23 dicembre 2007

La follia classica, Foucault

Storia della follia nell'età classica, Michel Foucault, Economici, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 1998, Euro 9,80

Foucault costruisce la fenomenologia storica e strutturale della follia nella fase cruciale di trapasso dal tardo Medioevo ai prodromi della rivoluzione industriale. Nell'età medievale, infatti, il folle, pur incarnando con la sua patologia devianza e trasgressione, era nondimeno ammesso ai margini della comunità. Ma al declino del Medioevo i pazzi cominciano a essere rimossi dalla comunicazione sociale con la comunità dei savi che producono, obbediscono o comandano. Da questo momento si costituisce la 'criminalizzazione' della follia, la sua segregazione e repressione nel manicomio.


Foucault prende le mosse da un'analisi dei lebbrosari nel Medioevo, e di come gli affetti dal morbo di Hansen venissero ghettizzati nella società del tempo. A partire da tale considerazione, traccia un'idea della storia della malattia nel XV secolo, e dell'accresciuto interesse per la detenzione in Francia nel XVII secolo. Vi è un dato: la fondazione per decreto (1656) di un hôpital général, che servirà da luogo d'internamento per folli, ma anche per poveri, e criminali. Il luogo sarà al contempo foriero di repressione e di carità. Tutte queste "confusioni" sollevano dunque degli interrogativi.

Ben presto viene anche fornita una risposta. Vi sono, sì, dei luoghi riservati ai soli pazzi: l' Hôtel-Dieu accoglierà solo alienati; Bethlehem a Londra accoglierà solo lunatici, ma nella generalità dei casi i folli, i furiosi saranno mescolati, confusi con gli altri internati, semplicemente in una sorta di prigione.

Si tratta allora di analizzare la differenza tra questi due luoghi. Quando sono internati solo folli, si tratta proprio di una volontà medica, quel che non avviene negli altri casi. C'è di più: Foucault suggerisce che il senso di confusione che ci ispira l'internamento è il riflesso di una visione inesatta; non dobbiamo pretendere di valutare l'età classica con i paradigmi buoni per la modernità. Si tratta soprattutto di comprendere, non un errore dell'età classica, ma anzi un'esperienza omogenea dell'esclusione, dei segni positivi, una coscienza positiva.

Foucault dedica speciale attenzione al modo in cui lo status di folle evolve dalla figura accettata — se non addirittura "riconosciuta" — nell'ordine sociale, alla figura dell'escluso, malato da rinserrare tra quattro muri.

L'autore studia le diverse maniere e e i differenti tentativi di trattamento dei folli, e senatamente le opere di Philippe Pinel e Samuel Tuke. Foucault è netto nel classificare i trattamenti suggeriti dai due pensatori come non meno autoritari di quelli caldeggiati dai loro predecessori. Il ricovero ed i metodi descritti da Tuke si risolvono essenzialmente nel castigo dei folli, perché imparino a comportarsi normalmente: sono costretti effettivamente a comportarsi in modo perfettamente sottomesso e conforme alle regole accettate. Analogamente, il trattamento spiegato da Pinel sembra una versione puramente estesa della terapia dell'aversione, compresi trattamenti quali docce gelate e camicie di forza. Foucault ravvisa in tali metodi una mera brutalizzazione reiterata del paziente, in cui si rievoca la struttura del giudizio e della punizione.

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