30 giugno 2007

Fattori psicologici nel Disturbo di Panico

Già nella seconda metà degli anni Cinquanta, Bowlby osservava, in pazienti agorafobici da lui intervistati, l'importanza rivestita dalla soppressione del contesto interpersonale, cioè la negazione da parte del paziente della compo­nente relazionale e delle sue potenziali influenze patogene sul vissuto attuale.

Questa osservazione di Bowlby è non solo estensibile ai sog­getti con attacco di panico ma ascrivibile alla psicopatologia stessa del disturbo: l'apparente primarietà del DP va comunque confermata o corretta solo dopo aver indagato sulla situazione psicologica del paziente, anche questi non ne riconosce il contributo.

Peraltro, l'imponenza della sintomato­logia sul piano fisico e la polarizzazione dell'attenzione sul malesseri soma­tico contribuiscono a far leggere come primaria una fenomenologia clinica che non lo è necessariamente.

L'apparente isolamento del sintomo panico dal contesto personale relaziona­le fa parte della psicopatologia stessa del disturbo, tanto da presentarsi quasi regolarmente nella prima fase di riconoscimento del disturbo, per poi even­tualmente attenuarsi nel corso di un colloquio clinico che non si limiti ad una mera registrazione dei fatti concreti.

A favore dell'intervento di fattori psicologici nell'eziopatogenesi del panico stanno i risultati delle ricerche che indirettamente pongono in dubbio la vali­dità esclusiva del modello neurobiologico; fra queste, ad esempio, gli studi che evidenziano i limiti dei trattamenti a breve termine, farmacologici o comportamentali o anche misti, ma anche quegli studi che suggeriscono anche che l'attacco di panico rappresenti verosimilmente la parte emergente di un'organizzazione personologica.

In un lavoro del 1992 Taylor e Gorman, svolgendo delle considerazioni sulla teoria e la terapia dei disturbi d'ansia, affermano che i trattamenti in uso, farmacologici e comportamentali, pur riuscendo ad eliminare molte delle caratteristiche invalidanti dei disturbi d'ansia, non sortiscono effetto sulla componente sottostante l'epifenomeno clinico.

Da tempo si è osservato che i pazienti con panico, paragonati a soggetti sani, hanno sia un maggior numero di eventi stressanti nel periodo precedente l'e­sordio del disturbo sia eventi più gravi di separazione genitoriale e per­dita nella vita evolutiva.
Questi fattori costituiscono tuttora un vasto fronte di ricerca dal quale pro­vengono vari contributi: Angst e Vollrath, in uno studio sulla storia naturale dei disturbi d'ansia, segnalano la consistente presenza di life event nel corso della vita.
Servant e Parquet confermano il ruolo di eventi di perdita e di separazione quali fattori di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione secondaria. Gli autori notano anche che questi fattori di rischio non operano indipendente­mente da variabili predisponenti di tipo temperamentale.
Lteif e Mavissakalian hanno dimostrato che life event associati a caratteri­stiche demografiche negative correlano positivamente con la presenza di sin­tomi psichiatrici e precisano che la presenza di psicopatologia e neurotici­smo è tanto più consistente quanto più sono negativi i life event.
Manfro et al. hanno documentato in un campione di adulti con panico che 1'80% di essi presenta nella propria storia life event negativi precedenti l'e­sordio sintomatologico. Una ricerca di Young et al. mette in luce come l'a­buso emozionale e/o fisico sia in relazione con panico e depressione e si associ ad un più precoce esordio dei sintomi.
Bush et al. hanno fatto notare che, dal momento che ciascun individuo interpreta il significato di questi eventi in maniera diversa, uno stressor esterno può portare o no all'inizio di un attacco di panico in un individuo vulnerabile da un punto di vista neurofisiologico.

Ciò suggerisce che esiste una variabile psicologica discriminante in grado di mediare tra eventi ester­ni e l'inizio dell'attacco di panico.

Nessun commento: