20 settembre 2007

La depressione postpartum

Per molte donne il periodo del puerperio è un periodo difficile. E' frequente che dopo il parto compaia una certa malinconia, a volte una tristezza senza motivo (post-partum blue). Una parte delle donne in puerperio può presentare una vera e propria depressione, che supera le due settimane, e che può essere caratterizzata da sintomi debilitanti; la percentuale può giungere ad oltre il 30% nelle giovani madri adolescenti o poco più che adolescenti. (Leggi anche la pagina del sito su: depressione in gravidanza e nel puerperio)

Il 20-40% circa delle donne riferisce qualche disturbo emo­tivo nel periodo successivo al parto. Molte vanno incontro ad uno stato di tristezza, a disforia, a facilità al pianto. Questi disturbi, che pos­sono durare alcuni giorni, sono stati ascritti al rapido cam­biamento dei livelli ormonali femminili, alla fatica del parto e alla presa di coscienza dell'aumento di responsabilità che la maternità comporta.

In casi rari (1-2 su 1000 parti), tale situazione evolve in depressione puerperale, caratterizzata da sentimenti depressivi e persino da ten­tativi di suicidio; in casi particolarmente gravi può assumere i connotati di una psicosi, con allucinazio­ni, deliri e pensieri d'infanticidio.

Sebbene i problemi psi­chiatrici pregressi pongano le donne a rischio di disturbi nel periodo del puerperio, alcune prove indicano che il disturbo dell'umo­re post-partum è un concetto specifico, distinto da altre dia­gnosi psichiatriche. La maggior parte delle donne con gravi forme depressive postpartum non avrà altri episodi non puerpera­li se la storia psichiatrica pregressa era negativa.

Il problema principale che si pone in una condizione di tal genere è quello relativo alla cura della depressione postpartum ed alla eventualità di un intervento farmacologico antidepressivo, specie a proposito del periodo di allattamento al seno (vedi, a tale proposito, il post su : antidepressivi ed ansiolitici nel periodo dell'allattamento).

E' noto che la regola base è quella di evitare la somministrazione di qualsiasi farmaco a una donna in gravidanza (soprattutto durante il primo trimestre) o in allattamento. Tale regola, tuttavia, può essere violata in qualche caso quando il disturbo men­tale della madre è grave. I due psicofarmaci più teratogeni sono il litio e gli anticonvulsivanti. La sommini­strazione di litio durante la gravidanza è associata a un'ele­vata incidenza di anomalie congenite, come l'anomalia di Ebstein, una grave alterazione dello sviluppo cardiaco. Gli anticonvulsivanti usati durante la gravidanza sono associati ad anomalie craniofaciali e del tubo neurale in meno del 10% dei neonati. II rischio di teratogenicità può essere ri­dotto con la somministrazione di acido folico.

Anche gli al­tri farmaci psicoattivi (antidepressivi, antipsicotici e ansioli­tici), benché meno chiaramente associati a difetti congeniti, dovrebbero essere evitati, se possibile, durante la gravidan­za (Vedi il post sulla depressione in gravidanza).

Inoltre, la somministrazione di psicofarmaci al momento del parto o vicino a esso può causare un'eccessiva sedazione al neonato, che pertanto potrebbe avere necessità di un respi­ratore meccanico, oppure essere fisicamente dipendente dal farmaco o avere necessità di disintossicazione o del tratta­mento di una sindrome da astinenza.

Infine, virtualmente tutti i farmaci psicotropi sono secreti dal latte materno; pertanto, le madri che assumono questi agenti non dovrebbero allat­tare i loro neonati. Considerata la grande importanza dell'allattamento al seno la eventualità di una terapia farmacologica antidepressiva nel periodo puerperale ed in quello dell'allattamento deve essere attentamente valutata dallo specialista psichiatra curante.

ultima modifica il 3 agosto 2008

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