2 marzo 2007

Rileggendo


‘Sentire’ significa esperire affettivamente la propria (e l’altrui) vita interiore, sapendola -contemporaneamente- definire e comunicare.

Ciò che l’analista chiede al proprio paziente è che il suo sentire sia adeguato, ovvero consono alla situazione che in quel momento, in quella relazione e in quel contesto sta vivendo.
Da parte dell’analista vi è propriamente una esigenza in tal senso: ‘cura’ l’essere che ha di fronte esigendo la realizzazione, l’espressione di quelle che sono le sue potenzialità.

L’analista deve -evidentemente- aver ben strutturata la rappresentazione di sé, così come, anche, la rappresentazione mentale dell’altro come entità potenzialmente distinta, separata, indipendente: ciò consente che vengano riconosciute e tollerate le identificazioni proiettive e gli investimenti patologici.

Noi riteniamo che le ‘qualità affettive’ degli oggetti siano fondamentali nella strutturazione della personalità umana: e riteniamo il processo terapeutico una ‘ricostruzione’ dell’affettività del paziente, ricostruzione che avviene utilizzando il tramite dell’affettività dell’analista.

È perciò che il controtransfert non è solo strumento di conoscenza, ma anche e soprattutto di trasformazione; ed ogni trasformazione avviene nell’ambito della relazione: la psicologia è sempre una psicologia a due menti, e l’esperienza affettiva dell’analisi riesce ad essere tanto più ‘correttiva’ dell’affettività del paziente quanto più si riesce ad essere, nella relazione, persone reali e non fantasmi: ed a consentire all’altro di esperirci come tali: “...il nostro essere si conferma e si incontra nello sguardo, nel dialogo e nel riconoscimento del prossimo.” (Savater, 1996).

Infine, il paziente deve sentirsi compreso ed amato: perché ciò possa accadere, bisogna essere in grado di comprendere ed amare: questo può non essere sufficiente, ma è -quanto meno- necessario affinché il paziente possa guarire.

Tutto ciò è l’amore di controtransfert.

3 commenti:

miccivolete ha detto...

grazie per questo post.
Io penso che quando l'analista chiede ad un paziente un sentire adeguato, consono alla situazione non riesce a capire che il paziente non sa essere adeguato. Il mix di emozioni che prova nel setting terapeutico spesso lo disorienta e percepire che l'analista gli chiede un qualcosa di cui non ha consapevolezza (adeguatezza, congruità)genera angoscia.
Credo che l'analista ponendosi in un atteggiamento empatico possa riuscire a cogliere queste dinamiche e senza chiedere accompagna il paziente nel suo percorso di ricerca.
Percorso in cui anche l'analista ritrova se stesso con le sue emozioni, le sue paure che non sono certo indice di una sua debolezza ma anzi della sua grandezza di uomo.
L'analista non può essere un uomo di sabbia o peggio ancora un fantasma, la sabbia si può sempre togliere, a volte basta anche una carezza.

Anonymous ha detto...

sabato mattina, in uno dei luoghi piu belli del mondo, con accanto una persona che in quel momento era tutto il mio mondo, ho sentito un brivido che non avevo piu creduto possibile, che ogni programmazione o ragionamento aveva offuscato. In quel momento è successo, improvviso, ed ero felice...

miccivolete ha detto...

quando gli analisti viaggiano a - 40 gradi come un surgelatore, lasciano intorno a sé solo terra bruciata...