30 giugno 2007

Fattori psicologici nel Disturbo di Panico

Già nella seconda metà degli anni Cinquanta, Bowlby osservava, in pazienti agorafobici da lui intervistati, l'importanza rivestita dalla soppressione del contesto interpersonale, cioè la negazione da parte del paziente della compo­nente relazionale e delle sue potenziali influenze patogene sul vissuto attuale.

Questa osservazione di Bowlby è non solo estensibile ai sog­getti con attacco di panico ma ascrivibile alla psicopatologia stessa del disturbo: l'apparente primarietà del DP va comunque confermata o corretta solo dopo aver indagato sulla situazione psicologica del paziente, anche questi non ne riconosce il contributo.

Peraltro, l'imponenza della sintomato­logia sul piano fisico e la polarizzazione dell'attenzione sul malesseri soma­tico contribuiscono a far leggere come primaria una fenomenologia clinica che non lo è necessariamente.

L'apparente isolamento del sintomo panico dal contesto personale relaziona­le fa parte della psicopatologia stessa del disturbo, tanto da presentarsi quasi regolarmente nella prima fase di riconoscimento del disturbo, per poi even­tualmente attenuarsi nel corso di un colloquio clinico che non si limiti ad una mera registrazione dei fatti concreti.

A favore dell'intervento di fattori psicologici nell'eziopatogenesi del panico stanno i risultati delle ricerche che indirettamente pongono in dubbio la vali­dità esclusiva del modello neurobiologico; fra queste, ad esempio, gli studi che evidenziano i limiti dei trattamenti a breve termine, farmacologici o comportamentali o anche misti, ma anche quegli studi che suggeriscono anche che l'attacco di panico rappresenti verosimilmente la parte emergente di un'organizzazione personologica.

In un lavoro del 1992 Taylor e Gorman, svolgendo delle considerazioni sulla teoria e la terapia dei disturbi d'ansia, affermano che i trattamenti in uso, farmacologici e comportamentali, pur riuscendo ad eliminare molte delle caratteristiche invalidanti dei disturbi d'ansia, non sortiscono effetto sulla componente sottostante l'epifenomeno clinico.

Da tempo si è osservato che i pazienti con panico, paragonati a soggetti sani, hanno sia un maggior numero di eventi stressanti nel periodo precedente l'e­sordio del disturbo sia eventi più gravi di separazione genitoriale e per­dita nella vita evolutiva.
Questi fattori costituiscono tuttora un vasto fronte di ricerca dal quale pro­vengono vari contributi: Angst e Vollrath, in uno studio sulla storia naturale dei disturbi d'ansia, segnalano la consistente presenza di life event nel corso della vita.
Servant e Parquet confermano il ruolo di eventi di perdita e di separazione quali fattori di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione secondaria. Gli autori notano anche che questi fattori di rischio non operano indipendente­mente da variabili predisponenti di tipo temperamentale.
Lteif e Mavissakalian hanno dimostrato che life event associati a caratteri­stiche demografiche negative correlano positivamente con la presenza di sin­tomi psichiatrici e precisano che la presenza di psicopatologia e neurotici­smo è tanto più consistente quanto più sono negativi i life event.
Manfro et al. hanno documentato in un campione di adulti con panico che 1'80% di essi presenta nella propria storia life event negativi precedenti l'e­sordio sintomatologico. Una ricerca di Young et al. mette in luce come l'a­buso emozionale e/o fisico sia in relazione con panico e depressione e si associ ad un più precoce esordio dei sintomi.
Bush et al. hanno fatto notare che, dal momento che ciascun individuo interpreta il significato di questi eventi in maniera diversa, uno stressor esterno può portare o no all'inizio di un attacco di panico in un individuo vulnerabile da un punto di vista neurofisiologico.

Ciò suggerisce che esiste una variabile psicologica discriminante in grado di mediare tra eventi ester­ni e l'inizio dell'attacco di panico.

29 giugno 2007

Crisi da panico

La crisi nel contesto del disturbo da attacchi di panico è caratterizzata da una sintomatologia intensa e polimorfa. La comparsa delle crisi è improvvisa e non è associata ad alcun fattore situa­zionale scatenante, configurando così l'attacco di panico primario a presunta patogenesi biologica.

In altri casi invece le crisi possono insorgere in evidente rap­porto a particolari stimoli, configurando il panico situazionale.

Le manifestazioni fisiche rappresentano l'effetto di una intensa attivazione neurovegetativa: tachicardia, palpitazioni, sudorazione, sensazioni di caldo e di freddo, vertigini, nausea e disturbi addominali. Sintomi respiratori sono rappresentati da dispnea, mancanza di aria, sensazioni di soffocamento, dolo­ri toracici, e potrebbero essere all'origine di una sindrome di iperventilazione alcalosi-indotta, con conseguenti parestesie e tremori. Possono associarsi sin­tomi vestibolari, vertigini, atassia, instabilità alla deambulazione. In alcuni pazienti si possono riscontrare manifestazioni psicosensoriali, ad esempio déjà-vu, sentimenti di derealizzazione o depersonalizzazione, alterazioni temporospaziali.

Manifestazioni psicologiche

I sintomi psichici sono quelli di una paura intensa e ineludibile: sensazioni di annientamento, catastrofe imminente, perdita di controllo, paura di svenire, impazzire o morire; precedono spesso la comparsa della sintomatologia fisi­ca e si prolungano per l'intera durata della crisi. È l'associazione delle due classi di manifestazioni, psicologiche e somatiche, che permette di diagnosti­care l'attacco di panico.
Sebbene le manifestazioni fisiche possano essere isolate, tanto che spesso motivano consultazioni ed esami strumentali, la caratteristica peculiare del DP è questa mescolanza del versante somatico e di quello psicologico, oltre il polimorfismo sintomatologico.

Risposte comportamentali
Ad un attacco di panico si può accompagnare un'agitazione disordinata; l'at­tacco può indurre un'immediata condotta di fuga, specie nel panico fobico o situazionale; d'altronde, è eccezionale che l'attacco di panico si accompagni ad atteggiamenti teatrali come quelli osservati nei fenomeni di tipo isterico.

La durata della crisi è breve (da qualche minuto ad un'ora) ma la fase pro­dromica e post-critica possono durare per qualche ora, seguite spesso da uno stato di intensa astenia.

leggi: attacchi di panico sul sito.

ultima modifica agosto 2008

28 giugno 2007

Come il mare che va


Col suo sciabordio culla,
ma non porta via,
la mia malinconia,
fissa, come le rocce,
in questo inquieto presente.

Ma il mio amore mi spia...
...e mi vede e mi sente
anche dove non sono.

Mi dice che in parte mi ama
e in parte non sa;
come il mare che va,
ricordi non ha
che non tornino a riva.

Nudi


"...posso confezionare qualsiasi abito, senza mai prendere le misure.
Mi limito a guardare le persone negli occhi.
Gli abiti che vedi per le strade, servono solo a nascondere i corpi..."

DAP (Disturbo da Attacchi di Panico)

Il concetto di panico e di DAP, nella diagnostica, hanno subito diversi cambiamenti a partire dal 1980, anno che segna la scissione della nevrosi d'ansia in due entità ben separate, il DAP e il Disturbo di Ansia Generalizzata (GAD) e, pertanto, la comparsa del DAP quale categoria diagnostica specifica.

Attacchi di Panico

(click per seguire il link)

27 giugno 2007

Psicopatologia dei disturbi dell'alimentazione

Le specificità psicopatologi­che individuali che possono spiega­re la rilevante diffusione attuale dei disturbi alimentari riconducono al fatto che, negli ultimi decen­ni, nel mondo occidentale, in una so­cietà benestante e talora opulenta, si è diffuso un ideale di bellezza incen­trato sull'immagine della magrezza.
L'ideale della magrezza vive il grasso come difetto morale è la snel­lezza come ideale da perseguire; esi­ste altresì un rapporto stretto tra grassezza, fertilità e riproduzione di cui i disturbi alimentari esprimono simbolicamente il rifiuto.
È questo l'humus culturale che innesca ed amplifica l'espressione di un disagio, dalle remote radici, che coinvolge l'immagine corporea, il ruolo sociale femminile così come quello sessuale.
II cibo e l'atto del cibarsi si colora­no di connotazioni simboliche com­plesse ed articolate.
Hilde Bruch nel descrivere le caratteristiche psicopatologiche di­stintive dell'anoressia mentale, ha sottolineato la pervasiva sensazìone di «ineffettualità» di cui le pazienti anoressiche soffrono, facendola risa­lire, in modo quanto mai penetrante, ad una lacuna di «nulla» posta al centro del sé anoressico. Area di non-essere in grado di determinare un lo debole e deforme.
L'esperienza psicologica universa­le legata all'alimentazione è quella del rapporto diadico: il bambino, sin dalle primissime fasi della vita, instau­ra con la madre-nutrice transazioni affettivo-emotive mediate dal cibo.
M. selvini Palazzoli sottolinea come, attraverso un adeguato soddisfaci­mento dei bisogni, il bambino giunga alla consapevolezza della propria identità corporea; la progressiva ma­turazione biologica, nel bambino, del sistema sensoriale diacritico è stretta­mente connessa alla adeguatezza del rapporto empatico-transazionale con la madre-nutrice ed è all'inade­guato sviluppo di questo sistema che si può far risalire lo strutturarsi dell'al­terazione dell'immagine corporea ca­ratteristica peculiare dell'Anoressia Mentale.
II «nulla» che tanta importanza ri­veste nella psicopatologia anoressica si struttura nel Sé come conseguen­za della scissione esistente tra aspet­to materiale della nutrizione e com­ponenti affettive legate a questa. Non si tratta semplicemente di carenza, quanto piuttosto di un'incongruità in­sita nell'atto del nutrire che limita e deforma la strutturazione dell'lo del bambino.
Com'è noto, tale struttura­zione comprende la coscienza di sé come distinzione dagli altri: l'Anores­sia rappresenta così la contraddizio­ne di una presenza fisica che può esistere solo nella misura in cui rie­sce, come tale, a negarsi: l'ideale dell'lo è proiettato al di fuori della di­mensione corporea: l'lo anoressico esclude il proprio corpo e, dì conse­guenza, si ritrae dal mondo (s).

Nella Bulimia le compo­nenti affettive legate alla nutrizione sono state, più che incongrue, insuf­ficienti. La psicopatologia della Buli­mia è incentrata sul senti­mento di «vuoto», di vacuo, nel sen­so di carente, insufficiente.
È la psicopatologia dei vuoto che denota l'essere bulimico e che esprime la significativa privazione emotiva sofferta dà questi pazienti nelle prime relazioni parentali; è intor­no a questa penosa sensazione di vuoto che si struttura, in tutta la sua complessità, l'assetto psicopatologi­co bulimico. Questo è sovente na­scosto da una particolare struttura di personalità, definita «falso-Sé pseu­doindipendente» struttura rigida e tendenzialmente ossessiva, che ce­la sentimenti di bisogno, iperdipen­denza e scarsa autostima.
Se l'Anoressia comporta una ne­gazione, che è stata definita deliran­te, della dimensione corporea, è in­vece un vissuto di «estraneità» quel­lo che si prova, nella bulimia, rispet­to al proprio corpo: il corpo fisico è vissuto come «altro», estraneo, marginale rispetto al Sé.
In questo senso la crisi butimica, durante la quale si agiscono senti­menti di rabbia, tristezza ed abban­dono, rappresenta la ricerca di una forma di compenso e di un mezzo di soddisfazione e, contemporanea­mente, il tentativo di riappropriarsi di una dimensione corporea che si av­verte essere in pericolo, ma che pu­re esiste; inoltre, tende ad assumere il significato di riempire (di cibo, ap­punto) un vuoto: tale tentativo è de­stinato al fallimento ed a riproporre il comportamento bulimico poiché esclude ancora una volta la compo­nente affettiva, diadica, della nutrizio­ne e ripropone la scissione tra cor­po fisico e corpo vivente.

Nella Bulimia, caratterizza clinicamente dall'alternarsi di periodi di ristrettezze alimentari ad altri di abbuffate, è evidente l'oscillare tra l'accettazione ed il rifiuto: del ruolo femminile e dell'identità sessuale, della dimensione corporea e del proprio essere al mon­do.

In questo senso la psicopatologia della Bulimia si di­scosta radicalmente da quella dell'Anoressia, paragona­ta dalla Bruch ad una psicosi schizofrenica, e ricorda piut­tosto la ciclicità di un Disturbo Bipolare.

Vedi anche i post su: indicazioni alla psicoterapia dell'anoressia mentale, aspetti clinici dell'anoressia, la bulimia nervosa.

26 giugno 2007

Sulla terapia della bulimia nervosa



Psicoterapia della bulimia Nervosa (la pagina del sito)

 (Vedi anche l'altro post sulla terapia della B.N. e quello sulla psicopatologia dei disordini del comportamento alimentare).

Luci ed ombre


"...Ma quando mi sono svegliato, ho incontrato l’assillo delle ombre.
Tutto quello che avevo misurato in sogno, nella realtà aveva un’ombra e ho scoperto che le ombre si allungano e accorciano in relazione alla luce.
Lo sconforto era grande..."

25 giugno 2007

Le immagini che non si cancellano


"...all’età di sette anni ho fatto un sogno.
Mi trovavo seduto su un albero, così alto che sfiorava il cielo. Una voce veniva di lontano e diceva: Se vuoi conoscere il mistero della vita devi misurare il mondo.
Pian piano mi sono lasciato andare di ramo in ramo, fermandomi proprio di fronte a casa mia, con la stessa leggerezza con cui cadono le foglie.
Poi ho tolto di tasca il metro pieghevole e ho incominciato a misurare ogni cosa, con cura, cercando di non sbagliare.
Misuravo tutto.
Ormai a prima vista potevo dire la lunghezza di qualsiasi cosa. Nel sogno ero felice.
Ma quando mi sono svegliato..."

22 giugno 2007

Bulimia

Quadro clinico di recente acquisizione, ha assunto negli ultimi decenni sempre maggiore importanza. La Bulimia Nervosa (B.N.) è un disordine del comportamento alimentare attual­mente considerato entità clinica separata dall'Anoressia Mentale (A.M.).



La definizione della B.N. come en­tità nosografica pone numerosi inter­rogativi, in particolar modo in merito alle relazioni esistenti tra questo e gli altri disordini alimentari, soprattutto nei confronti dell'A.M.: a lungo infatti il comportamento bulimico è stato considerato variante, o componente, dell'anoressia, in relazione alla qua­le, oggi, appare più utile focalizzare aree di specificità psicopatologica.

INQUADRAMENTO NOSOGRAFICO DELLA B.N.


Ne 1 1980 il DSM I Il identificava, tra i Disturbi dell'Alimentazione, la «Bu­limia» come entità nosografica sepa­rata dall'Anoressia Mentale e caratte­rizzata, essenzialmente, da episodi ri­correnti di eccessi alimentari.

Nel 1987 il DSM III-R (1) ribattezzava la sindrome come «Bulimia Nervosa» specificandone meglio, al contempo, i criteri diagnostici:

1) Episodi ricorrenti di eccessi ali­mentari.

2) Frequente ricorso a purghe e sensibile restrizione alimentare tra gli episodi bulimici.

3) Persistente ed esagerata preoc­cupazione per il peso e la forma del corpo.


II DSM IV (1993) (2) riserva un ap­posito capitolo ai Disturbi dell'Alimen­tazione, precedentemente inseriti nei Disturbi dell'Infanzia Adolescenza e Fanciullezza, in sintonia con il pro­gressivo aumento dei disordini ali­mentari verificatosi negli ultimi dieci anni; criteri diagnostici aggiuntivi, ri­spetto alla precedente definizione, la sensazione di mancanza di controllo sul comportamento alimentare, l'e­ventuale riscontro di una intensa at­tività fisica tendente ad evitare l'au­mento di peso (come alternativa al­l'uso di purganti o al vomito auto­indotto), infine il criterio «quantitativo», codificato in una media di due episo­di di orgia alimentare alla settimana per un periodo di almeno tre mesi.

La storia della B. N. si collega stret­tamente a quella dell'A.M., disturbo generalmente sconosciuto prima de­gli anni '70 nonostante la prima de­scrizione dell'entità clinica possa es­ser fatta risalire, come noto, a Tho­mas Morton nel 1689. La bulimia ve­niva, occasionalmente, menzionata in vecchi studi sull'anoressia ma sino alla fine dell'800 costituiva una com­ponente clinica molto meno impor­tante e frequente di quanto non sia oggi. Sir Wiliam Cullin, psichiatra scozzese, nel 1772 forniva la prima descrizione sistematica della bulimia, che includeva tra gli «appetiti erro­nei»; P. Janet nel 1903 ne «Les Ob­sessions et la Psychastenie» descri­veva quattro casi clinici che indub­biamente oggi definiremmo di Buli­mia Nervosa.Sino a vent'anni or sono, comun­que, la bulimia veniva considerata un sintoma ed è solo dagli anni '70 che assume progressivamente autono­mia nosografìca e rilevanza clinica anche rispetto ai'ancressia.Hilde Bruch nel 1973 (3) identifi­cava l'esistenza di una sindrome bu­limica non anoressica, e riprendeva da un autore d'inizio secolo la defini­zione di «obese aimigri».Boskind-Lodalh nel 1976 (a) forni­va la prima interpretazione in termini etno-culturali della sindrome, che de­finisce «bulimarexia».Russel nel 1979 (5) introduceva per primo il termine «bulimia ner­vosa».La Bulimia Nervosa diviene pro­gressivamente più conosciuta e più frequente, tanto da superare rapida­mente la diffusione dell'anoressia, e dal 1982, anno in cui viene fondato I'international Journal of Eating Di­sorders, aumenta notevomente an­che il numero delle pubblicazioni che trattano dalla bulimia.II nuovo modello psicopatologico,quello attuale, è relativo alla sindro­me bulimica di un individuo che mantiene il proprio peso corporeo ad un livello normale.


EPIDEMIOLOGIA E FATTORI ETIOPATOGENETICI


AI momento attuale non si è anco­ra in grado di fornire dati epidemio­logici definitivi rispetto alla B.N.: ciò sia perché il problema può con rela­tiva facilità rimanere inapparente sia perché il disturbo è considerato solo dal 1980 come specifica entità noso­grafica. Si ritiene comunque che la Bulimia sia da 5 a 10 volte più diffu­sa dell'A.M., che l'età media dì esor­dio sia tra i 16 ed i 20 anni, quindi più tardiva rispetto a quella dell'A.M., che colpisca per I'85% circa dei ca­si soggetti di sesso femminile. Così come per l'A.M., anche per la B.N. vi è stato un aumento di prevalenza in tutto il mondo occidentale: studi relativamente recenti, condotti utiliz­zando i criteri diagnostici del DSM III­R, indicherebbero che la prevalenza della B.N. in studenti liceali ed uni­versitari possa variare tra il 3.8 ed il 9%. Per la B.N. si è parlato di epide­mia di dimensioni sociali.In sintonia con le attuali linee di ri­cerca psichiatrica, le teorie patoge­netiche della B.N. contemplano la possibiltà di:1) Una generica predisposizione al­l'abuso di sostanze, per il fre­quente riscontro anamnestico di tossicodipendenze e/o alcooli­smo, e per le analogie sintomato­logiche tra i due disturbi (aspetti compulsivì della ricerca, senso di perdita del controllo in merito al­l'assunzione, senso di vergogna che impone la segretezza dei comportamento ed il conseguen­te ritiro sociale).2)Una stretta parentela con i Distur­bi dell'Umore, per il frequente ri­scontro nei pazienti bulimicì o nei loro familiari di sintomi della sfera affettiva oltreché per le analogie esistenti sia nei riscontri neuroen­docrini che nella risposta clinicaai farmaci antidepressivi.3) Una ipotetica disfunzione del si­stema serotoninergico centrale, strettamente implicato nella gene­si dei segnali di fame e sazietà, il cui tono sarebbe ridotto nei por­tatori di patologia bulimica nei quali appunto il comportamento bulimico potrebbe rappresentare un tentativo di compenso di tale ipofunzione.AI di là della indubbia validità di tali riscontri, nessuna di queste ipote­si è però in grado di fornire soddisfa­centi indicazioni in merito ad un pro­blema che appare fondamentale per la comprensione del fenomeno, e cioè il considerevole aumento di inci­denza e prevalenza del disturbo bu­limico nella società moderna.Una interessante chiave di lettura, in questo senso, può essere fornita dagli studi antropo-analitici di George Devereux (6), che ha introdotto e svi­luppato il concetto di «Disturbo Etni­co», sottolineando le complesse rela­zioni esistenti tra cultura, individuo e psicopatologia; l'analisi di tali relazio­ni può chiarire il perché della relativa scomparsa di talune forme psicopa­tologiche e la comparsa di altre e ci appare particolarmente utile per la comprensione dei disturbi dell'ali­mentazione ed in particolare dei fe­nomeno bulimico.


LA BULIMIA COME DISTURBO ETNICO


Parlare di disturbi etnici presuppo­ne la necessità di considerare una forma psicopatologica, qualunque essa sia, non solo nell'aspetto clinico ma soprattutto in quanto problema culturale.La Grande Isteria rappresentava un quadro clinico tipico dell'800 ed esprimeva, in una forma compatibile con il contesto culturale del tempo, la crisi dell'identità femminile; i disturbi dell'alimentazione, oggi, assurgono ad espressione critica dei dilemmi di quella stessa identità, utilizzando una espressione «formale» diversa in sin­105tonia con il contesto culturale attuale. È ciò che potremmo definire un fatto­re pato-plastico, culturalmente indot­to, ed è ovvio che le analogie tra iste­ria e disturbi alimentari devono fer­marsi qui trattandosi di forme di disa­gio psichico, dal punto di vista psico­patologico, radicalmente diverse.I criteri essenziali che consentono ad un disturbo psicopatologico di es­sere definito «etnico» sono i seguenti:

1) Frequente nella cultura in questio­ne 1 rispetto ad altre forme di di­sagio psichico.

2) Presenza di una continuità forma­le tra elementi normali dell'am­biente socio-culturale e sintomi, considerati come espressione estrema e patologica dei suddetti elementi.

3) II disturbo mostra conflitti normal­mente diffusi nella popolazione.

4) Il disturbo può rappresentare la tappa finale, comune, di espres­sione di disagi psichici i più di­versi.

5) Il disturbo mostra la strutturazione di un profilo di devianza, ovvero consente un comportamento de­viante pur rimanendo nell'ambìto di ciò che è socialmente accet­tato.


Disturbi alimentari ed isterici, in questo senso, esprimono analoghe contraddizioni: ciò che cambia è la forma di tale espressione, poiché è cambiato il contesto culturale in cui tali disagi, peraltro sensibilmente di­versificabili, si manifetano; inoltre, il disturbo etnico consente in entrambi i casi la strutturazione di un'identità personale attraverso una devianza socialmente tollerata.


PSICOPATOLOGIA


Vi è una sottile e singolare corri­spondenza tra i fattori che definiamo etnici e le specificità psicopatologi­che individuali che possono spiega­re la rilevante diffusione attuale dei disturbi alimentari: negli ultimi decen­ni, nel mondo occidentale, in una so­cietà benestante e talora opulenta, siè diffuso un ideale di bellezza incen­trato sull'immagine della magrezza. L'ideale della magrezza vive il grasso come difetto morale è la snel­lezza come ideale da perseguire; esi­ste altresì un rapporto stretto tra grassezza, fertilità e riproduzione di cui i disturbi alimentari esprimono simbolicamente il rifiuto. È questo l'humus culturale che innesca ed amplifica l'espressione di un disagio, dalle remote radici, che coinvolge l'immagine corporea, il ruolo sociale femminile così come quello sessuale.II cibo e l'atto del cibarsi si colora­no di connotazioni simboliche com­plesse ed articolate.Hilde Bruch, (Cit.) nel descrivere le caratteristiche psicopatologiche di­stintive dell'anoressia mentale, ha sottolineato la pervasiva sensazìone di «ineffettualità» di cui le pazienti anoressiche soffrono, facendola risa­lire, in modo quanto mai penetrante, ad una lacuna di «nulla» posta al centro del sé anoressico. Area di non-essere in grado di determinare un lo debole e deforme.L'esperienza psicologica universa­le legata all'alimentazione è quella del rapporto díadico: il bambino, sin dalle primissime fasi della vita, instau­ra con la madre-nutrice transazioni affettivo-emotive mediate dal cibo. M. selvini Palazzoli (7) sottolinea come, attraverso un adeguato soddisfaci­mento dei bisogni, il bambino giunga alla consapevolezza della propria identità corporea; la progressiva ma­turazione biologica, nel bambino, del sistema sensoriale diacritico è stretta­mente connessa alla adeguatezza del rapporto empatico-transazionale con la madre-nutrice ed è all'inade­guato sviluppo di questo sistema che si può far risalire lo strutturarsi dell'al­terazione dell'immagine corporea ca­ratteristica peculiare dell'Anoressia Mentale.II «nulla» che tanta importanza ri­veste nella psicopatologia anoressica si struttura nel Sé come conseguen­za della scissione esistente tra aspet­to materiale della nutrizione e com­ponenti affettive legate a questa. Non si tratta semplicemente di carenza, quanto piuttosto di un'incongruità in­sita nell'atto del nutrire che limita e deforma la strutturazione dell'lo del bambino. Com'è noto, tale struttura­zione comprende la coscienza di sé come distinzione dagli altri: l'Anores­sia rappresenta così la contraddizio­ne di una presenza fisica che può esistere solo nella misura in cui rie­sce, come tale, a negarsi: l'ideale dell'lo è proiettato al di fuori della di­mensione corporea: l'lo anoressico esclude il proprio corpo e, dì conse­guenza, si ritrae dal mondo (s).Nella Bulimia Nervosa le compo­nenti affettive legate alla nutrizione sono state, più che incongrue, insuf­ficienti. La psicopatologia della Buli­mia Nervosa è incentrata sul senti­mento di «vuoto», di vacuo, nel sen­so di carente, insufficiente.È la psicopatologia dei vuoto che denota l'essere bulimico e che esprime la significativa privazione emotiva sofferta dà questi pazienti nelle prime relazioni parentali; è intor­no a questa penosa sensazione di vuoto che si struttura, in tutta la sua complessità, l'assetto psicopatologi­co bulimico. Questo è sovente na­scosto da una particolare struttura di personalità, definita «falso-Sé pseu­doindipendente» (9) struttura rigida e tendenzialmente ossessiva, che ce­la sentimenti di bisogno, iperdipen­denza e scarsa autostima.Se l'Anoressia comporta una ne­gazione, che è stata definita deliran­te, della dimensione corporea, è in­vece un vissuto di «estraneità» quel­lo che si prova, nella Bulimia, rispet­to al proprio corpo: il corpo fisico è vissuto come «altro», estraneo, marginale rispetto al Sé.In questo senso la crisi butimica, durante la quale si agiscono senti­menti di rabbia, tristezza ed abban­dono, rappresenta la ricerca di una forma di compenso e di un mezzo di soddisfazione e, contemporanea­mente, il tentativo di riappropriarsi di una dimensione corporea che si av­verte essere in pericolo, ma che pu­re esiste; inoltre, tende ad assumere il significato di riempire (di cibo, ap­punto) un vuoto: tale tentativo è de­stinato al fallimento ed a riproporre il comportamento bulimico poiché esclude ancora una volta la compo­nente affettiva, diadica, della nutrizio­ne e ripropone la scissione tra cor­po fisico e corpo vivente (s).Nella Bulimia, caratterizza clinicamente dall'alternarsi di periodi di ristrettezze alimentari ad altri di abbuffate, è evidente l'oscillare tra l'accettazione ed il rifiuto: del ruolo femminile e dell'identità sessuale, della dimensione corporea e del proprio essere al mon­do. In questo senso la psicopatologia della Bulimia si di­scosta radicalmente da quella dell'Anoressia, paragona­ta dalla Bruch ad una psicosi schizofrenica, e ricorda piut­tosto la ciclicità di un Disturbo Bipolare.


CONCLUSIONI


La Bulimia può essere considerata un nuovo modello psicopatologico, distinto da quello dell'Anoressia. Nei confronti di questa vi è una parziale sovrap­posizione formale, ma anche aree di peculiare specifici­tà psicopatologica oltreché clinica.L ipotizzabile che fattori di costume e socio-culturali possano consentire oggi, la massima espressività di tale disturbo e possano anche, in qualche misura, innescare ed amplificare fattori psicopatologici individuali latenti.


Bibliografia

1. American Psuchiatric Association, DSM III-R, Masson, Parigi, 1987.

2. Rizzoli A.A., Smeraldi E.: Psichiatria e Psicologia Clinica (Orientamenti del DSM IV), Poletto, Milano, 1993.

3. Bruch H.: Patologia del comportamento alimentare, Feltrinelli, Milano, 1982.

4. Boskind-Lodahl M.: Cinderella's Stepsister: a feminist perspective on Anorexia Nervosa and Bulimia, Signs: A Journal of women in culture and society, 2, 1976.

5. Russel G.M.: Bulimia Nervosa: an ominous variant of anorexia nervo­sa, Psychological Medicine, 9, 1979.

6. Devereux G.: Saggi di etnopsichiatria generale, Armando, Roma, 1978.

7. Selvini Palazzoli M.: L'anoressia Mentale, Feltrinelli, Milano, 1979.

8. Galimberti U.: Psichiatria e fenomenologia. Feltrinelfi, Milano, 1979.

9. Gordon R.A.: Anoressia e Bulimia, Cortina, Milano, 1991.126

20 giugno 2007

Immagini


Troppe parole, a volte.
Alle volte violente. alle volte vuote.

A volte, anche, niente di tutto ciò.

Ma le immagini, sempre.
Forti, magari.
Quasi da non riuscire a sostenerle.

E l'immagine della morbidezza, che faticosamente ricompare.

16 giugno 2007

E' stato un sogno fortissimo


La tempesta




Il risveglio




La ricerca




L'abbraccio

14 giugno 2007

una possibilità



...i miei occhi si sono gonfiati di lacrime... non so perchè, ma sento che lì c'è una possibilità.

12 giugno 2007

Da che io abbia memoria


Da che io abbia memoria è lì,
per tutti, e si muove
...
si ritira e si apre,
ruota e avanza,
corre e si placa e
continua a esserci.

Francesca

8 giugno 2007

Malattia


malattia come: "anormale condizione dell'organismo causata da alterazioni organiche o funzionali ad andamento evolutivo verso la morte, la guarigione o una nuova, diversa condizione di vita"...

le soleil retarde


diventa indispensabile, vitale...
diventa indispensabile e vitale riappropriarsi di sè e del proprio originario modo d'essere. così come - anche - delle proprie cose.

7 giugno 2007

Il blog

si sente, come sempre, un'affettività che ti riscalda il cuore e che ti da una forza incredibile...
e poi il post "l'uomo dei sogni" e poi via via tutti gli altri...

questo è l'abituale flusso di immagini, parole, sogni, ricordi:
trenta erano e trenta sono.

ci sono immagini che mi riscaldano il cuore. e non sono quelle che si possono trovare qui, o non più di tanto.

soprattutto volti. le persone e le relazioni.
e parole. "ci vediamo martedi allle sei..."

ma soprattutto i volti.
di tutti quelli che vedo; che mi sorridono, mi guardano, mi chiedono, e mi dicono. immagini che riscaldano il cuore.

quelli che ridono e parlano aspettando l'ora.
quelli che stanno li e fumano.

e occhi, intelligenti e sensibili, che dicono senza parlare, e ti scaldano il cuore. privi ormai di qualunque violenza.

6 giugno 2007

Solitudine


Alcune immagini sono per l'anima quello che è il calore del sole per la pelle.

5 giugno 2007

Relazioni

Se si tratti di relazione uomo donna o di altro, se si tratti di sessualità o meno, se sia realizzazione o castrazione.

Se si costringa o ci si costringa oppure si proponga "vita di relazioni, affettività e sessualità nel rapporto umano uomo-donna".

Se è investimento sessuale o se non lo è.

Se si tratti di costringere il bello nel brutto piuttosto che il contrario.
Cioè se esista (se mi appartenga) davvero - oppure no - l'affettività. La sessualità. La relazione.

Quale sia la motivazione inconscia delle cose. Quale sia la natura di ogni specifico essere umano.

Non me lo spiegate. Non ho chiesto nemmeno spiegazioni.
Pecco di ingenuità a proposito della disponibilità altrui.

Non è questa la prima volta. E non è nemmeno la più grave.
Non è ignavia. E' altro. Non lo spiego. Non ho voglia.

f.

4 giugno 2007

Con immutato affetto


Ho sempre pensato, in qualche misura, che un rapporto di terapia ed un rapporto d'amore siano due cose diverse.
Non che un rapporto di terapia non debba anche essere un rapporto d'amore, anzi, il contrario: ma che non siano esattamente la stessa cosa.

Ciò che rende un rapporto di terapia unico nel suo genere è l'occasione, la necessità e persino l'obbligo dell'interpretazione.

Contemporaneamente ho sempre pensato - e penso - che l'occasione della relazione e quella dell'interpretazione siano due cose diverse, anche se mi rendo perfettamente conto che le cose della vita non sempre sono facili da distinguere. Tuttavia, sono occasioni diverse.

In un altro contesto, ho scritto che "...un parere clinico, ad esempio, deve essere riservato a chi si rivolge al tuo studio." E' tuttavia una semplificazione: non dipende dal luogo, poichè si possono fare sedute di psicoterapia al bar, o in auto: ciò nonostante, non è nemmeno obbligatorio che ciò accada.

Ciò che rende lecita infatti l'occasione dell'interpretazione è il fatto che vi sia una richiesta in tal senso. La relazione può fornire l'occasione per una interpretazione, ma non è - da sola - sufficiente a motivarla.

In una relazione le risposte possibili sono solo due : si. Oppure no. Apprezzabili - per quanto diversamente - tutt'e due.

E anche stavolta il più vecchio post è sparito.

3 giugno 2007

Taepidarium


Un pò la voglia di un'altra immagine.
Un pò la distrazione.
Un pò - anche - la tristezza.

Forse la necessità di intuire, e lasciar intuire, altro.
La bellezza, che sta nelle cose, ma anche negli occhi di chi guarda.

Immagini che cambiano. Ed altre che, belle o brutte, resteranno quel che sono. Senza rammarico.

E il più vecchio post che, anch'esso, finisce negli archivi. Senza rammarico.
Amen, ed è davvero per sempre.

2 giugno 2007

Un nome smemorato


Ha un nome molto bello
che se me lo ricordo
lo chiamo quel bel nome.
...
Per nome quell'alone protettivo
che la dimenticanza ha rinforzato
la punta della lingua m'ha aggredito.
Ha un nome molto bello, smemorato.
Starà guardando molto da vicino
qualcosa che da qui non l'indovino.

(Battisti, Per nome)