro umori generati dall’organismo umano, cui si attribuivano malefici e spesso fatali influssi sulle funzioni vitali.
3. Come malattia psichica.

Variante di malinconia, preferita nel linguaggio psichiatrico, per designare uno stato psichico caratterizzato da una alterazione patologica del tono dell’umore, nel senso di un’immotivata tristezza talvolta accompagnata da ansia.

(Devoto - Oli , Definizione di Malinconia (o melanconia; arc. melancolia), Vocabolario della lingua italiana, 2008 © by Edumond Le Monnier S.p.A., Milano)


Normal­mente le persone sperimentano un'ampia gamma di umori e hanno un repertorio ugualmente ampio di espressioni af­fettive.

Nei disturbi dell'umore si perde il senso di controllo e le persone vivono in grave disagio.

I pazienti con umore depresso (depres­sione) hanno una perdita di energia e interesse, sensi di col­pa, difficoltà di concentrazione, perdita dell'appetito e pen­sieri di morte o suicidio. Altri segni e sintomi dei disturbi dell'umore includono cambiamenti nel livello di attività, nelle capacità cognitive, nel linguaggio e nelle funzioni ve­getative (come sonno, appetito, attività sessuale e altri rit­mi biologici). Questi cambiamenti quasi sempre risultano in un disturbo dei rapporti interpersonali, sociali e lavorativi. I soggetti con disturbo dell'umore spesso attribuiscono una qualità ineffabile, ma distinta al loro stato patologico.

La depressione è stata evidenziata sin dall'antichità. Descri­zioni di ciò che ora viene definito "disturbo dell'umore" si ri­trovano in molti documenti antichi. La storia di re Saul del Vecchio Testamento descrive una sindrome depressiva, così come la storia del suicidio di Aiace nell'Iliade di Omero. In­torno al 400 a.C. Ippocrate usò i termini mania e melanco­lia per indicare i disturbi mentali. Intorno al 30 d.C. Aulo Cornelio Celso descrisse la melancolia dal greco (melan ["nero"] e cholé ["bile"]) nella sua opera De re medicina come una depressione causata da bile nera. Il termine con­tinuò a essere usato da altri autori medici, inclusi Arateo (120-180), Galeno (129-199) e Alessandro di Tralles nel se­sto secolo. Il medico ebreo del XII secolo Moses Maimoni­des considerò la melancolia come una entità clinica a sé stante. Nel 1686 Bonet descrisse un processo morboso men­tale che definì maniaco-melancholicus.

ultima modifica: 8 agosto 2008

4 marzo 2008

Gli antidepressivi curano la depressione?

Una notazione critica in merito all'efficacia terapeutica dei farmaci anridepressivi. In uno studio inglese emergono dubbi sulla reale efficacia degli antidepressivi in merito alla cura della depressione.

LONDRA - Gli antidepressivi, assunti da milioni di persone che soffrono di depressione, non produrrebbero effetti significativi. Il dubbio viene insinuato dal quotidiano britannico «Independent», che dedica la sua apertura allo studio condotto dall'equipe del professor Irving Kirsch, dell'Università di Hull, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista on line «Public Library of Science (PLoS) Medicine». Lo studio, ha precisato il ricercatore, è stato presentato alla FDA (l'ente americano per il controllo sui farmaci) e sarà sottoposto anche alle autorità regolatorie europee.

Diversi antidepressivi, stando alla ricerca, indurrebbero miglioramenti «minimi» rispetto al placebo (il farmaco «finto» che viene somministrato come termine di paragone nelle sperimentazioni) valutabili in due punti sulla «scala Hamilton della depressione», una specie di classifica della gravità della malattia che si compone di 51 punti. Questo è stato sufficiente perchè le molecole in questione ottenessero l'autorizzazione alla commercializzazione anche in Gran Bretagna ma, sottolinea il giornale,anche se l'Istituto nazionale per l'eccellenza clinica (Nice) stabilisce che sono necessari tre punti sulla scala Hamilton per stabilire una differenza clinica significativa. Il Nice ha approvato l'uso commerciale perchè si è basato sui dati di sperimentazione pubblicati, da cui risultavano effetti terapeutici molto più vistosi. «Stando ai risultati - ha osservato il professor Kirsch - non sembrano esserci grandi motivi per prescrivere gli antidepressivi se non alle persone affette da depressione grave».

La popolarità degli antidepressivi, introdotti alla fine degli anni ottanta, è schizzata alle stelle, scrive l'Independent, dopo le campagne in cui le industrie farmaceutiche assicuravano che si trattava di prodotti sicuri e con minori effetti collaterali rispetto ai vecchi antidepressivi triciclici. Questi antidepressivi sono noti come inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI).

Un interessante commento in merito alla ricerca è quello del professor Nicola lalli, psichiatra e psicoterapeuta dell'Università La Sapienza di Roma (www.nicolalalli.it):

“Per comprendere l’importanza di questa ricerca bisogna tener presente che quasi tutte le riviste psichiatriche sono sovvenzionate dalle case farmaceutiche, il che rende inevitabile una collusione, definita come il ‘dirty little secret’ da alcuni psichiatri a orientamento biologico”, spiega ancora l’esperto che ha sentito la necessità, ripercorrendo un lungo viaggio nella storia, nell’antropologia culturale, nelle neuroscienze, nella clinica, nella letteratura e nell’arte, di riportare alla luce nel suo libro "'Dal mal di vivere alla depressione' (Magi Editore) le vere caratteristiche della depressione e le sue possibili cause. “Convinto che solo una comprensione approfondita, priva di ideologie e di pregiudizi, possa fornire una valida risposta a quella che è stata definita come ‘la malattia del secolo’.

“La documentazione di J.Kirsh e collaboratori condotta attraverso un complesso studio di meta-analisi è assolutamente valida e ha avuto il merito fondamentale di evidenziare i trucchi utilizzati dalle case farmaceutiche che, complici psichiatri compiacenti ed istituzioni scientifiche altrettanto compiacenti, cercano di immettere sul mercato sempre nuove molecole di antidepressivi – sottolinea ancora l’esperto - Molecole antidepressive che secondo le case farmaceutiche sono sempre più efficaci per il semplice motivo che i farmaci antidepressivi, come tutti i farmaci, sono protetti da un brevetto che permette di poter imporre il prezzo del prodotto”. “Fortunatamente questi brevetti, dopo un periodo di tempo che varia dai 15 ai 20 anni a seconda delle nazioni, scadono e quindi per le case farmaceutiche scade anche ‘la gallina dalle uova d’oro’ e hanno pertanto necessità di proporre nuove molecole che ovviamente godono di nuovo del privilegio del brevetto e che ovviamente debbono avere un minimo di efficacia in più di quelli precedenti”, prosegue. “Se vogliamo un esempio concreto, possiamo considerare il fenomeno del Prozac, definita come la ‘pillola della felicità’ e prescritta in centinaia di milioni di pezzi, ma che una volta scaduto il brevetto (nel 2006) è diventato semplicemente ‘fluoxetina’ producibile da qualsiasi casa farmaceutica, il che ha prodotto un abbassamento notevole dei prezzi”, sottolinea ancora Lalli.

“Quindi possiamo affermare che dopo la pubblicazione del lavoro di Kirsh e collaboratori, d’ora in poi le regole per valutare e validare l’opportunità di somministrare gli antidepressivi e l’efficacia degli stessi, debbono essere profondamente cambiate”. Ma prosegue l’autore: “Va cambiata profondamente la cultura che ha supportato fin ora la possibilità che falsificazioni così evidenti siano state accettate dagli organismi che dovrebbero avere funzioni di garante, dalle società di psichiatria e dal mondo accademico e che inevitabilmente hanno permeato la cultura di milioni di pazienti che non avevano nessuna possibilità di conoscere la verità e quindi di potersi difendere''.


Fonti: ADNKronos, Rcs Quotidiani Spa

leggi anche il post su: cura della depressione con l'elettroshock

francesco giubbolini, psichiatra - siena

Cenni sulla psicodinamica del panico

Le teorie psicodinamiche considera­no gli attacchi di panico come la conseguenza dell'insucces­so di una difesa nei confronti di impulsi che provocano ansia. Quella che inizialmente era una modesta ansia di segnalazione diviene una sensazione opprimente di appren­sione, associata a sintomi somatici.

Nell'agorafobia, ad esempio, le teorie psicodinamiche mettono in rilievo la perdita di un genitore in età pediatrica e una storia di ansia di separazione. Il tro­varsi solo in luoghi pubblici ravviva l'ansia infantile del sen­tirsi abbandonato. I meccanismi di difesa utilizzati com­prendono la repressione, lo spostamento, l'evitamento e la simbolizzazione. Le separazioni traumatiche durante l'età pediatrica possono influenzare lo sviluppo del sistema ner­voso del bambino, che di conseguenza diviene suscettibile all'ansia una volta adulto.

Molti pazienti descrivono gli attacchi come se comparissero dal nulla, quasi che fattori psicologici non fos­sero coinvolti (vedi il post sui fattori psicologici del panico), ma l'esplorazione psicodinamica spesso rive­la un evidente movente psicologico. Sebbene gli attacchi di panico siano correlati dal punto di vista neurofisiologico con il locus coeruleus, l'esordio del panico è infatti di solito correlato a fattori ambientali o psicologici.

I soggetti con disturbo di pa­nico hanno una maggiore incidenza di eventi stressanti del­la vita, in particolare perdite nei mesi precedenti l'inizio del disturbo di panico. Inoltre, i pazienti tipicamente provano un maggiore tormento nei confronti degli eventi della vita rispetto a chi non soffre di tale disturbo.

Le ricerche indicano che la causa degli attacchi coinvolge probabilmente il significato inconscio degli even­ti stressanti e che la loro patogenesi può essere correlata a fattori neuropsicologici scatenati dalle reazioni psicologi­che.

Gli psichiatri psicodinamici dovrebbero sempre effet­tuare una ricerca completa dei possibili fattori scatenanti ogni volta che eseguono una valutazione diagnostica su un paziente con disturbo di panico.

vedi anche il post su: attacco di panico e la pagina del sito su: disturbo di panico.

2 marzo 2008

La diagnosi di 'Attacco di Panico'

I criteri diagnostici del DSM IV per l'attacco di panico (A.P.):

L' A.P. è un periodo definito di intensa paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente e hanno raggiunto il picco nell'arco di 10 minuti:

(1) palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
(2) sudorazione
(3) tremori o scosse
(4) dispnea o sensazione di oppressione
(5) sensazione soffocamento
(6) dolore o fastidio al petto
(7) nausea o disturbi addominali
(8) sensazione di sbandamento, instabilità, stordimento, o svenimento
(9) derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere staccati da se stessi)
(10) paura di perdere il controllo o di impazzire
(11) paura di morire
(12) parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
(13) brividi o vampate di calore

­ Gli attacchi possono comparire in disturbi mentali al di fuori di quello che si definisce 'Disturbo di Panico' (DAP o DP), in parti­colare nella fobia specifica, nella fobia sociale e nel disturbo post-traumatico da stress.

Attacchi inaspettati compaiono dal nulla e non si associano a nessuno stimolo si­tuazionale identificabile. Tuttavia, gli attacchi non devono necessariamente giungere inaspettati, in quanto nei pazienti con fobia sociale e specifica sono di solito attesi o comunque legati a uno stimolo specifico riconoscibile. Al­cuni attacchi non rientrano facilmente nella di­stinzione fra attacchi inattesi e attesi; in questo caso sono in­dicati come attacchi con predisposizione situazio­nale; essi possono comparire o meno quando un paziente è esposto a uno stimolo specifico, oppure possono insorgere mmmediatamente dopo l'esposizione, oppure ancora con considerevole ritardo.

vedi anche i post su:
fattori psicologici nel panico
diagnosi differenziale tra panico ed altri disturbi mentali
(DAP)
crisi di panico
vedi anche le pagine del sito sugli attacchi di panico e sul DAP.

1 marzo 2008

Meccanismi di difesa immaturi

Si conclude con questo post sulle difese immature la sintetica descrizione dei principali meccanismi di difesa; si vedano anche i post precedenti su: meccanismi di difesa narcisistici e meccanismi di difesa nevrotici.

Blocco
II blocco è un'inibizione temporanea o transitoria del pensiero. Possono essere coinvolti anche gli af­fetti egli impulsi. Il blocco è molto simile alla re­pressione, ma differisce da essa perché la tensione sorge quando l'impulso, l'affetto o il pensiero ven­gono inibiti.

Comportamento dimostrativo
La persona esprime un desiderio o impulso inconscio attraverso l'azione per evitare di essere consapevole dell'affetto che l'accompagna. La fantasia inconscia è vissuta impulsivamente nel comportamento, gratifi­cando così l'impulso, piuttosto che la proibizione nei suoi confronti. Nel comportamento dimostrativo il soggetto cede costantemente agli impulsi per evitare la tensione che deriverebbe dal posporre la loro espressione.

Comportamento passivo­-aggressivo
L'aggressione nei confronti degli altri è espressa indi­rettamente attraverso la passività, il masochismo e l'autoaggressione. Le manifestazioni del comporta­mento passivo-aggressivo comprendono insuccessi, procrastinazioni e malattie che colpiscono più gli al­tri che se stessi.

Fantasia schizoide
Attraverso la fantasia, un persona indulge in un ritiro autistico per risolvere i conflitti e ottenere gratifica­zione. Viene evitata l'intimità interpersonale e l'ec­centricità serve a respingere gli altri. La persona non crede completamente alle fantasie né cerca di met­terle in atto.

Regressione
Attraverso la regressione, la persona tenta di ritorna­re a una fase libidica più precoce del funzionamento per evitare la tensione e il conflitto evocati all'attua­le livello di sviluppo. Riflette la tendenza di base di ottenere una gratificazione istintuale appartenente a un periodo precedente dello sviluppo. La regressione è anche un fenomeno normale, poiché una certa quantità di regressione è essenziale per il rilassamen­to, il sonno e l'orgasmo nel rapporto sessuale. La re­gressione viene considerata un concomitante essen­ziale del processo creativo.

Somatizzazione
I derivati psicologici sono convertiti in sintomi organici, e la persona tende a reagire con manifestazioni so­matiche, piuttosto che con sintomi psichici. Nella de­somatizzazione, le risposte somatiche infantili sono sostituite da pensieri e affettività; nella risomatizza­zione, la persona regredisce a forme somatiche più precoci quando deve risolvere conflitti.

Introiezione
Benché vitale per gli stadi dello sviluppo della perso­na, l'introiezione ha anche specifiche funzioni di di­fesa. Il processo dell'introiezione comporta l'interna­lizzazione delle qualità di un oggetto; quando viene usato come difesa, può annullare la distinzione tra il soggetto e l'oggetto. Attraverso l'introiezione di un oggetto amato, è possibile evitare la consapevolezza dolorosa della separazione o della minaccia di una perdita. L'introiezione di un oggetto temuto serve a evitare l'ansia attraverso l'internalizzazione delle ca­ratteristiche aggressive dell'oggetto, permettendo così di tenere l'aggressività sotto il controllo del paziente. Un classico esempio è l'identificazione con l'aggres­sore. Si può realizzare anche l'identificazione con la vittima, per mezzo della quale le qualità auto-puniti­ve dell'oggetto sono assunte e stabilite nel sé come un sintomo o un tratto di carattere.

Ipocondria (vedi anche il post sull' ipocondria)
La riprovazione derivata dal lutto, dalla solitudine o dagli impulsi aggressivi inaccettabili verso gli altri è trasformata in autoriprovazione e lamentele di soffe­renza, malattie somatiche e nevrastenia (vedi). II soggetto può anche esagerare o enfatizzare eccessivamente una malattia con lo scopo di evadere o regredire. Nell'ipocondria, la responsabilità può essere evitata, la colpa può essere aggirata e gli impulsi istintuali possono essere allontanati. Poiché l'ipocondriaco in­troietta l'ego-alieno, finisce per provare disforia e sen­so di dolore.