27 giugno 2007

Psicopatologia dei disturbi dell'alimentazione

Le specificità psicopatologi­che individuali che possono spiega­re la rilevante diffusione attuale dei disturbi alimentari riconducono al fatto che, negli ultimi decen­ni, nel mondo occidentale, in una so­cietà benestante e talora opulenta, si è diffuso un ideale di bellezza incen­trato sull'immagine della magrezza.
L'ideale della magrezza vive il grasso come difetto morale è la snel­lezza come ideale da perseguire; esi­ste altresì un rapporto stretto tra grassezza, fertilità e riproduzione di cui i disturbi alimentari esprimono simbolicamente il rifiuto.
È questo l'humus culturale che innesca ed amplifica l'espressione di un disagio, dalle remote radici, che coinvolge l'immagine corporea, il ruolo sociale femminile così come quello sessuale.
II cibo e l'atto del cibarsi si colora­no di connotazioni simboliche com­plesse ed articolate.
Hilde Bruch nel descrivere le caratteristiche psicopatologiche di­stintive dell'anoressia mentale, ha sottolineato la pervasiva sensazìone di «ineffettualità» di cui le pazienti anoressiche soffrono, facendola risa­lire, in modo quanto mai penetrante, ad una lacuna di «nulla» posta al centro del sé anoressico. Area di non-essere in grado di determinare un lo debole e deforme.
L'esperienza psicologica universa­le legata all'alimentazione è quella del rapporto diadico: il bambino, sin dalle primissime fasi della vita, instau­ra con la madre-nutrice transazioni affettivo-emotive mediate dal cibo.
M. selvini Palazzoli sottolinea come, attraverso un adeguato soddisfaci­mento dei bisogni, il bambino giunga alla consapevolezza della propria identità corporea; la progressiva ma­turazione biologica, nel bambino, del sistema sensoriale diacritico è stretta­mente connessa alla adeguatezza del rapporto empatico-transazionale con la madre-nutrice ed è all'inade­guato sviluppo di questo sistema che si può far risalire lo strutturarsi dell'al­terazione dell'immagine corporea ca­ratteristica peculiare dell'Anoressia Mentale.
II «nulla» che tanta importanza ri­veste nella psicopatologia anoressica si struttura nel Sé come conseguen­za della scissione esistente tra aspet­to materiale della nutrizione e com­ponenti affettive legate a questa. Non si tratta semplicemente di carenza, quanto piuttosto di un'incongruità in­sita nell'atto del nutrire che limita e deforma la strutturazione dell'lo del bambino.
Com'è noto, tale struttura­zione comprende la coscienza di sé come distinzione dagli altri: l'Anores­sia rappresenta così la contraddizio­ne di una presenza fisica che può esistere solo nella misura in cui rie­sce, come tale, a negarsi: l'ideale dell'lo è proiettato al di fuori della di­mensione corporea: l'lo anoressico esclude il proprio corpo e, dì conse­guenza, si ritrae dal mondo (s).

Nella Bulimia le compo­nenti affettive legate alla nutrizione sono state, più che incongrue, insuf­ficienti. La psicopatologia della Buli­mia è incentrata sul senti­mento di «vuoto», di vacuo, nel sen­so di carente, insufficiente.
È la psicopatologia dei vuoto che denota l'essere bulimico e che esprime la significativa privazione emotiva sofferta dà questi pazienti nelle prime relazioni parentali; è intor­no a questa penosa sensazione di vuoto che si struttura, in tutta la sua complessità, l'assetto psicopatologi­co bulimico. Questo è sovente na­scosto da una particolare struttura di personalità, definita «falso-Sé pseu­doindipendente» struttura rigida e tendenzialmente ossessiva, che ce­la sentimenti di bisogno, iperdipen­denza e scarsa autostima.
Se l'Anoressia comporta una ne­gazione, che è stata definita deliran­te, della dimensione corporea, è in­vece un vissuto di «estraneità» quel­lo che si prova, nella bulimia, rispet­to al proprio corpo: il corpo fisico è vissuto come «altro», estraneo, marginale rispetto al Sé.
In questo senso la crisi butimica, durante la quale si agiscono senti­menti di rabbia, tristezza ed abban­dono, rappresenta la ricerca di una forma di compenso e di un mezzo di soddisfazione e, contemporanea­mente, il tentativo di riappropriarsi di una dimensione corporea che si av­verte essere in pericolo, ma che pu­re esiste; inoltre, tende ad assumere il significato di riempire (di cibo, ap­punto) un vuoto: tale tentativo è de­stinato al fallimento ed a riproporre il comportamento bulimico poiché esclude ancora una volta la compo­nente affettiva, diadica, della nutrizio­ne e ripropone la scissione tra cor­po fisico e corpo vivente.

Nella Bulimia, caratterizza clinicamente dall'alternarsi di periodi di ristrettezze alimentari ad altri di abbuffate, è evidente l'oscillare tra l'accettazione ed il rifiuto: del ruolo femminile e dell'identità sessuale, della dimensione corporea e del proprio essere al mon­do.

In questo senso la psicopatologia della Bulimia si di­scosta radicalmente da quella dell'Anoressia, paragona­ta dalla Bruch ad una psicosi schizofrenica, e ricorda piut­tosto la ciclicità di un Disturbo Bipolare.

Vedi anche i post su: indicazioni alla psicoterapia dell'anoressia mentale, aspetti clinici dell'anoressia, la bulimia nervosa.

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